9/11

11 settembre 2011

Facciamo subito piazza pulita: non credo al complotto. Non credo e non ho mai creduto che un governo di un paese civile possa deliberatamente decidere di uccidere 3.000 suoi cittadini solo per poter dichiarare guerra all’Iraq e all’Afghanistan. Non ci credo e non ci credero’ mai, anche se resto affascinata dai dubbi, soprattutto quando ad esprimerli (indirettamente) e’ Giovanni Minoli. Ma non ci credo, al complotto.

Quando ci penso, quando penso all’11 Settembre, ci sono due cose che ricordo e a cui penso, sempre, quando vedo le Torri Gemelle trapassate come giocattoli, poi in fiamme, poi accartocciarsi su se stesse implose e sbriciolate.

Quel pomeriggio dormivo, un pisolino pomeridiano come milioni di altri, sul letto dei miei genitori, mia madre affianco a me. Mio padre apri’ la porta di botto, la voce alterata: “Venite a vedere che sta succedendo”. In tv, una delle due Twin Towers bruciava nella parte alta, fumo nero che si alzava da quell’edificio alto e snello, sembrava una sigaretta accesa. Non sono in grado di dire quando ho capito cosa stava succedendo, quando lo abbiamo capito tutti. Forse quando ho assistito, impietrita e del tutto incredula, al secondo schianto, e poi ai crolli, inevitabili eppure cosi’ irreali. Ecco, in quel momento un’ondata di paura, rapida e paralizzante, mi e’ salita addosso con un rumore sordo. Ho avuto paura, una paura totale. Perche’ ho pensato: non si fermeranno. Un aereo contro le Twin Towers. No, due. No, anche uno contro il Pentagono. No, ce ne sono quattro. Chi potra’ mai fermare l’escalation? ho pensato, mentre mi bagnavo in un attimo di sudore dalla testa ai piedi. Ho atteso terrorizzata che arrivasse la notizia che altri tre, cinque, dieci aerei stessero colpendo altrettanti monumenti in altrettante grandi citta’ americane. Washington, Dallas, Los Angeles, Las Vegas.
Chicago.
La citta’ dove viveva mia sorella.
Il terrore mi impediva di muovermi e pensare. Ci sono volute alcune ore perche’ realizzassi che era – si fa per dire – finita li’. Mia sorella aveva anche chiamato, pochi minuti dopo il secondo impatto, quando le linee ancora funzionavano, per tranquillizzarci e dirci che stava bene. Ma quando poi ho provato a richiamarla, ore dopo, non c’e’ stato verso. Andai in ufficio e chiesi, con le lacrime agli occhi, il permesso al mio capo di continuare a provare. Riuscii solo a lasciare un accorato tremante messaggio sulla segreteria di casa sua, pregandola di richiamarci. Cosa che poi fece, molte ore più tardi, quando avevo gia’ comunque più o meno ripreso l’uso delle gambe e della parola.

Ero tornata dagli Stati Uniti manco 10 giorni prima. Avevo passato da mia sorella le vacanze, tutto il mese di Agosto 2001. Quindi – ed e’ la seconda cosa a cui penso sempre – in quella vacanza ho vissuto e salutato, salendo sull’aereo, un’America scomparsa: l’America pre 11 Settembre.
Potrei raccontarla, com’era, quell’America?
Ho cercato di non dimenticare nulla, di quel mese, ma comunque a parte le foto e i miei ricordi non ho altre tracce visibili, solide, e ho paura che tutto prima o poi svanisca, e l’unica America che io riconosca e’ quella ferita a morte dall’odio estremista.

Do you know grattachecca?

