Mah ..

“… e chissenefrega se sei venuto apposta da un paese della Provincia, è vero, ti avevo chiamato io, ma il documento non è pronto, torna domani, dopodomani, torna tutti i giorni, pianta una tenda qua davanti fino a che io non deciderò che è il caso di smuovere il culo dalla sedia e mettere una stracazzo di firma”   [tempo occorrente: secondi netti 2]

Non è stato detto proprio così, ma il senso era quello.

Se questo è un funzionario pubblico, sia chiaro che io non lo sono e non lo sarò mai.

Troppo veloce

Il mio problema è che io non ho ancora imparato a ragionare come una dipendente pubblica.
Questo almeno secondo la collega Senza Collo che si è precipitata inferocita nella mia stanza per lamentarsi delle pressanti richieste da parte di un utente che chiede quando, oh! quando verrà firmata da Crimilde la convenzione che lo riguarda.

Nota: l’utente è stato – diciamo così – mio cliente per la gestione di un progetto dell’anno scorso. Chiuso da tempo, regolarmente liquidato.

> è colpa tua
> … ???
>  sei stata TROPPO VELOCE, l’anno scorso. Mò questi si sono viziati e pretendono TUTTO e SUBITO

Una chiosa: Senza Collo, pur lavorando da circa venti anni nella pubblica amministrazione, ignora con grande stile le differenze fra i diversi provvedimenti amministrativi, con gran diletto dei colleghi della ragioneria che si vedono presentare documenti improponibili da rispedire al mittente, con gran gioia a loro volta degli utenti che vedono passare i mesi senza avere uno straccio di risposta.

E intanti porcaloca nevica.
Proprio adesso che mi ero decisa a ricominciare a fare jogging.

Sembra facile

Il facile diventa difficile attraverso l’inutile“, diceva un mio vecchio amico.
Ad esempio, un atto amministrativo deliberativo (facile) diventa un incubo, un mostro a tre teste (difficile) attraverso le stanze e le persone (l’inutile) alle quali devi chiedere il materiale necessario a produrre il risultato finale.

Ineccepibile

Stamattina mi viene dato l’incarico di prenotare una saletta riunoni per il giorno 10 Novembre. Vorrei far notare che fra le sei stanze che compongono la nostra fetta di ufficio pubblico ce n’è una destinata ad una SEGRETARIA,  un essere di età indefinita con gli occhi perennemente sbarrati da un indefinibile terrore e non mi vorrei sbagliare ma fra i compiti delle segretarie POTREBBE esserci anche quello di prenotare una saletta riunioni, soprattutto se la saletta in oggetto è sul nostro stesso piano, non è che dobbiamo prenotare la Royal Albert Hall, eh??? No, devo farlo io. Vabbè. Pierre Cosso si offre di accompagnarmi dall’UomoChePrenotaLeSaletteRiunioni, un piano più sotto.

Arriviamo davanti alla sua porta alle ore 10:12, muniti di regolare domanda scritta formata timbrata e tutte le madonne santissime che la burocrazia impone. A uan mia precisa richiesta di mandargli na mail mi ha rispsoto che non si può, “serve il documento cartaceo. E ah, signorì, arrivate SUBITO, perchè se nel frattempo mi arriva un altro documento cartaceo io devo dare la precedenza a quello.” Oh Madonna. 

Lui non c’è. Alle 10:18 cediamo alla fatica e ci sediamo sul divano del corridoio. Alle 10:25 arriva. Presentazioni, bla bla, passaggio di carta. Esamina la domanda lettera per lettera, non mi preoccupo perchè le parole contenute sul foglio di carta, intestazione compresa, saranno forse 20. Ci fa ripetere tredici volte, nonostante siano scritti bene in chiaro, giorno e ora della riunione. Si piazza davanti al computer e armeggia e smanetta per circa 10 minuti. Esita prima di dare invio a qualunque cosa come se temesse che invece di lanciare, chessò, una stampa, stesse comandando l’apertura degli hangar di sicurezza a Cape Canaveral e il successivo lancio di missili nucleari su Cuba.

Quando alla fine (ore 10:42) ci rilascia quella che potrebbe sembrare una ricevuta, scopriamo trattarsi invece di UNA COPIA (sembra un dettaglio trascurabile, ma non lo è) del calendario di occupazione della ormai famosa saletta, una griglia di Excel con tre colonne: data,  ufficio che chiede l’utilizzo della sala, orario per il quale si chiede l’utilizzo. La SECONDA COPIA, il solerte impiegato la prende con sè. Si alza e attraversa tutto il corridoio, sale un piano di scale e attacca il foglio A4 con due puntine sulla porta della saletta. L’operazione, ci dice con malcelato orgoglio, viene compiuta OGNI VOLTA che qualcuno chiede l’utilizzo della sala ed essa viene accordata. Quindi, se nella giornata ci sono dieci richieste, anche per date successive di un mese o due, lui si alza, percorre tutto il corridoio, sale un piano di scale, appiccica, ridiscende un piano di scale, ripercorre il corridoio e torna trionfalmente al suo posto. Pronto al prossimo aggiornamento.

Ora. Bambini, un momento di attenzione, prego.

Se tirassimo una ipotetica linea di frazione, e al denominatore mettessimo il tempo in minuti impiegato per compiere l’operazione, e al numeratore un numero indice che indica l’importanza, per i processi produttivi dell’azienda – ente pubblico, dell’output ottenuto (in questo caso il numero indice oscilla fra 0,000 e 0,001) ne ricaviamo un secondo numero indice che potrebbe essere scritto a caratteri cubitali sulla porta di ciascuno degli impiegati, in modo da farne oggetto di pubblico ludibrio e malevoli commenti da cesso. Eeh?

