Il giovane Holden a Central Park si chiede dove vanno le anatre d’inverno, quando il laghetto ghiaccia.
La sottoscritta a telefono si chiede dove vanno i funzionari del Ministero tutta la santa giornata, quando io cerco di contattarli.

La risposta è dentro di te, però è SBAGLIATA
Il giovane Holden a Central Park si chiede dove vanno le anatre d’inverno, quando il laghetto ghiaccia.
La sottoscritta a telefono si chiede dove vanno i funzionari del Ministero tutta la santa giornata, quando io cerco di contattarli.
I lucani hanno imparato a protestare. Smessi i costumi da contadini, hanno indossato quelli da cittadini di una nazione, diciamo così, civile, e hanno imparato che la fermezza contadina applicata alle battaglie civili per non essere avvelenati da scorie nucleari (caso Scanzano) o da emissioni elettromagnetiche (caso Atella) funziona. E l’effetto Scanzano dilaga fino ai cancelli della Fiat Sata di S. Nicola di Melfi.
In questa protesta ci sono però due o tre cose che mi convincono meno, rispetto ad altre.
1) le condizioni di lavoro (che, lo ammetto, sono molto difficili) e il livello dei salari erano state concordati e controfirmati da tutti, compresi i sindacati che adesso cavalcano l’onda del dissenso; anzi, la sussistenza a Melfi (PZ) del cosiddetto green field, l’essere cioè i lavoratori in media molto giovani e non sindacalizzati, era una delle condizioni che avevano fatto propendere per la scelta di Melfi, invece di Tirana o di Pechino. E’ vero che i contratti sono fatti per essere rinegoziati, però la rinegoziazione dovrebbe essere fatta cercando la giusta via tra ottenere di più e restare tutti di culo per terra, perchè SATA può chiudere domani (anche per motivi contingenti di mercato, estranei a questa protesta) e le lavorazioni della Punto essere trasferite all’estero.
2) questa giusta via mi sembra poco compatibile con l’uso della forza, da ambedue le parti. E’ questo finale violento che differenzia, e di molto, questa protesta lucana con quelle che l’hanno preceduta. Forse perchè questa manfestazione è l’unica fra quelle che, come mi insegna il mio compagno, sta ottenendo l’effetto e perseguendo l’obiettivo che qualunque sciopero dovrebbe avere: danneggiare economicamente l’imprenditore.
Per principio solidarizzo con i manifestanti, però c’è qualcosa che mi puzza.
Ieri sera non ce l’ho fatta. Lui è stato impegnato tutta la giornata, a me mi è venuta una botta di timidezza e, diciamolo pure, di tristezza. Lui pareva così mogio e così ben disposto nei miei confronti che mi sono sentita Giuda prima del bacio. Mi convinco che lo sa già, e che il mio ritardo nel comunicarglielo sia per lui motivo di dispiacere. Ci ho dormito su, ma stamattina non ho più scuse.
Quando lui arriva, io sono arrivata da dieci minuti. Senza darmi il tempo di pensare, se no addio, lo blocco.
“Dottore, devo parlarle un attimo”. Lo seguo lungo tutto il corridoio dalla mia stanza alla sua. Il Miglio Verde. ![]()
“Cose belle o cose brutte?” esordisce lui ancora prima di sedersi
“Dipende da che parte si guardano”. Vigliacca. Si siede e mi incoraggia a parlare con un gesto della testa.
“Abbiamo un problema”. Silenzio. Mette a posto carte, meccanicamente. Mi guarda dritto negli occhi. Mi sento Gulliver nella fase minima.
“L’anno scorso ho partecipato ad una selezione alla Regione per esperti di valutazione e monitoraggio di Programmi Operativi Regionali”.
“E allora?” Lo sapevo, fa finta di non capire. Fetente.
