Come si caaambiaaa…

“Quanto mi piace l’odore della pioggia”, disse l’incauta romantica bionda tirando un sospiro, prima di rientrare a casa e constatare che il nubifragio con grandine del pomeriggio le aveva semiallagato il salotto, spennato con effetto Chernobyl i gerani, bagnato da strizzare i cuscini del terrazzo.

“Ma che cazzo, ‘sta pioggia”, disse più prosaicamente la bionda inginocchiata a tirare su acqua munita di secchio e strofinacci.  

Domeniche da ricordare

La giornata di ieri, paradigma di uno strazio che va avanti da fine Aprile 2003. Prendo la macchina, punto verso il centro. In Tangenziale piove a dirotto, avrei già una mezza intenzione di fare dietrofront ma proseguo imperterrita come un cane da tartufi. Via Partenope è chiusa al traffico, ci metto venti minuti per fare 200 metri, comunque dove devo andare io alla fine c’è poco casino e parcheggio tranquilla. Via dei Mille è umida, negozi sbarrati, triste, o forse sono io ad essere triste. Registro la presenza di diverse decine di altri esseri umani, a coppie, a famiglie, anche da soli ma con l’aria di stare andando da qualche parte. Io invece non lo so, dove sto andando. Le porte girevoli del gigantesco megastore Feltrinelli a piazza dei Martiri mi forniscono un abbozzo di risposta. Giro per gli scaffali, medito di comprare qualcosa di appena uscito, ma l’editoria è in crisi e pretende di rifarsi con me, le nuove uscite hanno prezzi non inferiori ai 25 euro. Al piano di sotto c’è la sezione Gialli e Polizieschi. Mi faccio tentare da Lucarelli, irresistibile quando ambienta le sue storie negli anni ’40, e da un autore fortemente promozionato da una persona che mi sta antipaticissima. Lo compro per avere modo di poterla stroncare.

Esco.

Fuori non è cambiato niente, è sempre tutto triste, per di più il passeggio tende ad esaurirsi, quindi il senso di vuoto e solitudine si accentua. Passo davanti all’imbocco della strada dove lui abita, mi ci fermo un minuto, mi fa tremare le mani l’impulso di farmi la salita di corsa e bussare al citofono urlando “TUTTI FUORI, STA CROLLANDO IL PALAZZO!!!” per poterlo stanare e rapirlo con un’azione da commando brigatista, nel quale potrebbero pure scapparci sette o otto raffiche di mitra, mirate.

Ho vissuto questa situazione – temporanea, temporanea, devo ricordamelo recitando la parola come un mantra – come un rifiuto. Mi sento rifiutata, da lui, dalla città, dai pochissimi passanti rimasti per strada. Mi identifico con la badante ucraina seduta da sola sulla panchina davanti al Liceo Umberto, fra le mani una busta di plastica spiegazzata, che guarda la scuola dove la figlia non potrà mai entrare, i palazzi dove non potrà mai abitare, le vie che la vedranno curva sotto il peso di lavori ingrati con vecchi miliardari biliosi e rincoglioniti, che i figli non hanno voglia di sopportare.

Entro nella pizzeria affianco al Liceo. Ci sono stata una volta con lui, l’ambiente è accogliente, i camerieri simpatici. Mi leggo mezzo Lucarelli mentre aspetto la pizza, che poi, complice l’influenza che sento incubare da due o tre giorni, mi resterà interamente sullo stomaco per le 24 ore successive. Quando esco, la desolazione è totale. Sento il rumore dei miei passi sul selciato mentre mi avvio verso la caffetteria in piazza, un barbone con tre cani al guinzaglio mi guarda comprensivo, forse intuisce quello che mi ribolle dentro, più di tanti altri. Il caffè è buono, la panna meno, è solo schiuma di latte. All’improvviso non mi tollero più, guardo l’orologio e penso che se faccio una corsa posso prendere il treno precedente al mio, è un Eurostar, potrò leggere in santa pace al caldo e forse mi sentirò un pò meno fuori posto. La corsa è proprio una corsa, la Matiz noleggiata sbanda sotto la pressione dei pistoni, ma ce la faccio. Quando il treno si muove, ecco, lo sapevo, che incoerenza totale, sento di nuovo quella pressione calda sotto lo sterno, umida, che qualche volta ho chiamato nostalgia, che mi fa rimpiangere il lasciare questa città magica, dove ho amato come mai in vita mia, dove c’è quella strada e quell’uomo, che forse – forse – tra qualche giorno potrebbe tornare ad appartenermi, potrebbe tornare nella nostra casa, tornare ad essere mio. Forse.

L’autore consigliato da quella che mi sta antipaticissima mi acchiappa totalmente, mi immergo nella lettura con autentica goduria, e l’impossibilità di stroncarlo come avrei voluto mi toglie l’ultima soddisfazione della giornata. Domani è lunedì, si ricomincia.