Archivio della Categoria 'uomini'

C.V.D.

Giovedì 15 Maggio 2008

Ne ero certa.
Una volta sfrondato il discorso da tutti i viaggi in Africa, da D’Alema, dalle ridondanti “marchesegrillità”, una volta eliminati tutti gli “io” inutili,  quello che rimane è la competenza autentica, la lucidità, la passione, l’entusiasmo, la voglia di chiacchierare per ore del proprio lavoro senza annoiare nessuno, poco importa se l’uditorio è fatto di due o di ventidue, se si è in una saletta (più o meno) attrezzata o ai tavolini di un bar.

Possiamo ancora lavorare un pò sull’ascoltare la domanda fino in fondo prima di cominciare a rispondere, ma direi che abbiamo fatto passi da gigante  :D

E quindi la misera scusa “sono fatto così, non si può piacere a tutti” crolla miseramente ;)

Per il resto, Matera riesce ad incantarmi di più ogni volta che la vedo. Non ricordavo che l’alba sui Sassi potesse essere così magica, c’era ancora qualcuna delle luci notturne accese, disegnavano un profilo sul fianco della montagna, e l’altro profilo era disegnato dal cielo, blu notte ancora da una parte, celeste tenue dall’altra, in mezzo tufo e finestre, una sull’altra, l’eterno presepe fuori stagione.

O forse era la compagnia, chi lo sa.
Bisognerebbe riflettere su quanto due giorni di quasi vacanza in posto magicamente in pace con il resto del mondo, silenzioso e antico, possano far ricordare cose che credevo seppellite per sempre. Per esempio come stavamo bene, io e te, come eravamo uno invece che due, come ridevamo per le stesse cose, come eravamo capaci di vedere la stessa alba con gli stessi occhi.

Maledizione.

L’anti-club

Martedì 6 Maggio 2008

E poi scopri che ci sono persone che avrebbero tutti i motivi per tirarsela alla grande, perchè sono celebrità internazionali, perchè hanno avuto coraggio a fare cose difficili, perchè si sono viste piovere addosso l’occasione della vita a 27 anni e non hanno avuto paura, e invece di guardarti come si guarderebbe una caccola ti danno del tu, sorridono sempre, sono disponibilissimi, si scusano loro con il tecnico irritantemente scazzato - invece del contrario - perchè gli sembra di creare difficoltà a volere un impianto audio, si accontentano di soluzioni caserecce, ti ringraziano per averli invitati (loro! a te!), ti trattano alla pari, apprezzano il cibo da autogrill, ti dicono “sono stato proprio bene qui”.

Un club di anti-marchesi del grillo, insomma. Credo sia giunto il momento di cominciare a prendere questo, come discrimine per selezionare la gente di cui voglio circondarmi.

E’ festa, ma …

Sabato 1 Novembre 2003

So che non ci crederà nessuno, ma sono in ufficio e sto lavorando. Recupero oggi il giorno di permesso che mi prenderò lunedì perchè domani festeggio un anniversario e vorrei farlo con la calma, le luci soffuse, il Tattinger ghiacciato e la biancheria intima che l’occasione merita. Oltre al meritato sonno del giorno dopo. Ora che ci penso, questo anniversario segna una svolta: l’uomo con il quale lo festeggio è a tutt’oggi la più lunga e stabile relazione della mia vita, nonostante quest’ultimo anno (eh sì, è stato più o meno un anno fa che è scoppiata la prima bomba) sia stato strappato con le unghie e i denti un giorno dopo l’altro, e abbia contribuito a pesare su una situazione nervosa (la mia) non proprio paradisiaca.

Ma ti amo, comunque.

Quando sono entrata, con le chiavi di riserva, una allibita signora delle pulizie che già pensava allo stupratore di Ognissanti mi ha accolto con un “Ma come, lavorate anche oggi?” (pausa) “E vengono anche tutti gli altri?” Dopo averla rassicurata che sarò assolutamente sola, tranne paturnie del Kapo che passa in ufficio molte più ore che a casa sua, soprattutto nei giorni festivi, e dopo aver adeguatamente alzato i piedi per consentirle di passare lo straccio a terra, ho avviato la giornata di lavoro.
Ovvero: ho letto la posta, ho letto Italians di Severgnini, ho aperto i miei blog preferiti e letto le novità. A tal proposito, vorrei avvisare mio fratello che se non aggiorna il suo blog entro 48 ore lo cancello dai miei preferiti.

