Meditate, gente

Sabato 28 Giugno 2008

“… Questo è l’amore. Una sorta di rottura di sè perchè l’altro lo attraversi. Non una ricerca di sè, ma una ricerca dell’altro, che sia in grado, naturalmente a nostro rischio, di spezzare la nostra autonomia, di alterare la nostra identità, squilibrandola nelle sue difese.

L’altro, infatti, se non passa vicino a me come noi passiamo vicino ai muri, mi altera.
E senza questa alterazione che mi spezza, mi incrina, espone, come posso essere attraversato dall’altro, che poi è il solo che può consentirmi di essere, oltre a me stesso, altro da me?

L’amore non è ricerca della propria segreta soggettività, che non si riesce a reperire nel vivere sociale.
Amore è piuttosto l’espropriazione della soggettività, è l’essere trascinato del soggetto oltre la sua identità, è il suo concedersi a questo trascinamento, perchè solo l’altro può liberarci dal peso di una soggettività che non sa che fare di sè stessa.

Per questo amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto. Amore non è comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione che tocca l’anima o contamina i corpi.
Amore è violazione della integrità degli individui. La sola cosa capace di aprirci all’altro.”

(Umberto Galimberti, D - Supplemento di Repubblica, 28 Giugno 2008)

 

Ti voglio bene papà

Lunedì 27 Settembre 2004

Non sopporto che mio padre debba essere umiliato per il solo fatto di essere, o essere stato, un uomo debole e fragile. Non lo sopporto, però non posso farci niente, e proprio io oggi ho dovuto dargli l’ultima di una lunga serie di bastonate. Sono del tutto impotente di fronte all’umiliazione di mio padre. L’umiliazione di sapere di non essere in grado di poter provvedere alle esigenze della sua famiglia, di dover sempre chiedere, l’umiliazione di avere paura di non essere rispettato.

Te lo voglio dire adesso, perchè non lo so se sono mai riuscita a dirtelo a voce. Io ti adoro, papà. Non mi importa se non hai fatto fortuna, se non sei potente, se non hai mai saputo cavartela di fronte al mondo, se sei stato sistematicamente sconfitto. Sei l’uomo migliore del mondo, e sei l’unico papà che mai vorrei avere in una qualunque vita mi dovessi reincarnare.

Burro e zucchero

Sabato 14 Febbraio 2004

E va bene, ragazzi, non ce l’ho fatta. La lavoratrice atipica, tanto tosta e spietata sul lavoro, nel privato ha un cuoricino di burro e zucchero che ha retto 13 ore alla prova della singletudine. Semplicemente non ce l’ho fatta. Avevo ignorato con quella che credevo ammirevole nonchalance le mail accorate, i sms di scuse, le suppliche di una mia parola live, invece della lunga fredda razionale dura mail che avevo mandato per comunicare che non intendevo più considerarmi una coppia.
Ma per la miseria questo benedetto uomo mi è proprio entrato nel sangue, senza che io me ne accorgessi minimamente, e per circa 13 ore mi sono guardata ingrigirmi e smettere di respirare progressivamente. Quando sono stata praticamente in apnea, senza che il cervello lo ordinasse proprio esplicitamente, mi sono guardata prendere in mano il cellulare e fare il solito numero. L’ho sentito squillare facendo finta di niente, ho sentito la voce dall’altra parte che rispondeva, e non mi è parsa mai così bella come in quel momento.
Ho chiesto come se niente fosse se aveva qualche impegno nella serata del giorno dopo o se per caso non potessimo prenderci un aperitivo insieme, solito posto, solita ora, sì, passo io con la macchina, va bene. Ho contato le circa 24 ore che mancavano all’appuntamento come un condannato a morte, perchè non era escluso che anche lui concordasse sul farla finita, e perchè comunque sentivo che qualcosa si era rotto, e perchè chi dice una bugietta non troppo grossa potrebbe poi avere mentito, a valanga, su cose medie, poi su cose enormi, e insomma potevo anche trovarmi di fronte un uomo che mi aveva mentito su TUTTO, negli ultimi due anni. La sindrome Calisto Tanzi, diciamo.
All’ora prestabilita ero lì, parcheggio sghembo multabile, fuori dalla macchina, a (cercare di) respirare l’aria della sera della Riviera di Chiaia e guardare i ragazzini sfilare zuccherosi appiccicati trascinando scatole di Baci Perugina, cuori rossi gonfiabili, orsacchiotti e altre amenità del genere. E’ dura essere adulti e infelici la sera di San Valentino.
Poi l’ho visto arrivare, col solito passo di carica, e ho notato che si sforzava di sorridere. Sono crollata totalmente e senza ritegno. Due minuti dopo singhiozzavo inumidendo in maniera considerevole la spalla destra del suo giaccone imbottito, raccontandogli per quanto la voce me lo consentiva tutta l’atrocità delle 13 + 24 ore passate da quella mail a quel momento, e sentendo nell’orecchio rimasto scoperto tutte le formule di scusa e di richiesta di perdono che la disperazione sa attivare, in momenti così delicati.
E’ finita a champagne nel solito bar   

Il giorno che è morto Pantani

Venerdì 13 Febbraio 2004

Ho la bocca amara, uno spiacevole retrogusto di cenere che si confà alla faccia grigiastra, segnata sotto gli occhi, che mi rimanda lo specchio. Ho la sensazione che qualcuno mi tenga stretto nel pugno la bocca dello stomaco. Ho voglia di dormire, e se possibile svegliarmi il mese prossimo.

Bisogna guardare le cose da lontano, ogni tanto, per poterle vedere nella loro interezza e con sufficiente lucidità. Ma cazzo se fa male.

Buon San valentino, amore mio.

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