“E allora mi sono utilmente collocata in graduatoria” Oh mamma, e da dove è uscita ‘sta frase da burocrate? Arrossisco, e mi correggo rapidamente:
“Insomma, ce l’ho fatta” prima che mi manchi definitivamente il respiro sotto il suo sguardo indagatore, e prima che possa dire un altro “E allora?” che già gli vedo formarsi in gola, precipito il resto della frase:
“E quindi vorrei modificare i nostri accordi contrattuali in modo da consentire a me di fare quest’esperienza nella pubblica amministrazione e a alla XY Spa di non rimanere di culo per terra, mi scusi la franchezza. So di non essere indispensabile, ma in questo momento il lavoro che sto facendo qui mi piace, e non è mia intenzione andarmene definitivamente. Possiamo trovare un accordo diverso etc. etc. etc.” Mi fermo, senza fiato.
Lui prende la fida stilografica e svita il cappuccio. Buon segno, vuol dire che si predispone a scrivere e quindi che sta riordinando le idee. Fa sempre così quando è messo di fronte ad un problema. Apre un blocco, e schematizza, con inchiostro blu MontBlanc. Mi dice un sacco di belle cose. Che gli dispiace, certo, ma è ben contento ed orgoglioso di me, per questo risultato. Che i nostri rapporti futuri dipendono da me, dai miei progetti di vita, da quello che voglio fare. Che devo essere io a studiare la situazione alla Regione e a proporre a lui il tipo di accordo che dobbiamo raggiungere. Mi dà consigli. Alla fine vorrei abbracciarlo, se la sua rudezza contadina non me lo impedisse.
Insomma, alla fine gliel’ho detto, al Kapo. E mi sento come se fossi dimagrita di dieci chili (vabbè, magari, questo non è successo, purtroppo, ma insomma mi sento più leggera). Un grande Kapo, davvero.
Aggiungo un altro personaggio alla galleria degli orrori del mondo nel quale lavoro: L., il p.p.p., piccolo pierre della politica (locale). Nessuno sa cosa faccia per guadagnarsi da vivere, e il capo, interrogato sull’origine di questo misteriosissimo personaggio, ha glissato signorilmente. Il suo compito, apparentemente, è: farsi notare dai dipendenti della società in cui lavoro, compresa la sottoscritta, per le sue conoscenze altolocate e la sua capacità di organizzare appuntamenti altrimenti impossibili.
Conosce perfettamente il numero di cellulare del mio capo, però chiama lo stesso in ufficio chiedendo di lui, sapendo benissimo che non c’è, e sapendo che per puro senso del dovere chi di noi risponderà farà la fatidica domanda: vuol lasciare un messaggio? Il messaggio sarà sempre vagamente surreale, e il nostro si irriterà se costretto a tornare alla dura realtà concreta.
Tipica conversazione telefonica con L.:
“Buongiorno, sono L. C’è il dottor X?”
“No, mi spiace, è fuori fino a domani. Deve provare sul cellulare. (sospiro) Vuol lasciare un messaggio?”
“Si, ecco, dovrebbe dire al dottor X che avevamo un appuntamento a Bari con il Presidente della Provincia Y per domenica alle 13:30. Il Presidente mi ha chiamato e mi ha detto che è impossibilitato a venire. Quindi non facciamo più il pranzo, ma abbiamo anticipato ad un aperitivo. Alle 11:30. Sempre a Bari.”
“Mi scusi, a Bari dove?”
“A Bari. Un aperitivo. Alle 11:30”
“Beh, Bari è un pò vago” cerco di tornare su questa terra, già mi vedo il capo girovagare per Bari fermandosi in tutti i bar a chiedere se hanno visto L.
“Il dottor X sa dov’è il posto” (irritato, nervoso).
Pausa.
“Comunque poi lo chiamo sul cellulare e glielo ricordo” ![]()
Passano 22 minuti.
“Buongiorno, sono L. C’è il dottor X?”
(oh Madonna) “No, è fuori città, fino a domani. Deve chiamarlo sul cellulare”.