11 settembre 2011

Lo ammetto: inizialmente mi sono scagliata anche io, sull’onda dell’indignazione popolare. Stamattina, però, in un felice stato di rilassamento domenicale, che notoriamente consente ai neuroni di vagare liberi e indisturbati e accoppiarsi liberamente fra loro per partorire pensieri inutili, mi è venuta voglia di capire meglio. Il fatto è stato riportato da tutti i giornali (non metto un link ad uno qualunque dei notiziari online che se ne sono occupati per un preciso motivo, che spiegherò fra un attimo) e sarebbe questo: nel test di ammissione  al corso di laurea in professioni sanitarie della Sapienza di Roma ci sarebbe stata una domanda così concepita:

“Nei pressi del noto liceo Tacito di Roma si trova la “grattachecca di Sora Maria”, molto nota tra i giovani romani. Sapresti indicare con quali gusti viene realizzata? Menta, limone, amarena oppure cioccolato…”

Così posta, la domanda è effettivamente assurda. Presuppone che tutti sappiano cos’è una grattachecca, e non si riesce effettivamente a capire – io almeno, se l’avessi avuta davanti così posta non avrei saputo che rispondere – la logica della domanda. E questo perchè il ghiaccio tritato (base della grattachecca) si può mangiare condito con sciroppi di ogni gusto, fra i quali sicuramente rientrano quello alla menta e quello all’amarena, e non escluderei che esista anche lo sciroppo al cioccolato, magari inserito di recente, anche se la granita al cioccolato è meno usuale. Quindi quale sarebbe la risposta esatta? Inoltre, tutti i giornali riportano la questione come inserita nel più vasto problema della serietà / attendibilità / pertinenza dei quesiti di cultura generale riportati nei vari test di ammissione alle facoltà a numero chiuso. Questo, dunque, presuppone che non sarebbe servita nemmeno la logica, a risolvere il quesito: se è una domanda di “cultura generale” si presuppone una accezione per così dire storica della domanda e della risposta; ovvero, per rispondere, io avrei dovuto proprio conoscere QUEL chiosco di granite, proprio quello, e sapere qual è il gusto (uno solo?) col quale si può condire il ghiaccio tritato in QUEL chiosco, a prescindere dai modernismi che possono farmi chiedere – e ottenere, oggi – una granita al gusto puffo.

Attenzione però a quei tre puntini finali. Moltissimi quotidiani on line riportano la domanda così, con quei tre puntini, che dubito possano esistere nella versione originale della domanda. Nella impossibilità di poter leggere il testo dei quiz in versione originale, e siccome non mi fido dei giornalisti, azzardo una ipotesi. In due passi.

1. supponiamo per un attimo che le possibile 4 risposte non fossero “menta, limone, amarena oppure cioccolato”, ma fossero risposte che contenevano 4 GRUPPI di gusti, di cui per piaggeria e comodità i giornalisti (o perchè i giornalisti on line copiano gli uni dagli altri) abbiano riportato solo il primo (gruppo). Supponiamo cioè che la domanda fosse così posta:

“Nei pressi del noto liceo Tacito di Roma si trova la “grattachecca di Sora Maria”, molto nota tra i giovani romani. Sapresti indicare con quali gusti viene realizzata?

a. menta, limone, amarena, cioccolato
b. menta, limone, amarena, benzina
c. menta, limone, amarena, Nutella
d. menta, limone, amarena, cocco

2. Supponiamo inoltre che la domanda non sia stata inserita nella Sezione “Cultura generale”, ma nella Sezione “Logica deduttiva”.

In queste due ipotesi sono in qualche modo confortata da una intervista nella quale un rettore Frati palesemente nervoso dichiara che la domanda serviva “a far ragionare, non a conoscere i gusti della grattachecca” (gli elementi benzina e Nutella li ha introdotti lui, infatti, non me li sono inventati), e da una intervista (minuto 00:31) alla Sora Gabriella, figlia della Sora Maria titolare del chiosco famigerato, che dichiara che “la vera ricetta originale della grattachecca prevede amarena, tamarindo, arancio, con pezzetti di cocco e limone”, quindi un GRUPPO di ingredienti, tutti allegramente mischiati al ghiaccio tritato nello stesso bicchiere.

