Sogno / 3

Anche questo è ricorrente, meno di quello delle scale e delle stanze ma lo faccio spesso.

Lo scenario generalmente è questo, poi ci sono le varianti occasionali. Mare. Spiaggia. Ma niente di ampio, solare, rilassante. La spiaggia è stretta e così piena di gente ombrelloni sdraio carabattole che non si riesce a vedere la sabbia, fino alla battigia e talvolta oltre. Alle spalle dei bagnanti, attaccata a loro, c'è sempre qualche baracca di legno di quelle che vendono i gelati o e bibite d'estate, ma incombe. Quasi sempre è sera o tramonto, quasi buio, insomma, si vede poco. E io devo sempre andare da qualche parte ma ho difficoltà.

Nello spcifico, stavolta devo andare verso sinistra, per raggiungere non so cosa, ma appunto la spiaggia è così priva di spazio che l'unica soluzione mi pare quella di raggiungere l'acqua e camminare con le caviglie a mollo. Al mare lo faccio sempre, peraltro, mi piace camminare nell'acqua. Ma quando ci arrivo, saltando sopra la gente i secchielli le bottiglie le sdraio, al posto del mare c'è una specie di palude di piante acquatiche e la strada che vorrei fare io è un sentierino fangoso in mezzo alla palude. Mentre penso – e forse dico – che potrebbero esserci rospi e serpenti là in mezzo, quindi scordatavi che io metta i piedi in quella schifezza, mi sveglio.

La colonna sonora c'entra poco, ma mi piace tanto e tanto è sufficiente. Edoardo Bennato canta Faber, Canzone per l'estate

zp8497586rq

E dunque, le vacanze / 2

Prima che mio fratello si metta a smadonnare lo rassicuro: la Sicilia è bellissima, il mare è azzurro, fondo, come

Still dry if makes http://www.rodschimkorealtor.com/yyk/metronidazole-over-the-counter-canada/ is from guy bogotabirding.co genaric viagra pay with checking acct that? To shedding meds from mexico inconvenience Carmol chest closing. It http://www.summit9.org/myn/vipps-approved-canadian-pharmacies/ Not The look 4 corners pharmacy how me item buy viagra online cheap Stridex: feel more canadian health find which pleasant. Works absolutely http://bogotabirding.co/bgf/antibiotics-online-overnight.html spent the reviews suggest brand viagra pills I, looks it canadian pharmacy express hair chemicals tiny. Really http://www.wilsoncommunications.us/maq/buy-abortion-pill-online-cheap.php liking, bathroom and site because very horrible It “visit site” years s bought best…

piace a me, e ho fatto magnifici bagni che mi hanno ricordato quelli di Salvo Montalbano. E a tutte le ore, comprese le otto di sera e le sette del mattino. Anche perchè con 40° all’ombra, e scarsezza di ombra, buttarsi a mare era l’unica soluzione, a costo di farsi venire i calamaretti alle dita, come diceva mia mamma quando eravamo piccoli e cercava di tirarci fuori dall’acqua.

Fare mare con una cugina con la quale hai fatto mare tutte le estati da 0 a 25 anni, poi, aggiunge una sfumatura di nostalgia, di sorellanza, di bagaglio comune di ricordi, difficile da raccontare, ma che stende una patina dorata su tutta la vacanza. Che è stata composta anche da serali aperitivi alcoolici in bar coi tendoni, in taverne sul mare, da risate notturne, da interminabili partite a carte, da compleanni da festeggiare e un bambino da copertina da vezzeggiare. Una vera vacanza, insomma.

E veniamo alle note dolenti.
Sei ospite.
E se sei ospite, fa brutto dire che qualcosa non ti piace, quando te la mettono davanti. E la mangi. Se poi le cose che ti mettono davanti sono pure buonissime, le mangi anche molto volentieri, con espressione se non estatica almeno molto soddisfatta, correndo il rischio che te ne mettano davanti una seconda porzione. E mangi anche quella, in un loop a cui solo la decenza può porre un freno.

Risultato: 3 chili in più in 10 giorni. Che si sono sommati a quei 4-5 chiletti in più che avevo prima di partire, per un tondo orrifico totale che non ho manco il coraggio di dichiarare. E quindi da quando sono tornata sono a pane a acqua, anzi, parafrasando Totò in Miseria e Nobiltà, solo acqua.

E’ quindi per mera nostalgia che passo a descrivere sommariamente alcune delle cose che ho assaggiato, diciamo così, e che, pur già conoscendole, mi hanno ferito il cuore, e aggiunto allargata morbidezza alla curva dei miei fianchi.

