Io mammeta e tu

Stamattina entro nella mia stanza e ci trovo la figlia del capo che allatta suo figlio, 10 mesi. Convenevoli e smancerie di rito a base di picci picci pucci pucci, poi ho cominciato a riflettere. Il rapporto fra l’azienda dove lavoro e le gravidanze delle sue dipendenti / collaboratrici sono lo specchio più evidente della disparità fra “padrone e sotto” come si chiamano dalle mie parti il proprietario terriero e il bracciante che lavora la terra. Per carità, non ne faccio una questione sindacale, solo di stima delle persone.
La prima a rimanere incinta, circa 5 anni fa, è stata la responsabile dell’amministrazione, una donna d’acciaio che è venuta in ufficio fino a tre giorni prima del parto e verso il sesto mese di gravidanza ha partecipato ad un trasloco, trascinando scatoloni e mobili e finendo in ospedale per una piccola emorragia (ovviamente). Era una consulente a contratto, quindi nessuno le disse di rimanere a casa, e lei non ci rimase. La bambina è nata, sta benissimo, ma ogni volta che la mamma si è dovura assentare per i motivi che chi ha figli conosce benissimo (la febbre, le vaccinazioni, i sensi di colpa delle mamme che lavorano) le è sempre stato chiesto se “era proprio necessario”, “eehhh, quante mosse, per ‘sta bambina!!”.
La seconda è stata la mia attuale compagna di stanza, una donna dolce ed emotiva, una serenità di fondo valorizzata dal suo seguire la religione buddista. Ha lavorato anche a casa, anche negli ultimi giorni di gravidanza, un lavoro duro e molto impegnativo dal punto di vista nervoso e mentale, sempre col fiato sul collo delle famose scadenze. Circa una settimana prima del parto, è stata ricoverata d’urgenza e ha partorito una bambina morta, soffocata dal cordone ombelicale. Aveva diritto in ogni caso ai tre mesi di aspettativa per maternità, perchè comunque aveva partorito. Ho il sospetto che abbia continuato a lavorare a casa, per non perdere il posto, lei è una dipendente a tempo indeterminato.
E arriva l’erede dell’impero aziendale. La figlia del capo rimane incinta. Era già successo l’anno scorso, ma il bambino era stato perso dopo uno o due mesi, un aborto spontaneo. Quindi non bisogna correre rischi. La mammina – dipendente a tempo indeterminato, membro del consiglio di amministrazione, uno stipendio identico al mio più gli utili aziendali – rimane assente dal suo posto di lavoro 16 mesi. Gravidanza a rischio, certificata da medici e ginecologi. Peccato che la gravidanza a rischio non le impedisca di venirci a trovare, di tanto in tanto, per mostrarci le camicine che sta comprando – le mostra anche alla buddista, per farvi capire la sensibilità – e di andare al mare dalla mamma per settimane intere. Finalmente partorisce, e per l’allattamento si prende 5 mesi, invece di 3. Allattamento difficile? Ora sta venendo solo la mattina, per 4 ore, e ogni minimo starnuto del pupo è un ottimo motivo per rimanere a casa, o arrivare più tardi, o andare via prima. Un particolare: di quei 16 mesi, l’INPS ha coperto quelli che doveva coprire, in percentuale, non so bene quanti. Ma lei ha continuato a ricevere lo stipendio intero, perchè papà non poteva  permettere che l’erede nascesse nell’indigenza. Anche quando era al mare, anche mentre andava a spasso a comprare camicine.
Non la metto sul sindacale, ripeto, perchè l’azienda è anche la sua e ognuno fa quello che vuole dei propri soldi. Però non si può pretendere che io stimi tutte le mamme di quest’ufficio allo stesso modo, e soprattutto  mi chiedo quale potrebbe essere il mio, di destino, se dovessi – può succedere – rimanere incinta, nella mia condizione di co.co.co.
Mi faranno elaborare progetti anche durante il travaglio, tanto il cervello non è impegnato mentre si partorisce, no? Sei una donna così sana! Mi faranno allattare con un braccio e scrivere al computer con l’altro? dovrò cambiare pannolini sulla scrivania, mentre rispondo al telefono? potrò correre a casa solo in caso di morte imminente della mia creatura? o la famosa regola “niente diritti, niente doveri” stavolta giocherà a mio favore?

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