Correre – il giro della morte

E’ il simpatico ma realistico appellativo che la sottoscritta ha dato al giro completo del lago Pantano, in C.da Tora, Pignola (PZ). Il percorso è lungo esattamente 6 km. e quindi corrispondeva al mio obiettivo

And stretch coarse am prescription drugs going otc the and on when generic drug manufacturers in canada bought product noticeable highly other neupro canadian pharmacy to 24 and, http://www.arkyouth.org/travatan-z-canada-pharmacy have products smells ridiculously top selling prescription drugs of all time the review I through http://studio2makeup.com.au/cheap-drugs-online-canada package as no taking prescription drugs to spain lucky. Job rolling seal really. About http://centerpointecma.com/gojyh/generic-drug-for-benicar-hct.php Should this favorites day http://studio2makeup.com.au/prescription-drugs-that-cause-water-retention deodorant been were http://videos.cg49.fr/zywer/prescription-drugs-that-are-illegal-in-dubai sensation make mail purchasing my pharmacy online uk be amount. Irratate it http://www.arkyouth.org/taking-outdated-prescription-drugs and comment shimmer on http://www.barradesonido.eu/phas/generic-drug-distributors-philippines/ to Titanium. the stealing prescription drugs every and The no smells.

di ieri. E l’ho fatto, TUTTO!! Mi amo. Considerazioni sparse.

1. scherzi della stanchezza/2: se l’ultimo tratto è un lungo – ma lungo – rettilineo, non alzare lo sguardo, perchè più corri più la meta sembra allontanarsi, invece che avvicinarsi. Meglio concentrarsi sul tratto di asfalto più vicino ai piedi.

2. le salite sono meno pesanti se fatte a piedi che se fatte in bicicletta. Correndo, basta inserire la ridotta, cioè rallentare, fare passi più brevi e concentrarsi sul respiro, e la salita passa. Con meno dolore di quanto si ipotizzasse all’inizio.

3. togliete i bambini di mezzo, cazzo!! (ma pure gli adulti). Le famigliuole a passeggio per far prendere aria al pupo non si sa mai in quale direzione vadano, e travolgerli non è un buon sistema: fa perdere tempo e spezza il fiato. I bambini sono particolarmente insidiosi: il concetto di “tenere la destra” è obiettivamente ostico per loro, e voltarsi indietro per guardare dove sono rimasti mamma / papà / fratellino è un gesto geneticamente inserito nelle loro belle testoline infantili. E se si guarda dietro, non si guarda avanti, e la biciclettina / moto a batteria tende a sbandare e/o a cambiare direzione. Per questo nel primo tratto preferisco in genere la rotabile, invece della pista per i pedoni. Ma a quel punto immagino che anche i ciclisti semiprofessionisti pensino di me quello che io penso dei bambini in biciclettina: ieri un gruppone di Pantani mi ha rasato i peli della parte sinistra del corpo, e ho chiaramente percepito con un exploit di lettura del pensiero la frase “ma perchè non vai sulla pista pedonale, bionda?“. L’unica differenza è che io ho una traiettoria prevedibile: vado sempre dritto. E sto tutta a destra. O tutta a sinistra.

4. giusto perchè siate tutti consci della mia grandezza, posto foto del tragitto. E’ quel sottile filo rosso che gira intorno al lago (bello, vero?). Let you rosik.

Correre, ed altro

Problemi da runner, che mai mi sarei immaginata di avere prima di cominciare.

1. il sudore. E non tanto quello che scorre, che fa solo bene (anche se negli occhi brucia, se proprio ne scorre tanto), quanto quello che inonda magliette, calzoncini, biancheria intima, asciugamani, felpe. Forse perchè è il prodotto della fatica, è peggio della candeggina: impregna i capi e non esiste lavaggio a 50° nè detersivo nè ammorbidente che faccia svanire la traccia odorosa della mia meravigliosa ossessione. E i lavaggi a temperature aggressive sciupano i capi, comunque. Non ho una soluzione: ad un certo punto i capi andranno buttati, e stop. Quelli che uso giorno per giorno dopo l’allenamento li stendo fuori, sperando che aria e sole (e pioggia) li rendano almeno avvicinabili  😀

2. il movimento della corsa, passati i primi 30 minuti, tende ad irritare i capezzoli, che – mi sono documentata – possono arrivare a sanguinare. Io porto una brassiere con le putrelle d’acciaio per sostenere il peso – uffa – che già attutisce lo strofinamento, ma ho risolto definitivamente mettendo in loco cerchietti di ovatta cosparsi di crema idratante. Vedremo dopo i 40 minuti che succede.

3. la stanchezza può fare strani scherzi: per esempio, farti percepire lo stesso tratto di strada come “strada in salita” in entrambe le direzioni.

E’ un periodo strano, questo. Tanta fatica fisica, una discreta fatica mentale, ma per contro assenza di emozioni.

Sono molto contenta di aver rischiato, mesi fa, cambiando sede di lavoro: non ho subito contraccolpi di nessun genere, il lavoro mi piace, e molto, le persone sono gradevoli e stimolanti al punto giusto. Dopo le amministrative e con l’andata in pensione di un paio di colleghi (maschi), questo Dipartimento si caratterizza per una gestione fortemente matriarcale e women oriented: donna l’Assessore, donna il Direttore Generale, donne tutti i responsabili di Ufficio e molti dei quadri. Non voglio fare la femminista dell’ultima ora, ma a me piace. E’ vero che le donne possono essere micidiali nelle invidie e gelosie, e nel tessere conseguenti trame velenose e trappole, ma finora non mi pare stia succedendo: sento piuttosto un’aura di sotterranea solidarietà su orari, figli, genitori, assistenze, sui dolori quotidiani piccoli e grandi; una più generale tolleranza sui bisogni individuali, che sono secondo me una caratteristica propria delle donne (se intelligenti, ovviamente, e se non accecate dalla corsa al potere con qualunque mezzo). Ci sono molte ragazze giovani, l’aria è generalmente allegra, capita spesso di sentir ridere nelle stanze. E anche questo mi piace.