“No, perchè volevo dirgli che io sono a Matera, se lui potesse passare in tarda mattinata, devo comunicargli che anche l’aperitivo è saltato. Bisognerà prendere un altro appuntamento con il Presidente Y, magari coinvolgendo anche l’onorevole Z. Può dirlo al dottor X?”
“Certo. Niente più appuntamento a Bari, nè per il pranzo, nè per l’aperitivo”.
“Esatto. E che io sono a Matera, se potesse fare un salto qui, magari nel pomeriggio”
“Questo non sarà possibile, COME LE DICEVO il dottor X è fuori città fino a domani”
“Va bene. Magari lo chiamo sul cellulare e concordiamo un altro appuntamento” (ahhhwwnn!!!)
E così via, ogni giorno, più volte al giorno, da circa due mesi. Cambiano i posti, gli orari, i nomi delle persone, ma il dramma umano di L. è sempre lo stesso: cercare di far incontrare 3 o 4 persone, fra cui il nostro capo, senza riuscirci mai. E facendocelo sapere con dovizia di dettagli.
Chi sei, L.? Sei un disturbato mentale? Riusciremo mai a vederti in faccia? E quado ti vedremo, resisteremo alla tentazione di fissare un appuntamento con te?
Domenica, pranzo in un ristorante appartenente alla categoria, diciamo così, “vorrei ma non posso”. Stucchi, marmi, patine dorate, una diabolica porta senza molla che la fa rimanere spalancata, provocando uno spiffero gelido puntato dritto sulla mia faccia. Le famiglie (numerose) che lo occupano mostrano un tasso preoccupante di infanti scatenati, che dopo i primi 15 minuti arrostirei volentieri sulla griglia al posto dei totani. C’è un tavolo ancora vuoto che, si vede, ospiterà un qualche gruppo numeroso e festeggiante una qualche ricorrenza.
E infatti.
Arrivano alla spicciolata. Il sovrappeso, come nota giustamente non so più quale sociologo, che una volta era la prerogativa delle famiglie benestanti, è ora segno distintivo dei ceti medio-bassi, soprattutto dal punto di vista culturale (per favore non mi fucilate, è una generalizzazione, e non è manco la mia, sono sovrappeso pure io). Gli abbigliamenti spaziano dall’urban cowboy (pantaloni rosa borchiati a vita bassa, giacchetta di pelle rosa sul punto di esplodere) al padrino parte III (completo blu con spilla d’oro a forma di cavallo rampante sul risvolto del doppioppetto). C’è anche una versione posto moderna di Maga Magò, con scarpe bianche con tacchi grossi quanto un pilastro della Tangenziale e caschetto raffaelliforme. Le bambine sono tutte piccole veline, magliettine corte, pancine scoperte, stivalettini a punta, capelli mechati e sapientemente spioventi sulle faccine, alcune truccate (10 anni). Ma ad un tratto si apre la porta ed entrano …
– la mamma della battezzanda (perchè di ricevimento di battesimo sembra trattarsi). Il modello che indossa è un incrocio fra lady Macbeth e Crudelia Demon: gonna plissettata con strascico color oro antico, corpino ricamato in oro e argento senza spalline, scialle di tulle dorato. Ed è un battesimo, in pieno giorno. Trucco oro con sfumature ramate, capelli biondi raccolti in cima alla testa e lasciati ricadere in voluttuosi boccoli sulle spalle nude. Un metro e settanta, intorno ai 90 chili. Regge in braccio
– la battezzanda. La povera bimba respira a stento in mezzo al tripudio di trine, volant, tulle e ricami di cui è ricoperta. A completare l’opera, una cuffietta trapunta d’argento. Impossibile distinguere le varie parti del corpo. Solo la faccia fa capolino, ed è una faccia gistamente urlante e piangente.