Il mio black out

Lunedì 29 Settembre 2003

Mi sveglio con una sensazione strana che non so spiegare. Resto a rigirarmela un po’ nel cervello, intontita ancora dal sonno. Poi realizzo. Nella casa c’è il buio più nero e totale. E ora che ci penso bene, c’è anche il silenzio più irreale mai sentito. Niente ronzio del frigorifero, niente compressore della caldaia. Però neppure un latrato di cane, una macchina che parte, uno sportello che sbatte, niente. Va bene, penso, il fondo è l’alba di domenica mattina. Distinguo nel silenzio fondo un leggerissimo fruscio, la pioggia, penso. Nemmeno i pescatori si alzeranno, stamattina. Sono sola nel letto, come da troppo tempo. Senza quasi pensarci allungo la mano verso la lampada sul comodino.

Clic.

Buio.

Clic clic.

Ancora buio.

Ahh, ma è andata via la corrente. Prendo il cellulare, premo un tasto a caso. La stanza è rischiarata per pochi secondi dalla luce bluastra del visore. Constato che il cellulare è quasi scarico, e che sono le cinque del mattino. Resto lì a rimuginare su quel buio così totale, chiedendomi come mai alle cinque del mattino non si cominci già a vedere la luce del giorno. Sono un filo inquieta, anche se io non ho nessuna paura del buio, anzi, soprattutto per dormire, chiedo porte chiuse e tapparelle abbassate. In America dormire era un incubo, gli yankee ignorano la funzione isolante della tapparella italiana, hanno solo ridicole veneziane ed è come dormire con la finestra spalancata. A poco a poco però mi rilasso. Passa un’auto e i fari squarciano per un secondo il nero. Resto a pensare ai casi miei, in un piacevole stato di semi sospensione da acquario. A poco a poco nel soggiorno una pallidissima luminescenza azzurrognola si fa strada, non è luce, solo un nero un grado meno intenso. Nel pallore dell’alba che avanza, mi riaddormento.

Mi sveglio alle otto, e ci vuole poco a capire che la corrente non è tornata. Mi chiama lui sul cellulare e mi dice che anche a casa sua, una trentina di km. in linea d’aria, non c’è luce. Curioso, penso. Un black out che travolge un’intera città di due milioni di abitanti, e tutto l’hinterland, deve essere una cosa seria. Faccio colazione in penombra, piove a dirotto e la città è più che mai grigia e triste. Solo alle nove del mattino, chiamando i miei, verrò messa al corrente delle dimensioni epocali del problema. Leggo Asimov, mettendomi di traverso sul letto per sfruttare la luce della finestra, fino alle dieci. Fortunatamente non manca l’acqua, né l’acqua calda. Mi faccio la doccia e mi dispongo ad uscire, vado a pranzo a casa di un parente, a cui ho raccontato una balla per spiegare la mia solitudine domenicale. Nella Micra a noleggio accendo la radio e ascolto i bollettini dal fronte black out. Piove, piove sempre, sempre di più. Sulla Tangenziale non c’è nessuno, o quasi, uno scenario irreale per una strada rovente di automobili a tutte le ore del giorno e spesso anche della notte.

