Primarie, elementari cioè

19 ottobre 2009

Il 25 Ottobre si vota per scegliere il segretario del PD, nazionale e regionale. Le primarie, sì.

A livello nazionale si presentano tre candidati: Franceschini, Bersani, Marino. Non vi starò a sciorinare le ragioni – che sono tutte di pancia, oltretutto, e quindi non razionali – per le quali voterò per Ignazio Marino. L’ho sentito parlare, tempo fa, ed è stato colpo di fulmine. A comnciare dallo slogan: “Sì è sì, no è no, tutto il resto è del maligno”. Perfetto per me che odio le sfumature.

Poi ho cominiciato a seguirlo nelle rare apparizioni televisive, nelle interviste, sul web, ovunque fossero reperibili sue parole. E mi è piaciuto sempre di più. Serio, però ironico, laico, però non estremista, con 4 idee ma molto chiare. E’ minoritario? Voto sprecato? Chissene strafrega. Al cuor non si comanda, quindi non mi scassate. Marino ho detto e Marino sarà.

A livello regionale. Attendo impaziente di sapere chi è il candidato regionale della mozione Marino. Qualche giorno fa realizzo che ho atteso invano. In regione ci sono tre candidati: uno per la mozione Franceschini, e DUE per la mozione Bersani. Ma voi, non lo trovate ridicolo, e un pò avvilente, tutto ciò? Il candidato della mozione Franceschini, evvabbè, democristiano se non della prima ora sicuramente della seconda. Ma due candidati per la mozione Bersani?  ma è ovvio il perchè: è la mozione vincente, almeno a stare a numeri e sondaggi finora. Chi si azzarda a rappresentare quello sfigato di Marino, che per ora sembra, e dico sembra, aver raggranellato si e no tra il 5 e il 7% dei consensi?  Bersani si, invece, che è un vincitore: e allora tutti sul suo carro, a costo di sfiorare il ridicolo, con due candidature per la stessa mozione.

Le primarie delle primarie.
Ma per favore.
Dott. Marino, passi di qua, e mi porti via.

 

La maggioranza degli italiani

18 ottobre 2009

Lo so, è stato già detto. Ma io sono picciosa e ho voluto constatare con i miei occhi, anzi con le mie celle Excel.

Il nostro Presidente del Consiglio dichiara ogni 10 secondi che la sua legittimazione gli deriva dal voto: è stato votato, ormai lo sanno anche i sassi, “dalla maggioranza degli italiani”.

E vediamola un pò, ’sta maggioranza.

Consideriamo i soli dati relativi alla Camera dei Deputati (fonte: sito del Ministero degli Interni, dati ufficiali sulle votazioni politiche del 13-14 Aprile 2007). Gli aventi diritto al voto ad Aprile 2007  (fonte: sito ISTAT) sono 49.469.463.  La “maggioranza degli Italiani” significa proprio questo: la maggioranza di quelli che potevano andare a votare quel giorno. Quindi 24.734.733 voti di altrettanti italiani, ovvero il 50% + 1. 

Però.

Sottraiamo agli aventi diritto al voto:
- gli astenuti / schede bianche / schede nulle: 13.017.177
- quelli che hanno votato per partiti che non hanno superato lo sbarramento del 5%: 3.651.162
- quelli che hanno votato per l’opposizione: 15.736.810

Restano 17.064.319 voti: nel calderone sono compresi Lega, Movimento Autonomie per il Sud e Partito della Libertà. Un significativo 34,49%, molto lontano però dal 50%+1 così impropriamente ostentato. La maggioranza alla Camera deriva dal premio di maggioranza e da altri meccanismi di calcolo nei quali non mi addentro: mi basta sapere che per arrivare alla “maggioranza degli italiani” mancano all’appello 7.670.418 voti, che non sono bruscolini, come avrebbe detto Frassica.

E ammesso anche di voler considerare la “maggioranza degli Italiani” non come la maggioranza degli aventi diritto al voto, ma come la maggioranza di quelli che hanno effettivamente votato, parliamo pur sempre di  18.226.144 voti (50%+1 di 36.452.286).  Siamo ben lontani dai 17 milioni e passa di voti raggiunti dalla coalizione di centro destra.