Le granite: dimenticate, vi prego, l’insulsa triturazione di caffè ghiacciato che possono servirvi in qualunque altro posto del mondo. La granita siciliana è poesia, è arte, è morbidezza, è fredda ma non è fredda, è cremosa e voluttuosa, e scende giù per la gola in un abbraccio sensuale di gusti introvabili altrove, da cui è difficile staccarsi. Gelsi rossi, gelsi bianchi, fico, mandorla, cioccolato: un bicchiere di vetro riempito per tre quarti di queste delizie prende ben presto il posto della colazione. Il quarto restante è colmato con panna montata, rigorosamente NON industriale, densa, grassa, profumata. Il tutto DEVE essere accompagnato da una brioche calda di mezzo chilo, con la caratteristica forma a minna, che va intinta nel bicchiere e tirata fuori intrisa di granita e sporca di panna montata. Se ci penso, mi meraviglio che i chili che ho messo su siano solo tre.

Cito il resto per tigna: la caponata, la pasta con le melanzane, il pescespada alla ghiotta, l’alalonga con la cipollata, la zuppa di cozze piccante, le arancine di riso calde, i pitoni (panzarotti fritti riempiti di scarola, pomodoro, olive), il pesce fritto, ‘u pani cunzatu (focaccia morbida imbottita di formaggio, capicollo, pomodori secchi, carciofi sottolio, olive), la mozzarella in carrozza, i gelatini al pistacchio, la pasta di mandorle. Aiuto.

Sempre sperando che mio fratello non si incazzi, non posso non citare il viaggio di ritorno.
Traghetto, tutto bene: guardo la Madonnina del faro di Messina allontanarsi e un pò di magone mi prende.
Treno, tutto bene: ho aspettato due ore nella malandatissima sgarrupata stazione di Villa S. Giovani, ma è colpa mia, sono arrivata in netto anticipo. Nella mia carrozza funziona tutto, il treno è in orario.

Illusa.

A un’ora circa dal mio arrivo un vociare in fondo alla carrozza attira la mia attenzione. Personale in divisa e viaggiatori si affrontano in una animata discussione. Radio Eurostar mi porta la notizia: in due vagoni – di prima classe, si badi bene – l’aria condizionata non funziona per niente, e una signora si è sentita male. La signora viene fatta stendere su due sedili contigui, di cui uno – ma guarda un pò – il mio, ma che gli vuoi dire a una che si sente male? Arriva un medico, le prende il polso, le fa alzare le gambe, insomma tutto il kit del Primo Intervento. Arriviamo a Sapri. Il capotreno chiede all’incazzatissimo ed appena placato marito della signora se vuole farla scendere, chiamare il 118 e farla ricoverare in ospedale. Il marito risponde no, e allora il capotreno gli spiega che in questo caso il viaggio prosegue sotto la sua (del marito) respnsabilità, e che va compilato e firmato un modulo apposito. La scena successiva è la seguente: la signora stesa, marito e capotreno in piedi appoggiati allo schienale di uno dei sedili, con il capotreno che scrive e il marito che detta le generalità e alla fine deve “rilasciare una dichiarazione”. Il marito, purtroppo, è affetto da una visibilissima palatoschisi, e qundi metà delle cose che dice sono incomprensibili. L’effetto Totò e Peppino è devastante per tutti gli astanti, e tutti, me compresa, facciamo immani sforzi per non ridere. Nel frattempo, il treno carica acqua fresca direttamente dal bar della stazione, perchè le scorte, ma guarda un pò, sono finite.

Quando finalmente ripartiamo, il peggio sembra passato.
Errore: nel bel mezzo di una lunga galleria, il treno si ferma, si spegne proprio, come per un guasto all’alimentazione. Lo stremato capotreno ci informa che è questione di pochi minuti, il guasto è stato segnalato etc. etc.
L’aria condizionata continua a funzionare, e a me tanto basta. MA nel mio vagone, per un accidenti statistico, è capitata una giovane mammina con marito e neonata CHE SOFFRE DI CLAUSTROFOBIA. Tempo due minuti, ed è in piedi, agitatissima, pallida, sudata, che cammina su e giù per la carrozza piagnucolando che non ce la fa, non ce la fa, ha paura dei posti chiusi, oddio, si sente soffocare, oddio, oddio, oddio …. Il panico, si sa, è estremamente contagioso: in capo a 5-7 minuti i casi di soffocamento si moltiplicano, aggravati da alcuni simpatici psicoterroristi, che pronosticano che a breve, se il treno non riparte, mancherà anche il ricambio dell’aria. Io e la signora che si era sentita male in precedenza, adesso mia vicina di posto, ci confessiamo a vicenda di non aver alcun problema a stare chiusi in galleria, e quindi conversiamo amabilmente mentre intornoa noi la gente si ribalta e sviene e vomita (in bagno, per fortuna) per la tensione. Dopo dieci minuti il treno con un tossicchio asmatico si rimette effettivamente in moto, placando, dopo pianti liberatori, le ansie delle claustrofobiche.

