Il mio lato oscuro

27 ottobre 2011

Mettetevi davanti ad uno specchio come l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci.
Guardatevi.
Toccatevi (senza esagerare, il post non è vietato ai minori).
Non sentite che avete una metà diversa dall’altra? Non lo vedete?

Io lo vedo, e lo sento.
Quando scrivo al computer (con 4 sole dita, i due indici e i due pollici perchè non so scrivere a dieci dita) la mano sinistra va molto più veloce della destra. O forse copre una porzione di tastiera più piccola, non lo so, ma insomma i refusi quando scrivo dipendono soprattutto da questo. E questo vuol dire che l’emisfero destro del cervello è più attivo del sinistro, più veloce, più connesso, più reattivo.

L’orecchio sinistro è più a sventola del destro.

L’occhio sinistro è miope come il destro, ma da qualche tempo è anche presbite. Sabato vado dall’oculista e saprò dirvi se è una mia fisima o è vero, che non ci vedo allo stesso modo con tutti e due gli occhi.

Il seno sinistro è leggermente più piccolo ed ha una forma leggermente diversa dal destro.

Il braccio sinistro è più soggetto ad infiammazioni, a dolori muscolari, a tendiniti. Spesso mi fa male, dalla spalla alle dita. Mi hanno detto potrebbe essere un problema di colonna vertebrale. Ok, ma perchè non comprime nervetti che hanno a che fare col braccio destro?

Il grasso sui fianchi è depositato in modo diverso a sinistra e a destra, se ci passo le mani si sente, i rotolini sono leggermente differenti.

La gamba sinistra mi tira di più e i suoi muscoli mi fanno più male, dopo la corsa o comunque dopo l’attività fisica. Il piede sinistro poggia sul terreno in modo leggermente diverso dal destro.

Insomma, il sinistro è il lato sfigato, dolorante, problematico, diverso.
Oscuro.
Ci sarà un latente significato in tutto ciò, se escludiamo che ho sonno e dovrei andare a dormire?
Ci sarà una qualche sostanza allucinogena nei biscottini al cioccolato del discount, che mi fanno partorire questi post assurdi senza capo nè coda?

Bubola – Bennato“Quello che non ho” – tribute to Fabrizio De Andrè, 2009

Spotclastìa

25 ottobre 2011

“C’è una forza in movimento che attraversa il mondo,
ed aiuta le aziende di ogni dimensione a crescere,
e ad esprimere al massimo il loro potenziale.
That’s the speed of the yellow!
DHL. Excellence. Simply delivered.”

Questo delirante testo viene trasmesso per radio ogni quarto d’ora circa.

Ora.

Supponiamo per un attimo che io abbia 70 anni, o abbia vissuto a lungo in Papuasia, o in un qualunque felice posto non raggiunto dalle delizie della modernità, e quindi supponiamo che io NON sappia cosa è DHL e di cosa si occupa. Se vedo lo spot in tv, più o meno – ma veramente molto più o meno – mi posso fare un’idea di cosa si tratta. Ma se sento lo spot per radio, ma secondo voi, io capisco cosa pubblicizza? Chiudete un attimo gli occhi e riascoltate lo spot senza le immagini. Ma veramente è subito chiaro a tutti di cosa si tratta?

La parte in italiano può promuovere qualunque cosa, da una associazione di categoria ad una banca ad un sindacato all’Istituto per il Commercio con l’Estero fino alle mazzette da dare al politico di turno per ottenere gli appalti (non mi stupirebbe se diventasse spot promozionale, prima o poi). Mettete subito dopo “potenziale” le parole ”Banca Intesa” o “Confartigianato” o ”Corrompi anche tu, e volerai alto” e il testo precedente non farà una grinza. La parte in inglese, poi, è irritante come poche altre cose al mondo, e spiega ancora meno, ammesso che tutti quelli che stanno davanti alla radio parlino l’inglese so fluently. 

Eh, ma lo spot non è diretto alle vecchiette.
Ah.
Ma perchè, gli imprenditori ascoltano con così puntuale attenzione la radio? e soprattutto, è tramite la radio che fanno le loro scelte commerciali sugli spedizionieri? e se lo spot è diretto a me, perchè potrei aver bisogno di un corriere per mandare un pacco a mia zia Matilde a Portogruaro, perchè, dannazione, non deve essere comprensibile?