– la madrina di battesimo. Per non essere da meno della mamma, ha puntato sull’effetto verginale: bianca la lunga gonna di seta con strascico, bianco il corpetto trapuntato, bianca la giacca sportiva, che non ci azzecca nulla con il resto. Un metro e 50, non più di 35 chili, messa vicino alla mamma della battezzanda sembrano due pezzi della matrioska, e non consecutivi.
– il padre della battezzanda e il padrino di battesimo. Uguali, forse fratelli. Capelli gelatinati e lunghi fino alle spalle, baffetto spiovente alla Gengis Khan, completi blu con i baveri ricamati di paillettes dorate. Camperos di pelle stile camionista de Il Duello di Spielberg.
Sono troppo affascinata per continuare a mangiare ![]()
Sono un’anima semplice, e quando vado al cinema voglio perdermi nello schermo e dimenticare tutto quello che c’è fuori, e sentirmi all’uscita un pò estranea, toh, che strane le luci, la pioggia, che ci fanno le macchine qui?
Sono un’anima semplice, mi piacciono i Pooh e non entro volentieri in una chiesa, mi infastidiscono gli orpelli, le sovrabbondanze, i riti, e quindi non mi sono posta problemi teologali troppo complicati, non ho fatto sforzi intellettualoidi, confesso di non amare molto né Pasolini nè Fellini, non avevo voglia di scandagliare se ne uscivano peggio gli ebrei o i romani, mi sono lasciata andare al ritmo della narrazione, alla luce, al colore, a quel cielo azzurro di velluto, a quei profili di argilla nel vento e di case scavate nella roccia, che mi è così familiare e al tempo stesso era così nuovo e sorprendente.
Avevo deciso di venire al cinema e ci sarei venuta anche da sola, se non avessi trovato nessuno con cui venirci.
Sono un’anima semplice, fuori moda, poco profonda e quindi ho amato il film di Gibson fin dal primo fotogramma.
Mi sono emozionata, mi sono sorpresa con i muscoli irrigiditi sulla poltroncina ad ogni fustigata, mi sono ritrovata con lo stomaco ridotto ad un nodo dolente, mi sono commossa più volte fino alle lacrime, soprattutto di fronte allo spettacolo del dolore e dell’amore materno, così dolce, scabro, così composto e toccante. Di fronte a quel selciato coperto di sangue, che la Madre pulisce con un panno, inutilmente, per stordire la sofferenza con la fatica fisica, e illudersi che pulire il sangue possa servire a far finta che niente è successo.
Sono andata letteralmente in deliquio davanti all’uso del latino e dell’aramaico, l’aramaico soprattutto, di grandissima forza spettacolare nel suo mistero di assoluta incomprensibilità, se si eccettuano le parole Jeoshua (Gesù), Adonai (Signore) e poco altro. Come dimenticare la guardia che scandisce in latino il numero delle frustate? “Vigintiquater, vigintiquinque … triginti!”
Sono un’anima semplice, e quindi faccio considerazioni banali.
– Se davvero quello era il supplizio romano che toccava ai condannati, centinaia (migliaia?) di esseri umani ci sono passati, e non avevano nemmeno la consolazione di sapere che sarebbero risorti.
– C’è molta differenza fra le torture, le umiliazioni, le derisioni inflitte al Cristo e quelle che tutti gli aguzzini del mondo hanno inflitto alle loro vittime? Se si facesse un film nel quale il Mel Gibson di turno decidesse di mostrare tutta la realtà dei lager, ci sarebbero ben altre crudeltà di fornte alle quali chiudere gli occhi. Che io non ho chiuso, comunque. CSI è molto più crudo, e senza nessun alibi ideo-teologico (e mi piace molto anche quello).
Sono un’anima semplice, e penso che la Passione di Cristo sia un grande film.