Se così fosse, la domanda risulta forse un filo meno oscura: devo scartare per logica GRUPPI di gusti, e questo ovviamente per la presenza, in ciascun gruppo, di un gusto impossibile o meno probabile. Scarto quindi la risposta b., la c., resto un attimo incerta fra la a. e la d., poi mi convinco che cocco è un gusto più da granita della cioccolata, e metto la crocetta su d).

Resterebbe intatta la perplessità sul termine “grattachecca”, che effettivamente, in un test a livello nazionale, avrà messo inutilmente in difficoltà i candidati trentini o di Catanzaro: ma siamo nella normale e non so quanto veniale idiozia da test di questo genere.

Non ho la più pallida idea se questa mia ricostruzione dei fatti abbia un minimo di attendibilità, forse no, e forse quindi abbiamo fatto bene, tutti, a prendere per il culo i redattori dei test e il Magnifico Rettore Frati. Resta invariata la mia perplessità, unita a quella di molti altri, sulle tipologie di test e di domande fatte per accedere ad un corso di laurea: ma perchè non metterci invece, per le professioni sanitarie, domande di fisica, chimica, biologia, e magari anche etimologia dal latino e dal greco, dal momento che il 90% dei termini medici deriva da queste due amatissime lingue cosiddette morte? Domande di logica matematica, di competenza linguistica? E poi, sì, anche, certo, un 10% di domande di cultura generale, e un 5%  di domande di attualità, giusto per capire se sai in che mondo vivi, se leggi un giornale ogni tanto, e da che mondo vieni: ma poche, e non influenti sul totale del punteggio.

Resta, infine, un’ultima ipotesi: che la signora Gabriella che ha un chiosco che fa la grattachecca vicino al liceo Tacito a Roma sia parente del rettore Frati, che ha voluto così regalarle un quarto d’ora di insperata nazionale notorietà.

Notte alta

9 settembre 2011

Notte alta e sono sveglio, diceva quella struggente canzone degli anni ’80. Non e’ proprio notte alta, ma sono sveglia, comunque.
Mettiamo in fila un po’ di cose. Forse poi riprendo sonno. Anche se tra un quarto d’ora mi suona la sveglia e ciao.

Ieri sera.

No, meglio: ieri.

Un rifiuto. Ok, non ho elementi sufficienti per comprenderne fino in fondo portata, valore, volontarieta’, peso, limiti. E se approfondisco, viene pure fuori che l’ho buttata li’ cosi’, e che la risposta negativa mi esonera da qualunque responsabilita’, con un certo inconfessabile sollievo. E poi ‘ste donne che mi spingono avanti: forse perche’ hanno figli maschi. O forse perche’ a loro tempo si sono buttate, e gli e’ andata bene. Io non sono stata cosi’ fortunata (‘a cajulella ‘e chiummo della Cenerentola di De Simone) e adesso scusate ma non rischio. E poi non c’e’ pericolo: come vedete, l’articolo, a quanto pare, non interessa.

Il mortifero inestricabile abbraccio con i disturbi nervosi, ansie, paturnie che mi circondano. Per amore, assecondo, modero, lenisco. Ma e’ davvero questa, la via giusta? Ieri sera, alla solita pena si e’ aggiunta una dose insospettabile e violenta di rabbia. Ma smettila, avrei voluto urlare, e curati, piuttosto. Non ci pensi a che fine fa la mia vita? A che fine faccio io? La tentazione di prenderla a schiaffi, di prenderla per un braccio e metterla di fronte alle sue responsabilita’ mi faceva prudere le mani. Faccio letteralmente i salti mortali doppi tripli carpiati Axel per adattare la mia vita alla sua, e non basta mai. E vaffanculo, allora.

Suona la sveglia. Avevo altre cose da mettere in fila, comunque, ma si sono liquefatte. Meglio così.
Buongiorno?

