Entropia cellulare

5 ottobre 2011

… dove “cellulare” ha a che fare con la telefonia, e non con i pezzi di vita di cui è fatto il nostro corpo. 

Per creare lavoro per 8 persone, basta mettere 4 persone a scavare una buca, e 4 persone a riempire le buche scavate” (J.M. Keynes)

Lo sciopero (sacrosanto) di Wikipedia mi impedisce di rintracciare la citazione autentica, l’ho riportata a memoria, quindi non fate i secchioni con le correzioni, oppure sì, fatelo e datemi la citazione corretta, così la sostituisco. Il buon vecchio John Maynard mi è tornato in mente ripensando alla mia breve ma passionale e tormentata relazione con Fastweb Mobile, descritta poc’anzi.

Stamattina sono andata in un negozio Vodafone One e sono tornata nelle confortevoli braccia del mio primo amore mobile: anzi, siccome tecnicamente sono “una che è passata a Vodafone”, sono tornata con apprezzabili incentivi tariffari. Mi dicono perfino che c’è gente che lo fa apposta: passa per una settimana con la concorrenza, e poi torna al vecchio gestore con lo sconto, che da cliente di vecchia data non riesce ad ottenere. E quindi la mia considerazione – che sto per esporvi – vieppiù si rafforza.

Alla fine, il gioco è a somma zero. Avevo un contratto con Vodafone, continuo ad averlo. Però quante energie sono state impiegate perchè tutto tornasse come prima?

1. gli impiegati del call center mi hanno braccato per alcuni mesi. Anche se non vogliamo considerare le tante telefonate che mi hanno fatto e che sono andate a vuoto, consideriamo solo l’ultima, quella con la quale mi hanno accalappiato: siamo stati a parlare forse un quarto d’ora (nel corso del quale a quanto pare io non ho fatto le giuste domande e il fiore calabro non mi ha dato le giuste informazioni, ma questo non c’entra). Comunque, tempo oggettivamente sprecato.

2. come ho raccontato, mi ha poi chiamato una seconda operatrice del call center, e io ho stessa li ho chiamati almeno quattro o cinque volte, prima perchè non mi erano chiari alcuni passaggi (purtroppo non quelli fondamentali, ok, non infierite), e dopo, per avere info sulla disdetta del contratto. Tempo sprecato.

3. ho fatto delle fotocopie di documenti d’identità. Ho spedito un fax. Mi è stato spedito un plico con corriere. All’interno del plico c’erano copie del contratto (che sono state stampate da qualcuno, che ha anche preparato il plico). Tutte operazioni che hanno un costo, che consumano energie, che fanno spendere tempo, influiscono  sul bilancio ambientale, e sono tutte operazioni sprecate.

4. Sono andata di persona da Vodafone One, spendendo benzina, e un’ora della mia giornata. Lì sono stati stampati altri fogli per il nuovo contratto, e la signorina Vodafone mi ha dedicato una mezz’oretta. Risorse – materiali e immateriali – sprecate.

Tutto questo per cosa? Io ho un contratto con lo stesso gestore che avevo 10 giorni fa, e Fastweb ha conquistato e perso un contratto nel giro di dieci giorni. Io ho speso all’incirca 80 euro  (ma potrei non aver speso nulla: i 30 euro di contratto mensile con Fastweb al momento non sono stati addebitati sul mio conto corrente, anche se dubito che vorrà regalarmi le telefonate che ho fatto e che farò finchè non subentra Vodafone; e i 50 euro di “anticipo conversazione” dati a Vodafone perchè io ho chiesto l’addebito in c/c avrei potuto risparmiarli se avessi chiesto l’addebito su carta di credito): ma quanto hanno speso Fastweb e Vodafone per tutte le operazioni che ho elencato sopra? Il tutto, ripeto, inutilmente, ai fini della modifica dello stato di cose nel mondo che ci circonda. Una entropia cellulare che trasforma cose in altre cose  identiche alle precedenti, disperdendo però energia che non recupera più. Uno spreco.