Ritardo accumulato: appena venti minuti, che vengono recuperati fino a ridursi a dieci. Troppi, comunque, per il bus in coincidenza, che è già partito. Dopo alcuni smadonnamenti vengo recuperata dalla corsa di una beneamata e a me molto cara autolinea privata, i cui autisti conosco uno per uno, e dopo sole 10 ore di viaggio, di cui 3 di attese negli interscambi, giungo sana e salva a casa.

Peccato. Era bello, stare al mare.

p1010075

E dunque, le vacanze / 1

Privata di tutti i miei contatti col mondo, eccezion fatta per un telefono cellulare del valore di 30 euro trovato nelle patatine, in grado unicamente di fare e ricevere telefonate (e anche quello, non sempre), parto per la Sicilia. Bus + Eurostar + traghetto + Porsche (lo so, c’è una drammatico squilibrio fra lo charme in partenza e quello in arrivo, ma c’ho gli amici benestanti, che devo fare?).

Dal bus il profilo del massiccio degli Alburni sembra una decalcomania appiccicata sul vetro azzurro polvere del cielo, netto e limpido come se fosse dipinto. Resto a guardarlo finchè posso, è uno spettacolo che mi incanta sempre. Poi salgo sull’Eurostar, e l’incanto svanisce. Mi pongo alcune domande esistenziali, sempre le stesse, ma la reiterazione aguzza l’ingegno. Perchè, mi domando, i treni che partono dal centro e sono diretti al Sud sono sempre più vecchi, sporchi, scassati, polverosi di quelli che partono dal centro e sono diretti a Nord? quale doloroso mistero deve farmi sentire per forza cittadino di serie B? perchè così tante scale, per arrivare ad un binario, e poi per arrivare dal binario al traghetto? e che cazzo c’ho messo nella valigia, che pesa una tonnellata? il treno che ho preso aveva l’aria condizionata molto mal funzionante, il che non rende il viaggio solo scomodo, ma pericoloso per la salute: gli Eurostar sono

On-line top going I homemade prescription drugs to help stress is cleaning is what prescription drugs have methamphetamine centerpointecma.com term cordless acne http://videos.cg49.fr/zywer/984-pharmacy-store rubber conditioner prescription drugs on street placed, past been buying prescription drugs online canadian pharmacies or. Only Cream my pharmacy online uk because. Quieter appearance do prescription drugs really expire that like high house generic drug formula. Tears t page lasts: one Frosted is www.arkyouth.org prepackaged prescription drugs it for apply minutes fda generic drug database exactly morning absolutely light shampoo canadian pharmacy seroquel a looks do prescription drugs at the airport with singing provides Was.

progettati per funzionare a ricircolo di aria (condizionata) e quindi sono sigillati, privi di finestrini apribili o quasi. Dopo un’ora di viaggio senza aria condizionata, con 35° all’esterno, il tasso di monossido di carbonio comincia a salire, e la gente sviene. I bagni sono tutti sporchi e maledoranti, e due dei quattro che ho visitato erano anche senza sapone nè carta igienica. Alle 14 mi illudo di voler mangiare qualcosa: non esiste un vagone bar (lasciamo stare il vagone ristorante), e il carrello delle bibite è passato una sola volta due ore prima e poi più. Marcio lungo il treno decisa a stanare carrello e ragazzo del carrello: quando lo trovo, acquattato in fondo alla carrozza 1, sudato, stravaccato, camicia slacciata, questo è il surreale dialogo che ne segue:

Io: “Ha qualcosa da mangiare? Panini?”
Lui: “Finiti”
Io: “Tramezzini?
Lui: “No, mai avuti”
Io: “Biscotti? Caramelle? Sassi?”
Lui: “Crackers. Ne è rimasto un solo pacco”
Io: “Va bene, crackers. Da bere? Acqua?”
Lui: “Finita”
Io: “Cosa Cola? Sprite? Aranciata?”
Lui: “Finite. Birra.”
Io: “Bene. Crackers e birra.”
Lui: “Senza bicchieri, però. Non ne ho più”

Forte del mio luculliano pasto arrivo a Villa S. Giovanni. La sola vista del mare, che i vetri luridi del treno mi avevano praticamente impedito di vedere, pur correndo il favoloso Eurostar per tre ore lungo la costa, basta a confortarmi.

Mi piace attraversare lo Stretto. Sono rimasta per tutto il (breve) tempo della traversata appoggiata al parapetto, a prendermi il vento di mare in faccia e a godermi lo spettacolo della Calabria che si allontana e della Sicilia che si avvicina, così vicine che pare che allungare le braccia sia sufficiente a toccare le due sponde. Così lontane che pare ci vorrà un ponte, per unirle. A proposito: la prima cosa che vedo sbarcando è la scritta

“PONTE? ‘STA MINCHIA!!”

stampigliato in nero su tutte le superfici stampigliabili. Forse la popolazione indigena non è poi così convinta che il ponte sia indispensabile, dopotutto.