Roba vecchia

6 settembre 2011

La pioggia sul finire dell’estate quando fa ancora caldo, come oggi, mi richiama all’istante questa canzone.
Un riflesso pavloviano che ha una precisa radice.
Ha a che fare con l’avere 17 anni, la testa il cuore e quasi tutti gli altri organi interni ripieni di uno sprecatissimo ma totalizzante amore (a 17 anni, se non è totalizzante, che si ama a fare?), case di zii in vacanza, caldo e pioggia, e mezzi di locomozione diversi da un’automobile. Un odore che ricordo ancora ora, se ci penso. Non ci penso spesso, per fortuna.
Poi che fosse sprecato l’ho capito solo molti ma molti anni dopo, per cose che sono successe, appunto, molto dopo.

[io ancora non mi capacito: ma perchè non hai voluto salvare niente, neppure il ricordo, neppure la nostalgia? non sarebbe stato bello, adesso, avere qualcosa di cui parlare? non sarebbe stato bello, adesso, essere due che avevano qualcosa di molto speciale da ricordare? qualcosa di irripetibile: eravamo solo io e te, e per quanto tu ci abbia buttato sopra palate di merda, sempre e solo io e te resteremo]

Al momento mi sembrava meritatissimo, era ricambiatissimo

[questo, almeno, non me lo sciupare]

e ci rendeva, semplicemente, insensatamente felici di stare al mondo e felicemente ignari dell’esistenza di qualunque altra cosa al mondo che non fossimo noi.

Fabrizio De Andrè, Hotel Supramonte

 

Morning blues

1 settembre 2011

.. che alle 5 del pomeriggio ancora non è passato, trasformandosi in evening blues. E ciò non è bello.

La parola d’ordine di questo squarcio di fine estate è “confusione”.
Che fa pericolosamente rima con “depressione”.

Divento amica su Facebook di ragazzini e ragazzine minorenni che sono figli di persone che ho conosciuto – e talvolta anche perso di vista – quando avevamo l’età che hanno adesso i suddetti ragazzini. E mi fa un effetto di buco spaziotempo che mi spiazza e mi punge.

Approdo su Twitter, che comincia a piacermi parecchio come strumento – l’account è vecchio di un paio d’anni, ma finora non mi aveva entusiasmato – e non so se per caso o per destino, sicuramente non per scelta, tra follower e following ho quasi* solo gente serissima che scrive di temi attualissimi, visiting professor a 25 anni, il nerd che si interessa di sociale e culturale, che frequenta altra gente ganzissima, che legge libri intellettualissimi, che scrive cose di cui non so nulla e loro invece sembra che sono nati solo per quello, e insomma nessuno sembra scrivere le minchiate e i banali stati d’animo  personalissimi, i micro avvenimenti della mia giornata che scrivo io. E adesso mi vergogno pure a scriverli, e quindi non scrivo (quasi) più niente.

* con un paio di eccezioni, per fortuna.

E proseguiamo: con la giornata di oggi possiamo serenamente dire che le vacanze sono finite. E quindi in ufficio c’è il pienone delle grandi occasioni.
Ma.
Tutti sembrano essere tornati da un campo di lavori forzati in Angola, invece che da sudate (in tutti i sensi) e meritate vacanze. E quindi c’è quella iperattiva che vuole fare 77 cose tutte insieme. C’è quella depressa che se ne vuole andare perchè non si sente apprezzata/compresa/integrata, e siccome è brava davvero ed è un piacere lavorare con lei l’idea che se ne vada mette in depressione tutti noi. C’è quella che cerca di fare le scarpe a quelli del piano di sotto. C’è da tappare buchi, da ricucire rapporti, da stare attenti a quello che si dice e come e quando lo si dice. Insoma, il solito rettilario, ma con una componente depressivo-nervosa da… che? ritorno dalle vacanze? Può essere. Forse a Ottobre coi primi freddi tutti si calmeranno.

