Quella sera a Bormio

Mi permetto una piccola digressione sul tema del blog. Tra i 24 e 30 anni ho fatto pare della dirigenza di una grande associazione di volontariato, nella quale ho abbastanza presto capito che vigevano logiche spartitorie e procedure burocratiche come in qualunque mondo politico “non terzo settore”. Ma, a parte questo. Mi toccava fare un intervento in rappresentanza della mia regione ad un’assemblea nazionale. Il mio, diciamo così, diretto superiore, che chiameremo G.,  ed io, ci lavorammo a lungo. L’intento era portare l’attenzione dell’Assemblea sulla nostra piccola realtà, e fare scarmazzo, come direbbe Camilleri, per motivi squisitamente di “politica associativa”. Io non riuscivo a trovare il modo. Allora G. mi fece inserire tre o quattro frasi deliberatamente sarcastiche riguardanti un’altra realtà territoriale, del Nord.
Io obiettai che erano troppo pesanti, rischiavano solo di attirarci l’antipatia dell’Assemblea senza risolvere niente. Lascia fare, mi disse lui. La conclusione del discorso era un capolavoro di diplomazia e “volemose bene”. La mattina dell’intervento mi tremavano un pò le gambe, ma riuscii a tenere ferma la voce. Arrivata al punto cruciale, diciamolo, nel disinteresse quasi generale, chi chiacchierava a destra, chi si alzava a sinistra, alzai un pò la voce.
E successe quello che non credevo. Due o tre rappresentanti di quell’altra regione si alzarono protestando vibratamente e tentando di zittirmi, uno addirittura mi si fece incontro come a volermi strappare i fogli di mano. G., che fingeva di non sapere quale era il contenuto dell’intervento, mi si parò davanti a difesa. L’aggressore fu bloccato e fischiato dall’intera platea. Mi fu consentito di continuare in un silenzio di tomba, nel quale il finale morbido e inneggiante alla solidarietà nazionale e universale fu accolto con un boato di applausi.
Ricevetti pacche sulle spalle e complimenti da perfetti sconosciuti, per due giorni di fila. Il cosiddetto aggressore mi mandò dei fiori con un biglietto di scuse e fummo “costretti” a stringerci la mano e a fare la pace in pubblico. Si parlò del nostro intervento e dei problemi che poneva per tutta la durata dell’Assemblea. Un trionfo, insomma. In ascensore, io e G. ci abbracciammo trionfanti e io gli chiesi: ma come facevi a sapere che qualcuno si sarebbe alzato a protestare in maniera così plateale? E lui mi rispose, memorabilmente: “Un coglione che perde le staffe e casca nella trappola si trova sempre”. L’equilibrio bilanciato fra la figuretta bionda e che pareva più giovane di quello che era, che leggeva, gli insulti calibrati, il finale morbido, e il coglione di turno, avevano ottenuto l’effetto sperato.
Avevo 26 anni.
Da allora SO che non bisogna cadere nelle provocazioni. Beninteso, non ci riesco quasi mai, perchè ho un carattere impulsivo, però lo SO, e cerco di ricordarmelo. E io non sono Presidente del Consiglio italiano, non presiedo il Consiglio dell’Unione Europea. Domanda ingenua da casalinga di Voghera: Perchè il nostro cosiddetto premier ha voluto farea tutti i costi  la parte del “coglione che perde le staffe e cade nella trappola”? 
Avrei una risposta.  Ma preferisco tenermela per me … 🙂