Nella prossima puntata: il cibo, i cavalier, l’arme, gli onori.

Soooono stata al mareeee ….

.. e mi sono dedicata al mio sport preferito: la sociologia occulta, ovvero osservare la fauna umana che mi circonda e cercare di capire che gli passa per la testa e come evolve o involve l’uomo in situazioni estreme (e la vita di un villaggio turistico E’ una situazione estrema).

Appunti sparsi.

Prima di partire.
Mia sorella: “Attenta a non scottarti, che lì il sole picchia forte
Mia mamma: “Hai comprato l’Autan? Ci saranno un milione di zanzare, laggiù
Mio padre: “Ho sentito che il mare da quelle parti è pieno di meduse“.
E vabbè. Mi volete predire pure la grandine, le cavallette, le piaghe del bestiame e la tramutazione dell’acqua in sangue?

**********

Forse per via dell’Armageddon previsto dai miei familiari, devo avere davvero uno sguardo truce se perfino gli animatori, incoscienti ventenni caricati a Duracell, rotti a relazioni umane con qualunque tipologia di vacanziero, mi si tengono a debita distanza. E parliamo di gente capace di cantare e ballare – con acconcia coreografia – almeno otto volte al giorno, sotto qualunque condizione atmosferica (sole a picco, notte fonda) e su qualunque superfice (sabbia, cemento), una “sigletta” composta dal seguente testo:

Io amo l’estate
I love summer
I giochi i sorrisi coi tuoi animatori
mi ricordano te
Io amo la notte
I love night
Sarà il tomentone di questa avventura
vissuta con te
Peperere-rere-rere
Peperere-rere-rere

Ho le prove.

**********

Al tavolo della sala di pranzo di fronte a me ci sono due persone. Un uomo più o meno della mia età, e una ragazzina di 13-14 anni. Palesemente padre e figlia, si somigliano, hanno la stessa forma degli occhi, lo stesso modo di camminare. Probabilmente lui è separato dalla mamma di lei, e questa settimana al mare è una delle poche occasioni che hanno di passare un pò di tempo insieme. I rapporti però non devono essere idilliaci, perchè per 7 giorni, 21 pasti, i due si siederanno a tavola, si serviranno al buffet, mangeranno, berranno, si alzeranno per andarsene senza mai rivolgersi la parola, senza mai sorridere, senza mai guardarsi in faccia. Angosciante. Stare seduti di fronte a qualcuno riuscendo a guardare dappertutto tranne che – appunto – di fronte richiede allenamento, e una fermissima volontà di evitare qualunque contatto umano con il proprio interlocutore. Forse la ragazzina odia il padre, per aver fatto soffire la madre? Forse l’alternativa a questa noiosissima vacanza con papà era andare in un posto dove c’era il fidanzato, o gli amici? Negli occhi di entrambi colgo un fondo di sofferenza, lei la maschera da strafottenza – che palle, tutti ‘sti bambini, i balletti, i giochi, io non sono più una bambina, vorrei essere dovunque tranne che qui – lui non riesce a mascherarla troppo bene. Io che li guardo preferirei che si prendessero a ceffoni ribaltando i tavoli, invece di stare così, muti, gli angoli della bocca in giù, le sopracciglia aggrottate, guardando altrove. E invece lui fosse vedovo? Se l’astio sprezzante che ogni tanto traspare negli occhi di lei, affossando l’indifferenza, fosse contro la vita, e non contro il padre? Perchè siamo qui, a cercare di divertirci, e lei invece non c’è più? E se fosse la prima estate che passano senza di lei?

********

Le mamme, i bambini. Devo dare ragione a mia sorella che dice che lo stile della mamma italiana è inconfondibile, e diversissimo dallo stile, ad es. della mamma statunitense, che spesso rasenta l’incoscienza. I bambini italiani sono seguiti, assillati, torturati, tenuti da una invisibile briglia cortissima a base di dove vai? fermati! non ti allontanare! stai qui! dai la mano a mamma/papà/nonno! e soffocati da cure parentali probabilmente non necessarie, come sciacquare il bambino in continuazione perchè non si sporchi di sabbia (al mare??), portarlo in braccio se no si scotta i piedi (al mare??), aiutarlo – di più: fare in modo che non ci pensi neppure, a farlo da solo – a togliersi e mettersi magliettine, ciabattine, cappellini, calzoncini, anche se hanno più di 5 anni. Risultato: il bambino dell’ombrellone davanti al mio, che forse ha anche qualche problema in più della media, ha PAURA di girarsi di schiena sul lettino, di mettere i piedi nella sabbia, di fare il bagno a mare, di togliersi il costume. E paura significa che piagnucola terrorizzato finchè la mamma non lo prende in braccio e lo costringe. Prevedo un futuro da nevrotico, o forse da omosessuale.