Brevi, ma troppo lunghe per Facebook

20 ottobre 2011

Breve 1 – Incluso trasporto e montaggio
Su Wired c’è una pagina dedicata al nuovo tapis roulant della Technogym. Il dettaglio nuovo è che ha il quadro comandi touch screen e collegato ad Internet, per cui correndo o camminando puoi guardarti la posta, aggiornare il tuo profilo Facebook, insomma navigare. Credo anche si possa selezionare un panorama da guardare, diverso ad es. dal muro bianco che ho di fronte io, quando corro sul tapis roulant.

Prezzo: 9.980 euro (ah però trasporto e montaggio inclusi, sisi).

Allontano per qualche secondo il giornale allungando le braccia, sono diventata leggermente presbite e non vorrei aver accavallato qualche nove. No no: è proprio novemilanovecentottanta euro. Parenti molto prossime di diecimila.

Scusate, eh: ma se posso spendere 10.000 euro per un tapis roulant, vuol dire che vivo in una villa e posso andare a correre all’aria aperta nel parco di mia proprietà con alberi secolari e squadra di giardinieri messicani che pota le rose lungo la pista da jogging disegnata apposta per me da Renzo Piano. Trasporto e montaggio inclusi. E quindi vai a spalare guano di elefante, cara Technogym (e un poco anche Wired, eh).

Breve 2 – Ma come la tolgono, ‘sta polvere?
Stamattina arrivo in ufficio, accendo il computer e mi rendo conto che nel mio quadro visivo manca qualcosa. Nello specifico, manca la card identificativa che ci consente di accedere alla rete aziendale. Card che per i miei colleghi strutturati è anche cartellino marcatempo, e che quindi loro si portano dietro. Io, che non ho tempi da timbrare, dal 2007 – cioè da quando ci è stata consegnata con incomprensibile orgoglio –  la lascio piantata nel suo lettore, sulla scrivania. Non ha alcun valore economico e senza password non potrebbe comunque usarla nessun altro oltre me.

Stamattina, sparita.

La cerco brevemente e mi sono già rassegnata, inveendo contro la stupidità umana, a chiederne una in sostituzione (processo che comporterà una trafila infinita, manco fossi cubana e volessi un visto per Miami) quando la guardia giurata del IV piano entra trionfalmente nella stanza restituendomi la card. Risoluzione del mistero: la giovane signora delle pulizie, che – si badi – è sempre la stessa da almeno tre anni, ha spolverato la scrivania e ha visto la card, che io lascio esattamente nello stesso posto dal 2007, e ha pensato l’avessi dimenticata. Si è quindi premurata di toglierla dal suo alloggiamento e darla alla guardia giurata.
Gentle, per carità.
Ma cara ragazza, permettimi una domanda: come l’hai tolta la polvere, fino ad ora?

Sogno / 4

6 ottobre 2011

Prequel: mi addormento con una maglietta di cotone pensando che basti. Mi sveglio intirizzita alle 4 del mattino, mi alzo, infilo una felpa più calda e mi rimetto a letto, addormentandomi di botto. Poi, sogno quanto segue.

Sono a Perugia. Siamo con la mia famiglia ed altre persone in un ristorante piuttosto di lusso dove sta per essere servita la cena. Mi rendo conto che sono in jeans e scarpe da montagna (col pelo), e penso di passare dall’albergo a cambiarmi. Mi avvio. E’ sera, quasi notte. Conosco la strada per l’albergo ma non riesco ad imbroccarla. Comincio a girovagare fra strade, stradine, vicoli. Sbuco su strade diverse da quelle da cui sono entrata nel vicolo e mi rendo conto che mi sto allontanando dalla mia meta. Ragazzini giocano per strada, c’è una bella atmosfera da sera d’estate in cortile, ma io sono sempre più angosciata. Farò tardi, penso. Intravedo A., che abita da queste parti, vorrei fermarmi a salutarlo, farmi vedere, ma preferisco tirare dritto. Mi perdo sempre di più. Infilo scale che diventano salite sdrucciolevoli, scivolo nel fango, mi appoggio a ballatoi dove ci sono vecchette silenziose che non mi aiutano. Adesso ho scarpe con i tacchi alti che mi rendono ancora più difficoltosa la deambulazione. Mi squilla il cellulare (un modello che non ho mai posseduto): è M., che mi chiede dove sono, mi dice che sono in ritardo, io gli chiedo “Avete già cominciato? Mi sono persa, ma fra poco arrivo”.