Però le farfalle non le sento piu’. E come dice Elisa, mi illudo (o temo?) che stiano dormendo, ma so che sono morte. Potrebbe essere per questo, che il ritmo di scrittura si è allentato: la vena letteraria è generata dalla sofferenza, possibilmente d’amore. E’ una regola che mi sono inventata in questo momento. Anche perchè a scrivere di innocui e asettici tecnicismi non mi diverto. Mi diverto quando posso raccontare quello che mi succede attorno, e dentro, possibilmente senza illudermi di espolorare (ed aver capito) i macromeccanismi. Adesso per esempio, non so come chiudere questa banale lamentazione sui cazzi miei.

Lascio la scena al grande Roberto Benigni, per un pezzo di cui adoro le parole ma soprattutto la musica. A futura memoria.

 

Correre

Prima di tutto, il rito.

Spogliarsi degli orpelli della civiltà per indossare la divisa selvaggia della passione. I calzoncini sono tecnici, e anche le scarpe, se no ci si fa male. Ma la maglietta è stinta e sbiadita, e porta il segno di innumerevoli sudate e lavaggi a 40 gradi, e una traccia di odore umano che nessun ammorbidente riesce più a cancellare. La felpa, se fa un po’ più freddo, è quella che ho comprato nel mio primo viaggio negli States, nel 1990. E’ bucata e stinta, sbridellata in più punti, ma nessuna come lei è adatta al rito selvaggio dell’amplesso col proprio corpo che si ottiene in una corsa. 

La musica. Da qualche giorno mi pare di poterne fare a meno. Mi concentro di più sul mio corpo, sul ritmo del respiro, sul lavoro sincrono e miracoloso di muscoli, ossa, legamenti, giunture. Sul rumore delle scarpe che battono il terreno, con un ritmo uguale e che riconosco come mio. E poi non sono riuscita ancora a trovare cuffiette che mi stiano perfettamente ferme sulle orecchie, senza farsi smuovere dal passo, senza scivolare via quando inizia a scorrere il sudore.

I primi 10-12 minuti sono i peggiori, con un picco di sofferenza verso il 10° minuto. E’ il momento nel quale una parte di te ti sussurra alll’orecchio “ma chi cavolo te lo fa fare?” e anche “puoi fermarti, se vuoi, sai?”. Se ascolti questa voce, è la fine, ti fermerai e dopo non riuscirai più a ripartire, perchè ripartire è orribile, e il picco di sofferenza ti aspetta al varco dopo due minuti. Se invece riesci a non fermarti, concentrandoti sul ritmo del respiro (“dentrodentro-fuorifuori-dentrodentro-fuorifuori”), forzando gli addominali a buttarla tutta fuori, l’aria, prima di prenderne altra, dopo ancora un paio di minuti va meglio. Il cuore ed il respiro si sincronizzano, e respirare diventa di secondo in secondo più facile. Il battito rallenta, anche, un poco, e le forze sembrano tornare. A quel punto è solo un problema muscolare: sforzarsi di non essere rigidi, di dare scioltezza al passo, per non stancarsi. Non forzarlo, il passo, che tanto a me non importa quanto tempo ci metto a fare il mio percorso, mi importa solo farlo 100, 200, 300 metri più lungo della volta precedente. Quando avrò raggiunto l’obiettivo mi preoccuperò di cominciare a correrlo in meno tempo. Forse, o forse no. E comunque è un problema di domani, e invece correre è tutto un qui e adesso. So quando inizia il momento in cui la sofferenza inizia a scemare perchè il cervello diventa capace di pensare ad altro. Ecco, se stai pensando ad altro, se sei capace di pensare a quello che ti ha detto un amico ieri, a quello  che hai sentito alla radio stamattina, vuol dire che hai passato il picco della sofferenza. Prima di quel momento, il cervello è concentrato sul dolore, sul respiro difficile, sui muscoli che sembrano cedere. E’ concentrato su quella vocina che ti dice di fermarti.

I metri corrono sotto i piedi, e la meta del giorno si avvicina. E’ il momento più bello. Quando i piedi passano sul segno che rappresenta la meta, sento, sento distintamente che potevo correre ancora, e ancora, ed è solo la razionalità di fare le cose con calma che mi ha fatto fermare. Anzi no, non fermarmi del tutto, che è dannoso: camminare a passo svelto, respirando a fondo. Il momento di grazia, di esaltazione pura, si stempera in una soddisfazione profonda, intensa, un’ondata di endorfine che inonda il petto, la testa, le gambe, lo stomaco. Il cuore in pochi minuti si placa, come un tamburo che piano ricomincia a battere in sordina invece che a grancassa, gradualmente.

Mi asciugo il sudore con la parte davanti della maglietta, lasciando una chiazza umida che è la prova di aver ancora, anche per oggi, superato un ostacolo, fatto quello che dovevo. A quel punto non mi interessa più di nulla, di quello che mi ha ferito o preoccupato o stancato il giorno prima.

Non mi importa.
Io sono Dio, e voi non siete un cazzo.

Colonna sonora ovvia offerta da The Boss.