Il sospetto, come ho scritto nel commento all’altro post, è che chi propone i contratti non approfondisca, se non su richiesta insistente dell’utente, i dettagli: tanto il recesso è una roba molto semplice, se ne occupa direttamente il nuovo gestore a cui ci si rivolge, non comporta particolari fastidi nè spese. E però nel frattempo il ragazzetto del call center ha messo un’altra spunta sul numero dei contratti che ha chiuso quel mese, che forse gli vale una piccola prebenda, chi lo sa.

Insomma, il sistema si autoalimenta gonfiandosi a dismisura e generando un (intollerabile, a mio parere) spreco di risorse, anche se probabilmente lo spreco è necessario per far lavorare più ragazzetti al call center, più signorine Vodafone, più rivenditori di toner delle fotocopiatrici e più corrieri. Più stampatori di circuiti: alla mia domanda a Fastweb: “Devo restituirvela, la SIM card?” l’annoiatissima ennesima signorina del call center con accento milanese mi ha risposto “Nossiora, può tranquillamente buttarla”. Dieci grammi di plastica che hanno avuto 7 giorni di vita (ma che l’ambiente, se la buttassi nel giardino sotto casa, ci metterebbe 700 anni a smaltire) [N.d.R.: senza Wikipedia, anche questa info è a memoria e approssimativa].

E’, per chi lo conosce, il paradosso di molti sistemi pubblici di formazione professionale: pochissimi allievi trovano lavoro grazie ai corsi seguiti, ma in compenso hanno sicuramente lavorato centinaia di docenti, tutor, segretari, coordinatori, consulenti, ricercatori e progettisti. Una macchina che si autoalimenta a prescindere dai risultati: se si facesse formazione ad aule vuote, paradossalmente, i risultati in termini di occupazione sarebbero pressappoco gli stessi. Per motivazioni le più varie, che non dipendono quasi mai dalla qualità della formazione erogata.

Finchè le vacche erano grasse, andava tutto bene.
Ma adesso, possiamo ancora permettercelo?

Colonna sonora offerta da Faber / Cecilia Chailly – Inverno

 

Fastweb Mobile è una sòla (sottotitolo: ma vaffa@@@lo, Clooney)

4 ottobre 2011

Cronaca di una sòla annunciata, che parte dall’assunto primo di tutti i servizi commerciali: la fedeltà non è un valore. Ho un numero Vodafone da marzo 1997, e ho lo stesso numero da dicembre 1998. Non ho mai avuto particolari problemi, però con il passare del tempo la quota mensile destinata alla telefonia si è gonfiata. Ok, nel 1997 il telefono lo usavo solo per telefonare, ora lo uso per parlare, chattare, navigare in Internet, però insomma volevo spendere meno.  Ma tutte le proposte con le quali  Totti e Ilary Blasi ci frantumano gli zebedei quotidianamente sono destinate solo – indovinate un po’? – ai nuovi clienti. Per cui se vuoi un’offerta decente devi essere nuovo cliente da qualche altra parte perchè di te, vecchia ciabatta fedele allo stesso gestore da 14 anni, a Vodafone non gliene strafrega una ceppa.

Un giorno che stavo particolarmente incazzata per il mio conto telefonico, mi chiama Fastweb. E’ inutile negarlo: quando ti chiama Fastweb, la faccia di George Clooney ti si materializza davanti e le signore diversamente adolescenti come la sottoscritta un po’ si sdilinquiscono, anche se il telefonista ha un pesante accento calabrese ed è affascinante come un pittbull. Poi io ho l’ADSL Fastweb a casa, e mi sono sempre trovata passabilmente bene, pochissime interruzioni del servizio, linea efficace e potente. Quindi, why not? non liquido subito il giovinotto, lo sto a sentire.

La proposta è buona: X minuti di telefonate, X sms, 2 GB di traffico Internet per una cifra mensile che è meno della metà di quanto spendo attualmente.  Vi prego, topolini all’ascolto, di prestare attenzione ai 2 GB di traffico Internet, sui quali ci soffermiamo a lungo, col giovane fiore calabro. Faccio tutta la trafila – adesione, invio copie carta di identità, attesa pacco, arrivo pacco, attesa abilitazione, avvenuta abilitazione.

