Sempre con me

Bruce Springsteen è sempre stato uno dei miei rocker preferiti. Lo era da quando a 17 anni uscì Born in the U.S.A. e rimasi folgorata prima da quel culo col cappellino appeso alla tasca e la bandiera america sullo sfondo, e poi da quelle tracce indimenticabili. A 17 anni il mondo è un posto meraviglioso pieno solo di belle sorprese, o almeno, per me era così, e mi pareva che Springsteen cantasse soprattutto questo: la strada che corre dritta davanti a noi, che puoi percorrere in tutta libertà, svoltando dove ti pare. O fermandoti, se vuoi. Una di quelle strade americane da film, una Route 66 calcinata dal sole da fare con una Harley Davidson dietro all'uomo della tua vita.

Nel corso degli anni Springsteen è stato sempre con me, prima in un walkman, poi in un lettore Mp3, mentre viaggiavo, studiavo, o correvo. Springsteen è perfetto per correre, ti pompa sangue nel cuore e aria nei polmoni anche quando ti pare di non averne proprio più e l'unica alternativa possibile sembra fermarsi.

Il 23 maggio scorso ero a Piazza Plebiscito insieme ad altre 20.000 persone, ad ascoltarlo per la prima volta dal vivo. Sono passati 30 anni da Born in the U.S.A., per me ma anche per lui. Sono passate canzoni, viaggi, corse, delusioni, paure, gioie e treni presi e persi.

Ed è successo l'imponderabile: mi sono innamorata.

Innamorata: non saprei come diversamente chiamare l'emozione violenta che mi ha procurato il mio primo concerto di Bruce Springsteen, che mi ha scosso come se avessi infilato le dita nella presa fin da quando è comparso sul palco alle 18:30, da solo, con la chitarra in mano, per un fuori programma per noi, quelli che stavano già lì ad aspettare da due ore. Fra lo stupore dei presenti, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. In effetti, ho pianto quasi tutto il tempo, e quando non piangevo saltavo e cantavo.

Una emozione violenta, che non mi passa. Che mi ha spinto a cercare febbrilmente file di canzoni, wikipedia, playlist, foto, notizie di giornali. Che mi spinge a cercare in continuazione la compagnia anche solo virtuale delle amiche che erano con me, e che hanno sentito – ne sono certa – la stessa violenta emozione mia. Possedute, tutte. Ipnotizzate.

Non so se per quella inconfondibile staordinaria voce arrochita dagli anni. Se per quella magnetica presenza scenica, l'empatia col pubblico, l'incontenibile energia, il magnetismo sessuale – diciamolo pure – di quelle maniche di camicia arrotolate sui bicipiti e dello spruzzo di capelli grigi. Se per quella musica, flat, brutale e priva di qualunque sofisticazione – come piace a me, perchè flat, brutale e priva di sofisticazioni sono io –  so non essere per i tecnici niente di straordinario (le canzoni, alla fine, si somigliano un po' tutte).

Forse allora per quei testi, dove ci sono quasi sempre le parole home, road e land, per me evocative in ogni caso, perchè io sono un una quercia di montagna, un pino loricato, voglio le mie radici ben salde al terreno, voglio un posto dove tornare, un nido, possibilmente sempre lo stesso, uan rete protettiva di antiche amicizie e relazioni. Testi che raccontano l'opposto di quello che immaginavo nei miei 17 ignoranti anni: niente avventura, ma invece molte delusioni e disillusioni, tanta amarezza, nostalgia e forse – forse – un lumino di speranza.  Emozioni che ci sono familiari, a noi sfigatissima generazione anni '80, troppo giovani per il '68 e ormai troppo vecchi per inventarci qualcosa di nuovo.

Una emozione violenta, ma non dolorosa, che vorrei non mi passasse mai.

Si vede che ne avevo bisogno.

Colonna sonora: Pay me my money down (la più flat di tutte)

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Smart ma non troppo

Un giorno, quando sarò vecchia, racconterò la storia dei molti appuntamenti a cui ho partecipato, che avevano come tema il futuro, la tecnologia innovativa, gli opendata, la wikicrazia, le città smart, e tutte queste meravigliose cose raggruppabili sotto lo slogan “con la rete, tutto è possibile”, e però …

…. non c'era la rete.

Questo perchè in genere questi incontri vengono fatti in luoghi molto suggestivi, ad esempio ex cave di tufo, chiese del primo Medioevo sconsacrate, antichi teatri, cantine di Chianti, rifugi antiatomici, trincee, blind rooms della CIA. Tutti posti bellissimi, con un unico problema: non arriva nessun segnale wireless di nessun gestore telefonico. E al wifi nessuno ci pensa, perchè – nonostante il titolo del convegno sia “La Rete per un domani migliore”, nessuno pensa ad assicurare la Rete dentro al bunker.

L'ultimo della serie è stato l'appuntamento di ieri sera di PotenzaSmart (gli altri incontri stamattina, oggi pomeriggio e domani mattina). Un incontro durante il quale ascoltare da esperti il futuro delle città, come contenitori di innovazione, ma anche di un nuovo modo di intendere qualità della vita,  partecipazione attiva, in definitiva un nuovo modo di fare “politica” nel senso più antico del termine, quello di “discorso sul e con il luogo dove si vive e si opera”, la polis, il centro della nostra vita.

L'iniziativa è a cura (molto meritoria) dell'Amministrazione Comunale, che ha la fortuna di avere un Sindaco ricettivo e disponibile. C'era qualche dettaglio che non mi convinceva, ad esempio le “idee per la città” mandate via mail e moderate prima di essere pubblicate, e l'impossibilità di commentare le idee altrui. Non sono un'esperta, ma ho fatto altri tipi di esperienze, diverse e più aperte: va corso qualche rischio, se vuoi mobilitare l'intelligenza collettiva. Ma insomma ero ben disposta.

