Studiate, crape!

Per lavoro, mi capita di dover studiare la legge 28 Marzo 2003, n° 53, archiviata anche come “Riforma del sistema scolastico”. Ne discuto con il mio compagno, che è un insegnante. La conclusione a cui arriviamo si può riassumere come segue: 

1. l’istruzione è un diritto/dovere fino al raggiungimento di una qualifica, purchè entro i 18 anni;

 

2. il diritto all’istruzione e alla formazione è assicurato per “almeno dodici anni”, nei quali sono compresi i 3 anni della scuola d’infanzia, i 5 di scuola elementare, i 3 di scuola media, per un totale di 11 anni; quindi fino al compimento del 15° anno, si ha diritto ad andare a scuola, oltre il quale poi si può optare per proseguire con l’istruzione liceale,  quella tecnico – professionale o ad una cosa ibrida scuola/lavoro, regolata dalle Regioni;

 

3. alla fine del periodo infanzia/scuola primaria, ovvero fino ai 14 anni, ovvero dopo 11 anni di scuola dell’obbligo statale, si può optare per un regime qualsiasi fino ai 18 anni, oppure chiudere con una qualifica anche prima del 18° anno, solo che, mentre si quantifica la durata massima della qualifica (quattro anni), non si  quantifica la durata minima (un anno?) per completare i dodici e ritenere soddisfatto l’obbligo all’istruzione (art. 68 comma 2 lettera pag. 15).

 

Tradotto in italiano:

 

1. fino ai 14 anni siete pregati di non fare un cazzo e di non rompere le scatole;

 

2. dai 14 ai 18, se volete PAGARE per frequentare l’Università, venite al Liceo Statale dove vi faremo un culo così solo per entrare, ovvero sborsate i SOLDINI e andate ad una delle tante scuole cattolico/private che istituiremo per far arrivare soldi alla malavita locale.

 

3. tutta la monnezza che attualmente non vuol fare un cazzo e che si iscrive ad es. agli Istituti Tecnici, si accomodi cortesemente alle discariche comunal… pardon, regionali, che almeno verranno usate come alibi per far arrivare tangenti e finanzamenti ai politici locali….

Avvocà, voi dovete capire

Il personaggio di oggi non appartiene alla schiera di eletti che fanno parte in modo stabile di questo radioso ufficio. Però lo vediamo abbastanza spesso. E’ il cosiddetto ” ‘ntravelatonze “, parola difficilina da pronunciare del mio pesante dialetto e che alla lettera viene tradotto  con “intorbidatore di pozzanghere”, ovvero colui il quale, smuovendo l’acqua di una pozza piovana, riesce a non farne vedere più il fondo. Il sarcasmo è sottile, ma si coglie: si sottintende anche che l’uomo in questione è una scartina che si atteggia però a pezzo da novanta, appunto confondendo le acque.

Il Nostro è un uomo politico locale, di professione avvocato, celebre fra noi per i seguenti atteggiamenti:

1. quando entra nel nostro ufficio, a qualunque ora, in qualunque giorno, è sempre incollato al cellulare, nel quale parla a voce altissima; dal momento che è statisticamente impossibile che riceva SEMPRE una telefonata nel momento preciso in cui bussa al nostro campanello, sospetto che si faccia chiamare apposta o che la telefonata sia finta, appunto per dare l’impressione della massima vitalità politico – gestionale;

2. quando telefona, alla cortese risposta ufficiale “Azienda X, buongiorno”, sospira un secondo e poi con tono baritonale e rassegnato pronuncia il nome di battesimo del nostro capo. E basta. Senza nemmeno una intonazione di domanda. Senza mai sognarsi di dire “Sono Y, potrei parlare con X?” o una qualunque delle centomila formule di cortesia utilizzate da chi chiama in un posto diverso da casa propria. La cosa mi fa talmente incazzare che quando capita a me di rispondere uso una delle seguenti formule: “Qui non lavora nessuno con quel nome, mi dispiace” ( e metto giù); “EHHH?????” (col tono di chi vuole dire “ma che cazzo stai dicendo?”)  oppure “Ma lei chi è, scusi?” abbaiato col tono di Condy Rice durante l’antirabbica.