Chiamo mia mamma, ma il cellulare squilla a vuoto. Provo più volte, sempre camminando lungo strade stradine vicoli sempre più bui e misteriosi e che percepisco lontanissimi dalla meta. L’ansia monta. Ad un tratto mi si fa incontro un Carabiniere, giovane, con il maglioncino d’ordinanza, quello blu scuro con le strisce rosse, e il cappello. Mi chiede se sono io Nome e Cognome, e comprendo che è venuto a cercarmi per riportarmi a casa, per farmi ritrovare la strada. Infatti dopo due minuti sono di nuovo nel ristorante di prima, ci sono tutti e sembrano fra l’incazzato, lo scocciato e il commiserativo, con me, una espressione del tipo “Sei sempre la solita, ci fai disperare”. Nesuno sembra preoccupato di cosa possa essermi successo. Protesto, rinfaccio a mia mamma che io l’avevo più volte chiamata e lei non ha sentito le mie telefonate, mi metto a urlare e a piangere, perchè non è giusto che ce l’abbiano tutti con me.

Mi sveglio, agitata, forse ho detto qualcosa nel sonno, forse ho pianto.
Steve Jobs è morto.
Sono felice di realizzare che è stato solo un sogno, anche se la sensazione di leggera ansia ce l’ho ancora addosso, e penso che decisamente, il tema di questi giorni sembra essere “trovare (o ritrovare) la strada”.

 

Entropia cellulare

5 ottobre 2011

… dove “cellulare” ha a che fare con la telefonia, e non con i pezzi di vita di cui è fatto il nostro corpo. 

Per creare lavoro per 8 persone, basta mettere 4 persone a scavare una buca, e 4 persone a riempire le buche scavate” (J.M. Keynes)

Lo sciopero (sacrosanto) di Wikipedia mi impedisce di rintracciare la citazione autentica, l’ho riportata a memoria, quindi non fate i secchioni con le correzioni, oppure sì, fatelo e datemi la citazione corretta, così la sostituisco. Il buon vecchio John Maynard mi è tornato in mente ripensando alla mia breve ma passionale e tormentata relazione con Fastweb Mobile, descritta poc’anzi.

Stamattina sono andata in un negozio Vodafone One e sono tornata nelle confortevoli braccia del mio primo amore mobile: anzi, siccome tecnicamente sono “una che è passata a Vodafone”, sono tornata con apprezzabili incentivi tariffari. Mi dicono perfino che c’è gente che lo fa apposta: passa per una settimana con la concorrenza, e poi torna al vecchio gestore con lo sconto, che da cliente di vecchia data non riesce ad ottenere. E quindi la mia considerazione – che sto per esporvi – vieppiù si rafforza.

Alla fine, il gioco è a somma zero. Avevo un contratto con Vodafone, continuo ad averlo. Però quante energie sono state impiegate perchè tutto tornasse come prima?

1. gli impiegati del call center mi hanno braccato per alcuni mesi. Anche se non vogliamo considerare le tante telefonate che mi hanno fatto e che sono andate a vuoto, consideriamo solo l’ultima, quella con la quale mi hanno accalappiato: siamo stati a parlare forse un quarto d’ora (nel corso del quale a quanto pare io non ho fatto le giuste domande e il fiore calabro non mi ha dato le giuste informazioni, ma questo non c’entra). Comunque, tempo oggettivamente sprecato.

2. come ho raccontato, mi ha poi chiamato una seconda operatrice del call center, e io ho stessa li ho chiamati almeno quattro o cinque volte, prima perchè non mi erano chiari alcuni passaggi (purtroppo non quelli fondamentali, ok, non infierite), e dopo, per avere info sulla disdetta del contratto. Tempo sprecato.

3. ho fatto delle fotocopie di documenti d’identità. Ho spedito un fax. Mi è stato spedito un plico con corriere. All’interno del plico c’erano copie del contratto (che sono state stampate da qualcuno, che ha anche preparato il plico). Tutte operazioni che hanno un costo, che consumano energie, che fanno spendere tempo, influiscono  sul bilancio ambientale, e sono tutte operazioni sprecate.

4. Sono andata di persona da Vodafone One, spendendo benzina, e un’ora della mia giornata. Lì sono stati stampati altri fogli per il nuovo contratto, e la signorina Vodafone mi ha dedicato una mezz’oretta. Risorse – materiali e immateriali – sprecate.