Arrivo nel Teatro Stabile, mi siedo, in seconda fila perchè sono miope e voglio vedere bene relatori e schermo. Parla Giuseppe Granieri, maestro di cerimonie della serata, poi il Sindaco, poi l'Assessore alle Attività produttive (i finanziamenti per le Smart City passano per il suo Dipartimento). Sono lì per diffondere la serata al mondo, e quindi apro l'iPad e mi dispongo a twittare. Non c'è campo, per la wireless Vodafone. Sto santiando quando vedo la magica finestrella: esiste un wifi “Potenza Smart”. Beh, ovvio.

Peccato che il wifi non funzioni.
Mi sposto di sedia, qualche fila più dietro, disturbando chiunque.
Niente.

Ve la faccio breve: ho peregrinato per tutto il teatro (ultime file, destra, sinistra, palchi sotto, sopra, di fianco), fino a che mi sono resa conto che se volevo rendere conto al mondo della serata l'unica era escludere il wifi, e twittare in piedi nell'andito che separa il palco dal foyer, e per di più dando le spalle al relatore, perchè se mi giravo immediatamente perdevo tre tacche.

Il risultato è stato un braccio sinistro (quello che reggeva il tablet) formicolante, mal di schiena, autostima a zero (le signorine del servizio sala, ne sono certa, mi hanno presa per pazza: una signora nel semibuio di spalle alla sala che scrive furiosamente su un tablet con una mano sola, masticando imprecazioni), e soprattutto  l'attenzione al relatore ridotta. Ovvero, mi sono persa molti passaggi di Luca De Biase, e anche il senso complessivo del discorso, di cui posso riassumere solo alcuni punti: che dovrebbe esistere una ecologia del linguaggio, come esiste dell'ambiente; che la situazione oggi in Italia é che le posizioni di pochi bloccano lo sviluppo innovativo di molti; che una Smart City ha un  impatto forte sulle nostre vite, perchè modellare la città vuol dire modellare i suoi abitanti; che manca una visione del futuro a lungo termine, in Italia; che nonostante genio e creatività il nosto Paese non esplode perchè manca una prospettiva condivisa, ed è su quella che dobbiamo puntare.

Oggi c'è il secondo appuntamento.
Però scusate, ma io tengo un'età: vengo, ma mi siedo e non racconto niente a nessuno via Twitter. Ergo, faccio come facevo 10 anni fa, quando la rete non esisteva in forme così accessibili, e così smart. Cioè non faccio la cosa più smart di tutte: raccontare le cose mentre si svolgono, confrontando il mio pensiero con quello degli altri presenti MENTRE LE COSE ACCADONO, non dopo. In altre parole, non si partecipa, se si escludono i pochi fortunati che sono riusciti ad agganciare la rete wifi (evidentemente troppo debole) o che hanno un gestore telefonico diverso dal mio. E un evento nel quale è impedito a metà dei presenti di partecipare attraverso la rete, mi spiace, ma tutto è tranne che smart.

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Open data: una botta di ottimismo (forse)

Ieri ho partecipato via audio Skype ad un incontro che si teneva a Matera, nel quale si parlava di Open Data (o dati aperti, se siete irrimediabili italofoni). Ne parlavano esperti italiani: Ernesto Belisario, Morena Ragone, Matteo Brunati, Vincenzo Patruno.

Il movimento per la liberazione dei dati è un movimento mondiale, e il gruppo di persone che se ne occupa in Italia lo ha giustamente ribattezzato, in onore alla bandiera nazionale, e forse anche a Totò ed Alberto Sordi, Spaghetti Open Data (#SOD se ne volete parlare su Twitter, @spaghetti_folks se – sempre su Twitter – volete capire che stanno combinando). Qualche settimana fa a Bologna si è tenuto il primo raduno nazionale di “spaghettari”. L'ho seguito via Twitter per quel che potevo e pare sia andata molto bene. Uno dei frutti più carini venuti fuori dal raduno è stato Twitantonio (#twitantonio, questa volta sicuramente in omaggio a Totò) una banca dati aperta (e poteva essere diversamente?) al contributo di tutti, per inserire gli account twitter di TUTTI i candidati alle prossime elezioni politiche 2013. Modestamente, ho dato il mio minuscolo contributo, inserendo gli account twitter dei candidati PD della mia Regione (quelli che sono su Twitter, ovviamente).

Perchè se ne parlava a Matera? perchè Matera, candidata a Capitale Europea della Cultura per il 2019, vorrebbe diventare una delle (poche) città wiki italiane, ovvero una delle città nelle quali si utilizzano procedure decisionali e si scelgono policy pubbliche con il fattivo contributo dei cittadini. Cittadini attivi, che scelgono deliberatamente di partecipare a processi decisionali che li riguardano, nella consapevolezza che l'intelligenza collettiva è quasi sempre vincente rispetto a quella individuale, per quanto aperta e illuminata possa essere quest'ultima. Anche qui esiste un movimento nazionale, che si chiama WikItalia, e che ha in Riccardo Luna il suo ideatore e motore primo.

Cosa ho sentito, ieri? Tutte cose troppo belle per essere vere (questa ve la spiego fra un attimo), ad esempio:

  1. i dati sono tutti i numeri che la Pubblica Amministrazione ha in tutti i suoi cassetti, perchè fanno parte integrante del suo lavoro, e che nei cassetti restano, mentre invece sarebbe tanto utile “aprirli”, ovvero pubblicarli in un formato aperto (ad esempio un foglio Excel non criptato) perchè possano essere riutilizzati (“riutilizzo” è parola chiave: dati pubblicati senza che nessuno se ne serva … non servono – per restare nelle metafore decurtisiane). Esempi? Dati di rilevazione delle centraline antinquinamento. Dati sui furti in appartamento negli ultimi due anni. Dati sui percettori di indennità di mobilità. Dati sul numero di turisti arrivati e su quelli ripartiti, e dopo quanto tempo. Dati sui progetti avviati e portati a termine con fondi di coesione. Bilanci pubblici. Risorse stanziate per la ricostruzione di aree terremotate, come e a chi assegnate, quanto spese. E così via.
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  3. a che servono i dati aperti? Possono servire a creare ad esempio app che migliorano la nostra qualità della vita (compratela voi, una casa in un quartiere dove c'è il tasso più di alto di scippi per strada o di furti negli appartamenti). Possono servire a capire se i nostri soldi sono stati ben spesi, e alla lunga servono a smascherare bugie ed intrallazzi politici, contribuendo a ripulire la scena da corruttori e corrotti. Servono a cambiare rotta su politiche pubbliche che non hanno sortito gli effetti sperati, quindi servono a migliorarare, in un circolo virtuoso continuo, i cittadini e i loro governanti. Servono a rendere concrete parole come “trasparenza”, “apertura”, “partecipazione”.

Perchè troppo belle per essere vere? perchè io nella PA ci lavoro. E so che sarà necessario un lavoro durissimo, di martello pneumatico, non di fioretto, per:

  • far passare una norma che OBBLIGHI le PA a pubblicare i dati posseduti. Non è un caso che un entusiasmante progetto di legge, nella mia Regione, presentato in pompa magna e squillo di trombe, giaccia in un cassetto (ammesso che qualcuno si ricordi in quale cassetto) da più di un anno
  • anche quando sarà obbligatorio, convincere i funzionari a FARLO veramente. Il possesso della informazione è potere: su questo assioma si reggono intere costruzioni di carriere pubbliche. “Devi passare di qua, se vuoi sapere che succede” è il non detto su cui si fonda quasi ogni policy delle PA che ho conosciuto. Perfino in uno stesso edificio, a due porte di distanza, la mano destra non sa cosa fa la sinistra. La “filosofia del tirettuccio”, la chiamava un mio amico. Il tirettuccio è il cassetto, ove tutto scompare e nessuno – se non chi sovrintende – ne sa più nulla. Forse l'ho fatto anche io, qualche volta, perchè diffondere notizie e dati quando nessuno ti ha chiesto di farlo può essere addirittura pericoloso e farti saltare la sedia sotto al culo.

Voglio darmi una speranza di un futuro migliore, ed essere ottimista, credere che prima o poi “raw data now” diventi realtà.
Ma non lo so.

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Sarò seria

Ma non so se riesco ad essere breve, e sicuramente non sarò profonda, perchè io, come è universalmente noto, non approfondisco mai.

Mi trovo a parlare con una collega di politiche regionali per il lavoro. L'argomento mi trascina e dopo mezz'ora, sotto lo sguardo stupito e anche un po' spaventato della collega in questione, elaboro una stategia, che espongo a voce piuttosto alta. Ok, parte dai cazzacci miei, ma ho la presunzione di pensare che riguardi molti miei coetanei e non solo. Una strategia che nessun politico degno di tale nome si degnerà mai di considerare, figuriamoci, e per un motivo preciso, che esporrò a breve.

Ho 46 anni, ed in tutta la mia vita non ho mai avuto un contratto di lavoro dipendente, nè a tempo determinato, nè a tempo indeterminato, se si fa eccezione per un brevissimo periodo (6 mesi). Siccome sono piuttosto brava, e ormai ho una certa esperienza, i miei, ancorchè precari, sono contratti ben pagati, e da qualche tempo sono i committenti a cercare me, il che mi fa ben sperare per il prossimo futuro. Di sicuro però non tutti sono nelle mie condizioni. A partire dalla mia generazione a scendere (ragazzi di 35, 30, 25 anni) ci sono moltissimi che

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affrontano contratti precari, e per cifre talvolta sotto il livello della dignità. Voglio lasciar perdere il solito discorso sul non poter programmare, casa, figli, bla bla, che pure è triste. Mi concentro invece sul futuro remoto, quello nel quale io e i miei disgraziati coetanei avremo 65 o 70 anni, l'età della pensione.

Già, la pensione.

Quale pensione? Quella cui NON abbiamo contribuito, con la gestione separata? Quella dilapidata (si fa per dire) per pagare i debiti dell'INPS con la generazione che ci ha preceduto? Se ci affidassimo alla sola gestione separata, ognuno di noi, ad essere ottimista, potrà contare forse su una pensione sui 300 euro mensili. Io – che comincio ad avere l'ansia dell'indigenza – sto da tempo mettendo soldi da parte con prodotti assicurativi e fondi pensione. Ma io guadagno bene, non ho marito nè figli, c'è la casa dei miei genitori. E chi invece prende 900,00 euro al mese, e ha due bambini piccoli?
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Siamo una generazione che, se non ora, sarà povera fra 30 anni, anche meno. Fra 30 anni, sarà vecchia tutta la “generazione 1.000 euro”, che diventerà la “generazione 250 euro”, senza aver avuto nessuna possibilità di mettere soldi da parte, di comprare una casa e finire di pagarla, di affrontare con serenità gli acciacchi della vecchiaia. Una intera generazione di vecchi poveri, oltre che di poveri vecchi.

Con l'aggravante che a questo non ci pensa nessuno. Non ci pensa il governo locale, non ci pensa – figuriamoci – il governo nazionale. Per la banalissima motivazione che il governante, singolo o associato, da ormai molto tempo pensa al contingente, a chi può votare per lui domani, non fra venti o trenta anni. Banale, ma spietatamente vero: sono molto più importanti i cassintegrati fuoriusciti dall'azienda che chiude OGGI, anche se poi quelli sono assistiti da così tanti ammortizzatori e da così tanta attenzione sociale che godranno di sussidi aiuti agevolazioni al reinserimento lavorativo fino alla pensione, quella sì, assicurata senza ombra di dubbio. Come il TFR, del resto.