Il rimestatore di pozzanghere porta un doppiopetto coi bottoni dorati, un cellulare che ha una suoneria da discoteca, la barbaccia e capelli medio lunghi da finto ex rivoluzionario ora convertito al verbo dell’Unto; fa parte di uno di quei partitelli del cazzo che non contano niente, nemmeno in sede locale, ma fa credere che senza di lui il mondo politico regionale crollerebbe come un castello di carte durante il terremoto del 1980.

A suo merito posso dire che pur avendomi indentificata come la risponditrice folle, mi sorride complice e  mi strizza un occhio ogni volta che passa davanti alla mia stanza (parlando al cellulare, ovviamente). Non manca un pò di senso dell’ironia, al ragazzo, oppure si diverte alle mie risposte e esordisce apposta così.

Che sia innamorato? 🙂

Impaziente

Ho maturato la convinzione che l’attesa di un evento piacevole ragionevolmente certo è di gran lunga preferibile al verificarsi dell’evento stesso. Che scoperta del cazzo, lo sapeva già pure Leopardi. Ma leggerlo in una poesia è un conto, provarlo sulla propria pelle per poi poter dare ragione a Leopardi è tutt’altra sensazione.

 

Diverso il caso se l’attesa riguarda un evento non certo, quella è straziante, e io, che sono per natura iper impaziente e iper impulsiva, sono fisicamente incapace di aspettare se non so esattamente QUANTO dovrò farlo. Fra i numerosi coccodrilli scritti per la morte di Giovanni Agnelli, ne ricordo uno che sottolineava la sua quasi patologica impazienza: andava a sciare, ma non più di un’ora, andava in vacanza, non più di due giorni, insomma era uno con lo stufamento rapido, quasi ossessivo. Con malcelato orgoglio mi sono riconosciuta nel ritratto 🙂  Infatti sono famosa per portare solo con grande fatica a compimento impegni per i quali mi ero entusiasmata dapprincipio, pessimo difetto dal quale cerco di emendarmi con l’età.

 

Adesso aspetto una partenza, per me piuttosto dolorosa; la persona che parte tornerà a Natale, e già pregusto questi mesi di attesa, molto più leggeri e piacevoli dell’arrivo, e dell’attesa della ripartenza.

 

Ho fatto un casino, sono gli antibiotici, credo ….

L’Architetto

 Stamattina parlavo con la mia collega di stanza che mi confessava di avere bisogno di un oculista, però non voleva spendere un occhio della testa (ahah). Ha chiesto consiglio all’Architetto, che vive nella sua stessa città, che non è quella dove c’è l’ufficio, e lui le ha dato un nominativo. Con la tabella con l’importo di tutte le parcelle fatte pagare dal professionista negli ultimi dieci anni e un grafico previsionale degli aumenti delle parcelle nei prossimi sei mesi. E un file .jpg con la mappa per arrivarci.
L’Architetto è fatto così. Ha sul suo computer una tabella con i prezzi della benzina degli ultimi dieci anni. Un database con l’indicazione dei suoi viaggi di lavoro degli ultimi quindici anni, data, ora, destinazione, spese sostenute (caso mai qualcuno dovesse commettere un omicidio e far ricadere la colpa su di lui, avrebbe la possibilità di costruirsi un alibi: “Quel giorno ero in viaggio per lavoro”). Utilità sul suo desktop che servono a convertire file Wordstar (un formato in disuso in tutto il mondo da circa dieci anni) in un qualunque altro formato di videoscrittura.
E’ un motore di ricerca umano: come lo zio Nevio di Benni, basta dire una parola qualunque e lui sforna venti minuti di nozioni sull’argomento, da cui poi, con un pò di pratica, si può risalire alle informazioni veramente utili che si stavano cercando.
Putroppo il rapporto fra la ridondante quantità di informazioni e la loro organizzazione per l’utilizzabilità a scopo operativo sono, come spesso accade, inversamente proporzionali, per cui il tasso di concludenza e senso pratico dell’Architetto tendono paurosamente a zero. Pochi giorni fa gli ho chiesto se aveva l’elenco aggiornato dei Comuni compresi nella perimetrazione di un certo Parco Nazionale. “Certo” mia ha detto, e mi ha teso orgoglioso un CD, nel quale c’erano:
a. un file .jpg di circa 35 megabyte, che il mio computer ha faticosamente tritato, poi si è bloccato. Ho dovuto farlo ripartire, riprovare con un altro programma, risettare tutto, riprovare la terza volta per avere ragione del mostro. Il file mostrava una cartina aereofotogrammetrica della mia regione, scannerizzata in scala 1:3.500.000 (in pratica grossa come una carta da gioco), con alcune chiazze rossastre che corrispondevano ai comuni facenti parte dell’area del Parco. Solo il buon Dio avrebbe saputo dire a quali Comuni corrispondevano.
b.  un file .jpg  di circa 40 megabyte (quindi calcolate tutte le difficoltà già descritte al punto a., + 15%) assolutamente identico al precedente.
E lui è convinto di avermi risolto il problema …

