Tomtom, ovvero chi sono? cosa sto facendo?

La mia stanza in ufficio è al 4° piano.

La macchinetta del caffè (o presunto tale) è al 3° piano.
Mi alzo per andare a prendere un caffè e caracollando sulle mie meravigliose scarpe alte salgo spedita al 5° piano.
Realizzo l’errore, mi interrogo brevemente sui motivi dello stesso, scendo al 3° piano.
Prendo il caffè, e rimestando con l’apposita bacchetta di plastica nella brodaglia scura faccio per tornare nella mia stanza.
E scendo al 2° piano.
Sono così concentrata che – aiutata dalla circostanza che i piani sono identici, quanto a disposizione delle stanze – vado avanti imperterrita lungo il corridoio.  Il mio cervello avvolto nella bambagia registra fuggevolmente una guardia giurata diversa da quella che avevo visto al mio piano, e un albero di Natale enorme, molto più grande di quello che ricordavo. Comincio a rallentare solo mentre leggo i nomi sulle stanze, e mi fermo definitivamente quando dalla MIA stanza esce un collega che so benissimo essere appartenente ad altro Dipartimento (che mi sfotte, pure: “Ti sei persa?”)

Torno perplessa al 4° piano.

Zio Sigmund avrebbe molto da dire, credo.

Post 587

La giornata inizia con l’infamante sospetto che qualcuno sappia dove tengo la chiavetta del caffè e se ne serva in mia assenza. Sono abbastanza certa che ieri erano stati caricati un paio di euro, e stamattina, dopo aver offerto un the

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ad un collega, ho dovuto chiedere 5 cent in prestito all’URP per prendere un caffè. O magari ho offerto più caffè di quanti ne ricordi, ieri.

Vabbè. Non poteva essere comunque una bella giornata, quella nella quale scopro da mio fratello che nevica a PALERMO (Palermo, avete presente? gli aranci in fiore, le pagliette bianche, l’Africa ad un passo) e non nella mia città, 860 mt. s.l.m., una città che possiamo tranquillamente definire di MONTAGNA, porcaccia di una miseriaccia.

La colonna sonora di oggi è dedicata al mio immenso amico Pippo, che una decina di anni fa, più o meno, mi ha fatto scoprire musica a me all’epoca ignota, salvandomi dai Pooh 😀
Il batterista gli somiglia anche abbastanza, direi 😀

Coffee time

Nel nuovo ufficio le stanze sono in fila. E Stelvio e io abbiamo da una parte la maga dei computer, dall’altra la responsabile del personale dipartimentale.

La signora – uno gnomo tondo con i capelluzzi ricci biondi – ama il caffè. Il caffè con la moka, per il quale disdegna schifata la macchinetta automatica del terzo piano (oddio, magari fa bene). Ma – mi direte voi che abitate a Varese – e come si fa ad avere il caffè della moka in un ufficio, per di più pubblico?

E che problema c’è. Per sciacquare e rimpire d’acqua il serbatoio della moka, c’è il bagno. Poi. La signora ha disposto i mobili della sua stanza in modo tale che vi sia un angolo un pò nascosto dietro il fax e la stampante, non ben visibile dalla porta, dietro il quale ha piazzato un tavolino, una piastra elettrica, e tutto il necessario per fare il caffè: la moka, ovviamente, un barattolo di zucchero, uno di caffè Kimbo, bicchierini di carta, cucchiaini di plastica. E – tocco da maestro – un foglio A4 elaborato in Excel nel quale ci sono i nomi di tutti gli abitanti del piano, i mesi dell’anno, e il contributo versato da ciascuno per le spese di zucchero e caffè. L’abbonamento ha un importo modicissimo: 2,00 Euro al mese. Ma si può contribuire in natura, portando, che so, cioccolatini, cornetti mignon, o una crostata fatta dalla mamma, o una fetta di dolce avanzato dal compleanno. Il trasporto della moka dal bagno alla stanza della collega avviene mediante un innocente sacchettino di carta plastificata rosso, tipo confezione regalo, con scritto fuori “Gioielleria Manzoni”.

Due euro al mese per avere un bicchierino di caffè dalla moka – e magari un cioccolatino, se vi dice culo – ogni volta che la collega lo fa, il caffè. E come si fa a saperlo, direte voi. Per chi lavora – diciamo così – nelle immediate vicinanze, è facilissimo: basta seguire l’odore di caffè. Per chi sta più lontano, funzionano il telefono interno, la voce che si sparge, l’orario (la collega si fa venire la voglia ad orari più o meno fissi).