Eppure siamo tanti. E sarebbe anche relativamente facile pensare a noi. Che so: un incentivo a sottoscrivere polizze assicurative agevolate, previo accordo con le principali compagnie nazionali; il precario versa un contributo, quello che può permettersi, lo Stato – o la Regione – versa il resto. Oppure un sussidio per chi resta senza lavoro, nelle more fra un cocopro e un altro. Una decisa politica per incentivare le stabilizzazioni, e magari disincentivare cocopro di tre mesi in tre mesi, o contratti “di consulenza” con partita Iva che nascondono cocopro che nascondono lavoro dipendente, senza esserlo.

Insoma, prevedere qualcosa per noi, che nella classifica della sfiga NON CONTINGENTE, MA FUTURA, me lo si consenta, stiamo al gradino di sotto, rispetto all'operaio cassintegrato. Con tutto il rispetto, e con tutto lo schifo che mi viene al pensiero che si tratti, alla fine, di una guerra fra poveri.

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Real Time o dell'avere due mani sinistre

Il secondo grande filone della mia rete preferita: un vi-faccio-vedere-come-su-fa più diretto, e quindi più umiliante. Insomma, preparatevi, con certe trasmissioni, a sentirvi delle perfette imbecilli con due mani sinistre, ovvero stavolta il “non ce la farò mai” che a Nightmare Kitchen pronuncia il pizzaiolo di Springfield (IL) stavolta uscirà dalla vostra boccuccia santa.

Clio MakeUp: una bella ragazzotta formosa con una deliziosa erre scivolata vi insegna a truccarvi. Sembra facile, detto così. Ma, sarà che io mi trucco pochissimo e ho pochissima dimestichezza con la terminologia tecnica, già al secondo passaggio sono in difficoltà. Che sarà mai un primer? e i glitter, li posso mettere sugli occhi? perchè lei chiama con tre nomi diversi cose che a vederle sembrano identiche? mentre cerco di prendere nota delle dimensioni del pennello che serve a stendere la cipria sulla faccia, lei è già al rossetto (come si chiamava quel prodotto verdastro?). “E adesso prendiamo un eyeliner viola” Viola? ma sei sicura? E come potrò mai fare quella righetta proprio sotto l'occhio, visto che l'ultima volta che ci ho provato me lo stavo cavando, l'occhio? Insomma, sono certissima che se pure avessi tutti gli strumenti (e non sono sicura basterebbe la mia camera da letto, a contenerli) e ci provassi, dopo sembrerei Sbirulino truccato da una truccatrice ubriaca.

Anche in questo caso, la penitenza non manca: prima di truccarti, Clio vuole “vedere la tua borsetta dei trucchi” (borsetta? io non ce l'ho, una borsetta dei trucchi) e anche lei ti butta via un po' di roba impiastricciata, vecchia, di colori orribili (ma che cazzo ci tenevi, in quella borsetta dei trucchi?). Però con modi più garbati di Tabatha.

Buddy Valastro e le sue torte: Buddy è un pasticciere americano con una vaga somiglianza con il capofamiglia dei Soprano, o comunque con lo stereotipo dell'americano di orgine italiana: massiccio, coi capelli neri imbrillantinati. E quindi niente è normale nella sua pasticceria: tutto è enorme, gigantesco, fuori ordinanza e misura. Da Buddy, che lavora con tutta la sua famiglia (e qui il parallelismo coi Soprano diventa più evidente) va gente con richieste assurde, che qualunque pasticciere italiano chiamerebbe la neuro: una torta a forma di camion dell'immondizia (con tanto di immondizia dolce), una torta a forma di autolavaggio, una a forma di espositore di salumeria con i salumi e i formaggi dentro (torte a forma di salumi e formaggi, ovviamente). Una torta tempestata di diamanti (veri). Una torta a forma di gigantesco infradito da spiaggia. Ok, mi fermo.

E la cosa più buffa è che io le conosco, le torte americane, ne conosco il sapore, cioè: sono secchissime, annozzano e sono ricoperte di creme disgustosamente dolci e allappose. Vanno masticate per mezz'ora come la Luisona di Stefano Benni e l'effetto agglutinante su denti e mandibole è uguale. Ecco perchè i clienti di Buddy Valastro possono solo mugolare, dopo aver assaggiato fette dell'autolavaggio di pandispagna. Comunque, onore al merito: io con i dolci sono una frana e già fare una margherita di pasta frolla con lo stampino è una impresa superiore alle mie forze. Quindi, indovinate un po'? “Non ce la farei mai”, esatto.
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Paint Your Life: è qui che si giunge all'apoteosi della incapacità dimostrata. Paint Yout Life è una trasmissione nella quale una tizietta magra e graziosa, con la vocina gentile atta a raccontare favole della buonanotte, vestita con una salopette da lavoro bianca fintamente macchiata di colore, prende delle cose e le trasforma in altre cose. Insommma, ricicla: trasforma in lampada le mollette da bucato, restaura comodini trasformandoli in sgabelli, restaura sgabelli trasformandoli in comodini, ridipinge pareti con gli stencil, cose così.

Il primo sentimento è quello della invidia totale. St'avanzo di donna, con lo stesso garbo col quale la immagini aprire un tovagliolo per metterselo sulle ginocchia in una sala da the, avvita, trapana, incolla, intonaca, monta. E tutto senza una sbavatura, senza una linea storta, senza un minimo inconveniente, senza scompigliarsi manco un capello che sia uno. Due minuti e tutto è fermo, incollato, avvitato, scartavetrato, ridipinto, montato alla perfezione. Mi ci vedo, a fare le stesse cose: ci metterei tre giorni  e alla fine sembrerebbe che nella stanza è passato l'uragano Kathrina, sarei piena di colla e vernice fino alle orecchie e mi sarei avvitata insieme le ginocchia. Però ho imparato – anche qui – parole nuove: la colla non incolla ma “tira”, le forme di cartone per disegnare figure geometriche si chiamano “dime”, e prima di ritinteggiare un mobile bisogna passare una roba che si chiama “aggrappante”.