Non ho comprato libri prima che scattasse la cazzo della legge che abolisce la possibilità di fare sconti superiori al 15% sulle librerie on line. Ho seguito malamente il dibattito che ne è scaturito, capendoci poco, e mi sento in colpa, i libri sono importanti, uno dei pochi punti fermi della mia vita.

Tutti sembrano avere opinioni compiute su tutto, tranne me.

Insomma, mi sento confusa.
Come sempre.

Varie ed eventuali*

24 agosto 2011

*post su qualunque, ma proprio qualunque argomento mi venga in mente, pur di porre fine allo sfrantamento di gonadi appena occorso. Nota: la prossima volta, Cambianeve, NON mettere un link*

Ho sperimentato la corsa serale e notturna, per ovviare ai caldi torridi permanendo i quali non mi azzardo manco ad uscire per prendere la cipolla sul balcone. Bella esperienza, devo dire. A Pantano alle otto di sera ci sono molte più persone che non la domenica mattina, e fra queste molte non ci sono bambini o quasi. Inoltre, la leggenda metropolitana che voleva che l’amministrazione comunale di Pignola avesse illuminato la pista da jogging NON è una leggenda metropolitana: gli ultimi 500 metri della pista sono dotati di faretti impiantati nel muretto che delimita la pista stessa, e che nella romantica penombra post tramonto si sono timidamente ma inequivocabilmente accesi, consentendo almeno ai runners di vedere dove mettono i piedi. E i rimanenti 5 km e 500 metri, direte voi? beh, per quelli vi arrangiate: su alcuni – lunghi – tratti ci sono lampioni stradali, su alcuni altri ci sono le luci delle villette e dei bar-ristoranti, su alcuni altri ancora non ci sono nè gli uni nè gli altri, cercate di non perdere l’equilibrio e di schivare i cani (neri). Nessuna amministrazione è perfetta, ma i runners più o meno storici apprezzano molto lo sforzo. E ringraziano.

*********************

I lavori nel palazzo affianco al mio procedono. E’ tutto quello che riesco a dire, perchè la presenza di detti lavori si manifesta solo per ripetuti colpi di mazzuolo nei muri, che iniziano puntualmente intorno alle otto del mattino e si spengono quando sto per uscire, intorno alle nove, tanto che sospetto che gli operai si annoino da soli e vogliano sentire segni di vita nell’appartamento affianco: serrande che si aprono e si chiudono, lo scarico, la doccia, i fischi del microonde nel quale scaldo il latte e quelli del tostapane. L’odore del caffè. La sottoscritta che esce spettinata e in pigiama sul balcone – non vi dico che spettacolo deprimente – per innaffiare i pelargoni superstiti, che, come già ebbi modo di notare l’anno scorso, non sono permalosi e sono fioriti alla grande, nonostante il pessimo trattamento loro riservato ad inizio autunno.

A parte i mazzuoli, null’altro. Sui ponteggi accuratamente montati non passeggia mai nessun irsuto operatore edile. Non ci sono mai secchi o cazzuole in posizione diversa da come me li ricordavo. Operai fantasma, forse. O forse si manifestano quando io me ne vado, il che avvalora la mia tesi iniziale: mi svegliano, garbatamente, a mazzuolate, per dirmi che è ora che mi alzi dal letto e mi vesta ed esca, così loro possono iniziare a fare casino sul serio.

Ringraziamo Silver per il prestito dell’adorato Lupo Alberto.

Integralismi

22 agosto 2011

Basta, da oggi in poi non mi modero più.

Lo scambio di commenti del post precedente a questo mi induce – mio malgrado – a non essere più tollerante. Succede sempre più spesso: articoli di giornali anche prestigiosi, servizi di telegiornali pubblici e privati, post su blog, interventi nei forum (peggio che andar di notte) contengono – sempre più spesso – una o più vongole grammaticali o sintattiche, talvolta veniali, talvolta serie, talvolta mostruose.