Le colleghe che prendono il caffè a gruppetti di 4 o 5 ovviamente chiacchierano fra loro. Tutte donne, quasi sempre. Un paio hanno una voce che trapana i muri e Ballarò e Porta a Porta e Amici e L’Arena hanno ormai insegnato che non conta il valore dell’argomentazione, conta chi riesce a urlare più degli altri, riuscendo a mantenere la concentrazione per ripetere sempre la stessa cosa finchè l’altro non si tace.

Stamattina il tema era: è giusto attendere l’assenza di figli adolescenti per frugare nei loro armadi e buttare via tutti gli indumenti che a giudizio della mamma non sono più mettibili? Al momento in cui scrivo, la discussione è ancora aperta.

E’ lecito da parte mia augurare loro una morte lenta, soffocate da un cucchiaino di plastica?

Pausa caffè / 2

Aggiornamento sulla macchinetta del caffè del Dipartimento Cultura, Formazione, Lavoro e Sport: non ne esiste nessuna a gettone, ma ho scoperto almeno un ripostiglio per ciascun piano nei quali solerti segretarie di direzione si sono attrezzate con fornelletti elettrici, moka e tazzine.

Me ne sono andata a naso, come si suol dire.

Pausa caffè / 1

Il Dipartimento nel quale lavoro (diciamo così) è sito in una elegante palazzina stile liberty pressochè nel centro cittadino. Tutto il resto degli uffici regionali è distante 7 km., e ha sede in megapalazzone acciaiocemento in aperta campagna o quasi.

Il palazzone dispone di macchinette del caffè e distributori automatici di bevande e mangimi vari praticamente ad ogni angolo. L’elegante palazzina liberty è composta di 4 piani di corridoi con pavimenti in marmo, stanze le une nelle altre come a palazzo reale, con porte di legno bianco a quadrotti. E basta. L’ho girato tutto, anche se lo conoscevo già molto bene per averlo per anni visitato in qualità di utente, e niente macchinette del caffè, niente acqua minerale, niente stick, crackers, gelati, niente di niente.

Perchè mai? Mi chiedevo. Stavo già per avviare un’indagine interna scritta, quando ho avuto un’illuminazione. Affacciandomi alla finestra del mio loculo, ho notato tra le 10 e le 11 una discreta silenziosa processione di impiegati/dirigenti, a coppie, a gruppetti, da soli, lasciare furtivamente il palazzo e rientrare dopo qualche minuto. Non tutti assieme, per non farsi notare. Però tutti, dalla Dirigente Generale all’ultimo usciere.

E allora ho capito. Se ci fosse la macchinetta, come si farebbe ad uscire PER ANDARE A PRENDERSI UN CAFFE’????

La macchinetta del caffè

Il cosiddetto archivio è una stanzuccia ricavata da una svista del geometra che ha progettato l’edificio, e contiene, oltre a scaffali fino al soffitto in cui sono stipati multicolori armate di faldoni nei quali si trova sempre tutto, tranne quello che stai cercando, anche un piccolo frigorifero e l’ormai famigerata macchinetta del caffè. La quale, dopo essere stata acquisita con squilli di trombe ed entusiasmi generali, ha rivelato fin da subito tutte le sue umane manchevolezze.

 1. si frega i soldi (la macchina non dà resto, ma dovrebbe “conservare” il credito; a parte che questo ingenera una serie di debiti incrociati da cui Tanzi potrebbe aver tratto ispirazione per le sue acrobazie, ogni tanto, senza preavviso, la macchina si mangia il credito e statevi bene);
2. il caffè espresso è più spesso bruciato, il caffè lungo ricorda da vicino i liquami per il concime;
3. il tasto “latte”, quando richiesto, sputa fuori per i primi 2 secondi una materia biancastra collosa che non vi voglio dire, perchè sono una signora, cosa mi ricorda, e per i rimanenti 10 secondi, acqua calda. Risultato: acqua calda biancastra. 
3. richiede una manutenzione continua, in parte ordinaria (devono essere ricaricati i contenitori del caffè in grani, del cioccolato e del latte in polvere), 10% delle volte, in parte straordinaria, 90% delle volte. Il tecnico, che ormai è diventato parte integrante dell’arredamento dell’archivio, esegue di solito le seguenti operazioni:

a. apre la macchina sventrandola con apposita chiave e mettendone a nudo le trippe;
b. smanetta dieci minuti, con l’espressione sempre più preoccupata;
c. prende il cellulare e chiama la centrale, chiedendo istruzioni, e riferendo quello che vede (“ma sta luce s’avesse appiccià, o no?” “‘cca mi dice ‘SELFSHARE XY PROGRAMMATION DB’, c’aggia fà?” e così via). Ogni tanto qualcuno di noi passa da quelle parti e comunica al tecnico improbabili correzioni di gusto:

– “ma il caffè, non si potrebbe avere un pò più corto? è acqua!”
– “nel caffè macchiato c’è troppo latte, è una brodaglia!”
– “il caffè espresso non si potrebbe avere un pò più lungo? è troppo ristretto, fa male!”

e chiede notizie dell’amata macchina come se fosse un figlio in rianimazione (“come va? è grave?”). E’ rimasta negli annali, ed entrata di diritto a far parte del gergo aziendale, la mitica risposta, sempre uguale, del tecnico: “Dottorè, si è SHPROGRAMMATA, si deve riprogrammare”. Ahe.
d. richiude tutto, ci offre tre o quattro caffè per provare che tutto funziona e se ne va.

Per tornare dopo due giorni, e ricominciare daccapo.

 

Perchè lavorare ad Agosto?

Non è tanto umano, diciamo la verità. E poi è Sabato, e fuori si sta d’incanto, aria frizzante a ricordarti le bufere notturne e solicello tiepido a ricordarti che tutto sommato è ancora estate. E pensare che quando ero piccola questo era già il secondo giorno di mare, avevo già fatto amicizia coi bambini delle villette/bungalow/tende vicine e di sicuro mi ero già ustionata nonostante i chili di Coppertone che mia mamma mi spalmava con la pala ed ero già costretta a fare il bagno con la maglietta. Invece l’ufficio dentro è sempre uguale, del tutto impermeabile alle stagioni se non fosse per i già noti fatti relativi alla temperatura aziendale.

Ci siamo solo io, l’Architetto (rimasto solo dopo che moglie e figlie sono partite per il mare) e il Capo, che fosse per lui lavorerebbe anche la notte di Natale, tagliando a mezzanotte un panettone col tagliacarte. Ha provato a farsi il caffè da solo, stamattina, per dare prova di non dipendere poi totalmente dalle sue impiegate/figlie, e nell’ordine:

1. ha ignorato la spia gialla lampeggiante che comunica al mondo che la macchinetta del caffè, come la maggior parte degli esseri viventi, ha bisogno di bere con regolarità;

2. ha infilato la cialdina e spinto l’apposito sportellino-levetta, e non è successo niente. Ovvio. Senz’acqua, la umile ma intelligente macchinetta si blocca, dal momento che l’acqua è guarda caso una delle due indispensabili materie prime necessarie a fare un caffè;

3. ha messo l’acqua brontolando e cominciando a lanciarmi sguardi imploranti;

4. la cialdina, però era ormai stata inghiottita. Recuperarla con mezzi meccanici (tagliacarte, unghie, righelli et similia) può avere due soli risultati certi, e cioè frantumarsi uno o più falangi e scassare uno o più attrezzi di cancelleria, oltre alla macchinetta, ovviamente. Esiste un modo per il recupero, e la mia fronte portava la scritta IO LO SO MA NON TE LO DICO mentre l’implorazione era diventata vocale, con totale perdita della dignità.

Sospirando, della serie “questi uomini non sanno fare nulla ed in più se sono Capi questo interferisce anche sulla loro credibilità professionale” ho provveduto alla realizzazione del miracolo (basta spingere con una seconda cialdina, anche usata, e la prima cadrà nell’apposito cassettino, e potrà essere recuperata) e ho fatto il caffè.

L’ingrato si è lamentato che faceva schifo lo stesso, ma è stato solo per recuperare la suddetta dignità.

Vi bacio, non vi divertite troppo.

Aggiorno, anche oggi

1. LE FERIE – la megascadenza del 21 luglio salta, dopo essere saltata già quella del 21 giugno; se la prossima che il nostro massimo Ente Locale, nella sua infinita lungimiranza, vorrà fissare, sarà al 21 Agosto, ci siamo tutti o quasi fottute le vacanze; peggio ancora, ovviamente, se la scadenza viene fissata, che so, al 5 settembre o giù di lì.