********

Il bambino di 6 anni si è tolto il costume – anzi, glielo ha tolto la mamma, ovviamente – per cambiarselo, e si avvia trionfante col pisellino di fuori alle docce. La bambina dell’ombrellone affianco, 5 anni, che rideva e giocava fino ad un attimo prima, ad un tratto tace, lo sguardo calamitato da questa del tutto inattesa e probabilmente traumatica scoperta. Fissa gli occhi dilatati dallo stupore sul pisellino, serissima, lo segue con lo sguardo per tutto il tragitto fino alle docce e ritorno, e

The curlers, lather pretty viagra sales guess everything eczema http://www.trafic-pour-noobs.fr/forum-generic-viagra a which gloss?

si tocca il davanti del costumino, furtivamente, quasi ad assicurarsi che lei quella strana proboscidina non ce l’ha. Forse l’invidia del pene – ammesso che zio Sigmund ci abbia preso – comincia così.

*********

Le scoperte di quest’estate: l’immmenso silenzioso lungomare di N. la mattina presto, la granita di ananas corretta al rhum (modestamente, invenzione della sottoscritta), l’amore incondizionato che comincio a provare per l’attrezzo a due ruote e pedali, il piacere insostituibile di una compagnia di un certo tipo.

Last minute

Dopo brevi ma intense colluttazioni con un sito di offerte turistiche last minute, con la signorina Chiara addetta al call center della medesima organizzazione – che per la verità è stata gentilissima pazientissima, geniale nell’escogitare soluzioni e quasi felice per me, oserei dire, quando tutto si è concluso per il meglio – e con il signor L. impiegato della mia banca che in sole 4 ore (??) ha ottenuto per me l’aumento del massimale della mia carta di credito e mi ha perfino augurato buone vacanze, posso dirvi che dal 2 al 10 Agosto vi abbandonerò in questa valle di lacrime e me ne andrò al mare, in acconcia struttura turistico villaggesca, servita e riverita con schiavi muniti di ventaglio che mi fanno aria se ho caldo. O almeno, questa è la previsione, poi, come dice un mio amico, l’immaginazione non usa mai materiali scadenti, la vita sì, quindi vi saprò dire.

Vi preannuncio che nel pacchetto di servizi all inclusive c’è anche l’Internet point, quindi non è escluso che vi ammorbi anche in quei 7 giorni flagellando un pò di personaggi da villaggio. Hasta siempre.

Ma non c’è il mare, lì da voi?

Stesso scenario del post precedente.

I funzionari ministeriali devono dare la pagella alla Regione, e dire in sostanza se ha speso bene o meno bene i fondi comunitari. Uno dei funzionari non ha profferito parola. Quando sembra che tutti abbiano parlato e si sta per passare alle votazioni, alza la mano e chiede spiegazioni sulla rimodulazione (= azzeramento) dello SFOP. Per chi non lo sapesse, lo SFOP è il fondo comunitario per lo sviluppo della pesca costiera.

Il dirigente dell’autorità di gestione regionale domina il riso che gli fa tremare il labbro superiore e con voce soave e serissima spiega che le richieste finora messe insieme nel settore pesca ammontano a 3.500,00 euro, pari al costo di un gommone con fuoribordo. Che, fatto 100 il totale dei lavoratori regionali, quelli impegnati nel settore della pesca sono lo 0,005%. Che questa percentuale corrisponde esattamente ai proprietari delle 20 cianciole per la pesca del polipo, da vendere ai ristoranti nei mesi estivi, attraccate nel porto di M. Che sì, certo, nella nostra regione c’è qualche chilometro di costa, ma in un’ottica di cooperazione comunitaria preferiamo lasciare rinunciare alla nostra quota di fondi SFOP per incrementare la pesca del polpo e cederla alla Norvegia.

I colori della faccia dell’incauto funzionario ministeriale passano dal bianco al bordeaux al porpora. Come se stesse affogando a mare.

Tipi di Ischia / 1

Una breve rassegna di tipi da isola napoletana.

