Crocco di Rivombrosa (*)

Domenica e lunedì è andata in onda su RaiUno la fiction (?) “Il generale dei briganti”. Nelle intenzioni, era una ricostruzione della vita di Carmine Crocco, detto Donatelli, e – a giudicare dal titolo – della epopea del brigantaggio nella Basilicata immediatamente post unitaria.

Mi spiace molto per le casalinghe di Vigevano che hanno visto la fiction, ma la storia è molto ma molto più complicata di come è stata presentata. Lo stesso fenomeno del brigantaggio non ha ancora una lettura unitaria. Si va da chi pensa che siano stati patrioti, che difendevano la loro terra – l’ancora sconosciuta Basilicata, sconosciuta soprattutto ai Savoia – dalle grinfie di una monarchia rapace e violenta, che impose nuove tasse, una sorta di occupazione militare e la coscrizione obbligatoria, privando le famiglia di braccia da lavoro, e NON distribuì i latifondi fra i contadini, come invece era stato promesso, a chi pensa che in realtà fossero delinquenti comuni, più violenti ancora dei militari sabaudi, che approfittarono del momento di obiettiva confusione istituzionale post unitaria per mettere insieme bande di razziatori e stupratori, che fra una rapina e qualche vendetta personale hanno messo a ferro e fuoco i comuni dell’area del Vulture e dell’Ofanto, a cavallo fra Basilicata, Puglia e Campania.

Io ho cercato di documentarmi su ambedue i fronti, e posto che c’è ancora molto da dire, sull’argomento, mi sono fatta l’idea che abbiano, per così dire, tutti ragione: che l’Unità d’Italia è stata una colossale fregatura per la povera Basilicata, almeno negli anni dall’Unità alla fine del secolo, che sostanzialmente nulla è cambiato dopo il 1860 nelle condizioni miserande nelle quali versavano i braccianti rispetto al periodo post unitario, anzi, qualcosa è peggiorata, come ho già raccontato. E quindi non mi stupisce che siano potuti esistere dei blackbloc ante litteram che hanno provato – con metodi estremamente discutibili e sicuramente non democratici – a resistere e a protestare (e magari ad arricchirsi a spese dei “signori”). Del resto, non escluderei che, pur in un mainstreaming di obiettivi altamente patriottici e commendevoli, anche fra i partigiani della Resistenza della seconda guerra mondiale ci sia stato qualche tagliagole locale o qualcuno che si è tolto qualche sassolino dalle scarpe, esercitando brutali vendette personali per fatti che non avevano nulla a che vedere con la liberazione dell’Italia dai nazifascisti. Però la storia la scrive chi vince, generalmente, e quindi i partigiani sono più o meno unanimemente riconosciuti come salvatori della patria, coi briganti ci stiamo ancora pensando, però chissà. E se c’è revisionismo storico sui partigiani, figuriamoci sui briganti.

Mi rendo conto quindi che rendere in una fiction (!) un tema storico così complesso, sul quale ancora si scannano fior di studiosi, era obiettivamente una sfida impossibile. Più che altro mi aspettavo che la fiction propendesse per una teoria piuttosto che per un’altra, rispetto alle due che ho descritto. Quello a cui non ero preparata era che la fiction (!) sui briganti fosse voltata a telenovela, a storia soprattutto di amore impossibile con intrighi e

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tradimenti, false lettere, matrimoni infelici, depistaggi amorosi, e il vero ammore che alla fine trionfa. E sullo sfondo – ma MOLTO sullo sfondo – la Storia, ma con tante di quelle banalizzazioni, semplificazioni a muzzo e accorpamenti di fatti che se il Trota sperava, vedendo la tv, di capirci finalmente qualcosa sulla spedizione dei Mille, penso sarà bocciato per l’ennesima volta.

Ho visto solo la prima puntata, poi mi sono arresa, disgustata. Non prima di aver annotato:

– che a Rionero in Vulture e nelle zone limitrofe nel 1860 secondo gli sceneggiatori si parlava con un forte accento napoletano. Capisco che per la casalinga di Cusano Milanino tutti quelli che vivono da Roma in giù parlano la stessa lingua, ed è il napoletano, perchè è la più facile da distinguere: ma che i briganti venissero radunati con “Jamme, uagliu’!!” come se fossero scugnizzi di Scampia è veramente dura da digerire. Se lo spigoloso dialetto locale era troppo difficile da rendere, e se gli attori non avevano voglia di studiare, che ormai non studia più nessuno, troppa fatica, per una misera fiction (?) di RaiUno, meglio che si esprimessero in italiano. In fondo, vediamo un sacco di fiction americane doppiate in italiano, e non è per questo che ci sembrano meno credibili.