Tutto questo per cosa? Io ho un contratto con lo stesso gestore che avevo 10 giorni fa, e Fastweb ha conquistato e perso un contratto nel giro di dieci giorni. Io ho speso all’incirca 80 euro  (ma potrei non aver speso nulla: i 30 euro di contratto mensile con Fastweb al momento non sono stati addebitati sul mio conto corrente, anche se dubito che vorrà regalarmi le telefonate che ho fatto e che farò finchè non subentra Vodafone; e i 50 euro di “anticipo conversazione” dati a Vodafone perchè io ho chiesto l’addebito in c/c avrei potuto risparmiarli se avessi chiesto l’addebito su carta di credito): ma quanto hanno speso Fastweb e Vodafone per tutte le operazioni che ho elencato sopra? Il tutto, ripeto, inutilmente, ai fini della modifica dello stato di cose nel mondo che ci circonda. Una entropia cellulare che trasforma cose in altre cose  identiche alle precedenti, disperdendo però energia che non recupera più. Uno spreco.

Il sospetto, come ho scritto nel commento all’altro post, è che chi propone i contratti non approfondisca, se non su richiesta insistente dell’utente, i dettagli: tanto il recesso è una roba molto semplice, se ne occupa direttamente il nuovo gestore a cui ci si rivolge, non comporta particolari fastidi nè spese. E però nel frattempo il ragazzetto del call center ha messo un’altra spunta sul numero dei contratti che ha chiuso quel mese, che forse gli vale una piccola prebenda, chi lo sa.

Insomma, il sistema si autoalimenta gonfiandosi a dismisura e generando un (intollerabile, a mio parere) spreco di risorse, anche se probabilmente lo spreco è necessario per far lavorare più ragazzetti al call center, più signorine Vodafone, più rivenditori di toner delle fotocopiatrici e più corrieri. Più stampatori di circuiti: alla mia domanda a Fastweb: “Devo restituirvela, la SIM card?” l’annoiatissima ennesima signorina del call center con accento milanese mi ha risposto “Nossiora, può tranquillamente buttarla”. Dieci grammi di plastica che hanno avuto 7 giorni di vita (ma che l’ambiente, se la buttassi nel giardino sotto casa, ci metterebbe 700 anni a smaltire) [N.d.R.: senza Wikipedia, anche questa info è a memoria e approssimativa].

E’, per chi lo conosce, il paradosso di molti sistemi pubblici di formazione professionale: pochissimi allievi trovano lavoro grazie ai corsi seguiti, ma in compenso hanno sicuramente lavorato centinaia di docenti, tutor, segretari, coordinatori, consulenti, ricercatori e progettisti. Una macchina che si autoalimenta a prescindere dai risultati: se si facesse formazione ad aule vuote, paradossalmente, i risultati in termini di occupazione sarebbero pressappoco gli stessi. Per motivazioni le più varie, che non dipendono quasi mai dalla qualità della formazione erogata.

Finchè le vacche erano grasse, andava tutto bene.
Ma adesso, possiamo ancora permettercelo?

Colonna sonora offerta da Faber / Cecilia Chailly – Inverno

 

Fastweb Mobile è una sòla (sottotitolo: ma vaffa@@@lo, Clooney)

4 ottobre 2011

Cronaca di una sòla annunciata, che parte dall’assunto primo di tutti i servizi commerciali: la fedeltà non è un valore. Ho un numero Vodafone da marzo 1997, e ho lo stesso numero da dicembre 1998. Non ho mai avuto particolari problemi, però con il passare del tempo la quota mensile destinata alla telefonia si è gonfiata. Ok, nel 1997 il telefono lo usavo solo per telefonare, ora lo uso per parlare, chattare, navigare in Internet, però insomma volevo spendere meno.  Ma tutte le proposte con le quali  Totti e Ilary Blasi ci frantumano gli zebedei quotidianamente sono destinate solo – indovinate un po’? – ai nuovi clienti. Per cui se vuoi un’offerta decente devi essere nuovo cliente da qualche altra parte perchè di te, vecchia ciabatta fedele allo stesso gestore da 14 anni, a Vodafone non gliene strafrega una ceppa.