Alle due del pomeriggio a casa del parente la luce torna, mentre stiamo mettendoci a tavola. Il cellulare comincia a dare segni di cedimento, vuole energia e io non posso dargliela perché non ho portato con me il caricabatteria. Io dovrei partire con un Eurostar alle cinque del pomeriggio. Chiamo il call center delle Ferrovie dello Stato e una sconsolata Daniela di turno mi suggerisce di “non fare affidamento sui mezzi a rotaia”. Decido di partire con la Micra, a come restituirla penserò domani, come Rossella O’Hara. Ma al bivio fra l’imbocco dell’autostrada e quello della Tangenziale che mi riporta nella mia casetta napoletana improvvisamente mi manca il coraggio. Dovrei giustificare perché ho un’auto a noleggio, e poi come farà domani lui a venirla a riprendere, sono senza cellulare ormai morto del tutto, piove  forte, se la macchina si ferma o succede un intoppo qualunque sull’autostrada, come me la cavo?  Comincia a salire l’ansia, cerco di dominarla elencando le priorità. Primo, trovare il modo di rimettere in funzione il cellulare e non rimanere isolata. Lui può mandarmi solo messaggi, il pensiero di non poterli leggere, né rispondere, mi stringe il cuore in una morsa fredda. Girovago sulla Tangenziale, esco a Fuorigrotta e mi dirigo verso un enorme centro commerciale sperando sia aperto anche di domenica, a prescindere dal black out.

Chiuso, ovvio.

Mi reimmetto sulla Tangenziale e mi viene un lampo di genio.

L’Aereoporto.

Lì c’è un negozio di telefonia, sono sicura, e sarà di sicuro aperto. Tangenziale, parcheggio, porte scorrevoli, scale mobili. C’è caldo, rumore, voci, confusione, luce. Urto gente con i trolley, il pensiero che “è in partenza il volo AZ515 per Berlino imbarco immediato uscita 5″ mi scatena complessi sentimenti misti di tensione e invidia, non amo l’aereo e gli aereoporti mi mettono tristezza, però mi piacerebbe vedere Berlino. Il giovane commesso cerca, prima incuriosito poi quasi furioso, si vede che gli ho trasmesso l’ansia. Il caricabatterie originale non ce l’ha, mi offre quello non originale, ma non trova neppure quello, e non ha neppure quello da auto. L’ansia cresce, è quasi panico. Mi guardo in giro e vedo una vetrina di offerte speciali. Ci sono cellulari in vendita a 75 euro. Ne compro uno, col fiato mozzo. Appena fuori dal negozio scopro che le batterie sono già un po’ cariche per i fatti loro, e cerco di mandare un messaggio a lui, per dirgli che non parto più. Dall’altra parte non si è compreso bene il mio stato d’animo, che comincia a tendere al panico puro, e si scherza sulla incomprensibilità dei miei messaggi. E ci credo, cazzo, ’sto cellulare ce l’ho in mano da tre minuti, se sono riuscita a capire come si invia un messaggio meriterei un premio Nobel. Tento di scrivere “vaffanculo” ma la composizione automatica non riconosce la parola, troppo difficile, mi arrendo. Chiamo i miei e li rassicuro sulla mia sorte. Torno a casa, sotto una pioggia ancora un po’ più insistente.

Cercando di non bagnarmi, apro il lucchetto del paletto del parcheggio, parcheggio, lo richiudo. Mi sento un cane scappato dal canile. Al primo cancelletto mi si chiude lo stomaco in una morsa, ormai sono le otto di sera e sta facendo buio, e io realizzo che non riesco a vedere bene la toppa, segno che sul pianerottolo la luce non c’è.

Entro a casa e ne ho la conferma. A questo punto le residue difese crollano, mi metto a piangere al buio sul divano. La prospettiva di tutta un’altra notte al buio totale, con il cellulare che si spegnerà, prima o poi, dopo tutta la fatica fatta per non rimanere isolata, mi terrorizza. Mando un messaggio di autentica disperazione a lui, che si tormenta in cinque risposte mortificate, ma non può fare niente.

Respiro a fondo, mi impongo di calmarmi.

Mi affaccio alla finestra. Le case sono buie, non c’è dubbio, però i lampioni sono accesi. Mi viene in mente che venendo ho visto parecchi locali con le insegne illuminate. In fondo devo pur cenare, no? Esco di nuovo, dopo aver brancolato a tastoni per tutta la casa per cercare le chiavi che non ricordo più dove ho poggiato. Ritolgo il paletto, esco dal parcheggio, rimetto paletto. La pioggia è diventata bufera. Mi dirigo verso la zona delle birrerie, mi perdo un paio di volte, poi parcheggio davanti all’Osteria del Porto, che conosco bene. Entro semi zuppa, ed elemosino corrente elettrica ad un impassibile barista. Quando infila il caricabatteria nella presa mi sento già un po’ meglio. Mi siedo ad un tavolino nell’ombra davanto alla TV e bevo birra e mangio crocchette di pollo seguendo il Gran Premio di F1. Dopo circa un’ora, la cameriera si sporge dal bancone per avvertirmi che il mio cellulare sta squillando. Ovviamente quando arrivo a prenderlo ha smesso di squillare. Ci sono almeno 3 chiamate perse e un numero indefinito di messaggi di lui, fra il preoccupato e l’incazzato. Salta il collegamento con Indianapolis, decido che la cena è finita, pago ed esco.