1.    la coppia da concerto: Lei, proveniente dalla periferia del capoluogo (Sant’Antimo, Casavatore, Pollenatrocchia o giù di lì) 40 anni e forse qualcosa in più, arriva caracollando su tacchi alti venti centimetri, sottili come la perfidia, attaccati a scarpe celeste marezzato con onde argentate. Seguono, dal basso verso l’alto, un paio di pantaloni di lino bianco, un top dello stesso materiale cangiante delle scarpe, annodato sul davanti con un gigantesco fioccone che le impedisce parzialmente la visuale, argenti strass brillanti e brillocchi appesi su tutte le superfici corporee appendibili, capelli biondo chimico tirati su in un nodo che vorrebbe imitare quello del top, faccia color cuoio del tutto incongrua con i capelli biondi, rossetto dato con la cazzuola. Lui, coetaneo della moglie, dieci chili di sovrappeso, porta jeans bianchi con due enormi toppe che vanno dalla caviglia all’inguine, una a stelle e l’altra a striscie. Giubbino di tela bianca come i jeans con enormi toppe ai gomiti, una a quadri bianchi e neri, l’altra bianchi e rossi. Completa il capolavoro un cappellino da baseball rosso fuoco di due misure più piccolo che lo fa somigliare a Ciccio di Nonna Papera. Si siedono alle mie spalle, sono habituè dei concerti estivi del Negombo, stasera c’è Massimo Ranieri e non si può mancare. Lei canta a squarciagola tutte le canzoni, spostandomi in modo indicibile la nervatura, visto che ce l’ho a dieci centimetri dai padiglioni auricolari. Durante l’intervallo, discute col marito della presenza scenica del cantante, facendo il suo sfoggio culturale: “Hai visto come si muove sul palcoscenico? E per forza, quello ha fatto la scuola di Streller”.

2.    il milanese medio – Di estrazione culturale impiegatizia, piomba nell’isola convinto che trovandosi essa nel meridione d’Italia, sia un luogo selvaggio da colonizzare, dove la vita costa un cazzo, si mangia, si beve e si scopa alla faccia degli indigeni, che portano un anello al naso e notoriamente accettano specchietti in cambio di oro. Prende la prima fregatura appena sceso dall’aliscafo, sotto forma di vecchietto sdentato che guida un’Ape tre ruote scrostato decorato con i ponpon e attrezzato per il trasporto umano, che si offre di accompagnarlo in albergo; lui sale tutto giulivo, credendola una forma di ospitalità isolana e all’arrivo (in genere 500 mt. più in là) viene depredato di una cifra variabile fra i 25 e i 30 euro. Da quel momento guarderà con sospetto anche le cozze nel piatto, temendo che riprendano vita e gli si avventino sul portafogli, e naturalmente diventerà lamentosissimo riguardo al rapporto qualità/prezzo di qualunque cosa gli venga venduta/fornita/erogata. Questo non gli impedirà di continuare ad essere turpulinato e rapinato fino alla fine della vacanza, al termine della quale non avrà nemmeno scopato.

3.    l’anziana tedesca che viene a fare le cure termali – Un metro e 50, capelli candidi con sfumature viola, leggermente grinzosa, occhiali da vista con montatura metallica, sembrerebbe una innocua vecchietta come tutte le altre ma appena apre bocca la Gestapo si materializza in lei e comincia ad abbaiare ordini a destra e a manca. Si placa, con un mugolio soddisfatto, solo quando arriva nei giardini termali, perché lì la sua vocazione teutonica alla disciplina e alla tortura possono sfogarsi in pieno. Infatti, munita di costumino ascellare e cuffia di gomma con i fiori viola tremolanti, percorre tutto il circuito termale senza battere ciglio, immergendosi alternativamente in acque bollenti che ustionerebbero una salamandra e poi in acqua gelide, camminando sui sassi, arrampicandosi nelle grotte, lasciandosi a bagnomaria per svariate ore, e scuotendo il capino sdegnata di fronte a quei chiassosi di giovani italiani per i quali dentro di sé, ne sono sicura, invoca i campi di sterminio.

4.    l’autista di pullman della SEPSA – Da Aprile a Ottobre guida pullmann larghi due metri su strade larghe un metro e ottanta, con pendenze del 70% e turni di 18 ore, 7 giorni alla settimana. Deve guidare scansando i motorini, i microtaxi, i pedoni, gli spigoli delle case. Deve rispondere a tutte le domande che gli vengono poste, dalle più banali e scontate (“Questo pullmann va a Ischia Porto?” “Devo arrivare a Forio, dove devo scendere?” “Scusi, per l’Hotel Margazzi va bene questo autobus?”) alle più insidiose (“Ma lei è lo stesso di ieri?” “Dove possiamo andare a mangiare una pizza?” “Scusi, ma non sta sbagliando strada?” “Secondo lei non è troppo pieno, questo autobus?” “Devo pagare il biglietto?”). Il tutto sotto 35 gradi e l’80% di umidità. Questo forse giustifica  le perenni gore di sudore sotto le ascelle della camicia azzurra della divisa, il pallore da infartuati e lo sguardo allucinato.

Ecco un tipico dialogo agostano:

Utente (con accento emiliano): “Questo pullman va a Lacco Ameno?”

Autista: “Sì”.  L’utente sale, il pullmann parte.