Il secondo sentimento – diretta conseguenza del primo – è che spesso le cose che lei ricicla e restaura mi piacevano molto di più com'erano prima. E che mai e poi mai mi metterei appeso al soffitto un lampadario fatto con le mollette da bucato, o con le posate da tavola. A completare il quadro, aiutano la fatina in salopette alcune artigiane che trasformano in gioielli (orribili) qualunque cosa, dalle cialdine del caffè agli auricolari dell'iPod rotti; e un giardiniere iberofono che fa composizioni bislacche, ancorchè – ogni tanto – graziose.

Alla fine le stanze trasformate da Miss Colla a Caldo sembrano pronte ad essere abitate da gente improbabile, tipo Biancaneve e i sette nani, e non da abitanti del XXI secolo.
Ma a noi ci piace così.

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Real Time o del percorso di espiazione

Da quando ho il DT, mi sono appassionata a Real Time, rete frivolissima nella quale ho scoperto personaggi frivolissimi che però mi divertono assai. Alcune trasmissioni sono format americani riportati di peso in Italia, solo doppiati in italiano. E hanno quasi tutti una curiosa caratteristica comune: la trama. Che è composta come segue.

Il divo/diva della trasmissione arriva in un posto dove c'è un problema, passa alcuni giorni a cercare di capire quale sia il problema, fa giganteschi cazziatoni ai titolari del posto in questione, scopre altarini allucinanti (cibo decomposto, frigoriferi pieni di cadaveri, ignoranza delle più elementari regole di igiene, schifezze assortite), li umilia fino a farli piangere (la frase cult a metà puntata è sempre “Non ce la farò mai”), dà loro una seconda opportunità, all'inizio paiono avere capito poi salta fuori un piccolo problema che però viene risolto in corsa, e tutto finisce con grandi abbracci. A quel punto il divo/diva nottetempo fa ristrutturare il posto, e i gestori entrano dalla porta restano di sasso e piangono dalla gioia nel vedere il posto rimesso a nuovo senza – immagino – aver pagato un centesimo. Si piange, ci si abbraccia, da ora in poi fate i bravi, e ciao ciao verso la prossima missione.

Sono sicuramente fatti così Nightmare Kitchen (Cucine da incubo) e Tabatha Mani di forbice, nei quali i divi cacacazzi e adesso-ti-dico-io-come-si-fa sono rispettivamente Gordon Ramsey e Tabatha Coffey, e i luoghi sono rispettivamente ristoranti (trattorie, tavole calde, pizzerie, fate voi) e saloni di bellezza (parrucchiere, estetiste, etc.). Ma a pensarci bene sono fatti così anche Obesi – Un anno per rinascere, e perfino l'italianissimo Ma come ti vesti? dove due tizi, entrambi con un intollerabile accento milanese, una sul tipo sciura bionda proprietaria di boutique / redattrice di rivista di moda, e l'altro stereotipo del fashion maker, ricchionissimo ed esperto di sete e taffetà, prendono una malcapitata che – effettivamente – si veste come Scaramacai, le buttano via tutto il guardaroba dicendole chiaramente che fa cagare, incuranti delle sue proteste, le spiegano come dovrebbe invece vestirsi (e non di rado gli abbinamenti consigliati sono – ai miei occhi paesani e provinciali – molto peggio delle tenute Scaramacai), la mandano a fare spese da sola, lei regolarmente compra roba sbagliatissima, loro la umiliano un altro po' spiegandole che non ha capito un cazzo e poi la rivestono da capo a piedi, le cambiano taglio di capelli, trucco, la depilano e finalmente il cigno che c'era dentro Scaramacai compare in tutto il suo splendore, caracollando su tacchi altissimi che non metterà mai più appena finita la trasmissione, e torna dai suoi familiari con tutti gli uuhhh ohhhh aaahh del caso. Da questa trasmissione ho imparato cose fondamentali per la mia vita: che esiste un “rosa Schiaparelli”, che non si dice “quello che ti metti addosso per uscire” ma “outfit”, che gli accostamenti azzardati e assurdi se li fanno loro sono ok, se li fai tu ti fanno piangere a furia di insulti, che guarda caso tutte le tizie che scrivono per partecipare hanno vent'anni, sono alte 1,80 e pesano 35 chili. E grazie al cippo, che diventano vamp se ben vestite: provateci con me, se avete fegato.

Altra trasmissione sadomaso: Cortesie per gli ospiti, con Alessandro Borghese e altri due sciamannati, una esperta di arredamento e uno esperto di tovaglie e stoviglie (giuro) che prendono due gruppi di concorrenti (che so, due coppie, o una mamma e una figlia contro uno zio e una nipote) e vanno a pranzo a casa di ambedue i gruppi, che cucineranno (su un tema scelto), apparecchieranno tavola e mostreranno casa loro, e alla fine i tre sciamannati voteranno, e una delle due coppie vincerà. Quindi in sostanza io faccio venire gente a casa mia, la ospito e la faccio mangiare (suppongo gratis) per poi sentirmi fare le pulci sui piatti, su come era apparecchiata la tavola e pure su come è arredata la mia casa.

La mia domanda è: ma perchè? (però c'è gente felice di farlo, e io sono felice di guardare la trasmissione, e poter dire la mia pure io, almeno su casa e tovagliati).

E infine, ci sono almeno tre o

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quattro trasmissioni, tutti format americani doppiati, dove il protagonista è solo uno: l'abito da sposa. Il mio grosso grasso matrimonio gipsy US, Abito da sposa cercasi, quello dei vestiti per le damigelle, quella del fidanzato che deve organizzare il matrimonio all'insaputa della fidanzata, che io potrei anche sgozzarlo, l'amore della mia vita, se mi facesse una cosa del genere (ok, questo è di un'altra rete, come mi hanno fatto notare, ma vabbè).