Giornata a episodi

Episodio 1.
Devo telefonare ad un funzionario di un Ministero, non dico quale per pietà della nazione. Al numero che avevo risponde un fax. Allora chiamo il centralino. Non risponde nessuno, e sono le dieci del mattino di un giorno feriale che più feriale non si può. Mi viene una botta di astuzia e comincio a fare lo stesso numero a cui mi rispondeva il fax, cambiando solo le ultime due cifre, che come tutti sanno corrisponde a diversi interni. Squilli a vuoto, poi finalmente la fancazzista di turno risponde. Mi pare di parlare con la pizzeria di fronte, tanto che mi viene il sospetto di avere completamente toppato il numero e avere chiamato un appartamento privato. La fancazzista, infatti, biascica che non sa, non capisce, chi vuole? aspetti guardo, no quel cognome qui non esiste (??), ma forse lei vuole parlare con il Dipartimento B, qui è il Dipartimento A e io mi spiace non ho l’elenco (nello stesso Ministero !!), chiami il centralino (questo sì che è un colpo di genio). La fancazzista torna a fare il test di Donna Moderna e io già prossima ad un travaso di bile riprovo col centralino. Squilli, tanti. Alla fine qualcuno alza la cornetta, ma non parla con me, almeno credo, perchè il tono della conversazione è questo: “Che ce l’hai ‘na carammella?” (risate) “Tiente ‘sta carammella, si no me rompi li cojoni fino a domani” (risate doppie, ride tutto il centralino, credo. Rumore di scartocciamento di caramella.) Resto ad ascoltare, affascinata, senza avere nemmeno il coraggio di dire “pronto?” E finalmente una voce – con caramella in bocca, ovvio – si degna di mugolare: “Siiiii????” Chiedo della funzionaria che mi serve, mi passano l’interno. Ovviamente è un fax.

Episodio 2.
“Azioni di attrazione e localizzazione di singoli investimenti produttivi di dimensione unitaria significativa in settori produttivi compatibili con le risorse naturali disponibili e la tutela ambientale”.
E CIOE’??
Il primo che riesce: A. a leggere quanto sopra senza farsi prendere dalla ridarella, nè da crisi di panico; B. a farmi un esempio pratico, cioè a rispondere, argomentandomela, alla mia domanda (e cioè??), vince una copia del documento ufficiale, elaborato da funzionari locali pubblici del Sud d’Italia, nella quale è contenuta la frase in oggetto.

Episodio 3.
Vado alla posta a spedire un pacchetto negli Stati Uniti con posta celere internazionale. L’impiegata non ha mai palesemente fatto niente del genere, è in difficoltà col modulo, con la compilazione del medesimo, non sa dove appiccicarlo, ma comunque riusciamo faticosamente ad arrivare alla fine della trafila. E’ il momento di pagare. La signora prende il cartoncino plasticato sul quale sono riportate le tariffe, suddivise in tre fasce, ogni fascia un certo numero di Paesi, e comincia a consultarlo. Arriva fino in fondo, poi ricomincia daccapo. Riguarda l’indirizzo sul pacchetto. Comincia a sudare. Le suggerisco timidamente di guardare nella fascia 2, lo so che è lì perchè l’ho già fatto altre volte. Niente da fare. Si alza decisa ad andare a chiedere consiglio al responsabile dell’Ufficio. Prima di andare via, per sicurezza, mi chiede: “Mi scusi, ha detto AMERICA, vero?”
Sento un moto di rabbioso sconforto piovermi nelle viscere. “Signora – le dico stringendo la penna come se volessi fonderla – se cerca America, possiamo stare qua fino a domattina. AMERICA è un continente. Lei deve cercare sotto la S di Stati Uniti. O forse anche sotto la U di U.S.A.  Ma non vorrei confonderla.”
Non sono certa che abbia colto l’ironia.

