Dare e avere

Ed è così che

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ben due dei miei scrittori preferiti in assoluto mi accettano come amica su FB. E uno dei due addirittura intavola con me una conversazione privata su uno dei suoi libri. Mi sembra il giustissimo contrappeso al secondo funerale cui domani parteciperò, nel giro di 4 giorni, e alla quarta pessima notizia che ricevo, nello stesso lasso di tempo.

Scusate, vado a sistemare il TIR di corni che ho comprato su Ebay.

Monday blues

Esco di casa.
In mano ho: il cellulare, le chiavi di casa, le chiavi della macchina, la valigetta professionale, una busta con una vecchia teglia da buttare.
Mi avvicino al cassonetto, butto la busta dentro e la sento con soddisfazione fare un rumore di ferraglia, segno che il cassonetto è vuoto.
Mi bastano pochi secondi per realizzare che il peggiore dei miei incubi si è materializzato: insieme alla monnezza, ho buttato nel cassonetto anche le chiavi della macchina. Quello che segue è il resoconto della pantomima in due atti (o un atto con un prologo) necessari al – ve lo dico subito, ce l’ho fatta – recupero delle preziose chiavi, che come forse qualcuno ricorderà sono anche le uniche che ho, avendo smarrito irrimediabilmente l’altra copia circa un anno fa nei prati del Pantano. Quando si dice l’attenzione verso le proprie cose.

PROLOGO: esaminiamo con calma la situazione, ok? no panico. Apro il cassonetto con due mani e facendo partire la prima ernia. Il cassonetto è vuoto, questo già lo sapevo, e questo è un bene perchè le chiavi sono lì, ben visibili sul fondo, non devo mettermi a rimestare nella munnezza, almeno. E questo è pure un male, però, perchè il fondo del cassonetto è ben lontano dalla portata delle mie braccia. Forse se faccio un pi-cco-lissimo sfor….

CLANG!

Oltre all’ernia, ho rischiato solo di cadere dentro il cassonetto o in subordine di essere decapitata dal coperchio. Mi serve qualcosa che tenga alzato il coperchio. La fila di persone che, facendo finta di aspettare l’autobus, si sta godendo la scena, comincia a lusingarmi.

ATTO UNICO: fermo il coperchio con un bidone di vernice vuoto, per fortuna i dintorni del cassonetto sono disseminati di qualunque fetenzia vi venga in mente, perchè usare un cassonetto quando si può abbandonare tutto comodamente in giro? l’ernia, che prima era solo un accenno, diventa realtà.
Aiutandomi con un ombrello rotto dopo soli 20 minuti di pesca sportiva tipo luna park e uan bella fila di bestemmioni recupero le agognate chiavi. Al 10° minuto una ragazza si avvicina, mi chiede scusa e butta nel cassonetto a sua volta una busta di immondizia, dalla quale mi scanso appena in tempo. Mi sorride appena un pò imbarazzata e se ne va.
La scena di una gentile signorina bionda in tailleur che pesca in un cassonetto dell’immondizia, spenzolata dentro per metà, deve aver dato parecchio da pensare a lei e ai miei vicini di casa su quanto è dura la vita, e su quanto persone insospettabili siano costrette a frugare nell’immondizia per mangiare.

Alla fine sfanculo tutto e tutti, recupero borsa borsetta e ammennicoli e vado verso la macchina facendo la linguaccia a quelli della fermata dell’autobus che continuavano a guardare. Non è stato un grandioso inizio di settimana, no, direi di no.