Il solo PdL poi raggranella (si fa per dire) 13.629.096 voti, il 27,55% degli aventi diritto al voto, il 37,39% dei votanti. Per il 50%+1 mancano numeri siderali.

Ho sbagliato qualcosa?
E se non ho sbagliato i conti, perchè nessuno, all’infuori del solito Travaglio, riesce a sbattere in faccia al governo questi numeri, quando si millanta di essere stati “eletti dal popolo”, dalla “maggioranza degli italiani”? Io ho un’intelligenza media, e ci ho messo mezz’ora, e 4 click su Internet: possibile che nei prestigiosissimi uffici studi del Pd, nelle tante fondazioni, nelle segreterie degli onorevoli, nessuno è riuscito a fare altrettanto?

Farsi capire

16 ottobre 2009

Comunicare in maniera comprensibile per chi ci sta di fronte non è un dono.

E’ un dovere.

Avevo un amico, tempo fa, che usava un suo modo singolarissimo di interloquire. Se gli si scriveva una mail, nella quale si trattava di un argomento, era molto probabile che rispondesse con un’altra mail nella quale l’argomento da trattare era solo lo spunto di partenza per una divagazione, quasi sempre estraniante e del tutto laterale. In sostanza non-risposte, che non centravano mai il punto focale della domanda. 

Se io gli scrivevo che avevo fatto un giro in bicicletta, lui mi rispondeva citando la celebre frase di Bartali “gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare“. Oppure dava solo un pezzo dell’informazione, lasciando  a me l’onere di intuire il resto.  Se io lo invitavo a mangiare una pizza, lui rispondeva che era davanti alla tv, e che era molto tempo che non riusciva più a vedere il TG. Il pezzo mancante, o lasciato al mio intuito, era “nelle scorse sere ho fatto spesso tardi (tanto da non riuscire a vedere il tg di mezza sera): stasera sono stanco e non mi va di uscire”.
Questo suo atroce vezzo si estendeva anche ai suoi familiari e agli amici: gente che diceva “deglutire” invece di “mangiare”, o “livrea fobeica” invece di “paura”.

Il significato che io cercavo, ovviamente, era IMPOSSIBILE da trovare, ma io ci provavo lo stesso, con la forza della disperazione e di un codice interpetativo del tutto inadatto e fuorviante. Con risultati devastanti per le interpretazioni che ne ricavavo, e un pò anche per la mia salute nervosa.

Il mio errore – madornale – per oltre un anno, è stato tentare di applicare le regole di un codice comunicativo ordinario a questo codice comunicativo del tutto distorto. Un errore di decrittazione enorme, come cercare di tradurre dall’aramaico con un vocabolario di greco. Per mesi ho scavato nelle parole, cercandone un significato che mi riguardasse, cercandovi una risposta, un commento, una dichiarazione a tono con le MIE domande, con i miei commenti, con le mie dichiarazioni, che erano sempre precise, senza possibilità di fraintendimenti.  Con l’ovvio risultato che sono – letteralmente – impazzita per dare significati sensati a frasi prive di senso, o che ne avevano solo per chi le aveva pronunciate. Nell’esempio della bicicletta, ricordo di aver pensato per giorni che volesse dirmi che avevo sbagliato a fare qualcosa, o che sbagliavo il modo con il quale mi comportavo , o dovevo ricominciare daccapo qualcosa: ma cosa? 

Un processo prima irritante poi frustrante, che mi ha generato sconcerto, rabbia, smarrimento, alla fine una autentica sofferenza.

Solo con una improvvisa illuminazione, e riuscendo a guardare le cose con un minimo di distacco, ho capito la fogna nella quale mi ero immersa fino al collo, la destabilizzante perversa meditata volontà del mio interlocutore di deviare sempre il discorso saltando dal mio palo alla sua frasca.

Io scavavo nel senso nascosto delle parole, come faceva Freud con i racconti dei sogni, lui apriva un suo Google mentale per cercare una qualunque informazione che avesse una attinenza anche molto vaga con il tema trattato. E io prendevo quella informazione anonima e collaterale e ci cercavo dentro risposte personali e dirette. Acrobazia impossibile.