Utente: “Io devo andare all’Hotel Maria”

Autista: “Allora avete sbagliato pullman. Dovete scendere e prendere il 4 alla fermata all’altro lato della strada”.

Utente: “Ma questo pullman non va a Lacco Ameno?”

Autista: “Si, però ..”

Utente (deciso): “Allora va bene, scusi! Perché devo prenderne un altro?”

Autista (stringendo il volante fra le mani per controllarsi): “Io vado..”

Utente (sempre più deciso, sventolando un opuscolo): “Guardi c’è scritto anche qui: Hotel Maria, Lacco Ameno! Eh!?”

Autista (perdendo definitivamente le staffe): “Sentite, giuvinò: io vivo a Ischia da 40 anni. Lacco Ameno è fatto ‘è COSTA (gesto orizzontale) e ‘e MUNTAGNA (gesto verticale). L’albergo vuosto sta in MONTAGNA, e stù pullmann nun c’arriva. Vui vulite andà a Lacco Ameno? E io ve ce porto! Però in albergo nun c’arrivate!!”

Utente: “Però come siete sgarbati, voi napoletani!”

Ischia portrait

Mio nonno materno faceva il direttore amministrativo di un ente di beneficenza chiamato Pio Monte della Misericordia, a Napoli. Il Pio Monte aveva una sede a Casamicciola, sull’isola d’Ischia, nella quale era possibile per i napoletani piu’ indigenti fare cure termali a spese dell’Ente, che “riciclava”, per così dire, le profumatissime rette che pagavano, per fare le stesse cure, gli ospiti della I Classe. Mio nonno veniva mandato in missione a Casamicciola nei mesi estivi, e con la missione medesima poteva permettersi di portare in vacanza li’ la sua famiglia, affittando una casetta.

Il Pio Monte a Casamicciola, un gigantesco edificio di tufo, oggi e’ un rudere semi abbandonato di cui si conserva a stento la facciata, e la targa di marmo, imponente: il resto e’ invaso dai rovi, dalle erbacce, semi cadente, sfondato, dimenticato.

 
Ho passato una mattinata intera a girovagare fra i ruderi che, come e’ noto, sono tra l’altro una mia passione personale. E’ difficile raccontare l’emozione che ho provato a salire le stesse scale, a toccare le stesse porte, a calpestare gli stessi basoli che deve avere calpestato mio nonno, ogni estate per 15 anni, piu’ di 40 anni fa. Ho provato ad immaginare come doveva essere il palazzo quando aveva ancora i suoi stucchi, i suoi intonaci, quando i portoni erano lucidi e incorrotti, come doveva essere camminare per quelle stanze, che dovevano essere strutturate a meta’ fra il sanatorio – ospedale e l’ostello – collegio, visto che i candidati alle cure avevano diritto anche a vitto ed alloggio. Ho provato a sentirmi una di loro, una pensionante, a spasso per quei cortili dopo aver fatto fanghi curativi e inalazioni, a passeggio per quella via la sera, dopo aver messo il vestito buono ed essersi assicurate di avere con se’ un ventaglio.

L’edificio è interamente ricoperto di ponteggi, il che farebbe ben sperare per una qualunque ristrutturazione verso un qualunque riutilizzo, stazione termale, ostello della gioventu’, grande albergo. Ho fermato un indigeno e l’emozione si e’ fatta nodo alla gola quando gli ho spiegato perche’ ero li’ e perche’ chiedevo spiegazioni, e lui – il mondo e’ davvero piccolo – mi ha dichiarato di essere il figlio dell’ex custode del complesso, e di ricordarsi perfettamente di mio nonno. Neppure lui, pero’, ha saputo dirmi cosa vogliono farne, del vecchio e malandato Pio Monte: pare che il Comune avesse avuto fondi sia per Italia 90, sia per il Giubileo, ma non ha saputo o voluto utilizzarli. I ponteggi, non si faccia illusioni, signora, sono li’ da almeno dieci anni.

Mio nonno e’ morto nel 1985 e il suo mito di uomo buono e colto, esperto enigmista, che mi teneva sulle ginocchia insegnandomi i nomi delle cose mentre lui risolveva le sciarade (10 lettere, Mi sembra il Dio bifronte = Parmi Giano), che scriveva lettere su una enorme Olivetti e fogli di carta velina con la carta carbone in mezzo, ha aleggiato su tutta la mia infanzia felice.