Capitano tutte a me, o Del portare sfiga

PROLOGO
Torno in treno da Roma, siamo quasi in stazione. Mi alzo per prepararmi a scendere ed incontro la mia ginecologa, una donna che ha più o meno la mia età ed ha lo studio nello stesso palazzo nel quale io abito, quindi è un’amica, prima di essere la mia specialista d’elezione. Scambiamo due chiacchiere, ricordo distintamente di averle chiesto come stava il fratello, che pure conosco (il dettaglio ha una sua importanza). Lei, mentre parla con me, cerca di mettersi in contatto via cellulare con qualcuno che deve venire a prenderla in stazione, e questo qualcuno – che intuisco essere di sesso femminile – non risponde: un cellulare squilla a vuoto, l’altro – ne ha due – è spento. Intanto siamo arrivati in stazione, scendiamo dal treno. Io ho la macchina parcheggiata nel piazzale, mi offro di darle un passaggio, visto che la persona che doveva venire non sembra rintracciabile, nemmeno indirettamente. Lei accetta. Le do un passaggio a casa, me ne torno a casa mia. 

IL FATTO
Una ragazza di trent’anni muore per una emorragia allo stomaco, un aneurisma fulminante, insospettabile. E’ in macchina, non fa in tempo nemmeno a fare una telefonata, a stento riesce ad accostare prima di accasciarsi al volante.

EPILOGO
Ieri mi chiama la mia ginecologa. E’ stranamente e clamorosamente in ritardo con il pagamento della sua quota di condominio, ma io – capo condomino, of course – odio chiedere soldi alla gente e quindi lascio che se ne ricordi da sola. Ma il senso della telefonata in realtà è un altro. Lei mi spiega che è in ritardo con il pagamento perchè “non riusciva a chiamarmi“. E qui la spiega, che mi gela il sangue: la ragazza morta è sua cognata, la fidanzata del fratello, ed è morta proprio quella sera che lei tornava da Roma, ed era lei la persona che doveva andare a prenderla in stazione, ed il motivo per cui non rispondeva era che, semplicemente, stava morendo, o era già morta. Quindi mentre noi chiacchieravamo del più e del meno vicino alle nostre valigie in attesa che il treno si fermasse, una giovane donna agonizzava fino a spegnersi, pochi chilometri più in là.

E già questo è terribile.
Ma c’è dell’altro. La mia amica dottoressa mi confessa che lei adesso mi associa a quella tragedia, e che paradossalmente il fatto che io le abbia dato un passaggio, risolvendole un problema, ha fatto passare in secondo piano il fatto che non riusciva a parlare con la giovane cognata.
Non me lo ha detto, perchè è una donna bene educata, ma io ho avuto tutta intera la percezione che lei adesso mi ritenga una irrimediabile portasfiga, una che è meglio tenere lontana perchè quando la vedi sta per succedere qualcosa di brutto.
E forse per il blues che mi porto addosso da un pò, sarei perfino propensa a darle ragione.
Odio il Natale.

Sfiga ridens

Non può essere una giornata come tutte le altre quella nella quale mi trovo l’ingresso dei garage bloccato da un carro funebre della ditta “Padre Pio” APERTO con i due gentiluomini in giacca e cappello scuro che caricano una CASSA se vuota o piena non lo so, e mi fanno capire che l’operazione è delicata e non possono spostare il carro, però forse ce la posso fare lo stesso a passare, e mollano momentaneamente la cassa per mettersi uno dietro e l’altro davanti alla mia macchina a farmi da guida “venga venga venga … ALT!” con tanto di gesti con le mani guantate. Alla fine passo ad un millimetro dalla cassa ancora pencolante sul retro del carro, ma insomma passo.

Appena arrivo in ufficio, per prima cosa dò una pacca sula spalla a Stelvio, così, per amicizia e per ammortizzare la sfiga che sento serpeggiarmi sotto i piedi.

Nello stesso momento, più o meno, un solerte vigile urbano sta elevando a Stelvio una colossale contravvenzione per aver lui parcheggiato con due ruote sulla riga gialla della fermata dell’autobus, un carro attrezzi sta agganciando la macchina e se la sta portando e il bel giochetto costerà 60 euro di rimozione + 70 di multa + due punti in meno sulla patente.

State attenti, quando mi incontrate.