Una patologia evidente  della comunicazione, le cui motivazioni possono essere ricercate solo nella paura di scoprire un pezzo di sè, o forse – più probabilmente – nel desolante vuoto di contenuti pertinenti da parte sua. Uno che non aveva niente da dire, insomma, e però lo diceva in modo misterioso, convinto di essere ganzissimo perchè scriveva cose che io non riuscivo a capire. E lasciando che io mi torturassi nell’idea che ero io, la cretina.

Mi ero tenuta per me le mie teorie, fino a che non ho letto “Farsi capire” di Annamaria Testa, docente alla Bocconi, esperta di comunicazione. Con mio grande stupore, ho trovato in questo meraviglioso testo, la cui lettura consiglio a chiunque, il supporto teorico a tutto: al corto circuito della mia capacità di decifrare un codice, alla scoperta della inesistenza di un codice, alla crudeltà mentale – nella migliore delle ipotesi – di quello e di altri interlocutori con i quali ho avuto la ventura di scambiare comunicazioni scritte che non comprendevo.

Scrive infatti la Testa:
“Se da un punto di vista funzionale scrivere una cosa che può essere letta ma non capita e quivale a non scriverla, da un punto di vista relazionale il risultato di una comunicazione che non si lascia capire è tragico.

Non si può non comunicare, e qualsiasi comportamento comunica: usare un codice non condiviso è comunque una scelta di comportamento che implicitamente comunica qualcosa. Ed è qualcosa come ‘io non voglio farmi capire / tu non puoi capirmi’. Le implicazioni ulteriori sono tutte, in termini di senso, sgradevoli o offensive: ‘Tu non mi capisci perchè sei stupido. Perchè sei ignorante. Perchè non meriti che io faccia lo sforzo di farmi capire. Perchè devi ubbidire, e basta. Perchè sei in una condizione di inferiorità e ci resti, tiè’.  (…)  

C’è disconferma quando viene negata la realtà dell’altro in quanto fonte di qualsiasi definizione: quando, qualunque cosa l’altro dica, faccia o senta, nel  feedback le sue motivazioni e le sue intenzioni vengono ignorate e il significato che lui assegna alla situazione risulta frainteso, manipolato o cancellato. (…)  Sembra che il dare disconferme sia connesso con una particolare mancanza di consapevolezza nella percezione interpersonale, che Lee chiama impenetrabilità. (…)  Quanto più non riusciamo neanche a prendere onestamente in considerazione l’idea di poter risultare qualche volta “impenetrabili” nei confronti di qualcuno, tanto più è possibile che l’impenetrabilità sia effettivamente una caratteristica del nostro comportamento.”

(A. Testa, “Farsi capire”, ed. BUR, pagg. 200, 84-85)

Comunicare in maniera comprensibile per chi ci sta di fronte non è un dono. E’ un dovere.
E’ un dovere comunicare in un modo comprensibile per l’interlocutore, in un codice che l’interlocutore sia in grado di decifrare nella maniera più corretta possibile, per poter a sua volta comunicare una risposta, e così via, in un atto creativo ininterrotto che costituisce l’elemento che ci caratterizza, alla fine, come esseri umani.

 

La Corte Costituzionale boccia il lodo Alfano

9 ottobre 2009

Meravigliosa.

foto

Freddo, varie ed eventuali

5 ottobre 2009

Una settimana che inizia con me che mi scortico le gambe per una operazione Egitto d’emergenza non può portare nulla di buono. La colpa è di Gaetano Brindisi, che ha dichiarato stamattina che la settimana che sta per arrivare avrà temperature semi estive, e chi può se ne vada al mare. E quindi io ho riesumato robe che scoprono le gambe e scarpe di tela.  Con l’ovvio risultato che sto battendo i denti. La colpa, però, se vogliamo, è anche del regime alimentare da Hongerwinter olandese a cui mi sto sottoponendo da circa 5 settimane. Le calorie non si chiamano così per caso: ridurne in modo consistente il numero porta la tramontana negli organi interni. Non so come spiegarmi, è un freddo che si percepisce chiaramente venire da dentro, e non da fuori, o almeno non solo: stanotte ho dovuto raddoppiare la coperta e ispessire il pigiama. A me poi il freddo, quello esterno, stagionale, porta anche alcuni spiacevoli effetti collaterali che per quanto questo sia un blog aperto e comunicativo anche – diciamolo pure – di cazzi miei, non starò qui a raccontarvi nei dettagli. E che si sono presentati stanotte, a riprova del fatto che comincia a fare freddino anche fuori, ecco.

