L’amore ai tempi del BB

Ovvero, come ampliare le proprie sofferenze senza alcuna necessità, e per di più con uno strumento nato per facilitarci la vita, non per complicarla. Si, si, lo so: la tecnologia è neutra, se serve per farci felici e connessi o infelici e muti, è solo colpa nostra, bla, bla…

Il dramma – nonchè l’esaltante caratteristica, d’altra parte – del BB (sta per BlackBerry, mica c’è bisogno che ve lo spieghi, VERO?) è che siamo sempre in onda. Il mio mi consente di ricevere notizie dal mondo esterno attraverso ben 6 canali, diversi e autonomi fra loro. Se dall’altra parte del nostro orizzonte emotivo c’è qualcuno con gli stessi mezzi, uguali e speculari, ecco che la gioia dell’iperconnessione si fa strada nel nostro cervello per raggiungere organi interni diversi da esso, e situati a diverse altezze. L’idea che a qualunque ora del giorno o della notte si possa comunicare con il gradito oggetto delle nostre fantasie, è meravigliosa, e degna del secolo dei lumi (si vabbè, si fa per dire) che stiamo vivendo.
Intendiamoci, sui 6 canali arriva pure un sacco di robaccia, spam, promozioni varie, richieste e comunicazioni di C.M. inviate alle 3 (le tre!!) del mattino, cazzeggi inutili, fuffa di ogni genere.
Vabbè. E infatti, quando i messaggi arrivano, con regolarità, alata gioia ci invade l’animo. Sentiamo il filo rosso della complicità unirci, sentiamo che tutto è possibile, che yes, we can, che voliamo nel blu dipinto di blu.

Ma.

Se i detti canali sono aperti come cateratte, come le cascate del Niagara, facendo sentire lo stesso scroscio di acqua che scorre, e nulla accade, ovvero, nessuno scritto compare, nessuna spia si illumina, ecco che l’emozione della connessione diventa immantinente ansia della connessione. Un sentimento di cui avremmo fatto volentieri a meno, e che solo 10 ma anche 5 anni fa ci sarebbe stato del tutto estraneo: al massimo potevamo ossessivamente consultare una casella di posta elettronica, il che voleva dire avere un pc, avere un modem, avere 10 minuti di tempo. Così invece il dubbio ci coglie mentre attraversiamo la strada, mentre compriamo la pasta sfoglia al supermercato, mentre parliamo con l’idraulico che è venuto a sturarci il lavandino, mentre siamo seduti ad ascoltare un congressista che ci parla del suo ultimo libro, un capo che ci dice cosa dobbiamo fare, un amico che ci racconta un problema. 

Non ne parliamo poi se il messaggio, timido e incerto come un foglio di carta chiuso in una bottiglia, lo abbiamo mandato noi, e non ci arriva alcuna risposta, o peggio ancora, tragedia delle tragedie, se qualcuno dei canali, inopinatamente e senza spiegazione alcuna, si chiude: si passa dall’ansia all’arrovellata angoscia, al loop di domande senza risposta, allo sbattimento di mosche impazzite nella nostra scatolina cranica – vuota, a questo punto occore confessarlo – che ci fanno perdere il sonno e la joie de vivre e la concentrazione (la fame mai, purtroppo).

E andiamo avanti così, facendoci (un pò) male.

La tentazione di staccare tutto e tornare al telefono col filo, anzi, meglio, alle lettere di carta, con la busta e il francobollo, è sempre più intensa.