Fuori piove così forte che solo per dare la mancia al parcheggiatore mi inzuppo tutto il braccio sinistro. Lo chiamo, sia dove sia, ho bisogno di sentire la sua voce. E quando finalmente la sento, la tensione accumulata rompe gli argini e racconto in cinque minuti di singhiozzi, guidando sotto la bufera, tutto il fottuto pomeriggio passato a cavarmela da sola. Sbaglio per l’ennesima volta strada, faccio un’inversione selvaggia e urto il marciapiede con un rumore secco. Ragazza calmati, se scassi la macchina la noleggio è un casino. Guido a venti all’ora fino a casa, sarei propensa a lasciare l’auto fuori dal parcheggio pur di non dover rifare la trafila palettica. Con la coda dell’occhio vedo però il portone illuminato a giorno, e mi sembra di rinascere. Mi impongo un ultimo sforzo. Lucchetto, palo, parcheggio, palo, lucchetto. Entro a casa illuminata più io di lei, ho lasciato tutti gli interruttori su on e sembra che ci sia una festa. Pianto lo stramaledetto cellulare nella presa di corrente, mi asciugo i capelli col phon, mi metto in pigiama, e passo il resto della serata a guardare la TV e a leggere il libretto di istruzioni del cellulare nuovo.

Prima di andare a dormire riesco a mandare e a ricevere sette o otto messaggi pacificatori.

Poi, il sonno mi rapisce, benevolo.

La luce è tornata.

Digital divide

Giovedì 18 Settembre 2003

Una novità strabiliante ci attendeva al rientro dalle vacanze: sulla scrivania del Kapo, un monolite nero perennemente coperto su tutta la superficie da pile assurde di carta, in mezzo alle quali può esserci qualunque cosa, da bollettini Telecom dell’anno scorso a taralli col pepe di due anni fa, troneggia un pc portatile ultima generazione. Tanto per far vedere che non si scherza, il pc è perfino connesso alla rete elettrica, quindi può essere acceso e - meraviglia delle meraviglie - è connesso alla rete aziendale e quindi ad Internet.

Il Kapo sta prendendo lezioni di informatica.

Le potenzialità collegate alla navigazione sul web, unite alla scoperta che scrivere un documento su Word, salvarlo, correggerlo e stamparlo richiede le stesse energie mentali di uno sbadiglio, hanno trasformato il pacioso studioso di economia agraria in un invasato, che rimane in ufficio fino a tarda notte a smanettare come un ragazzino, impazzito al pensiero che TUTTE le informazioni prima così difficili da reperire - dati ISTAT, i resoconti periodici della Banca d’Italia, i documenti INEA - sono lì, proprio lì, a portata di mano, anzi di mouse. Di giorno, capelli dritti, occhio vitreo, gira per il corridoio chiedendo a chiunque gli indirizzi web di qualunque cosa, e mormorando frasi sconnesse tipo “Devo cercare su GUGL”, oppure “Chi ha preso il mio MAUSS??”

Gli inevitabili fallimenti propri del neofita si traducono in un interno che squilla, e nella voce del Kapo che miagola “Nessuno mi vuole aiutare” perchè già la segretaria e un altro paio di dipendenti gli hanno detto che in quel momento hanno da fare e no, non possono aiutarlo a scaricare TUTTI i documenti pubblicati dall’UNESCO sulla desertificazione. E’ una voce che commuoverebbe una montagna, quindi ci si alza e si va dietro il moloch a vedere che cavolo ha combinato e “perchè la freccetta è ferma immobile” e “perchè lo schermo è diventato tutto nero”.

A domani!