Registro intanto con viva preoccupazione l’aumento delle catastrofi naturali in giro per il mondo, e anche molto vicino a noi. A parte tutte le ovvie considerazioni già fatte altrove – l’abusivismo, la tragedia annunciata, etc. etc. – non posso non annotare un paio di stupide e collaterali considerazioni del tutto personali: 

1. ma allora è vero che Berlusconi porta rogna: io, sinceramente, due catastrofi naturali in Italia così ravvicinate nel tempo non me le ricordo; 

2. solo la tragedia siciliana ci mancava, per dare modo a mia madre di aggiungere un’altra ansia alla lista: e cioè che anche a casa nostra possa franare addosso la montagna (inutile rilevare che noi abitiamo sì in montagna, ma una montagna, che incomba sulle nostre case, proprio non c’è; e che abbiamo passato il terremoto del 1980, del 1990 e del 1998 senza che i nostri palazzi facessero un plissè – grazie, papà; che nessuna delle case del quartiere è abusiva; che comunque, alle brutte, abitiamo al secondo e terzo piano, ed è difficile che il fango arrivi fin là); 

3. (ma questa è proprio scema), l’albergo inquadrato in tv dove sono stati ricoverati un bel pò di sfollati è esattamente lo stesso dove sono andata in vacanza ad Agosto. Mi ha fatto impressione: da luogo di vacanza, relax, baldoria, risate, mohijto e caldo tropicale è diventato luogo di transito della sofferenza, della paura, dello spaesamento e sradicamento, dell’umiliazione di dover chiedere e dell’incertezza del futuro.

Colonna sonora offerta dagli Eurythmics.

 

Rosa & oltre

1 ottobre 2009

La settimana scorsa ho partecipato al Women’s Fiction Festival.

Una esperienza molto interessante, ed abbastanza unica nel suo genere, che io sappia, tutta poggiata sulle spalle di un agguerito manipolo di organizzatrici, fra le quali spicca l’indomabile Mariateresa Cascino. Vincente, secondo me, l’idea di “costringere” lettrici, autrici, editrici, donne che a vario titolo girano nel mondo della letteratura femminile a condivividere spazi comuni per 4 giorni: alla fine, si diventa un pò sorelle, e a me è capitato di fare una passeggiata in centro con Annamaria Testa (!), di dividere un ombrello con la responsabile editoriale della Harlequin Mondadori, e una minna di S. Agata con Giuseppina Torregrossa, ormai affermata autrice palermitana.  In verità, penso anche che a stare troppo fra sole donne si oscilli sempre fra la sorellanza e la sottile diffidenza/malignità/competitività che da sempre permea di sè l’universo femminile quando ha a che fare con sè stesso, però, nell’oscillazione, al WFF mi pare che l’ago sia stato più tempo sulla sorellanza che sul resto. Rovescio della medaglia: i pochissimi uomini presenti alla manifestazione non come spettatori si aggiravano smarriti, sempre un pò sulla difensiva.

Un pò di cose che mi sono rimaste, di questa 4 giornate materana:

1.  scopro con grande stupore i numeri della letteratura rosa in senso stretto, Collezione Harmony, per intenderci: solo in Italia, pubblicati 10 titoli al mese, vendute 6 milioni di copie all’anno. Mi interrogo sulla mia capacità di scrivere un romanzo rosa, e penso che potrei cimentarmi: con questi numeri, immagino ci sia fame arrabbiata di manoscritti. Con altrettanto sincero stupore, scopro però che Harlequin Mondadori pubblica (tradotti) solo romanzi già pubblicati negli Stati Uniti, dove ha sede la casa madre. Uffa.

2. esistono le specializzazioni, nel romanzo rosa: quello ambientato in corsia, quello storico, quello umoristico, quello hard. Al seminario con la scrittrice americana specializzata in romanzi rosa erotici, una signora di colore in tutto e per tutto identica alla insegnante di danza di Fame (anzi, forse è proprio lei), vedo distintamente le traduttrici simultanee sudare, mentre si apprestano a tradurre descrizioni di appassionate copule con dettagli anatomici precisi. A me prende la ridarella, ma me la faccio passare subito, constatando che Lydia Grant non perde mai la sua espressione serissima, fissa e leggermente allucinata, anche mentre cita il blow job come extrema ratio per risolvere un momento di tensione fra i protagonisti di un suo libro.

