Ieri sera, mentre im…

Ieri sera, mentre impazzivo a mettere numeri nelle caselle e fare calcoli assurdi, il cellulare mi ha segnalato che c’era un messaggio.


Tutto a posto, siamo liberi“.


Ho chiuso il telefono, ho continuato a fare quello che stavo facendo, dopo aver dato una risposta ovvia, l’unica che avrei potuto dare. Ho lasciato che il senso del messaggio sedimentasse dentro di me, sprofondato in mezzo allo stomaco, nella terra di una sofferenza durata quasi un anno. Ho lasciato che germogliasse, spuntasse dalla terra, mettesse foglie e fiori. Quando è cresciuto abbastanza da toccarmi la gola, da sfiorarmi il cuore, erano passate quasi 18 ore, e stavo quasi correndo in tuta e pile e berretto da baseball sotto una pioggia mista a neve, la mia ginnastica quotidiana. Mi sono fermata, senza fiato, mi sono quasi piegata su me stessa e ho lanciato un urlo. Poi ho pianto un pò.


Liberi.


Mi toccherà riabituarmi, a questa libertà. A sabati e domeniche di nuovo insieme, a letto fino a mezzogiorno, ad inventare scuse improbabili per non andare a fare il caffè. A buonenotti date a telefono, live, e non più tramite stantii sms preconfezionati. A pranzi e cene inventati insieme con quello che si ha in casa, io il primo lui il secondo, e vediamo chi è più bravo. A teatri in seconda serata, e poi cercare una pizzeria aperta alle due del mattino, e trovarla, anche (Santa Partenope). A quelle altre migliaia di abitudini che avevo dovuto abbandonare.


Mi guardo indietro e vedo la lavoratrice (a)tipica una calda domenica di fine maggio, la prima che è rimasta sola, con il suo zaino da ragazzina, a passeggiare a Spaccanapoli facendo finta di niente, ad ora di pranzo, inaugurando la prima di un lunghissima serie di pasti domenicali solitari. La vedo seduta sulla spiaggia flegrea, a cercare di leggere senza riuscirci, troppo caldo, troppa gente intorno e troppa desolazione dentro. Rivedo le facce dei tre impiegati dell’autonoleggio dove ho preso un’auto ogni 15 giorni per 6 mesi, almeno per non rimanere a piedi. Tre amici, ormai. Ripenso all’angoscia del giorno del black out, alla crisi isterica che ne è seguita, a quanto mi sono sentita forte quando mi sono risolta il problema da sola. Rivedo l’albero di Natale di quel pub vicino casa, così cattivo a ricordarmi che Natale del tubo stavo per passare. Ripenso ai dubbi, alle crisi di identità, al “ma proprio qui volevo arrivare?”, ai pianti desolati e alla gioia di avere comunque una casa dove potersi rifugiare, anche se da sola. Guardo il nuovo ordine che ho dato alla biancheria, i sacchetti aromatici che ho messo in armadi e cassetti, il segno definitivo che ho dato a quella casa, che era sua ma ora mi sembra solo mia.


Ce l’ho fatta.

3 risposte a “Ieri sera, mentre im…”

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