P.S. Mentre scrivo, sento Bruno Vespa che porge per l’ennesima volta senza vergogna le terga ad una delle più colossali marchette della sua storia di marchettaro, una puntata di Porta a Porta sul made in Italy che da circa due ore sta mettendo insieme le più balorde ed irritanti banalità sulla moda, la cucina, la Ferrari, il calcio, e che fortuna nascere italiani e tutte le altre stronzate che ci raccontiamo quando non vogliamo aprire gli occhi sulla disastrosa realtà che ci circonda. Va tutto ben, madama la marchesa. Era proprio quello che ci voleva, una bella puntata sugli spaghetti, mentre nel mondo reale si giustiziano civili con un colpo alla nuca. Vespa sì, che meriterebbe di finire ridotto come il Cristo di Gibson.
La strada è una ferita grigio chiaro nella enorme natica verde smeraldo di una collina ricoperta di grano appena spuntato. Intorno, altre natiche tonde, tutte ricoperte allo stesso modo, in maniera continua e uniforme. Solo, di tanto in tanto, spuntano in mezzo al verde i resti di case coloniche calcinati e sbiancati dal sole feroce delle estati pugliesi. Di solito in cima alle natiche. Il cielo è blu, c’è il sole, l’aria odora di finocchietto selvativo che spunta a quintali ai bordi delle strade. La strada è la Statale 96 bis Bradanica interna, che cercherete invano sulle mappe. E’ una delle strade più affascinanti che io abbia mai percorso, e l’ho percorsa moltissime volte.
Innanzitutto è isolata e pochissimo trafficata, quindi davanti a voi e dietro, nello specchietto, vi può capitare di vedere la ferita grigia che si stende dritta e solitaria, senza altri percorrenti. Poi corre in mezzo al grano, come ho detto. Un grano totale. Senza un cane, una figura umana, un asino, niente. Se avete visto Io non ho paura, che è stato girato pochi chilometri a nord di qui, potete capire di che parlo. I falchi pellegrini, in alto, graffi nel cielo azzurro, planano seguendo le correnti e poi all’improvviso SBAM!! scendono in picchiata a ghermire l’ignaro topolino di campagna.
Nelle notti di Luglio, le colline inondate di giallo sono solcate da luci. Sono i trebbiatori, che lavorano di notte perchè di giorno fa troppo caldo. Falciano, con le mietitrebbia con i fari.
E a metà del tragitto, il capolavoro: Borgo Taccone. E’ un borgo rurale di forse 6 case e 15 abitanti, nato dall’occupazione delle terre degli anni ’50. Spunta in mezzo al grano come un’apparizione, da un lato della strada. Dall’altro, la stazioncina di Borgo Taccone, rossa, minuscola e completa di tutto, con le sue tettoie, la biglietteria, la pensilina, il binario, unico, che le passa davanti, sul quale passano trenini rossi e gialli che sembrano provenire direttamente dal paese dei balocchi, trenini monovagone, minuscoli, leggermente sopraelevati rispetto al grano, in tutto e per tutto simili ai trenini Rivarossi. Non sembrano provenire da nessuna località e non essere diretti da nessuna parte.
Peccato che la fermata di Borgo Taccone sia stata soppressa, e la stazioncina, agghindata come una sposa del secolo scorso, si impolvera nel vento aspettando un treno che non arriverà mai più.
La figlia (5 mesi) della mia più cara amica è in ospedale per complicazioni insorte a causa della varicella. Dove prende la varicella una bimba che vede solo i suoi genitori e pochi amici selezionati, fra cui la sottoscritta, che la varicella l’ha già avuta? La risposta a me è sembrata assurda ma a quanto pare è comprovabile: dal pediatra. Non da lui in persona, ma dalla sua sala di aspetto, gremita di bambini (malati, ovvio) e senza un sufficiente ricambio d’aria. Che ci si possa ammalare in un luogo dove si va per farsi curare, è un bel paradosso, ma non è questo il punto.