Un giorno che stavo particolarmente incazzata per il mio conto telefonico, mi chiama Fastweb. E’ inutile negarlo: quando ti chiama Fastweb, la faccia di George Clooney ti si materializza davanti e le signore diversamente adolescenti come la sottoscritta un po’ si sdilinquiscono, anche se il telefonista ha un pesante accento calabrese ed è affascinante come un pittbull. Poi io ho l’ADSL Fastweb a casa, e mi sono sempre trovata passabilmente bene, pochissime interruzioni del servizio, linea efficace e potente. Quindi, why not? non liquido subito il giovinotto, lo sto a sentire.

La proposta è buona: X minuti di telefonate, X sms, 2 GB di traffico Internet per una cifra mensile che è meno della metà di quanto spendo attualmente.  Vi prego, topolini all’ascolto, di prestare attenzione ai 2 GB di traffico Internet, sui quali ci soffermiamo a lungo, col giovane fiore calabro. Faccio tutta la trafila – adesione, invio copie carta di identità, attesa pacco, arrivo pacco, attesa abilitazione, avvenuta abilitazione.

ATTENZIONE: a metà della trafila ricevo un’altra telefonata da gentile signorina la quale mi chiede, TESTUALE, ne sono sicura: “Signora, lei sa che la SIM è attivabile solo con telefono UMTS?” alla quale io rispondo, ne sono CERTISSIMA: “Non c’è problema, HO UN BLACKBERRY“, risposta alla quale la signorina gentile ridacchia e dice “AH, BENE!!! così non ha nemmeno l’obbligo dei due anni!” Quest’ultima frase è misteriosa, ma non mi pare abbia alcuna attinenza, nemmeno alla lonana, con possibili problemi  futuri, anzi mi pare proprio che un “Ah! Bene!” possa essere inequivocabilmente interpretata come un’assenza di problemi di qualunque genere.

Arriva la SIM, oggi me la abilitano.
Chiamo, funziona. Alleluja.
Ricevo chiamate, funziona. Alleluja.
La connessione a Internet, invece, non funziona. Vabbè, potrebbe essere questione di tempo. Però le ore passano e di Internet non c’è traccia. Così, per scrupolo, pronta a farmi ridere dietro per la mia ansia dall’ennesima signorina da call center, chiamo il 192193. Questa la surreale conversazione che ne è seguita:

IO: “Salve, sono appena passata a Fastweb Mobile. Va tutto bene, però il Blackberry non si connette ad Internet. E’ solo questione di tempo, o devo fare qualcosa?” Il sorriso mi si sente anche nella voce, sono una smarta, io, sono passata a Fastweb, lo dice pure George Clooney, che ci può essere di meglio? Ah, ah.

LA SIGNORINA FASTWEB (tutta giuliva): “Ah, signora, ma guardi che la SIM Fastweb non funziona con il Blackberry!

IO (dopo alcuni secondi necessari a che l’informazione passi dalle orecchie al cervello e sia compresa in tutta la sua drammatica concretezza): “Sta scherzando, vero? Io ho sottoscritto un abbonamento con 2GB di traffico Internet, che non posso usare su uno degli smartphone più diffusi al mondo?” (ok, questo non lo so se sia vero, però è verosimile, eccheccazzo)

LA SIGNORINA FASTWEB: “Ehhmm beh.. ecco.. in effetti… si ecco,  funziona con gli smartphone, però non col Blackberry

A quel punto l’incazzatura è già oltre il livello di guardia e con la giugulare gonfia ho aggredito la signorina spiegandole che il BlackBerry E’ uno smartphone, e soprattutto che MAI in nessuno dei millemila passaggi vocali e scritti nessuno mi ha specificato che  non avrei potuto collegarmi ad Internet col Blackberry, e già che c’ero ho menzionato terribili rappresaglie giudiziarie e class action oceaniche e immdiato ri-cambio di gestore, e sputtanamenti via web. I primi due non saprei davvero da dove cominciare, il terzo dovrò farlo e già so che non sarà possibile e mi scorticheranno viva e dovrò giacere con le ginocchia sui ceci per tornare a Vodafone.

Sullo sputtanamento invece non ho problemi, e comincio da qui.

FASTWEB MOBILE E’ UNA SOLAAAAAAAAA!!! 
Diffondete ai 4 venti, siate solidali con la povera Cambianeve :(

Sogno / 3

1 ottobre 2011

Anche questo è ricorrente, meno di quello delle scale e delle stanze ma lo faccio spesso.