ATTENZIONE: a metà della trafila ricevo un’altra telefonata da gentile signorina la quale mi chiede, TESTUALE, ne sono sicura: “Signora, lei sa che la SIM è attivabile solo con telefono UMTS?” alla quale io rispondo, ne sono CERTISSIMA: “Non c’è problema, HO UN BLACKBERRY“, risposta alla quale la signorina gentile ridacchia e dice “AH, BENE!!! così non ha nemmeno l’obbligo dei due anni!” Quest’ultima frase è misteriosa, ma non mi pare abbia alcuna attinenza, nemmeno alla lonana, con possibili problemi  futuri, anzi mi pare proprio che un “Ah! Bene!” possa essere inequivocabilmente interpretata come un’assenza di problemi di qualunque genere.

Arriva la SIM, oggi me la abilitano.
Chiamo, funziona. Alleluja.
Ricevo chiamate, funziona. Alleluja.
La connessione a Internet, invece, non funziona. Vabbè, potrebbe essere questione di tempo. Però le ore passano e di Internet non c’è traccia. Così, per scrupolo, pronta a farmi ridere dietro per la mia ansia dall’ennesima signorina da call center, chiamo il 192193. Questa la surreale conversazione che ne è seguita:

IO: “Salve, sono appena passata a Fastweb Mobile. Va tutto bene, però il Blackberry non si connette ad Internet. E’ solo questione di tempo, o devo fare qualcosa?” Il sorriso mi si sente anche nella voce, sono una smarta, io, sono passata a Fastweb, lo dice pure George Clooney, che ci può essere di meglio? Ah, ah.

LA SIGNORINA FASTWEB (tutta giuliva): “Ah, signora, ma guardi che la SIM Fastweb non funziona con il Blackberry!

IO (dopo alcuni secondi necessari a che l’informazione passi dalle orecchie al cervello e sia compresa in tutta la sua drammatica concretezza): “Sta scherzando, vero? Io ho sottoscritto un abbonamento con 2GB di traffico Internet, che non posso usare su uno degli smartphone più diffusi al mondo?” (ok, questo non lo so se sia vero, però è verosimile, eccheccazzo)

LA SIGNORINA FASTWEB: “Ehhmm beh.. ecco.. in effetti… si ecco,  funziona con gli smartphone, però non col Blackberry

A quel punto l’incazzatura è già oltre il livello di guardia e con la giugulare gonfia ho aggredito la signorina spiegandole che il BlackBerry E’ uno smartphone, e soprattutto che MAI in nessuno dei millemila passaggi vocali e scritti nessuno mi ha specificato che  non avrei potuto collegarmi ad Internet col Blackberry, e già che c’ero ho menzionato terribili rappresaglie giudiziarie e class action oceaniche e immdiato ri-cambio di gestore, e sputtanamenti via web. I primi due non saprei davvero da dove cominciare, il terzo dovrò farlo e già so che non sarà possibile e mi scorticheranno viva e dovrò giacere con le ginocchia sui ceci per tornare a Vodafone.

Sullo sputtanamento invece non ho problemi, e comincio da qui.

FASTWEB MOBILE E’ UNA SOLAAAAAAAAA!!! 
Diffondete ai 4 venti, siate solidali con la povera Cambianeve :(

Sogno / 3

1 ottobre 2011

Anche questo è ricorrente, meno di quello delle scale e delle stanze ma lo faccio spesso.

Lo scenario generalmente è questo, poi ci sono le varianti occasionali. Mare. Spiaggia. Ma niente di ampio, solare, rilassante. La spiaggia è stretta e così piena di gente ombrelloni sdraio carabattole che non si riesce a vedere la sabbia, fino alla battigia e talvolta oltre. Alle spalle dei bagnanti, attaccata a loro, c’è sempre qualche baracca di legno di quelle che vendono i gelati o e bibite d’estate, ma incombe. Quasi sempre è sera o tramonto, quasi buio, insomma, si vede poco. E io devo sempre andare da qualche parte ma ho difficoltà.