In vita mia non credo di aver mai visto abiti da sposa così improponibili, montagne di tulle cosparse di strass nastri passamanerie, trionfi di meringhe gigantesche da cui spuntano solo testa e braccia, e – vero aspetto cult della trasmissione – talvolta protagoniste decisamente sovrappeso, che pur inguainate in colossali abitoni spumeggianti coccardone fiocconi e ciuffoni di raso e tulle, fanno piangere di gioia mamma e fidanzati e amiche.

Me la guardo solo per questo.

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(nella prossima puntata: Clio MakeUp, le torte di Buddy Valastro, e Paint Your Life)

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Semplificare, dicevano

La grande rivoluzione.

La penZata geniale.
La panacea che avrebbe risolto tutti i problemi della Pubblica Aministrazione.

LA SEMPLIFICAZIONE AMMINISTRATIVA. Ahhhhh.

Dimenticate i cittadini affannati a reperire documenti da allegare alle domande per poter ottenere un beneficio.
Ora c'è la semplificazione.

Quello che segue è il racconto (molto semplificato) di una ordinaria procedura amministrativa, come saranno da oggi in poi, anzi, come sono già da qualche tempo.
Rassegnatevi.
Le imprese fanno domanda ad un Ente Pubblico per ottenere un beneficio (nel caso specifico, uno sconto sulle imposte, se assumono un soggetto svantaggiato o molto svantaggiato. Ricordatevi questa dicitura, perchè la troveremo più avanti). Siccome c'è la semplificazione, la domanda viene fatta con una procedura interamente on line (bello, eh? senza muoversi dall'ufficio! il progresso! la modernità!) e quindi tutto quello che viene dichiarato è solo autocertificato. Perchè si può fare, lo prevede la legge. Che bello. Peccato però che la legge preveda anche che la Pubblica Aministrazione che concede il beneficio faccia dei controlli sulle autocertificazioni, a campione.  Un campione pari a circa il 15%. Se arrivano all'incirca 600 domande di beneficio, significa fare controlli a campione su circa 100 domande.

Quindi, sfatiamo il primo mito: “semplificare” non significa produrre meno carte. Significa che quelle carte le deve produrre qualcun altro. Nella fattispecie, la PA concessionaria del beneficio.

E cosa hanno dichiarato in autocertificazione le imprese?
Per esempio, hanno dichiarato di avere sede legale in un certo luogo, di essere aziende attive, di lavorare in un certo settore economico, di non avere pendenze con la mafia, di non essere sull'orlo del fallimento. Come si verifica tutto questo? con un certificato di iscrizione alla Camera di Commercio, che diamine. E quindi: scriviamo alle Camere di Commercio (due, perchè hanno competenza provinciale, almeno per il momento) e chiediamo i certificati. Inviamo un lungo elenco di aziende via posta certificata. Ci tornano due terzi di certificati, che bisogna accoppiare alle imprese. E gli altri? Eh, gli altri non si trovano. Perchè? Perchè è sufficiente aver sbagliato la ragione sociale (un punto, un trattino, uno spazio che ci doveva essere e non c'è, o viceversa, un numero della partita Iva) e l'azienda non si trova. Quindi ci mettiamo a telefono con i colleghi delle CCIAA competenti per territorio, e facciamo gli investigatori.

Le imprese poi hanno dichiarato di essere in regola con i versamenti dei contributi.
A chi lo chiediamo, questo? La CCIAA non lo sa. Lo sa l'INPS, però, che è destinatario dei contributi di cui sopra. Ed è quindi all'INPS che fiduciosi ci si rivolge per avere – parola che fa tremare le vene ai polsi di qualunque stagista della PA – il mitico DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva). Il Moloch. Lo scoglio contro cui si infrange qualunque pretesa di sempificazione. Bisogna accreditarsi con una psecifica procedura. Fare la domanda per via telematica. Non mettere nella domanda elenchi di aziende troppo lunghi. Essere precisissimi nella trascrizione della ragione sociale e/o  della partita Iva (vabbè, qui facciamo tesoro di quanto è accaduto con le CCIAA). Aspettare una risposta. Per apprendere, dopo una settimana di spasmodica attesa, che l'INPS richiede un tempo massimo di 30 giorni, per esaudire le richieste di rilascio DURC. Trenta giorni. Se sei fortunata, o se hai intavolato contrattazioni a sfondo sessuale con lo stagista maschio che sta dall'altra parte della cornetta e che sovrintende ai tempi di concessione del DURC, o se singhiozzi in modo sufficientemente convincente, forse ne basteranno venti, o venticinque. Salvo imprevisti.

Le imprese hanno poi dichiarato di aver assunto uno o più soggetti svantaggiati o molto svantaggiati, residenti nella Regione che ha emanato il bando.

Siete cittadini svantaggiati se ricadete in almeno una delle seguenti categorie:

  • siete disoccupati o inoccupati da almeno sei mesi
  • siete una donna
  • siete una persona che ha compiuto 50 anni
  • siete un cittadino extracomunitario
  • siete una persona che vive sola con un familiare a carico

Come si attesta che siete davvero residenti in Regione? che siete una donna? che avete 50 anni o più? cavolo, basta una copia di un documento d'identità! E a chi la si chiede? Ai Comuni! Quindi: estraete dalle domande gli elenchi dei lavoratori assunti dalle imprese, e divideteli per Comuni (dichiarati) di residenza. Mandate per posta elettronica la richiesta di copie dei doc di identità a TUTTI i Comuni coinvolti (una cinquantina, in media, dei quali circa 30 vi chiederanno l'invio VIA FAX) ognuno col suo bravo elenchino di cittadini per cui si richiedono le informazioni, e attendete fiduciosi le risposte. Con le stesse incognite e ansie già verificate per la CCIAA: basta uno spazio fra DE e ROSSI  che doveva esserci e non c'è, e l'Ufficio Anagrafe del minuscolo Comune di Capazzuoppolo (300 abitanti, 2 impiegati comunali, di cui uno è anche Vigile Urbano) non lo trova, il cittadino. O, peggio, vi manda la certificazione per il cittadino sbagliato. Quindi ricominciano le investigazioni, in stretto dialetto locale.  Meglio se si riesce a sapere, attivando i famosi sei gradi di conoscenza, il soprannome con cui è conosciuto il cittadino o la sua famiglia, per distinguerlo da quello omonimo.