2. LA TEMPERATURA – contrariamente che nel resto d’Italia, a giudicare da quello che si legge e si sente, qui la temperatura non supera i 28 gradi e l’umidità non supera il 35%; quindi notti fresche, sudori sotto controllo, sistemi di condizionamento da ufficio profumatamente pagati che restano del tutto inutilizzati (yek, yek, risatina da Cattivik :))

3. IL CAPO NON C’E’  – e quindi i topi ballano. Io per esempio sto meditando di andare nella mia libreria preferita a chiedere se è uscita l’edizione economica di Io Uccido di Giorgio Faletti. Ho iniziato a leggerlo venerdì scorso a casa di mia zia e nonostante i miei ritmi di lettura notoriamente forsennati non sono stata in grado di digerire le 670 pagine fino a domenica sera, data nella quale ho dovuto abbandonare il malloppo che la zia non poteva prestarmi, damned. Quindi ora sono nella terrificante condizione di avere letto 4/5 di un ottimo thriller e NON POTER SAPERE come va a finire, ovvero chi è l’assassino, senza mettere mano alla sacca e sborsare circa 18 euro, che già sono stata restìa a spendere finora, e sono vieppiù restìa a spendere oggi, che ho già letto quasi tutto il libro ….

4. LA MACCHINETTA DEL CAFFE’ – qualcuno, anonimo per definizione, non so con quanta premeditazione e/o coglionaggine, ha messo l’acqua MINERALE nella vaschetta all’uopo destinata. Il risultato è che adesso la macchinetta fa il caffè con una schiuma esagerata, che riempie il bicchierino in un amen, si dissolve dopo 10 secondi netti e lascia un fondo di caffè ottimo per concimare le piante.

Caffèèèèèè

Torno in ufficio dopo la pausa pranzo con una irrefrenabile voglia di caffè. Mi procuro la cialdina dal cassetto della segretaria, annotando diligentemente il mio debito sul post it elettronico del suo pc, e constatando che ho messo insieme un debito da paese del Terzo Mondo che mi ci vorrà un mutuo per estinguerlo (mi batte il capo: 45 caffè presi e non pagati). Mi fiondo nel retrobottega – archivio – ripostiglio – mensa, uno squallido stambugio senza finestre dove troneggia una meravigliosa macchina elettrica per il caffè espresso, già pregustando il sapore ….
La macchinetta è spenta.
So chi è stato. Uno dei miei colleghi, per sfortuna nostra dotato di un minimo di autorità – ma proprio un minimo – si è fissato che la macchinetta del caffè “riscalda”, ovvero che la temperatura della stessa può salire indefinitamente, con due possibili effetti deleteri: 1. esplodere  2. aumentare in modo abnorme la temperatura interna dell’ufficio. Sospetto che lui paventi un terzo motivo, ovvero un eccesso di consumo di elettricità, ma non ne ho le prove.
Il fatto che costui sia un ingegnere costituisce un’aggravante che gli costerà il massimo della pena, se esiste una giustizia divina.
Con la mia povera laurea in giurisprudenza, del tutto inadatta ad occuparmi di circuiti elettrici, ho tentato di fare arrivare alle sue orecchie, non direttamente per carità, queste semplici nozioni:
1. la macchinetta è sicuramente dotata di un termostato che le fa raggiungere solo la temperatura ottimale a fare il caffè, non oltre: prova ne sia che sul davanti questo attrezzo del diavolo ha 4 spie, una delle quali segnala appunto la temperatura, che si SPEGNE, andando in stand by, quando ha raggiunto quella temperatura; 
2. il nostro ufficio, come tutti gli uffici, è disseminato in ogni angolo di  attrezzature che funzionano a corrente, e che riscaldano l’aria 2.000 volte di più di una misera macchinetta del caffè, per giunta dislocata in uno stanzino la cui porta, per motivi di decoro, è sempre chiusa (cito per tutte la mastodontica fotocopiatrice – scanner – stampante, che pare potenzialmente idonea a fare qualunque cosa, tranne appunto il caffè);
3. accendere e far arrivare a temperatura la macchinetta del caffè più volte al giorno consuma 4 volte tanto – a essere ottimisti – che lasciarla accesa tutto il giorno;
4. se inavvertitamente non si aspetta il tempo necessario a farla riscaldare, e si fa lo stesso un caffè, VIENE UNA CHIAVICA DI CAFFE’!!!
Indovinate chi ha vissuto live il punto 4., oggi?