Nello spcifico, stavolta devo andare verso sinistra, per raggiungere non so cosa, ma appunto la spiaggia è così priva di spazio che l’unica soluzione mi pare quella di raggiungere l’acqua e camminare con le caviglie a mollo. Al mare lo faccio sempre, peraltro, mi piace camminare nell’acqua. Ma quando ci arrivo, saltando sopra la gente i secchielli le bottiglie le sdraio, al posto del mare c’è una specie di palude di piante acquatiche e la strada che vorrei fare io è un sentierino fangoso in mezzo alla palude. Mentre penso – e forse dico – che potrebbero esserci rospi e serpenti là in mezzo, quindi scordatavi che io metta i piedi in quella schifezza, mi sveglio.

La colonna sonora c’entra poco, ma mi piace tanto e tanto è sufficiente. Edoardo Bennato canta Faber, Canzone per l’estate

Sogno / 2

30 settembre 2011

Mi sveglio ed esco sul balcone. Durante la notte il tempo è peggiorato, ma tanto: le nubi e la foschia che si vedevano stando dentro casa, quando esco fuori si rivelano essere una pioggia fredda. Anzi, una pioggia mista a neve, o grandine. I gerani, la malvarosa e le altre piante che ho sul balcone sono sferzate dalla bufera e per buona parte coperte di questa poltiglia nevosa pesante, che le ha gelate, spezzate, semiseccate.

Sono stupita dal brusco cambiamento climatico, dall’inverno arrivato così presto, e sono mortificata: è il secondo anno – penso – che non mi rendo conto per tempo che sta arrivando l’inverno e lascio le piante al gelo. Mentre sto pensando di tagliare via quello che si è gelato e prendere materialmente le fioriere fra le mani per metterle dentro, mi sveglio.

Abbastanza chiaro, il messaggio, stavolta.

Sogno

21 settembre 2011

Con poche varianti, è un sogno che faccio sempre. E sempre significa il 70% delle volte che sogno. Altro sogno ricorrente  – che però sembra aver perso smalto da qualche mese – è che mi rubano la macchina. Ma questo che io chiamo il sogno delle scale e delle stanze, o il sogno dell’albergo, è frequentissimo.

Sono in un palazzo antico di una grande città, tipo Roma. Seguo due persone di sesso femminile, due ragazze, due segretarie? che mi portano verso una grata (una ringhiera?) nel portone. Lì si apre un cancelletto e ci sono scale che scendono, in fondo alle scale si apre la porta di un appartamento, un ufficio, infatti dentro ci sono altre persone. Dobbiamo andare tutte lì. Le scale sono di ferro, tipo scale di sicurezza, ma più eleganti.

L’appartamento è grandissimo, elegantissimo, antico. I pavimenti sono coperti di tappeti persiani pregiati e coloratissimi: rosso, oro, blu, verde. Le pareti sono coperte di quadri antichi, ottocenteschi, con cornici dorate e lavorate, antiche anche quelle. Pochissimi mobili, antichi e barocchi pure quelli. Ai muri ci sono anche orologi antichi, pendole antiche che rintoccano. E scale. Siamo un gruppo di persone che in fila indiana deve provare ad uscire di lì. Non c’è ansia, solo una leggera impazienza. Proviamo una prima scala, sempre di ferro battuto, con ringhiere di ferro battuto ad eleganti volute, ma porta ad un minuscolo ballatoio, come se fosse un balcone stretto che però è all’interno dell’appartamento invece che all’esterno, e alla fine è chiuso. Io che sono la prima della fila dico “no, ragazzi, da qui non si passa, inutile” e torniamo indietro. Poi proviamo da un’altra scala, che porta dietro ad una delle pendole. Ci sono insetti morti e polvere, lì dietro, e noi siamo in fila su una scala che sale, uno dietro l’altro.

Sono in ritardo, come farò a prendere in tempo il treno per Roma? arriverò tardi. Per fortuna so che la prenotazione dell’abergo poi vale anche per dormire a Roma (1)

Ho un foglietto di istruzioni scritte a mano per arrivare alla palestra (1) e infatti dopo un po’ sbuchiamo in un ambiente che somiglia all’ingresso di un centro benessere, e chi è con me (una donna) apre una porta con una maniglia tipo magazzino, tipo cella frigorifera, e io penso “finalmente usciamo” ma poi il sogno finisce, mi sveglio soddisfatta e singolarmente serena, anche se non saprò mai se sono uscita o no, e se sono arrivata in orario a Roma.