Mi rendo conto che è una forma di razzismo, la mia: ma non lo tollero. E’ una forma di razzismo perchè, come nascere nero o gay non è colpa del nero o del gay, così sbagliare congiuntivi o apostrofi o pronunce spesso non è colpa di chi commette l’errore. Sono, a mio parere, le avanguardie di un esercito che ci invaderà nei prossimi anni: l’esercito di chi proviene, per un fatto generazionale, da una scuola elementare che non insegna più la grammatica e la sintassi, ma insegna a sviluppare la fantasia, le libere associazioni, il lavoro di gruppo e le esperienze fattuali. Tutte ottime cose: però siccome il tempo della scuola è quello è,  non lo si può dilatare a dismisura, non si insegnano più la grammatica e la sintassi. Almeno, non con la durezza e la mortale noia di un tempo. Sì, era noioso, molto noioso: ore e ore passate a fare analisi grammaticali e logiche di frasi, di brani, di intere pagine dei Promessi Sposi, per dirne una. Me lo ricordo benissimo: una roba da tagliarsi le vene, niente fantasia, niente lavoro di gruppo (anzi, era una sofferenza spietatamente individuale). Dure punizioni per chi sbagliava, nelle “gare di verbi”. Sofferenze che però mi regalavano una capacità che ad oggi ritengo preziosa: scrivere senza errori, anche se scrivo di fretta, anche se sotto pressione, anche nei banali post su Facebook, anche negli sms (non userò mai e poi mai xchè invece di perchè, perdonatemi, e metterò sempre la punteggiatura, anche nei 140 caratteri).

[a questo proposito, consiglio di leggere gli ottimi libri di Paola Mastrocola, in particolare l'ultimo, "Togliamo il disturbo - Saggio sulla libertà di non studiare" - ed. Feltrinelli, che rende e descrive questa incongruenza di fondo della scuola italiana, soprattutto primaria, in modo molto più completo di quanto non sia stata capace di fare io].

Scrivere bene, con espressività, usando toni e stili diversi a seconda di quello che si scrive, scrivere con proprietà di linguaggio, senza alcuna paura del foglio bianco,  e senza errori, è una delle mie pochissime skills (sarà femminile? sì, se lo traduco con “abilità”) e intendo vantarmene. E intendo avere un filo di stima in meno per chi – fosse pure il Ministro della Pubblica Istruzione (hhhhmmmm.. mi sa che ho sbagliato l’esempio) – scrive su un giornale “va ad ingrossare le file dell’opposizione” oppure mette il punto interrogativo alla fine di una interrogativa indiretta (“Molti amici mi chiedono cosa penso della manovra finanziaria?“), tanto per dirne due che ho sentito o letto nella sola giornata di oggi.

Poi, possiamo essere amici, eh, e posso stimarvi per mille altre cose.
Però resto integralista, scusatemi.

Caso Celli, considerazioni sparse

19 agosto 2011

Il caso, lo ricorderete, è questo (non ho voglia di mettermi a fare il riassunto).

I commentatori a questo punto si dividono (come è evidente anche dall’articolo postato, e dal furioso dibattito che si sta sviluppando in rete) in due categorie contrapposte: i Fustigatori e i Difensori.

Il mio pensiero, anzi i miei pensieri in proposito:

1. è vero che i “figli di” o anche i “parenti di” stanno sempre sotto una lente d’ingrandimento per cui qualunque cosa facciano, qualunque risultato raggiungano, si pensa sempre che ci sono arrivati perchè appunto “figli di” o “parenti di”. Una sorta di pregiudizio alla rovescia per il quale nessuno guarda più ai meriti personali, che possono essere posseduti solo se non hai parenti in politica: se ce li hai, non puoi mai essere bravo, sarai sempre e solo raccomandato. A parte il giovane Celli, ho sotto il naso il caso di una persona che conosco abbastanza bene, che stimo molto come essere umano, e che si occupa di stampa e comunicazione (peraltro secondo me brava nel suo lavoro, anche se non sono in grado di giudicare), e che era (era) impiegato in una pubblica amministrazione. Il caso vuole che suo fratello si sia candidato a governare quella stessa pubblica amministrazione, e abbia vinto le elezioni. Da quel giorno, il povero esperto di comunicazione non solo ha dovuto precipitosamente lasciare l’ufficio stampa nel quale lavorava, e ci lavorava, si badi bene, da prima che il fratello si candidasse (ma questo ci può anche stare, è una questione di opportunità istituzionale, e va bene) ma gli è di fatto sistematicamente impedito di partecipare a qualunque concorso pubblico nel settore, e soprattutto di vincerlo o piazzarsi ai primi posti, perchè immediatamente gli si scatena contro una “campagna mediatica”, come si usa dire ora, ancorchè locale. Insomma, puoi essere bravo quanto vuoi, ma se hai un fratello in politica, non puoi mai essere giudicato per quanto vali, sarai uno sporco raccomandato a prescindere. E questo a me pare assurdo: talvolta sarà vero, talvolta no, ma possiamo avere almeno il dubbio che uno sia bravo, a prescindere da chi è parente?

2. se veramente il giovani Celli è così brillante (e non abbiamo motivo di dubitarne, appunto, i risultati parlano da sè), papi Celli poteva pure evitarsela, la lacrimevole lettera aperta contro il sistema italiano che non concede possibilità ai giovani studiosi e capaci, tanto che se ne devono (anzi, è consigliato che lo facciano) andarsene all’estero. Mi pare che il ragazzo le possibilità se le stia creando con le sue mani, e in Italia, come è giusto, e quindi il teorema paterno viene un po’ a cadere. Nella migliore delle ipotesi, il brillanter Celli junior sta facendo fare una brutta figura da piagnone al padre.

3. “un altro 110 e lode” si scrive senza l’apostrofo. Questo lo dico allo sconosciuto (a me) autore del post che ho linkato, Stefano Casertano. Se vuoi fare giornalismo d’attacco – il blog si chiama nientemeno che Radio Berlino, dentro ad un sito che si chiama nientemeno che LINKIESTA, tutto maiuscolo - e visto lo stratosferico curriculum che ti porti dietro, e cazzo, un po’ di analisi grammaticale studiatela, però.

 

Storage

11 agosto 2011

Per la modica cifra di 99 USD,  ho comprato una versione deluxe di dropbox.com, il sito che stiva nell’etere i nostri files e li sincronizza per farceli trovare freschi freschi e aggiornati da qualunque postazione li apriamo, perfino dal palmare. Adesso ho un magazzino di 52 GB, un hangar, praticamente, e presa dall’euforia ci ho buttato dentro TUTTI i miei files, ma proprio tutti, comprese tutte le foto e tutta la mia musica. Siccome spesso mi ero portata lavoro e svago da casa all’ufficio e viceversa, all’inizio è stato il caos: cartelle diverse ma con contenuti uguali, files con lo stesso nome ma con contenuti leggermente diversi, cartelle duplicate ma inserite in ramificazioni differenti. Scatoloni e scatoloni hanno riempito l’hangar, e non tutti avevano il nome sopra. A complicare le cose, la mia innata tendenza a conservare (che vale per il files ma non per i vestiti , ad esempio, che regolarmente butto perchè mi paiono vecchi e regolarmente vado a cercare una o due stagioni dopo), e un pervicace bug di cui devo ringraziare i tecnici informatici del mio ufficio, che non fidandosi di me – è evidente – hanno bloccato tutti i files vecchi quando mi hanno fatto il backup da una postazione all’altra, ormai 14 mesi fa. Non avevo l’autorizzazione per gestirli, mi diceva beffardo un messaggio di errore che compariva insieme alla crocetta rossa e a quell’odioso rumore che fa Windows quando vuole dirti che stai cercando di fare una cazzata. Mi sono servite ben quattro telefonate all’ufficio tecnico – spiegando ogni volta daccapo il problema – prima di riuscire a farmi riabilitare a spostare o cancellare i miei files. Se pensiamo che è Agosto, non mi è andata manco male. Poi ho scambiato tre mail con Todd, del servizio clienti dropbox.com, che sicuramente avrà non più di 16 anni ma mi ha aiutato a risolvere altri problemi con una chiarezza invidiabile: fai questo, clicca questo, scegli quest’altro, non ti preoccupare se fa così, però questo dovrebbe risolverti il problema. E infatti.