3.  adoro Giuseppina Torregrossa, come donna, proprio, e sarei disposta a fare solo le fotocopie per un anno, per Annamaria Testa, pur di lavorare con lei. Spero capitino qui, e lo leggano.

4.  il clamoroso outing che ho fatto durante l’evento clou del WFF, la presentazione del libro di Daria Bignardi, che racconta della sua famiglia e del suo non facile rapporto con la madre, persa da poco. Ora tutta la popolazione di Matera (ma forse mi sono allargata alle contrade) sa che ho anche io una mamma come la sua. E cioè come? Ah beh, leggetevi il libro e lo saprete (per la percentuale sugli incassi, Daria cara, ti do a parte il mio numero di c/c).

5.  me ne sono tornata con una paccata di nuovi libri, tutti rigorosamente autografati con sorriso dalle signore scrittrici. Fra questi, un giallo che mi sta prendendo alquanto. Maggiori dettagli in cronaca. E comunque non li ho presi TUTTI, quelli che venivano presentati: anzi, mi è capitato un paio di volte di partecipare ad una presentazione multipla (due o tre libri) e di comprarne e farmene autografare solo uno, sentendo distintamente nella schiena le coltellate di odio delle altre autrici.

6.  fra le protagoniste del Festival, c’era una celebre blogger che cura un sito dedicato esclusivamente ai romanzi rosa confetto (Harmony&C.).  Avrei dovuto immaginarlo inquadrando il suo originale concetto di eleganza, ma ho trovato il sito veramente illeggibile, incarna il peggio dell’immaginario collettivo sulla “lettrice di romanzi rosa”. Ciò non toglie che abbia due fantastiliardi di contatti, ovviamente, e che la autrice ne abbia astutamente quasi fatto un mestiere. Chapeau.

7.  due piccole note stonate, in chiusura: (a)  se chiami una serie di incontri “laboratori di scrittura creativa”, devi poi far scrivere chi vi partecipa. Se no chiamali seminari, momenti formativi, masterclass; restano estremanente interessanti, come difatti sono stati, e nessuno resta deluso.  (b) ho pagato veramente troppo per l’alloggio. Mi puzza leggermente di approfittamento della situazione (il festival, scarsità di alternative, e così via). Peccato.

Idroavventure / 3

23 settembre 2009

Sottotitolo:  il mio bagno ed io, storia di un amore difficile.

Come forse i più attenti di voi ricorderanno, il bagno nella casa in cui ho la fortuna di vivere è vecchio, trapanato da (apparentemente) decine di inquilini prima di me, e mi si rivolta contro anche se lavoro per lui.

Il rubinetto del lavabo perde. Una goccina minuscola, plic plic. Ho provato a cambiare i tacchetti delle manopole, ma è servito a poco. La mia anima di recente conquistata alla causa ecologista però soffre, di fronte a quel palese spreco di acqua potabile. E quindi sabato l’ideona geniale: prendo una gigantesca bacinella di plastica, che a stento riesce ad essere contenuta nel lavabo, e la metto sotto al rubinetto. Così – genialissima – raccolgo l’acqua e la potrò usare, che so, per lavare i piatti, innaffiare, farmici il bagno, perché no?

Adesso vi pregherei di concentrarvi sul concetto di goccina minuscola (plic, plic) e di bacinella gigantesca, perchè ci tornerà utile in seguito.

Complimentandomi con me stessa, esco di casa alle ore 12:15.

Rientro alle ore 21:00. Vado in bagno per lavarmi le mani, e oh! stupore! a momenti mi spacco l’osso del collo scivolando sul pavimento bagnato.
Del bagno.
I pochi neuroni rimasti nella mia scatola cranica ci mettono qualche secondo per illuminare con un neon il titolo: “Acqua sul pavimento del bagno: analisi e prospettive”.