Ah, per concludere: il nome dell’ufficio a cui appartengo, richiedente la saletta, sulla ricevuta, è sbagliato.

Pausa caffè / 2

Aggiornamento sulla macchinetta del caffè del Dipartimento Cultura, Formazione, Lavoro e Sport: non ne esiste nessuna a gettone, ma ho scoperto almeno un ripostiglio per ciascun piano nei quali solerti segretarie di direzione si sono attrezzate con fornelletti elettrici, moka e tazzine.

Me ne sono andata a naso, come si suol dire.

Pausa caffè / 1

Il Dipartimento nel quale lavoro (diciamo così) è sito in una elegante palazzina stile liberty pressochè nel centro cittadino. Tutto il resto degli uffici regionali è distante 7 km., e ha sede in megapalazzone acciaiocemento in aperta campagna o quasi.

Il palazzone dispone di macchinette del caffè e distributori automatici di bevande e mangimi vari praticamente ad ogni angolo. L’elegante palazzina liberty è composta di 4 piani di corridoi con pavimenti in marmo, stanze le une nelle altre come a palazzo reale, con porte di legno bianco a quadrotti. E basta. L’ho girato tutto, anche se lo conoscevo già molto bene per averlo per anni visitato in qualità di utente, e niente macchinette del caffè, niente acqua minerale, niente stick, crackers, gelati, niente di niente.

Perchè mai? Mi chiedevo. Stavo già per avviare un’indagine interna scritta, quando ho avuto un’illuminazione. Affacciandomi alla finestra del mio loculo, ho notato tra le 10 e le 11 una discreta silenziosa processione di impiegati/dirigenti, a coppie, a gruppetti, da soli, lasciare furtivamente il palazzo e rientrare dopo qualche minuto. Non tutti assieme, per non farsi notare. Però tutti, dalla Dirigente Generale all’ultimo usciere.

E allora ho capito. Se ci fosse la macchinetta, come si farebbe ad uscire PER ANDARE A PRENDERSI UN CAFFE’????

National Bank

Nel Luglio scorso, mia sorella chiuse un conto corrente italiano che non gli serviva più, purgandosi circa 100 euro di non meglio identificate spese di chiusura conto e di deposito cauzionale (?), con la promessa che fatti tutti i conti, il residuo le sarebbe stato restituito.
Infatti tre giorni fa arriva a casa nostra una bella busta con tanto di intestazione della banca, contenente un assegno circolare non traferibile del folle importo di euro 21 e 10 centesimi, intestato a lei. Lei però è ripartita per gli States. A parziale sconto di mostruosi debiti dalla germana contratti con la sottoscritta, mi scrive magnanimamente che posso incassarlo io (quando si dice la generosità :))

Per puro caso sono correntista di Banca Intesa, il simpatico covo di sbadati che ha prestato qualche euro al povero Calisto e in cambio gli ha chiesto di comprare una fabbrica di latte rancido pagandola come se producesse pepite d’oro. Investimentucci avventati, nulla di più. Entro in banca, mi avvicino allo sportello. Lo sportellista mi conosce da anni, la città è piccola e la via dello struscio domenicale è una sola. Gli spiego la situazione. Lui prende l’assegno, lo guarda controluce, lo gira, e constata la mancanza della firma di traenza, che, lo ammetto, ho dimenticato di falsificare. Mi guarda perplesso.
“Ehmmm … in effeti non posso… manca la firma …”.
Gli sto già riprendendo di mano l’assegno per falsificarla davanti a lui, ma mi blocca con una luce di terrore negli occhi, come se mi avesse colto nell’atto di tirare fuori la pistola.
“Vai dal Direttore”.
Non ho fretta, quindi anzichè mettergli davanti l’assegno e sibilare “Ma incassa st’assegno, demente, non lo vedi di quanto è?” vado dal Direttore. Che ripete la pantomima: davanti, dietro, controluce, poi si fa ripetere tutta la lacrimevole storia della giovane emigrante.
“Eh no mi spiace. Ci voleva almeno la firma” (che ci vuole? la metto adesso).  Ma il Direttore mi ha già praticamente messo alla porta, sottraendomi nel contempo il portapenne per paura che possa mettere mano ad un qualunque strumento scrittorio e fare l’orrenda falsificazione davanti ai suoi vergini occhi.
Ormai della sorella all’estero ho già raccontato a tutta la banca. Non posso uscire, e tornare dopo un secondo (il tempo di far richiudere i tornelli) sventolando trionfalmente l’assegno regolarmente girato. Non mi resta che chinare il capo ed accettare la sconfitta.

Ora.
Le regole sono regole, e siamo tutti d’accordo. Quei 21 euro potevano essere gli ultimi spiccioli che mia sorella aveva a disposizione per sopravvivere, e io potevo averlo rubato, quell’assegno. Però perchè ho la sensazione che non sempre gli istituti bancari siano così rigidi, nel rispetto delle regole formali? Quanto firme avranno falsificato Calisto & C., per arrivare a tanto? Quanti assegni circolari non trasferibili da 21 milioni, e non da 21 euro, saranno passati per Banca Intesa?
Consegno l’assegno a mio padre, con firma sororale da me genialmente vergata, e lui lo incassa nella sua banca.
Che bello, siamo tutti più ricchi.