Family day

Stamattina c’è una tensione che si taglia a fette, nel nostro radioso luogo di lavoro. Una lotta intestina e generazionale, dal momento che coinvolge il capo, i figli del capo, la futura nuora del capo. Sembra ci sia disaccordo sul modo di condurre in porto determinati incarichi, e questo punto di partenza travolge le barriere emotive e sentimentali per cui alla fine si rinfacciano pure quella volta che mi hai rubato il ciuccio quando avevo tre anni. La porta dietro la quale avviene la battaglia è rigorosamente chiusa, ma brandelli di urla filtrano e si sentono rumori di cancelleria sbattuta e attrezzeria malmenata. E queste sono le stesse persone che fanno battute sarcastiche, con riferimenti a mercati ittici, se qualcuno di noi chiama ad alta voce un collega da una stanza ad un’altra.
Noi, gli esterni, dipendenti o co.co.co. stiamo qui con la testa piegata sul nostro lavoro ma risolini aleggiano beffardi sulle nostre facce di staff. Anche i ricchi piangono, a quanto pare, e soprattutto finchè si scannano fra loro lasciano in pace noi, anche se dire qualunque cosa, oggi, può essere pericoloso.
Ogni tanto qualcuno dei contendenti esce dalla stanza, dopo aver doverosamente sbattuto la porta, e viene di qua, in cerca quasi sempre di documenti che avallino la propria teoria; appena varcata la soglia e ridisceso fra i comuni mortali, il qualcuno di turno cerca di spianare le rughe dell’ira con evidente sforzo muscolare e, dopo un rantolo, tenta di abbassare di due ottave la voce per chiedere ciò di cui ha bisogno. L’effetto è devastante per la nostra ridarella, ma occorre tenersi, e soprattutto occorre fare finta di niente, mentre dietro la porta continua la Casamicciola di cancelleria.
Adesso sembra che una tregua sia stata concordata, ma – come fra Abu Mazel e Sharon – non c’è da fidarsi troppo. Si può almeno sperare che, in altre irose faccende  affaccendato, l’ingegnere almeno dimentichi di spegnere la macchinetta del caffè.

Meritocrazia

Ho parlato con mia sorella, in questi giorni, di milioni di cose ma soprattutto di lavoro. Lei è stata assunta da una mulinazionale che si occupa di elaborazione e diffusione di dati finanziari, vive in una non enorme cittadina del MidWest statunitense, guadagna – al cambio di oggi – circa 1.900 euro mensili pagati bisettimanalmente, un venerdì si e uno no, con precisione anglosassone. E già questo mi fa rodere abbastanza i cosiddetti, che purtroppo non ho se non metaforicamente, come qualcuno ha avuto la bontà di riconoscere.
Ma non si tratta solo di questo. Mia sorella ha un’etica calvinista del lavoro, lavorare non le pesa, lavorare negli States era il suo sogno. Però è bello – per lei – vedere come questo sforzo venga riconosciuto. Dopo tre mesi che aveva cominciato, è stata convocata nell’ufficio del capo per ricevere un elogio formale perchè da “rilevazioni statistiche” era risultata l’impiegata con il miglior rapporto tempo/rendimento. Anche in virtù di questo, ha ricevuto il bonus di produttività (trimestrale) più alto del suo gruppo di lavoro. E’ venuto il Capo dei Capi Grand’Uff. Lup. Mann. in visita nella sua filiale e lei è stata scelta su circa 250 impiegati per mostrare i metodi di lavoro, il che significa che il Grande Capo si è seduto proprio vicino a lei per 30 lunghissimi minuti a vedere come lavorava (io ho malignato che non è stata lei ad essere scelta, in realtà tutti gli altri hanno fatto un passo indietro, ma era una malignità affettuosa 🙂
In una parola? Meritocrazia. Chi si fa il mazzo tutti i giorni, onestamente, viene premiato. Chi cerca di svicolare, no. Se mi voglio deprimere, potrei fare il confronto con la mia vita lavorativa quotidiana, nella quale tutto quello che si fa, comprese le notti, gli straordinari, i salti mortali è sempre dovuto, è sempre il minimo indispensabile, per l’immeritato compenso che mi viene corrisposto, che vorrei ricordare, è circa la metà di quello di mia sorella, ed è versato se e quando ci sono congiunzioni astrali favorevoli.

