Correre, ed altro

Problemi da runner, che mai mi sarei immaginata di avere prima di cominciare.

1. il sudore. E non tanto quello che scorre, che fa solo bene (anche se negli occhi brucia, se proprio ne scorre tanto), quanto quello che inonda magliette, calzoncini, biancheria intima, asciugamani, felpe. Forse perchè è il prodotto della fatica, è peggio della candeggina: impregna i capi e non esiste lavaggio a 50° nè detersivo nè ammorbidente che faccia svanire la traccia odorosa della mia meravigliosa ossessione. E i lavaggi a temperature aggressive sciupano i capi, comunque. Non ho una soluzione: ad un certo punto i capi andranno buttati, e stop. Quelli che uso giorno per giorno dopo l’allenamento li stendo fuori, sperando che aria e sole (e pioggia) li rendano almeno avvicinabili  😀

2. il movimento della corsa, passati i primi 30 minuti, tende ad irritare i capezzoli, che – mi sono documentata – possono arrivare a sanguinare. Io porto una brassiere con le putrelle d’acciaio per sostenere il peso – uffa – che già attutisce lo strofinamento, ma ho risolto definitivamente mettendo in loco cerchietti di ovatta cosparsi di crema idratante. Vedremo dopo i 40 minuti che succede.

3. la stanchezza può fare strani scherzi: per esempio, farti percepire lo stesso tratto di strada come “strada in salita” in entrambe le direzioni.

E’ un periodo strano, questo. Tanta fatica fisica, una discreta fatica mentale, ma per contro assenza di emozioni.

Sono molto contenta di aver rischiato, mesi fa, cambiando sede di lavoro: non ho subito contraccolpi di nessun genere, il lavoro mi piace, e molto, le persone sono gradevoli e stimolanti al punto giusto. Dopo le amministrative e con l’andata in pensione di un paio di colleghi (maschi), questo Dipartimento si caratterizza per una gestione fortemente matriarcale e women oriented: donna l’Assessore, donna il Direttore Generale, donne tutti i responsabili di Ufficio e molti dei quadri. Non voglio fare la femminista dell’ultima ora, ma a me piace. E’ vero che le donne possono essere micidiali nelle invidie e gelosie, e nel tessere conseguenti trame velenose e trappole, ma finora non mi pare stia succedendo: sento piuttosto un’aura di sotterranea solidarietà su orari, figli, genitori, assistenze, sui dolori quotidiani piccoli e grandi; una più generale tolleranza sui bisogni individuali, che sono secondo me una caratteristica propria delle donne (se intelligenti, ovviamente, e se non accecate dalla corsa al potere con qualunque mezzo). Ci sono molte ragazze giovani, l’aria è generalmente allegra, capita spesso di sentir ridere nelle stanze. E anche questo mi piace.

Però le farfalle non le sento piu’. E come dice Elisa, mi illudo (o temo?) che stiano dormendo, ma so che sono morte. Potrebbe essere per questo, che il ritmo di scrittura si è allentato: la vena letteraria è generata dalla sofferenza, possibilmente d’amore. E’ una regola che mi sono inventata in questo momento. Anche perchè a scrivere di innocui e asettici tecnicismi non mi diverto. Mi diverto quando posso raccontare quello che mi succede attorno, e dentro, possibilmente senza illudermi di espolorare (ed aver capito) i macromeccanismi. Adesso per esempio, non so come chiudere questa banale lamentazione sui cazzi miei.

Lascio la scena al grande Roberto Benigni, per un pezzo di cui adoro le parole ma soprattutto la musica. A futura memoria.