Lo scenario generalmente è questo, poi ci sono le varianti occasionali. Mare. Spiaggia. Ma niente di ampio, solare, rilassante. La spiaggia è stretta e così piena di gente ombrelloni sdraio carabattole che non si riesce a vedere la sabbia, fino alla battigia e talvolta oltre. Alle spalle dei bagnanti, attaccata a loro, c’è sempre qualche baracca di legno di quelle che vendono i gelati o e bibite d’estate, ma incombe. Quasi sempre è sera o tramonto, quasi buio, insomma, si vede poco. E io devo sempre andare da qualche parte ma ho difficoltà.

Nello spcifico, stavolta devo andare verso sinistra, per raggiungere non so cosa, ma appunto la spiaggia è così priva di spazio che l’unica soluzione mi pare quella di raggiungere l’acqua e camminare con le caviglie a mollo. Al mare lo faccio sempre, peraltro, mi piace camminare nell’acqua. Ma quando ci arrivo, saltando sopra la gente i secchielli le bottiglie le sdraio, al posto del mare c’è una specie di palude di piante acquatiche e la strada che vorrei fare io è un sentierino fangoso in mezzo alla palude. Mentre penso – e forse dico – che potrebbero esserci rospi e serpenti là in mezzo, quindi scordatavi che io metta i piedi in quella schifezza, mi sveglio.

La colonna sonora c’entra poco, ma mi piace tanto e tanto è sufficiente. Edoardo Bennato canta Faber, Canzone per l’estate

Sogno / 2

30 settembre 2011

Mi sveglio ed esco sul balcone. Durante la notte il tempo è peggiorato, ma tanto: le nubi e la foschia che si vedevano stando dentro casa, quando esco fuori si rivelano essere una pioggia fredda. Anzi, una pioggia mista a neve, o grandine. I gerani, la malvarosa e le altre piante che ho sul balcone sono sferzate dalla bufera e per buona parte coperte di questa poltiglia nevosa pesante, che le ha gelate, spezzate, semiseccate.

Sono stupita dal brusco cambiamento climatico, dall’inverno arrivato così presto, e sono mortificata: è il secondo anno – penso – che non mi rendo conto per tempo che sta arrivando l’inverno e lascio le piante al gelo. Mentre sto pensando di tagliare via quello che si è gelato e prendere materialmente le fioriere fra le mani per metterle dentro, mi sveglio.

Abbastanza chiaro, il messaggio, stavolta.

Sogno

21 settembre 2011

Con poche varianti, è un sogno che faccio sempre. E sempre significa il 70% delle volte che sogno. Altro sogno ricorrente  – che però sembra aver perso smalto da qualche mese – è che mi rubano la macchina. Ma questo che io chiamo il sogno delle scale e delle stanze, o il sogno dell’albergo, è frequentissimo.

Sono in un palazzo antico di una grande città, tipo Roma. Seguo due persone di sesso femminile, due ragazze, due segretarie? che mi portano verso una grata (una ringhiera?) nel portone. Lì si apre un cancelletto e ci sono scale che scendono, in fondo alle scale si apre la porta di un appartamento, un ufficio, infatti dentro ci sono altre persone. Dobbiamo andare tutte lì. Le scale sono di ferro, tipo scale di sicurezza, ma più eleganti.

L’appartamento è grandissimo, elegantissimo, antico. I pavimenti sono coperti di tappeti persiani pregiati e coloratissimi: rosso, oro, blu, verde. Le pareti sono coperte di quadri antichi, ottocenteschi, con cornici dorate e lavorate, antiche anche quelle. Pochissimi mobili, antichi e barocchi pure quelli. Ai muri ci sono anche orologi antichi, pendole antiche che rintoccano. E scale. Siamo un gruppo di persone che in fila indiana deve provare ad uscire di lì. Non c’è ansia, solo una leggera impazienza. Proviamo una prima scala, sempre di ferro battuto, con ringhiere di ferro battuto ad eleganti volute, ma porta ad un minuscolo ballatoio, come se fosse un balcone stretto che però è all’interno dell’appartamento invece che all’esterno, e alla fine è chiuso. Io che sono la prima della fila dico “no, ragazzi, da qui non si passa, inutile” e torniamo indietro. Poi proviamo da un’altra scala, che porta dietro ad una delle pendole. Ci sono insetti morti e polvere, lì dietro, e noi siamo in fila su una scala che sale, uno dietro l’altro.