(1) è un sogno, non è il caso di pretendere logicità e senso compiuto

Questi studi mi faranno ricca, lo sento

17 settembre 2011

Il mio impegno dei prossimi mesi: mettere a punto un algoritmo che mi consenta di mantenere un perfetto equilibrio fra (socievolezza + necessità di mantenimento di relazioni) vs. (sfrantamento di maroni dovuto alle richieste non pertinenti altrui).

Mi spiego meglio.

Sono una persona naturalmente socievole e disponibile verso il prossimo. Faccio amicizia facilmente, sorrido quasi sempre, sono generosa e perlopiù altruista. Inoltre, per una serie di motivazioni legate al mio lavoro (due soprattutto: 1. è un lavoro di relazione, comunque, e 2. è un lavoro precario, che potrei perdere abbastanza facilmente) è mio interesse mantenere viva e vitale una rete di contatti più o meno amichevoli, si sa mai in futuro. Come dice un mio amico, “noi consulenti” (ahah) viviamo di visibilità, ovvero di far capire a quanto più mondo è possibile che siamo bravi, affidabili, leali, onesti, bravi (l’ho già detto?).

Le due cose insieme in sè sono tanto buone: ma accoppiate, come può succedere anche nella procreazione, generano un mostro che si nutre di tempo. Il mio.

Ci sono giorni nei quali a fine giornata mi rendo conto di avere speso più ore a risolvere problemi altrui, a fare piccoli o anche piccolissimi favori, a offrire spalle su cui piangere (e fazzolettini per soffiarsi il naso) che non a farmi gli stracazzacci miei. A fare il mio lavoro. Intendiamoci, è colpa mia: basterebbe dire NO di fronte all’ennesimo “Per favore, potresti?..”. Anzi, vi dirò di più: talvolta mi caccio nei guai da sola, offrendomi di fare cose che non è necessario che io faccia, per poi scoprire che ci voleva molto più tempo di quello che avevo immaginato. E a quel punto è tardi per tornare indietro.

Siccome non voglio soccombere di fronte alle richieste MA voglio mantenenere intatta la mia aura di persona affidabile und disponibile (perchè poi diciamocelo, è bello quando trovi il documento che nessuno sapeva dov’era, scovi l’informazione che nessuno era stato in grado di dare, vedi la luce della consolazione negli occhi dell’amica che ti ha intrattenuto due ore con le sue traversie semtimentali, congedi con pacca sulla spalla il collega che nessuno riesce ad ascoltare più di 3 minuti – tu nemmeno, ma hai avuto pazienza), mi serve un algoritmo, che mi misuri ogni giorno con esattezza quanti minuti posso dedicare ai cazzi altrui, e quanti invece devo lasciare per i miei, in modo che tutti continuino a pensare che sono gentile e disponibile e generosa e garbata ma non mi prendano per il culo, però.

Un algoritmo del perfetto equilibrio fra me e il mondo.
Un algoritmo che preveda delle priorità, che per esempio fra la mamma e il collega di cui sopra faccia prevalere la mamma, che tra la mamma e il moroso faccia prevalere il moroso, che tra George Clooney e chiunque altro al mondo faccia prevalere Geroge Clooney (questo magari ce la faccio da sola, a capirlo), e che tenga quel collega di prima comunque sempre in coda alla classifica.

Questa formula mi farò ricca, lo sento.
Poi la minutazione dovrei rispettarla, comiunciando a dire appunto un po’ di no, ma vabbè, ci porremo questo problema più avanti, miei piccoli fans.
Vado a studiare l’algoritmo.

9/11

11 settembre 2011

Facciamo subito piazza pulita: non credo al complotto. Non credo e non ho mai creduto che un governo di un paese civile possa deliberatamente decidere di uccidere 3.000 suoi cittadini solo per poter dichiarare guerra all’Iraq e all’Afghanistan. Non ci credo e non ci credero’ mai, anche se resto affascinata dai dubbi, soprattutto quando ad esprimerli (indirettamente) e’ Giovanni Minoli. Ma non ci credo, al complotto.

Quando ci penso, quando penso all’11 Settembre, ci sono due cose che ricordo e a cui penso, sempre, quando vedo le Torri Gemelle trapassate come giocattoli, poi in fiamme, poi accartocciarsi su se stesse implose e sbriciolate.

