Io, Bari e il navigatore satellitare

Vado a Bari per lavoro.
Con la mia macchina, perchè per andarci con i mezzi pubblici dovrei partire tipo la settimana precedente e passare da Roma, per arrivare.
Per una serie di motivi che sarebbe lungo spiegare, mentre conosco molto bene Napoli e a abbastanza bene la Campania, sulla Puglia sono piuttosto impreparata. A Bari, poi, praticamente non ci sono mai stata, e se ci sono stata di sicuro non guidavo io. So qual è la strada per arrivarci, ma poi buio.
Decido di procurarmi un navigatore satellitare.
Il primo problema è fare in modo che la ventosa per attaccarlo sul cruscotto regga. Infatti non regge. Dopo tre o quattro clamorosi crolli nel bel mezzo di incroci uncinati o curve a gomito (nella mia città, eh), decido di rinunciare e lo appoggio nel portaoggetti. Così per vedere dove devo andare sono costretta a guardare in basso, aggiungendo al brivido dell'ignoto quello dell'imprevisto (quale ostacolo mi si parerà davanti quando rialzerò la testa?).

Siccome lo strumento per me è nuovo, decido di fare un po' di prove su strade che conosco. Purtroppo capita che “le strade che conosco” spesso siano strade alternative, che un navigatore satellitare non sceglierebbe mai, come è possibile arguire dal seguente dialogo (sì, ho parlato col navigatore, sappiatelo)

“Fra 200 metri, svoltare-a-destra”
“Eh no, mi spiace, lì c'è casino, a casa non ci arrivo più se passo davanti alle scuole a quest'ora”
“Ricalcolo. Ricalcolo. Fra 150 metri, svoltare-a-sinistra”
“Ma sei di coccio! Devo salire su per la montagna!”
“Ricalcolo. Fra 35 metri, inversione a U”
“…”
“Ricalcolo. Ricalcolo. Inversione a U”
“Vabbè ma scusa che cazzo di navigatore sei che non sai manco indicarmi le strade diverse da quella principale?”
“E tu se la sai già, 'sta strada che passa in mezzo ai vigneti, che minchia vuoi da me?” (questo non l'ha detto, il navigatore, ma avrebbe potuto, però)

Con queste poco rassicuranti premesse, parto, il giorno stabilito. Per i primi 100 km lo tengo staccato, il navigatore, anche perchè ho bisogno del buco accendisigari per ricaricare il cellulare. Quando decido di riaccenderlo, sono su una fettuccia di strada dritta come un fuso, che da Altamura arriva a Bari, ipertrafficata, sulla quale gli “insediamenti abitativi” e commerciali tentano seriamente di impadronirsi della sede stradale, col risultato che la carreggiata è ridotta allo stretto indispensabile per due risicate corsie di marcia. E' quindi possibile che quando mi fermo in una minuscola piazzola per impostare la destinazione, io sia un po' nervosa e faccia un po' di confusione. Con mio serio stupore, per circa 50 chilometri la signorina satellitare mi sfrangia i maroni con duemila:
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“Ricalcolo. Fra 150 metri, inversione a U”

ingaggiando una fiera battaglia di logica con il resto dei miei sensi (la vista, soprattutto, che vede cartelli grossi come una casa che indicano BARI nella stessa direzione in cui sto andando io; la memoria, che mi fa riconoscere paesi che stanno sulla strada per Bari, non ci sono santi). Ma la surrealtà si tocca quando arriviamo in città. Decido a quel punto di fidarmi della signorina e seguo le sue indicazioi. “Seguo” si fa per dire, perchè un po' perchè lo strumento mi è nuovo, un po' per la questione di dover guardare in basso e contemporaneamente non andare a sbattere da qualche parte, non sempre imbrocco la strada che lei mi indica, e ogni volta che sento “Ricalcolo. Fra 150 metri, prendere la rampa a destra” smadonno come un camionista – se lo fossi, peraltro, forse conoscerei la strada – e mi rassegno a rifare un giro fra rampe, rotonde, semafori.