– che sempre a Rionero in Vulture e nelle zone limitrofe nel 1860 sempre per gli ineffabili sceneggiatori le donne parlavano come le casalinghe disperate di Wisteria Lane, tanto che in bocca alla donna contesa di Crocco viene messa l’incredibile frase “di Crocco non me ne frega niente” sempre ad uso della casalinga di Budrio che giustamente deve potersi riconoscere nella Elisa di Rivombrosa lucana. Lo stesso valga per Ninco Nanco – Gabriel Garko che appella il suo amico / nemico Crocco come “leccaculo di Garibaldi”, espressione temo assolutamente ignota in quel tempo e in quelle lande.

– che i rioneresi del 1860, pur vivendo a stretto contatto con la terra, e probabilmente in modo promiscuo con

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gli animali, come era in uso nelle popolazioni contadine di tutta Italia fino al secondo dopoguerra, erano tutti puliti, con le facce lisce, senza la pelle bruciata dal sole e cotta come il cuoio, senza calli, con le unghie fresche di manicure, i capelli freschi di barbiere; tutti eleganti, con abiti anch’essi immacolati, colorati, con colori ben accostati, anche in mezzo al bosco, nella vita randagia e da fuggiaschi che facevano, dormendo all’aperto e facendo all’aperto qualunque cosa, compreso i bisogni ed accoppiarsi con le brigantesse. Mi spiace non esista ancora la tv olfattiva, ma non ho dubbi che li avremmo sentiti anche profumati di violetta e Armani Code. E’ molto più brigante zio Michele di Avetrana che il belloccio cogli occhi azzurri che hanno messo per sdilinquire le signore della provincia di Cuneo.

Insomma, una storia d’amore contrastata, con la bella e il bello buoni e il padre ricco e cattivo, con i soprusi del conte, il riscatto degli umili, ambientata in un luogo inesistente – fatti salvi gli struggenti panorami che tanto amo e i riconoscibili ambienti interni ed esterni del castello di Lagopesole e di quello di Venosa – in un contesto storico inesistente, virtuale, “come se sarebbe stato bello se”, ad uso di chi la storia non la conosce e a questo punto manco la conoscerà. In pratica, “Scusa se ti chiamo brigante” (**) scritto da un Moccia del 1859. Che ne è stato del ruolo didattico della tv di Stato? a sua strenua difesa, ci lasciamo solo Alberto Angela e Giovanni Minoli, che a questo punto amo sconfinatamente, e una porcata così non l’avrebbero scritta mai. Perchè fare un prodotto “liberamente tratto” – scontentando perfino Casa Savoia, e ho detto tutto – da un pezzo di storia, solo per avere la libertà di poterlo stravolgere ed edulcorare ad uso di donnette abbrutite da decenni di Maria De Filippi e Ballando con le stelle?

Ma meglio il monologo di Crocco del Cinespettacolo della Grancìa. Almeno ha la voce graffiante e conturbante di Michele Placido (che parla in italiano, ovviamente), e prende decisamente una posizione storica, giusta o sbagliata che sia. Senza adagiarsi nel rosa e in Rivombrose di sorta.

(*) (**) ambedue questi geniali titoli sono opera dell’ingegno folgorante di due miei amici, che non nomino perchè non so come la pensano in quanto a privacy.

5 risposte a “Crocco di Rivombrosa (*)”

  1. hai dimenticato l’ultima scena di Crocco sulla collina a Melfi, sul cavallo nero. Ora penserò a crocco con lo Zorro lucano.

  2. 1′ 55”: …calpestati, ci vendicammo.
    Credo si possa racchiudere tutto qui.
    A memoria mia, mia nonna mi raccontava che per incutere terrore/paura ai bambini le loro mamme/nonne li minacciavano di “chiamare i briganti”; un po come oggi si invoca il “lupo cattivo”…

  3. @Margherita: credimi, si è veramente esagerato. A ‘sto punto mi tocca spezzare una lancia in favore di Mel Gibson e The Passion recitato in latino e in aramaico 😐

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