Quel pomeriggio dormivo, un pisolino pomeridiano come milioni di altri, sul letto dei miei genitori, mia madre affianco a me. Mio padre apri’ la porta di botto, la voce alterata: “Venite a vedere che sta succedendo”. In tv, una delle due Twin Towers bruciava nella parte alta, fumo nero che si alzava da quell’edificio alto e snello, sembrava una sigaretta accesa. Non sono in grado di dire quando ho capito cosa stava succedendo, quando lo abbiamo capito tutti. Forse quando ho assistito, impietrita e del tutto incredula, al secondo schianto, e poi ai crolli, inevitabili eppure cosi’ irreali. Ecco, in quel momento un’ondata di paura, rapida e paralizzante, mi e’ salita addosso con un rumore sordo. Ho avuto paura, una paura totale. Perche’ ho pensato: non si fermeranno. Un aereo contro le Twin Towers. No, due. No, anche uno contro il Pentagono. No, ce ne sono quattro. Chi potra’ mai fermare l’escalation? ho pensato, mentre mi bagnavo in un attimo di sudore dalla testa ai piedi. Ho atteso terrorizzata che arrivasse la notizia che altri tre, cinque, dieci aerei stessero colpendo altrettanti monumenti in altrettante grandi citta’ americane. Washington, Dallas, Los Angeles, Las Vegas.
Chicago.
La citta’ dove viveva mia sorella.
Il terrore mi impediva di muovermi e pensare. Ci sono volute alcune ore perche’ realizzassi che era – si fa per dire – finita li’. Mia sorella aveva anche chiamato, pochi minuti dopo il secondo impatto, quando le linee ancora funzionavano, per tranquillizzarci e dirci che stava bene. Ma quando poi ho provato a richiamarla, ore dopo, non c’e’ stato verso. Andai in ufficio e chiesi, con le lacrime agli occhi, il permesso al mio capo di continuare a provare. Riuscii solo a lasciare un accorato tremante messaggio sulla segreteria di casa sua, pregandola di richiamarci. Cosa che poi fece, molte ore più tardi, quando avevo gia’ comunque più o meno ripreso l’uso delle gambe e della parola.

Ero tornata dagli Stati Uniti manco 10 giorni prima. Avevo passato da mia sorella le vacanze, tutto il mese di Agosto 2001. Quindi – ed e’ la seconda cosa a cui penso sempre – in quella vacanza ho vissuto e salutato, salendo sull’aereo, un’America scomparsa: l’America pre 11 Settembre.
Potrei raccontarla, com’era, quell’America?
Ho cercato di non dimenticare nulla, di quel mese, ma comunque a parte le foto e i miei ricordi non ho altre tracce visibili, solide, e ho paura che tutto prima o poi svanisca, e l’unica America che io riconosca e’ quella ferita a morte dall’odio estremista.

Do you know grattachecca?

11 settembre 2011

Lo ammetto: inizialmente mi sono scagliata anche io, sull’onda dell’indignazione popolare. Stamattina, però, in un felice stato di rilassamento domenicale, che notoriamente consente ai neuroni di vagare liberi e indisturbati e accoppiarsi liberamente fra loro per partorire pensieri inutili, mi è venuta voglia di capire meglio. Il fatto è stato riportato da tutti i giornali (non metto un link ad uno qualunque dei notiziari online che se ne sono occupati per un preciso motivo, che spiegherò fra un attimo) e sarebbe questo: nel test di ammissione  al corso di laurea in professioni sanitarie della Sapienza di Roma ci sarebbe stata una domanda così concepita:

“Nei pressi del noto liceo Tacito di Roma si trova la “grattachecca di Sora Maria”, molto nota tra i giovani romani. Sapresti indicare con quali gusti viene realizzata? Menta, limone, amarena oppure cioccolato…”