Non ci vuole molto per comprendere fino in fondo l’orrore capitato in quelle 9 ore circa di solitudine casalinga. La goccina (ricordate? la minuscola goccina, plic, plic) ha riempito completamente l’enorme bacinella, e l’acqua ad un certo punto ha cominciato a traboccare nel lavabo. E qui, devo dire, c’è stato il colpo di genio del quale mi attribuisco tutto il merito: la bacinella era collocata in modo tale da ostruire sia lo scarico ordinario, sia il troppopieno, la fessura orizzontale che dovrebbe servire appunto ad evitare allagamenti se lo scarico si ottura. E quindi, la fantastica stronzissima goccina (plic, plic) ha finito col riempire anche il lavabo, e alla fine l’acqua ha trionfalmente cominciato ad invadere anche il pavimento, in una versione casalinga e più umile della cascata delle Marmore.

Non vi dico la mia giuoia, nel dovermi mettere ad azzuppare acqua da terra ad ora di cena, strizzare un ormai affogato tappetino, spostare la pesantissima bacinella senza farne cadere altra acqua, e varie ed eventuali (asciugare i mobili del bagno, ad esempio, perchè la goccina – plic, plic - se cade dove c’è già altra acqua schizza tutto intorno).

E così, un altro radioso incontro con l’idraulica di casa mia è finito. Non perdetevi la prossima puntata : “La volta che ho spaccato tutto per fare l’autolettura del contatore”.

Medici della mutua

18 settembre 2009

Stamattina un tot di nuovi colleghi ci vengono presentati. Nuovi si fa per dire, li conosciamo benissimo, solo che prima erano in forze – diciamo così – in altri Dipartimenti. La scena è la seguente: responsabile della segreteria dipartimentale che avanza per i corridoi, seguita dai nuovi colleghi. Apre una porta, mette la testa dentro, fa il breve discorsetto, presentazioni, strette di mano, battute se del caso, richiude la porta e via per la porta successiva.

Scena in tutto e per tutto identica a questa (la musichetta suona nelle teste mie, di Stelvio e di Marco con irresisistibile effetto “non guardarmi ti prego non guardarmi”):

 

Un diario di guerra (1943) / 2

18 settembre 2009

Oggi, mi sembra d’uopo. Guerra è sempre, diceva Mordo Nahum, il mercante greco di Primo Levi.

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10 Settembre 1943
“Insieme agli altri militari superstiti dell’Armata resto, secondo gli ordini, tutto il giorno in galleria. Non esco a prendere alcun pasto, avendo ottenuto qualche cosa da mangiare stesso in galleria (dal cognato, Ten. Col. Leone del Reg. 48° Fanteria).”

11 Settembre 1943
“Sono in galleria con gli altri. Apprendo che a seguito di ordini superiori dovrò, insieme agli altri militari, trasferirmi in altra galleria perchè quella sinora occupata deve essere riservata ai soli civili. Alle ore 16.30 incontro il Cap. Punzo, il Serg. Magg. Salvi del Quartiere Generale. Mi unisco ad essi e raggiungo la nuova galleria (Fornace) e con gli altri resto utto il giorno e la notte.”

12 Settembre 1943
“La galleria è nelle immediate vicinanze di una strada rotabile attraversata dalle colonne tedesche in ritirata. In galleria apprendo di incidenti verificatisi con gli ex alleati che eransi presentati per disarmarci. Apprendo pure che è intendimento del Col. Facini rispondere con la forza qualora simili incidenti abbiano a ripetersi. Io sono disarmato sin dal momento che ho lasciato il Comando perchè costretto a fuggire, nel momento critico, nelle condizioni in cui ero in ufficio, non ho avuto agio di prendere bustina nè arma. Col Sig. Capitano Punzo rimetto in ordine il protocollo in arrivo e partenza e resto a scrivere il diario storico degli avvenimenti fino alle ore 11.

Decido di fermarmi in galleria, sì, ma di aver la possibilità, occorrendo, di fuggire attraverso la campagna ove gli avvenimentio dovessero precipitare o si palesasse possibile un’eventuale cattura. Mi accorgo che gran parte del personale già dipendente dell’Armata è fuori dalla galleria: moltissimi hanno lasciato il Comando per raggiungere la propria casa, altri che non hanno potuto perchè in regioni distanti sono tutti sparpagliati per la campagna e dormono in campagna presso masserie o cascinali. Penso anche io che è più prudente restare all’aperto che in galleria che per sua natura costituisce una trappola pericolosa sia per la difesa, sia per sfuggire ad una cattura. Rendo partecipe di questo pensiero il Capt. Frateschi il quale non ostacola il mio modo di vedere.