Se poi l'assunto è un cittadino extracomunitario in possesso di regolare permesso di soggiorno, l'interlocutore è l'Uffico Immigrazione della Questura (sempre competente per territorio). E qui vi risparmio la descrizione della trafila necessaria. Per fortuna, erano pochissimi.

Riassumendo: una volta, quando non eravamo ancora così fortunati da avere una legge sulla semplificazione amministrativa, l'impresa faceva la domanda, e allegava TUTTO: certificati, copie di doc di identità, copie di stati di famiglia, copie di situazione occupazionale dell'assunto nei sei o nei 12 mesi precedenti, DURC, noccioline, caramelle, e tutto quanto riteneva utile alla bisogna. La PA riceveva il malloppetto di carte, se lo gaurdava, verificava che i dati corrispondessero alle dichiarazioni, finanziava.

Per 100 domande siffatte sarebbero bastati 10 giorni lavorativi, forse meno.
Da quando c'è la semplificazione, ne servono 50, e forse non bastano.

Dimenticate i cittadini affannati a reperire documenti da allegare alle domande per poter ottenere un beneficio. Ora, affannati sono i dipendenti della PA. E ci metteranno il quintuplo del tempo che ci avrebbero messo i singoli cittadini da soli, a raccogliere carte ognuno per sè. Intanto le imprese (i cittadini) aspettano. E questo, non ha il coraggio di dirlo nessuno: la semplificazione amministrativa ha abbondantemente peggiorato, almeno in termini di tempi di risposta, il servizio che viene reso al cittadino. Almeno in casi come quello che ho descritto.

Una semplificazione siffatta avrà un senso quando le banche dati di tutti gli uffici pubblici avranno lo stesso formato, le stesse procedure di accesso, e soprattutto saranno accessibili ed interrogabili on line da uffici pubblici diversi da quelli che ne sono proprietarie. Io mi siedo alla mia postazione e interrogo DA SOLA l'Anagrafe di Capazzuoppolo (PZ) per sapere se Pasquale Derossi abita davvero lì, ha davvero più di 50 anni,  vive davvero da solo con una persona a carico. Senza disturbare l'impiegato / Vigile Urbano.

Poi, forse, verrà un giorno che ci si potrà fidare dei cittadini tanto da non dover, nemmeno a campione, certificare alcunchè. Ma su questo, non so se basterà arrivare al quarto millennio.

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States (going and coming back) / 4

Memphis (TN) è una città decadente. O almeno, questa è la sensazione che si ha se si alloggia in centro, a due passi dalla storica Beale Street, dove impazzava BB King. La quale Beale Street sembra appunto una classica trappola acchiappa – turisti: i locali di legno antico e scricchiolante e i sedili di pelle scurita dall'uso dove si mangiano le bbq ribs con i fagioli e l'insalata di cavolo con la panna acida, e intanto in un angolo (scuro e fumoso) il gruppetto blues suona gli evergreen alternati a brani scritti dal più geniale del gruppo, sperando che fra i molti intenti a bere birre dai nomi strani ci sia il talent scout giusto. Anche il parco ha uno spazio nel quale gruppi improbabili e scalcagnati (anche se bravissimi) di blues tengono i loro concerti quotidiani, con richiesta di regolari tips. Però si annusa la fatica di vivere, la marginalità, in alcuni casi la disperazione.

L'intera strada è illuminata da neon multicolori, che riproducono lampeggiando maialini, e altri animali, e le onnipresenti parole “blues” “soul” e “King”. Però tutto sembra vecchio, e non antico, come abbandonato di corsa da profughi fuggiti in fretta, e riattato dai superstiti per avere una bolla di sopravvivenza. Mi sento però longanime e voglio sperare che sia invece così per mantenere intatto lo spirito dei luoghi, con il quale certo una bella ripulita e infissi nuovi stonerebbero. Leggo che Memphis, in piena espansione quando il Mississippi era una delle principali vie di comunicazione e di trasporto commerciale del paese, è ora una città impoverita dal trasporto su gomma e che si regge quasi

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esclusivamente sul turismo musicale: il country, il blues e tutte le forme intermedie, e ovviamente, il rock esplosivo e totalmente innovativo e spiazzante – negli anni '50 – di The King Elvis Presley.

Qusta cosa appare subito chiara dal prezzo – 36 dollari tondi – che si paga per fare il giro (corto, quello lungo costa il doppio) a Graceland, la casa-tenuta di Elvis. A cui vanno aggiunti i 10 dollari per la navetta che ti porta fin là, e però include nel prezzo la visita alla Sun Records, tre stanzette anonime nelle quali un Elvis diciottenne vinse la sua timidezza aprendo la porta e chiedendo di poter incidere un disco per il compleanno della mamma, approfittando di un'offerta promozionale: 4 dollari e avrai un vinile con la tua voce. La canzone che incise, una vecchia ballata del Sud degli Stati Uniti, era questa:

Niente di straordinario, forse: ma ascoltarla dentro quella stanzetta screpolata dagli anni (anche lì, tutto è rimasto com'era, anche se la guida assicura che in realtà lo studio funziona ancora) è stata un bel rizzamento dei peli delle braccia.