Così posta, la domanda è effettivamente assurda. Presuppone che tutti sappiano cos’è una grattachecca, e non si riesce effettivamente a capire – io almeno, se l’avessi avuta davanti così posta non avrei saputo che rispondere – la logica della domanda. E questo perchè il ghiaccio tritato (base della grattachecca) si può mangiare condito con sciroppi di ogni gusto, fra i quali sicuramente rientrano quello alla menta e quello all’amarena, e non escluderei che esista anche lo sciroppo al cioccolato, magari inserito di recente, anche se la granita al cioccolato è meno usuale. Quindi quale sarebbe la risposta esatta? Inoltre, tutti i giornali riportano la questione come inserita nel più vasto problema della serietà / attendibilità / pertinenza dei quesiti di cultura generale riportati nei vari test di ammissione alle facoltà a numero chiuso. Questo, dunque, presuppone che non sarebbe servita nemmeno la logica, a risolvere il quesito: se è una domanda di “cultura generale” si presuppone una accezione per così dire storica della domanda e della risposta; ovvero, per rispondere, io avrei dovuto proprio conoscere QUEL chiosco di granite, proprio quello, e sapere qual è il gusto (uno solo?) col quale si può condire il ghiaccio tritato in QUEL chiosco, a prescindere dai modernismi che possono farmi chiedere – e ottenere, oggi – una granita al gusto puffo.

Attenzione però a quei tre puntini finali. Moltissimi quotidiani on line riportano la domanda così, con quei tre puntini, che dubito possano esistere nella versione originale della domanda. Nella impossibilità di poter leggere il testo dei quiz in versione originale, e siccome non mi fido dei giornalisti, azzardo una ipotesi. In due passi.

1. supponiamo per un attimo che le possibile 4 risposte non fossero “menta, limone, amarena oppure cioccolato”, ma fossero risposte che contenevano 4 GRUPPI di gusti, di cui per piaggeria e comodità i giornalisti (o perchè i giornalisti on line copiano gli uni dagli altri) abbiano riportato solo il primo (gruppo). Supponiamo cioè che la domanda fosse così posta:

“Nei pressi del noto liceo Tacito di Roma si trova la “grattachecca di Sora Maria”, molto nota tra i giovani romani. Sapresti indicare con quali gusti viene realizzata?

a. menta, limone, amarena, cioccolato
b. menta, limone, amarena, benzina
c. menta, limone, amarena, Nutella
d. menta, limone, amarena, cocco

2. Supponiamo inoltre che la domanda non sia stata inserita nella Sezione “Cultura generale”, ma nella Sezione “Logica deduttiva”.

In queste due ipotesi sono in qualche modo confortata da una intervista nella quale un rettore Frati palesemente nervoso dichiara che la domanda serviva “a far ragionare, non a conoscere i gusti della grattachecca” (gli elementi benzina e Nutella li ha introdotti lui, infatti, non me li sono inventati), e da una intervista (minuto 00:31) alla Sora Gabriella, figlia della Sora Maria titolare del chiosco famigerato, che dichiara che “la vera ricetta originale della grattachecca prevede amarena, tamarindo, arancio, con pezzetti di cocco e limone”, quindi un GRUPPO di ingredienti, tutti allegramente mischiati al ghiaccio tritato nello stesso bicchiere.

Se così fosse, la domanda risulta forse un filo meno oscura: devo scartare per logica GRUPPI di gusti, e questo ovviamente per la presenza, in ciascun gruppo, di un gusto impossibile o meno probabile. Scarto quindi la risposta b., la c., resto un attimo incerta fra la a. e la d., poi mi convinco che cocco è un gusto più da granita della cioccolata, e metto la crocetta su d).

Resterebbe intatta la perplessità sul termine “grattachecca”, che effettivamente, in un test a livello nazionale, avrà messo inutilmente in difficoltà i candidati trentini o di Catanzaro: ma siamo nella normale e non so quanto veniale idiozia da test di questo genere.

Non ho la più pallida idea se questa mia ricostruzione dei fatti abbia un minimo di attendibilità, forse no, e forse quindi abbiamo fatto bene, tutti, a prendere per il culo i redattori dei test e il Magnifico Rettore Frati. Resta invariata la mia perplessità, unita a quella di molti altri, sulle tipologie di test e di domande fatte per accedere ad un corso di laurea: ma perchè non metterci invece, per le professioni sanitarie, domande di fisica, chimica, biologia, e magari anche etimologia dal latino e dal greco, dal momento che il 90% dei termini medici deriva da queste due amatissime lingue cosiddette morte? Domande di logica matematica, di competenza linguistica? E poi, sì, anche, certo, un 10% di domande di cultura generale, e un 5%  di domande di attualità, giusto per capire se sai in che mondo vivi, se leggi un giornale ogni tanto, e da che mondo vieni: ma poche, e non influenti sul totale del punteggio.