Per fare ordine ho dovuto aprire un sacco di files il cui nome non mi diceva niente, buttati alla rinfusa nella cartella “personali” nella quale come è ovvio va a finire qualunque nefandezza. A casa avevo addirittura una cartella che si chiamava “varie momentanee” perchè detesto i files sparsi sul desktop e quindi qualunque cazzatina ho prodotto (confronto fra i prezzi degli albergi nell’estate 2007, foto del Tenerone da spedire ad un amico per scherzo, bozze di post, avvisi condominiali, tanto per farvi capire la miscellanea) non è stata buttata, oh noo, ma è andata a finire sotto il tappeto di quella cartella. Potete immaginare che troiaio c’era dentro.

Però alla fine ci sono più o meno riuscita. Tutta la mia vita informatica occupa 26 GB, quindi metà circa dell’hangar, ben ordinata e compatta. La signorina Rottenmeier che è in me è molto soddisfatta, la Bridget Jones che è in me rimugina e non dorme e ritorna su vecchi files che ho dovuto aprire e purtroppo leggere. Post che ho cancellato (e non me lo ricordavo) però ho salvato in formato word. Post che ho scritto in bozza e mai pubblicato. Lettere d’amore di cui avevo dimenticato l’esistenza (alcune spedite, altre no). Ragionamenti fra me e me per cercare di capirci qualcosa, quella volta che ho proprio perso la testa (per la cronaca: non sono mai arrivata a capo di niente, non ci avevo capito un cazzo e la cosa acquista una tale palese chiarezza, vista così a distanza, che non ci posso veramente credere, a quanto scrivevo). Non bisognerebbe innamorarsi mai, si perde troppo il controllo della propria lucidità. Se poi l’amore non è corrisposto, o peggio lo è solo in parte, la lucidità decade definitivamente a favore di allucinazioni bastarde che ci fanno vedere l’acqua in mezzo al deserto, e i vichinghi seduti sulla finestra (questa la capiranno in poche).

Vorrei poterli cancellare, quei files. Ma alcuni di essi, credetemi, sono roba veramente bella, non dovrei dirlo io che l’ho scritta, ma se non mi fanno vomitare dopo due anni e dopo che ho riacquistato il ben dell’intelletto vuol dire che è roba buona. A parte il fatto che mi identificano come una perfetta idiota, naturalmente. Mi faccio anche un bel po’ di tenerezza, devo dire, una me stessa tenerella e vulnerabile che mi è piaciuto ritrovare, anche se talvolta penso che se ci fosse stato qualcuno a darmi un bel paio di schiaffi o buttarmi una secchiata di acqua fredda mi avrebbe fatto un gran bene.

Colonna sonora della serata offerta da Gary Jules. Triste quanto basta.

Ingiustizia

7 agosto 2011

Ingiustizia è chiudere, ogni santa volta che ci passo vicino, da anni, la fontanella del Pantano, perchè gli incivili bevono e poi la lasciano aperta, a sprecare ottima preziosa acqua della Sellata; passare ieri e provare a chiuderla per l’ennesima volta, constatando però che il rubinetto si è un po’ ingottato e io con le mie forze non riesco a stringere bene per cui, si, un pochino resta aperto; fare pochi passi ed essere apostrofata da un ciclista di passaggio (che non ha visto i miei sforzi) con un secco “Chiudere il rubinetto fa troppa fatica, vero?”. E non avere il tempo di replicare, che intanto è già arrivato dietro la curva.

:(

Ecco, questa è un’ingiustizia.