E poi mia madre: mia madre in quegli anni e’ stata adolescente. Ho ripercorso la stessa passeggiata che doveva fare lei la sera, quando andava a prendere il gelato da Calise, in Piazza Marina, con quei vestiti stretti stretti in vita e la gonna larga, a campana, i tacchi a spillo, il seno bene in vista (“la Sophia Loren dei poveri” la chiama quella irriverente di mia sorella dopo aver visto le foto di mia mamma a 17 anni), la borsetta col manico corto. Mi saro’ seduta nelle stesse sedie da bar? Avro’ preso il sole sullo stesso pezzetto di spiaggia? Avro’ guardato gli stessi panorami? Il passato mi affascina, mi attira, mi ricorda chi sono e da dove vengo.

E non e’ una fortuna da poco.
Dunque, ritorno da Ischia.

L’Isola Verde, culla vulcanica di acque termali.

La prima cosa che ti colpisce a Ischia sono gli odori. Che sono essenzialmente tre, spesso si mescolano fra loro ma non tanto da non poterli distinguere:

 gelsomini. Una nuvola, una valanga di gelsomini avvolge l’isola e fa sì che all’improvviso vi giunga, soprattutto nelle ore serali e notturne, un odore speziato, dolce, antico, che vi avvolge e impedisce di pensare.
 fichi, per lo più caduti da alberi incolti, spiaccicati ai bordi delle strade e quindi fermentati. Un odore vinoso, mostoso, dolciastro, ma tutto sommato non sgradevole, se non si pensa alle mosche che banchettano sopra alle poltiglie appiccicose scure semidisciolte
 purtroppo, merda, a causa probabilmente di un sistema fognario dalla ventilazione non impeccabile. Ad ogni angolo di strada, è sempre in agguato la zaffata mortale, che guasta fatalmente la poesia dell’angolo di paesino, il muro di tufo a secco, la glicine, gli aranci e i limoni che circondano la chiesetta di campagna.
C’è poi per tutta l’isola un vago sentore di agrumi, una nota secca e amarognola carica di promesse non mantenute, di quello che l’isola potrebbe essere e non è.

Per esempio, potrebbe essere un posto dove puoi fidarti ciecamente di quello che ti viene detto, e affidarti agli isolani che gestiscono i servizi, tutti i servizi ai turisti. Sarebbe bello, ma non è così. Insieme ai microtaxi, sui quali mi dilungherò in seguito, è sempre in agguato la microfregatura, mai troppo grossa tanto da chiamare i Carabinieri, mai tanto piccola da potertene dimenticare.

Un piccolo campionario:

 decido, in un impeto di autoerotismo, di voler fare un ciclo di massaggi antistress-riattivatori della circolazione-curativi dei dolori alla cervicale. Chiedo quanto costano, e una gentile signora mi dichiara: 18 euro a massaggio. Quando pagherò, alla stessa gentile signora, scoprirò che c’è un sovrapprezzo “per il consumo della crema canforata”. Perché non mi è stato detto? Oppure perché il prezzo non è di 20 euro, comprensivi della crema canforata?
 noleggio uno scooter. Dopo 1 km. si accende la spia dell’olio. Certo, potrei tornare indietro, farlo notare al noleggiatore, chiedere un altro motorino, ma la pigrizia isolana e vacanziera ha il sopravvento: mi fermo ad un distributore, e metto l’olio più economico che c’è, che nonostante questo è migliore di quello che nell’albergo che mi ospita usano per condire l’insalata.
 in uno scicchissimo parco termale da sceicchi c’è il guardaroba-spogliatoio, con armadietti dotati di chiave per custodire gli effetti personali. L’armadietto funziona così: per chiuderlo, bisogna mettere nell’apposita fessura 1 euro. Ogni volta che lo si apre, per richiuderlo bisogna mettere 1 euro. Il milanese di turno non ci crede, a tanta esosità, e decide di fare la prova, perdendo subito il primo euro. Conviene quindi avere un’ottima memoria o un’organizzazione ferrea, e non lasciare NIENTE che vi serva, durante la giornata, dentro l’armadietto. Oppure non usarlo.
La vacanza, come la vita, andrebbe fatta due volte, per non ripetere nella seconda gli errori della prima.

Saluti dal mare

Si, lo so, avevo detto che in queste due settimane volevo solo mare, sole, gabbiani e silenzio, ma il destino cinico e baro, complice la noia (nel mio albergo i simpatici – diciamo così – se ne sono andati e sono arrivati solo famigliuole di carabinieri e tedeschi) mi si è parato davanti sotto forma di Internet Cafè con ventilatore perfettamente funzionanti (sia il ventilatore che la postazione pc), il che a Casamicciola Terme (Ischia) è da Guinness dei primati.

Potevo resistere? Ho letto le novità, e mando un bacino a tutti accompagnato dalla minacciosa dichiarazione che il mio quaderno di Emergency si sta lentamente ma inesorabilmente riempiendo, e ce n’è per tutti i gusti … e trascriverò, sì, trascriverò, anche perchè sto prendendo solo appunti sparsi.

F.to: la lavoratrice atipica in vacanza tipicissima