Dopo circa un'ora di peregrinazioni fra vicoli strade rotonde zone industriali complanari bivi e inversioni a U la signorina mi dice, trionfante:

Proseguire

per 32 km.“

32 chilometri? ma quanto cazzo è grande 'sta zona industriale di Bari? Mi ci vuole qualche secondo per capire che il bastardo con voce di donna, fin da due ore prima, quando l'ho acceso, sta cercando di farmi tornare a casa. Resistendo all'impulso di fracassare il navigatore sotto le ruote del primo TIR che passa, mi fermo in una stazione di servizio, reimposto correttamente – spero – la destinazione parlando da sola (colgo sguardi preoccupati del giovane benzinaio), e dopo 10 minuti sono arrivata. Al ritorno, dopo 10 minuti sono sulla strada giusta per il rientro. Dopo aver imparato quanto segue:

  • se il navigatore ti dice di entrare in una rotonda, e prendere “la quarta traversa a destra“, significa fare una inversione a U e tornare da dove sei venuto, perchè raramente le rotonde hanno più di tre traverse;
  • se il navigatore dice “prendere la rampa a destra” non aggiunge “ORA!!!” solo per eccesso di fiducia nei vostri confronti, ma vuole veramente dire di prendere la prima rampa a destra, per quanto inverosimile vi possa sembrare (del resto, sono una donna, e bionda, per di più, che ci si può aspettare, da me?);
  • Bari ha il peggiore sistema di cartellonistica stradale dell'universo;
  • lo sforzo titanico di seguire navigatore, strada, meta, svolta di qua, sali di là, mi ha impedito di realizzare che ho girato per due ore circa in una delle zone peggiori della città, con evidente sprezzo del pericolo. Potevate anche non dirmelo, eh, ero contenta lo stesso.
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Sogno / 4

Prequel: mi addormento con una maglietta di cotone pensando che basti. Mi sveglio intirizzita alle 4 del mattino, mi alzo, infilo una felpa più calda e mi rimetto a letto, addormentandomi di botto. Poi, sogno quanto segue.

Sono a Perugia. Siamo con la mia famiglia ed altre persone in un ristorante piuttosto di lusso dove sta per essere servita la cena. Mi rendo conto che sono in jeans e scarpe da montagna (col pelo), e penso di passare dall'albergo a cambiarmi. Mi avvio. E' sera, quasi notte. Conosco la strada per l'albergo ma non riesco ad imbroccarla. Comincio a girovagare fra strade, stradine, vicoli. Sbuco su strade diverse da quelle da cui sono entrata nel vicolo e mi rendo conto che mi sto allontanando dalla mia meta. Ragazzini giocano per strada, c'è una bella atmosfera da sera d'estate in cortile, ma io sono sempre più angosciata. Farò tardi, penso. Intravedo A., che abita da queste parti, vorrei fermarmi a salutarlo, farmi vedere, ma preferisco tirare dritto. Mi perdo sempre di più. Infilo scale che diventano salite sdrucciolevoli, scivolo nel fango, mi appoggio a ballatoi dove ci sono vecchette silenziose che non mi aiutano. Adesso ho scarpe con i tacchi alti che mi rendono ancora più difficoltosa la deambulazione. Mi squilla il cellulare (un modello che non ho mai posseduto): è M., che mi chiede dove sono, mi dice che sono in ritardo, io gli chiedo “Avete già cominciato? Mi sono persa, ma fra poco arrivo”.

Chiamo mia mamma, ma il cellulare squilla a vuoto. Provo più volte, sempre camminando lungo strade stradine vicoli sempre più bui e misteriosi e che percepisco lontanissimi dalla meta. L'ansia monta. Ad un tratto mi si fa incontro un Carabiniere, giovane, con il maglioncino d'ordinanza, quello blu scuro con le strisce rosse, e il cappello. Mi chiede se sono io Nome e Cognome, e comprendo che è venuto a cercarmi per riportarmi a casa, per farmi ritrovare la strada. Infatti dopo due minuti sono di nuovo nel ristorante di prima, ci sono tutti e sembrano fra l'incazzato, lo scocciato e il commiserativo, con me, una espressione del tipo “Sei sempre la solita, ci fai disperare”. Nesuno sembra preoccupato di cosa possa essermi successo. Protesto, rinfaccio a mia mamma che io l'avevo più volte chiamata e lei non ha sentito le mie telefonate, mi metto a urlare e a piangere, perchè non è giusto che ce l'abbiano tutti con me.

Mi sveglio, agitata, forse ho detto qualcosa nel sonno, forse ho pianto.
Steve Jobs è morto.
Sono felice di realizzare che è stato solo un sogno, anche se la sensazione di leggera ansia ce l'ho ancora addosso, e penso che decisamente, il tema di questi giorni sembra essere “trovare (o ritrovare) la strada”.

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