Il punto è che quando sono entrata nella stanza del reparto Pediatria, la mia figlioccia era nel suo lettino, con la sua panzetta, il suo pigiamino verde, sgambettamento regolare, ago della flebo infilato nel cuoio capelluto (pare che ai bambini sia difficile prendere le vene sul braccio, come agli adulti). Un pò gonfia, piena di crosticine della varicella che tentava disperatamente di grattarsi. Con lei c’era il padre, visibilmente provato, che ha approfittato della mia presenza per andare a prendersi un caffè.
Sono rimasta sola con il fagottino, che piagnucolava, si dibatteva, cercava di grattarsi. E io dovevo cercare di farla stare ferma, di non farla piangere, di tenerla buona ma senza farla dormire, che non era ancora ora e se poi dorme adesso non dorme di notte. E senza poterla prendere in braccio, per via della flebo. Dopo 13 minuti di coccolamenti di ogni genere, di bubbusettete, di canzoncine, di piripiri e puccipucci per la verità anche coronati da successo, visto che lei non piangeva e non si agitava, io ero sfinita. Mi sono resa conto che spiavo ogni singola contrazione della faccetta e che covavo il segreto terrore che si sentisse male, che si affogasse col ciuccio, che non respirasse più, che avesse male da qualche parte e io non capissi dove. Mi chiedevo come fa una mamma a non morire di crisi di ansia dovendo governare situazioni del genere – e anche molto peggiori – per tempi molto più lunghi.
Poi, all’ennesimo bubbusettete, le è caduto il ciuccio e mentre glielo raccoglievo, Franci mi ha sorriso. Dio del cielo, un sorriso vero, a piene gengive, nella faccia paffutella, sotto il tubicino della flebo. Un sorriso indirizzato proprio a me, senza ombra di dubbio, visto che nella stanza c’eravamo solo io e lei.
Ecco come fanno le mamme, ho pensato. Sono riuscita a inghiottire la commozione in tempo per il ritorno del papà.
Stasera girovagavo fra blog e forum. Cercavo qualcosa, anzi qualcuno.
E porca miseria, l’ho trovato.
Il qualcuno.
Solo che non mi sento sollevata. Ho letto quello che scrive e mi è venuto il magone. Non ci sarà mai la benchè minima possibilità di addivenire ad una tregua? Non mi sarà proprio mai data la possibilità di farmi toccare, al di là del vetro (e sorvoliamo su quello che ci può essere scritto, sul vetro)?
La tentazione di lasciare un messaggio è stata forte. Ma non ne ho avuto il coraggio.
Vigliacca.
Il paesaggio rurale della mia selvaggia bellissima terra mi riserva anche quest’anno il miracolo della primavera.
E’ difficile da capire, se non l’avete mai visto, passando in pullman o in auto.
Il terreno agricolo, seminato a grano, foraggio, cereali vari, si ricopre in questi giorni di una peluria verde smeraldo, una moquette brillante del tutto inusuale che spicca fra il bruno della terra smossa, il grigio dell’argilla, gli alberi ancora rinsecchiti. Prima timidamente, poi con uno slancio vitale il verde tenero prende possesso del territorio, e in pochi giorni è tutto sfolgorante come se fosse stato dipinto da Van Gogh. Dura poco, perchè poi prende il sopravvento il verde scuro delle foraggere o il giallo di grano e altri cereali, e proprio perchè dura così poco è uno spettacolo da non perdere: per la sua bellezza cromatica selvaggia, e poi perchè ha un che di stonato, di forte, di fuori posto, un verde così squillante e chiassoso in una terra dominata dal senso arcaico della riservatezza propria dei contadini, dal silenzio, dal fuori dal mondo.
Come notava giustamente Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, anche lui – Levi – affascinato come me da questo spettacolo urlato e repentino, il verde brillante della primavera sui monti fa lo stesso effetto del rossetto sulle labbra e le facce cotte dal sole e dalle intemperie e dalla fatica delle contadine: un contrasto stridente, irriverente e forse perfino un pò patetico, che dura il tempo di una festa di paese.