La magione in sè invece non mi ha emozionato più di tanto, è troppo “museo”, e per privacy è impossibile accedere al piano superiore, dove ci sono le camere la letto e il bagno, dove ingloriosamente The King è spirato. Con una sola eccezione: l'angolo del seminterrato con alcuni divani in pelle e un pianoforte verticale. La voce dell'audioguida si fa ispirata e attoriale e recita: “…a quel pianoforte Elvis suonò e cantò, insieme alla moglie e ai suoi più fidati collaboratori, per buona parte della notte [pausa] qualche ora prima di morire, il 16 Agosto del 1977″. Ecco, io davanti a quel pianoforte mi sono commossa (con lacrimuccia annessa).

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In quel pezzo di seminterrato, The King is still alive, a 35 anni di distanza.

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States (going and coming back) / 3

Adoro andare negli Stati Uniti perchè posso mangiare tutte le cucine del mondo, evitando accuratamente quella italiana (che mangio già tutti i giorni) e limitando al massimo quella ammeregana, che per lo più mi resta indigesta.

Quest'anno ho collezionato:

  • Thailandia (2 volte)
  • Vietnam (un ristorante dal commovente nome di “Piccola Saigon”)
  • Grecia
  • Turchia
  • India
  • Giappone (2 volte)
  • Stati Uniti (costolette con salsa barbecue / hot dog e patatine fritte  / anelli di cipolla fritti / nachos e salsa piccante / donoughts al cioccolato – non tutto nello stesso pasto)
  • ok, Italia (una ottima pizza margherita, con tutti i crismi, migliore di molte pizze mangiabili nella mia città)

Lentamente ma inesorabilmente, la via italiana alla prima colazione si sta facendo strada nel moloch dell'eggs and bacon – spremutona d'arancia – pane tostato. Oltre al benemerito Starbucks, che per primo ha aperto la strada a colpi di cah-pou-chee-now e es-preh-ssow, dando agli esuli la possibilità di provare qualcosa di molto più vicino al bar di casa che ai beveroni di acqua sporca – e caffeinosissima – della old America, le città pullulano di Starbucks-emuli, che fanno decorosi, quando non ottimi, cappuccini, espressini, latti macchiati e caffè espressi.

Che da quest'anno possono essere accompagnati addirittura dalla mollezza europea di un croissant. Vuoto, ok, siamo ancora lontani dalla perversione della possibile scelta del ripieno fra crema – cioccolato – marmellata – nutella – cioccolato bianco, ma leggeri e ben lievitati, grossi al punto giusto.

Poi, certo, sempre di esagerati statunitensi si tratta, e quindi il menù del bar americano offre anche frappuccini, frullatoni alla vaniglia, frappè latte / caffè / cocco / granella di nocciole servite nelle tinozze d'ordinanza. Il must di quest'anno erano i Refreshers beverage, al lime o ai mirtilli, ovvero grattachecche con più acqua che ghiaccio, e frutta, fettina e cannuccia.Tutti pazzi per la granita allungata.

E, per chiudere, mi resta da capire la diffidenza statunitense nei confronti dell'umile bicchierino piccolo di plastica, che, pieno a metà di espresso fumante, costituisce per gli impiegati italiani la quintessenza della sosta di metà mattina. Siamo però passati dalla tinozza – nel quale l'espresso si smarriva, laggiù in fondo in fondo, e si sentiva triste come la bollicina di acqua Lete, oltre a raffreddarsi in metà del tempo normale – al bicchierone, però di dimensioni umane: fido nel fatto che forse l'anno prossimo l'espresso double shot di Starbucks possa essere servito in un bicchiere da vino, e poi, forse, un giorno, nel bicchierino piccino picciò.
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La via è aperta.

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States (going and coming back) / 2

La strada fra Chicago (IL) e St. Louis (MO) si chiama I-55. “I” sta per Interstate, e infatti è una strada che taglia dritto o quasi in senso verticale gli Stati Uniti e collega almeno quattro stati, da Chicago fino a Memphis e ancora più a Sud. “Taglia dritto” va inteso in senso letterale: la strada attraversa le sconfinate pianure del Midwest e quindi non deve valicare montagne, ma manco collinette o falsopiani, ed è praticamente priva di curve, o quasi. O almeno questa è la sensazione che dà quando ci stai sopra: guardi davanti, e la strada si perde all'orizzonte davanti a te. Guardi nello specchietto, e la strada si perde all'orizzonte alle tue spalle. Deve essere facile fare gli ingegneri specializzati in infrastrutture stradali, da queste parti, penso: bastano una mappa, riga e squadretta. Se dovessero progettare il tratto Lagonegro – Castrovillari della SA-RC forse verrebbe loro una crisi di nervi.

Ai lati della strada dritta come un fuso si stendono a perdita d'occhio  sconfinati immensi campi di granturco e soia. Solo granturco e soia per chilometri, in lunghezza e in larghezza. L'anno scorso era tutto verde, anche perchè era fine Giugno, il granturco era ancora fresco e in germoglio. Quest'anno ci sono passata in Agosto, ma soprattutto ci sono passata dopo 3 mesi di siccità totale ed esasperante. I campi sono talmente sconfinati che non è pensabile, mi dicono, irrigarli artificialmente.  E quindi gli ettari a perdita d'occhio che accompagnano quasi tutto il lungo noioso viaggio fra Chicago e S. Louis sono, quest'anno, di un tristissimo giallo oro scuro. Un tappeto di paglia. E' tutto arso, bruciato dal sole, ridotto a ripieno per i materassi. Uno spettacolo che stringe il cuore, sembra di sentire il rumore crocchiante e sinistro che fanno le piante quando ci passa il feroce vento a 38 gradi; e dopo esserci passato per 3 mesi e oltre, non c'è rimasto più niente da seccare, tutta la vita se n'è andata, tutto il verde è stato portato via un grammo alla volta, calcinato dal sole implacabile, un giorno dopo l'altro, per interminabili settimane. Una morte atroce.

(sia chiaro: commuoversi per la sorte di piante di randini è chiaro indizio di imminente senilità)

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