Sono in ritardo, come farò a prendere in tempo il treno per Roma? arriverò tardi. Per fortuna so che la prenotazione dell’abergo poi vale anche per dormire a Roma (1)

Ho un foglietto di istruzioni scritte a mano per arrivare alla palestra (1) e infatti dopo un po’ sbuchiamo in un ambiente che somiglia all’ingresso di un centro benessere, e chi è con me (una donna) apre una porta con una maniglia tipo magazzino, tipo cella frigorifera, e io penso “finalmente usciamo” ma poi il sogno finisce, mi sveglio soddisfatta e singolarmente serena, anche se non saprò mai se sono uscita o no, e se sono arrivata in orario a Roma.

(1) è un sogno, non è il caso di pretendere logicità e senso compiuto

Questi studi mi faranno ricca, lo sento

17 settembre 2011

Il mio impegno dei prossimi mesi: mettere a punto un algoritmo che mi consenta di mantenere un perfetto equilibrio fra (socievolezza + necessità di mantenimento di relazioni) vs. (sfrantamento di maroni dovuto alle richieste non pertinenti altrui).

Mi spiego meglio.

Sono una persona naturalmente socievole e disponibile verso il prossimo. Faccio amicizia facilmente, sorrido quasi sempre, sono generosa e perlopiù altruista. Inoltre, per una serie di motivazioni legate al mio lavoro (due soprattutto: 1. è un lavoro di relazione, comunque, e 2. è un lavoro precario, che potrei perdere abbastanza facilmente) è mio interesse mantenere viva e vitale una rete di contatti più o meno amichevoli, si sa mai in futuro. Come dice un mio amico, “noi consulenti” (ahah) viviamo di visibilità, ovvero di far capire a quanto più mondo è possibile che siamo bravi, affidabili, leali, onesti, bravi (l’ho già detto?).

Le due cose insieme in sè sono tanto buone: ma accoppiate, come può succedere anche nella procreazione, generano un mostro che si nutre di tempo. Il mio.

Ci sono giorni nei quali a fine giornata mi rendo conto di avere speso più ore a risolvere problemi altrui, a fare piccoli o anche piccolissimi favori, a offrire spalle su cui piangere (e fazzolettini per soffiarsi il naso) che non a farmi gli stracazzacci miei. A fare il mio lavoro. Intendiamoci, è colpa mia: basterebbe dire NO di fronte all’ennesimo “Per favore, potresti?..”. Anzi, vi dirò di più: talvolta mi caccio nei guai da sola, offrendomi di fare cose che non è necessario che io faccia, per poi scoprire che ci voleva molto più tempo di quello che avevo immaginato. E a quel punto è tardi per tornare indietro.

Siccome non voglio soccombere di fronte alle richieste MA voglio mantenenere intatta la mia aura di persona affidabile und disponibile (perchè poi diciamocelo, è bello quando trovi il documento che nessuno sapeva dov’era, scovi l’informazione che nessuno era stato in grado di dare, vedi la luce della consolazione negli occhi dell’amica che ti ha intrattenuto due ore con le sue traversie semtimentali, congedi con pacca sulla spalla il collega che nessuno riesce ad ascoltare più di 3 minuti – tu nemmeno, ma hai avuto pazienza), mi serve un algoritmo, che mi misuri ogni giorno con esattezza quanti minuti posso dedicare ai cazzi altrui, e quanti invece devo lasciare per i miei, in modo che tutti continuino a pensare che sono gentile e disponibile e generosa e garbata ma non mi prendano per il culo, però.

Un algoritmo del perfetto equilibrio fra me e il mondo.
Un algoritmo che preveda delle priorità, che per esempio fra la mamma e il collega di cui sopra faccia prevalere la mamma, che tra la mamma e il moroso faccia prevalere il moroso, che tra George Clooney e chiunque altro al mondo faccia prevalere Geroge Clooney (questo magari ce la faccio da sola, a capirlo), e che tenga quel collega di prima comunque sempre in coda alla classifica.

Questa formula mi farò ricca, lo sento.
Poi la minutazione dovrei rispettarla, comiunciando a dire appunto un po’ di no, ma vabbè, ci porremo questo problema più avanti, miei piccoli fans.
Vado a studiare l’algoritmo.