In compagnia del Serg. Magg. Carbone dell’Ufficio Personale e Segreteria, mi dirigo verso una masseria dove ci viene concessa ospitalità e qualche fetta di pane. Passiamo la notte in una siepe assistendo alla caduta di numerosi razzi luminosi e bombe alla periferia.”

(segue ..)

Notizie del giorno

14 settembre 2009

La notizie del giorno è che sono preda di un attacco di spammer particolarmente prolifici, con i quali lotto ogni mattina dalle 7:00 alle 7:30. Ho fiducia nel sistema giudiziario, come direbbe un qualunque cittadino che non sia il nostro premier.

Rilevo inoltre – ed è veramente una GROSSA soddisfazione – che su circa 600 post scritti dal 2003 ad oggi quello che ha raggranellato il maggior numero di commenti è quello sul provino che ho fatto per partecipare a L’Eredità. Ormai si è costituita una piccola comunità che se ne strafotte della sottoscritta, e parla per i fatti suoi dell’esperienza fatta. Bene, ragazzi, è bello che abbiate trovato casa qui, spero vi troverete bene. Caffè?

Infine, mi pregio comunicarvi che ho perso 4 chili, che mi sono strappata il muscolo altochiappatico sinistro e quindi da una settimana non posso stare seduta, che la situazione lavorativa mia e di Stelvio sta precipitando nel nero gorgo del mobbing e quindi siamo ad un passo dal metterci a fare le fotocopie e preparare i caffè.  Da oggi tocca mettere in funzione il piano C, denominato ”Il secondo tragico Fantozzi”, nel corso del quale si simulerà una perdita totale delle nostre facoltà intellettive e si frapporranno, ai compiti elementari che ci vengono commissionati, obiezioni che non esistono in natura, incidenti di percorso impossibili a verificarsi, stati di salute estremanente cagionevoli che ci impediranno di terminare i pur entusiasmanti compiti che ci vengono affidati.

Ho partecipato sabato scorso ad una serata di cultura giapponese nell’ambito di Bookmark, una bella iniziativa “resuscitata” nella nostra sonnacchiosa città con modalità tutte nuove e, devo dire, molto azzeccate. Tutto perfetto, ho solo due appunti da fare: il costo della porzione di  sushi, astutamente tenuto fuori dal menu, e il concetto che “giapponese” includa tutto ciò che ha gli occhi a mandorla. Solo questo può spiegare la presenza nella serata della esibizione di Chat, la mia meravigliosa massaggiatrice thai. E’ un pò come se ad una serata di cultura italiana avessero fatto ballare il flamenco, ma vabbè.

E infine, in un soprassalto di attenzione, io solo ieri ho realizzato che la “consegna delle case” ai terremotati de L’Aquila “dopo soli 5 mesi dal terremoto”, sul quale non la finiranno mai, per dieci giorni, di frantumarci le balle, riguarda case costruite in  aperta campagna (espropriando altri poveri cristi) e che il centro de L’Aquila è ancora lì, distrutto, silenzioso, vuoto, morto, le pietre ancora fumanti (per così dire).  Voi che il terremoto l’avete vissuto, come me, sulla vostra pelle, fermatevi un attimo a pensare: Via Pretoria un cumulo di macerie (come in effetti era) che resta così PER SEMPRE, con quell’orologio fermo sulle 19:34, e intanto la vita si trasferisce a Pian di Zucchero, a Dragonara, ai Piani del Mattino. L’avreste accettato?  Vi sarebbe piaciuto che fosse venuto uno che senza minimamente consultarvi avesse deciso che era proprio inutile rialzare quelle pietre, “tanto sono vecchie”, e che era tanto meglio l’isola felice e periferica di “Potenza 2″?  Vi sarebbe piaciuto che nei vicoli del centro storico avesse cominciato a crescere l’erba, e ad annidarsi i cani randagi? Vi sarebbe piaciuto essere deportati in campagna, senza averlo chiesto?

Quando la rivoluzione arriverà, chiudetevi in casa.