Dei contratti

Quando ho fatto il mio trionfale ingresso nella struttura lavorativa che si onora di avermi fra i suoi lavoratori, c’erano due progetti che giacevano inerti da circa un paio di anni, più volte minacciati di abbandono, e continuavano – ma io questo l’ho scoperto dopo – ad arrivare fax e lettere dei partners, con varie sfumature di rimprovero.
Ero il capro predestinato ad accollarmi le sorti appiccicose dei due progetti, visto che ero appena arrivata, e per l’occasione mi vennero fatti ben due contratti ad hoc, con tanto di prescrizione dell’impegno orario, del compenso per ora, e della coincidenza della fine del mio impegno con la chiusura dei progetti. Quindi, i contratti di collaborazione coordinata e continuativa “a progetto” della riforma Biagi, cioè finalizzati alla conclusione di un progetto per es. di ricerca, non sono una assoluta novità, per quello che mi riguarda.
Nel giro di tre o quattro mesi, ero l’orgogliosa responsabile di infinite rotture di scatole legate ai due famosi progetti, e di qualche piccola ma tangibile soddisfazione professionale (3 giorni a Parigi a spese dell’Unione Europea, ad esempio, di cui 0,5 utilizzati per lavorare e il resto per appropriarsi della città).
Da quel lontano giorno del 1999, più nessun contratto fra me e l’azienda ha avuto l’onore di vedere la luce, pur essendo nel 2000 finiti i famosi progetti iniziali: essendomi conquistata sul campo le stellette del “cane che non molla l’osso e porta a casa i risultati, a rischio di travalicare il suo ruolo” (cito testualmente dal mio capo, forse era un complimento) sono stata ritenuta parte integrante del personale, e quindi si è cominciata a dare per scontata la mia presenza in ufficio tutti i giorni, mattina e pomeriggio, anche se il co.co.co. per definizione dovrebbe “garantire la presenza (solo) il tempo necessario a condurre a termine il lavoro assegnato”.
Alle mie debolissime rare rimostranze venivo sempre guardata con uno sguardo che ricordava quello di Linus quando gli viene strappata la coperta, con gli angoli delle sopracciglia verso il basso e il messaggio “Ma come, non ti fidi?” stampato nel fumetto sopra la testa.
Risultato: non ho diritti (né scritti né orali), non ho doveri (scritti). Ma mi riesce così di rado di approfittarne

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