Resta, infine, un’ultima ipotesi: che la signora Gabriella che ha un chiosco che fa la grattachecca vicino al liceo Tacito a Roma sia parente del rettore Frati, che ha voluto così regalarle un quarto d’ora di insperata nazionale notorietà.

Notte alta

9 settembre 2011

Notte alta e sono sveglio, diceva quella struggente canzone degli anni ’80. Non e’ proprio notte alta, ma sono sveglia, comunque.
Mettiamo in fila un po’ di cose. Forse poi riprendo sonno. Anche se tra un quarto d’ora mi suona la sveglia e ciao.

Ieri sera.

No, meglio: ieri.

Un rifiuto. Ok, non ho elementi sufficienti per comprenderne fino in fondo portata, valore, volontarieta’, peso, limiti. E se approfondisco, viene pure fuori che l’ho buttata li’ cosi’, e che la risposta negativa mi esonera da qualunque responsabilita’, con un certo inconfessabile sollievo. E poi ‘ste donne che mi spingono avanti: forse perche’ hanno figli maschi. O forse perche’ a loro tempo si sono buttate, e gli e’ andata bene. Io non sono stata cosi’ fortunata (‘a cajulella ‘e chiummo della Cenerentola di De Simone) e adesso scusate ma non rischio. E poi non c’e’ pericolo: come vedete, l’articolo, a quanto pare, non interessa.

Il mortifero inestricabile abbraccio con i disturbi nervosi, ansie, paturnie che mi circondano. Per amore, assecondo, modero, lenisco. Ma e’ davvero questa, la via giusta? Ieri sera, alla solita pena si e’ aggiunta una dose insospettabile e violenta di rabbia. Ma smettila, avrei voluto urlare, e curati, piuttosto. Non ci pensi a che fine fa la mia vita? A che fine faccio io? La tentazione di prenderla a schiaffi, di prenderla per un braccio e metterla di fronte alle sue responsabilita’ mi faceva prudere le mani. Faccio letteralmente i salti mortali doppi tripli carpiati Axel per adattare la mia vita alla sua, e non basta mai. E vaffanculo, allora.

Suona la sveglia. Avevo altre cose da mettere in fila, comunque, ma si sono liquefatte. Meglio così.
Buongiorno?

Roba vecchia

6 settembre 2011

La pioggia sul finire dell’estate quando fa ancora caldo, come oggi, mi richiama all’istante questa canzone.
Un riflesso pavloviano che ha una precisa radice.
Ha a che fare con l’avere 17 anni, la testa il cuore e quasi tutti gli altri organi interni ripieni di uno sprecatissimo ma totalizzante amore (a 17 anni, se non è totalizzante, che si ama a fare?), case di zii in vacanza, caldo e pioggia, e mezzi di locomozione diversi da un’automobile. Un odore che ricordo ancora ora, se ci penso. Non ci penso spesso, per fortuna.
Poi che fosse sprecato l’ho capito solo molti ma molti anni dopo, per cose che sono successe, appunto, molto dopo.

[io ancora non mi capacito: ma perchè non hai voluto salvare niente, neppure il ricordo, neppure la nostalgia? non sarebbe stato bello, adesso, avere qualcosa di cui parlare? non sarebbe stato bello, adesso, essere due che avevano qualcosa di molto speciale da ricordare? qualcosa di irripetibile: eravamo solo io e te, e per quanto tu ci abbia buttato sopra palate di merda, sempre e solo io e te resteremo]

Al momento mi sembrava meritatissimo, era ricambiatissimo

[questo, almeno, non me lo sciupare]

e ci rendeva, semplicemente, insensatamente felici di stare al mondo e felicemente ignari dell’esistenza di qualunque altra cosa al mondo che non fossimo noi.

Fabrizio De Andrè, Hotel Supramonte

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