Bella domenica, davvero

Ci sono giornate che sembrano cominciare come molte altre, e la consueta pigrizia domenicale per la quale resterei a letto fino a ora di pranzo non suona come un avvertimento, mentre invece dovrebbe, perchè c’è qualcuno o qualcosa che già sa come andrà a finire e dovrebbe avere il buon gusto di avvertirci, mandarci un segnale, farci capire che sarà una giornata triste e difficile, checcazzo. Invece niente.

Ieri mio padre aveva un pò di raffreddore. Stanotte siamo passati alla misurazione della febbre (37,2 per l’esattezza, non una cosa propriamente da ricovero), stamattina si aggira come uno zombie in vestaglia e barba lunga per casa e la faccia del moribondo. Si è piantato davanti alla TV e sta seguendo da un tempo che mi pare eterno i Mondiali di ciclismo, a volume da discoteca perchè è un pò duro d’orecchi, come si diceva una volta quando si voleva essere garbati per dire che uno è sordo come una campana. Se sento un’altra volta Auro Bulbarelli parlare della bellezza della zona Torricelle di Verona vado di là e spacco il televisore con l’ascia di Jack Nicholson in Shining.

Mia mamma per solidarietà coniugale non ha dormito, ieri non aveva nulla oggi ha l’influenza anche lei, si sente debole e caracolla con lo stesso stile del marito dalla poltrona al letto. Esco per andare a comprare i giornali, cosa che di solito fa lo zombie major. Esco dal garage, arrivo in fondo al tunnel, apro con il telecomando il cancello ed ecco, una sfolgorante Golf parcheggiata DAVANTI al cancello. Non un pò più avanti, dove c’è un apposito spazio per parcheggiare, non un pò più dietro, dove c’è un intero viale vuoto. No, Proprio davanti. Mi attacco al clacson santiando, ma per circa 10 lunghissimi minuti non succede niente. La Golf è chiusa, ovviamente, hai visto mai che qualcuno se lo volesse rubare, il gioiello. Quando sto pensando ad ardite vendette che hanno per strumento un cacciavite a stella, finalmente spuntano i legittimi proprietari, due truzzi drogati di salascommesse, che dichiarano di non essersi resi conto che lì c’era un passaggio auto. Gli faccio simpaticamente notare che il segnale del passo carrabile è grande quanto una ruota di mulino, e che il tunnel è illuminato a giorno e quindi E’ IMPOSSIBILE non rendersi conto che dentro ci sono dei garages da cui normalmente in un mondo che non sia quello del pianeta Nevor escono delle auto. Non replicano manco, togliendomi la possibilità di sfidarli a duello con un cric.

Il chiosco dei giornali da cui va mio padre da 20 anni è gestito da Tonino, un simpatico giovanotto con la barba sempre allegro. Io non ci vado da un pò, forse un paio di anni. Chiedo i soliti giornali e come in un incubo realizzo che Tonino ha lo sguardo spento, ci mette circa due minuti a sollevare i giornali, me li porge con dita contorte e tremanti, ha difficoltà a contare il resto e porgermelo. Vicino a lui una giornalaia giovane che non avevo mai visto che sorride mesta alla mia faccia che cerca di non essere troppo basita ma di fatto lo è. Devo tornare a casa per parlare con mio padre e sapere che a Tonino è stata diagnosticata la sclerosi multipla. Tonino ha pressappoco la mia stessa età e non si sa quanto potrà durare. Sublimo la tristezza ed il dispiacere in una incazzatura con lo zombie mayor per non avermelo mai detto.

La zombie minor non ha voglia di cucinare, evvabbè. Mi metto ai fornelli et voilà gateau de paste avec du formage italien (pasta al forno) e concassé de viande avec des pommes de terre (spezzatino e patate). Impeccabili, non c’è che dire. Ma non c’è niente da fare. La tristezza mi serra la gola, ho voglia di piangere, per la domenica sera, per Tonino, per l’influenza debilitante dei miei, per la depressione mia, per il mondo che riesce a partorire due idioti che parcheggiano davanti ad un passo carrabile, chiudono la macchina e se ne vanno a scommettere sulla Scafatese.