Certo, quella dove lavoro io è una piccolissima azienda, e quella di mia sorella è una multinazionale, ma se questo può giustificare i tempi dei pagamenti, e l’entità, certo non giustifica l’ATTEGGIAMENTO generale nei confronti dei collaboratori, dipendenti, schiavi, chiamateli come volete. Basterebbe poco. Un complimento alla settimana, e un incentivo economico a fronte di sforzi oggettivi e documentati, fatti peraltro nell’interesse dell’azienda.
Quasi quasi mi trasferisco all’estero anche io…

No panico

Da tre giorni mi pare di avere inghiottito una palla da tennis che mi si è incastrata nell’esofago a sinista, e inghiottire pure la saliva, pure l’aria, è atrocemente doloroso. Il mio medico curante, dal quale ero già stata la settimana scorsa accusando capogiri e sensazioni di svenimento, mi ha prescritto antinfiammatori e antibiotici, che sto diligentemente mandando giù nonostante ODI prendere medicine.
Non mi pare che si sia troppo impressionato, e sì che lui è uno che per una auscultazione che non lo convinceva fino in fondo mi ha mandato a fare un elettrocardiogramma di controllo “così stiamo più tranquilli” (come no, ero andata a farmi prescrivere un’aspirina e mi ritrovo cardiopatica). Per i pseudo svenimenti mi ha suggerito di bere molto, per ripristinare l’equilibrio elettrolitico sfasato dal caldo; per la tonsillite, medicine e “chiudi la finestra di notte e mettiti un pigiama” visto che gli avevo confessato che dormo seminuda e con la finestra aperta sempre per il caldo.
Per la verità quest’anno la salute mi ha aiutato poco, ho avuto una lunga serie di malanni piccoli ma molto fastidiosi, tutti diversi fra loro, tutti per la mia ipocondria variamente preoccupanti. Mi sono fatta una mia teoria: che lo stress – lavorativo, familiare, personale, per una serie di cazzi che non conoscete e per stavolta resterete con la curiosità – abbassi le difese immunitarie, e quindi basti un bacillino minuscolo per fregarmi.
Adesso scusate, vado a inghiottire il pillolone di antibiotico, che come farò a farlo passare dalla gola visto che c’è già la palla da tennis è un mistero, e poi vado a fare i gargarismi col succo di limone, stando attenta che non mi veda mia sorella se no lei si massacra dal ridere, e io per ridere assieme a lei rischio di strangolarmi.
Buonanotte, buona domenica!

Quella sera a Bormio

Mi permetto una piccola digressione sul tema del blog. Tra i 24 e 30 anni ho fatto pare della dirigenza di una grande associazione di volontariato, nella quale ho abbastanza presto capito che vigevano logiche spartitorie e procedure burocratiche come in qualunque mondo politico “non terzo settore”. Ma, a parte questo. Mi toccava fare un intervento in rappresentanza della mia regione ad un’assemblea nazionale. Il mio, diciamo così, diretto superiore, che chiameremo G.,  ed io, ci lavorammo a lungo. L’intento era portare l’attenzione dell’Assemblea sulla nostra piccola realtà, e fare scarmazzo, come direbbe Camilleri, per motivi squisitamente di “politica associativa”. Io non riuscivo a trovare il modo. Allora G. mi fece inserire tre o quattro frasi deliberatamente sarcastiche riguardanti un’altra realtà territoriale, del Nord.
Io obiettai che erano troppo pesanti, rischiavano solo di attirarci l’antipatia dell’Assemblea senza risolvere niente. Lascia fare, mi disse lui. La conclusione del discorso era un capolavoro di diplomazia e “volemose bene”. La mattina dell’intervento mi tremavano un pò le gambe, ma riuscii a tenere ferma la voce. Arrivata al punto cruciale, diciamolo, nel disinteresse quasi generale, chi chiacchierava a destra, chi si alzava a sinistra, alzai un pò la voce.
E successe quello che non credevo. Due o tre rappresentanti di quell’altra regione si alzarono protestando vibratamente e tentando di zittirmi, uno addirittura mi si fece incontro come a volermi strappare i fogli di mano. G., che fingeva di non sapere quale era il contenuto dell’intervento, mi si parò davanti a difesa. L’aggressore fu bloccato e fischiato dall’intera platea. Mi fu consentito di continuare in un silenzio di tomba, nel quale il finale morbido e inneggiante alla solidarietà nazionale e universale fu accolto con un boato di applausi.
Ricevetti pacche sulle spalle e complimenti da perfetti sconosciuti, per due giorni di fila. Il cosiddetto aggressore mi mandò dei fiori con un biglietto di scuse e fummo “costretti” a stringerci la mano e a fare la pace in pubblico. Si parlò del nostro intervento e dei problemi che poneva per tutta la durata dell’Assemblea. Un trionfo, insomma. In ascensore, io e G. ci abbracciammo trionfanti e io gli chiesi: ma come facevi a sapere che qualcuno si sarebbe alzato a protestare in maniera così plateale? E lui mi rispose, memorabilmente: “Un coglione che perde le staffe e casca nella trappola si trova sempre”. L’equilibrio bilanciato fra la figuretta bionda e che pareva più giovane di quello che era, che leggeva, gli insulti calibrati, il finale morbido, e il coglione di turno, avevano ottenuto l’effetto sperato.
Avevo 26 anni.
Da allora SO che non bisogna cadere nelle provocazioni. Beninteso, non ci riesco quasi mai, perchè ho un carattere impulsivo, però lo SO, e cerco di ricordarmelo. E io non sono Presidente del Consiglio italiano, non presiedo il Consiglio dell’Unione Europea. Domanda ingenua da casalinga di Voghera: Perchè il nostro cosiddetto premier ha voluto farea tutti i costi  la parte del “coglione che perde le staffe e cade nella trappola”? 
Avrei una risposta.  Ma preferisco tenermela per me … 🙂

Caffèèèèèè

Torno in ufficio dopo la pausa pranzo con una irrefrenabile voglia di caffè. Mi procuro la cialdina dal cassetto della segretaria, annotando diligentemente il mio debito sul post it elettronico del suo pc, e constatando che ho messo insieme un debito da paese del Terzo Mondo che mi ci vorrà un mutuo per estinguerlo (mi batte il capo: 45 caffè presi e non pagati). Mi fiondo nel retrobottega – archivio – ripostiglio – mensa, uno squallido stambugio senza finestre dove troneggia una meravigliosa macchina elettrica per il caffè espresso, già pregustando il sapore ….
La macchinetta è spenta.
So chi è stato. Uno dei miei colleghi, per sfortuna nostra dotato di un minimo di autorità – ma proprio un minimo – si è fissato che la macchinetta del caffè “riscalda”, ovvero che la temperatura della stessa può salire indefinitamente, con due possibili effetti deleteri: 1. esplodere  2. aumentare in modo abnorme la temperatura interna dell’ufficio. Sospetto che lui paventi un terzo motivo, ovvero un eccesso di consumo di elettricità, ma non ne ho le prove.
Il fatto che costui sia un ingegnere costituisce un’aggravante che gli costerà il massimo della pena, se esiste una giustizia divina.
Con la mia povera laurea in giurisprudenza, del tutto inadatta ad occuparmi di circuiti elettrici, ho tentato di fare arrivare alle sue orecchie, non direttamente per carità, queste semplici nozioni:
1. la macchinetta è sicuramente dotata di un termostato che le fa raggiungere solo la temperatura ottimale a fare il caffè, non oltre: prova ne sia che sul davanti questo attrezzo del diavolo ha 4 spie, una delle quali segnala appunto la temperatura, che si SPEGNE, andando in stand by, quando ha raggiunto quella temperatura; 
2. il nostro ufficio, come tutti gli uffici, è disseminato in ogni angolo di  attrezzature che funzionano a corrente, e che riscaldano l’aria 2.000 volte di più di una misera macchinetta del caffè, per giunta dislocata in uno stanzino la cui porta, per motivi di decoro, è sempre chiusa (cito per tutte la mastodontica fotocopiatrice – scanner – stampante, che pare potenzialmente idonea a fare qualunque cosa, tranne appunto il caffè);
3. accendere e far arrivare a temperatura la macchinetta del caffè più volte al giorno consuma 4 volte tanto – a essere ottimisti – che lasciarla accesa tutto il giorno;
4. se inavvertitamente non si aspetta il tempo necessario a farla riscaldare, e si fa lo stesso un caffè, VIENE UNA CHIAVICA DI CAFFE’!!!
Indovinate chi ha vissuto live il punto 4., oggi?