Archivio della Categoria 'panico'

Non può essere una cura

Mercoledì 5 Novembre 2003

Sapevo che prima o poi ne avrei avuta la certezza.
Lo sapevo ma non volevo saperlo.
Ieri sera, serataccia con attacchi di panico ripetuti, con le solite modalità svenereccie, per almeno un’ora. Poi mi sono stesa, mi sono messa a guardare la TV, dopo un pò mi è venuto sonno. Ho dormito benissimo, profondamente, per tutta la notte.
Oggi, una giornata di lavoro pieno nostante fosse sabato. Nel pomeriggio, in giro con la mamma per mostre e incontri culturali. Poi ancora lavoro, pieno, soddisfacente, con rapporti umani di stima e di affetto.
Sto benissimo.
Torno a casa, e mi metto a scaricare la posta. E mentre sono lì, inizia di nuovo a strisciare in sordina un malessere serpeggiante.
Sono disperata.
Non ce la farò a superare una serata così lunga.
Vado a cena, mi trascino controvoglia, tesa, lottando con tutte le mie forze per non cedere ai brividi, al senso di morte imminente.
Mamma ha fatto la pizza. La pizza di mamma è diversa da tutte le altre. Pensa, ha comprato anche la birra.
Guardo la lattina. La stappo e mi verso un bicchiere gelato che appanna il vetro.
Bevo. Mangio. La pizza è buonissima, come sempre. La birra ci azzecca alla perfezione.
Bevo ancora.
E come per magia, piano piano, il malessere decresce, regredisce, mi sprofonda nelle viscere, si nasconde, rimpicciolisce.
Alla fine della cena sono passabilmente allegra, e mi resta solo un leggero senso di peso alla bocca dello stomaco, ma quello può essere anche dovuto alla pizza, fatta in casa è un pò più pesante.
Riempio la lavastoviglie, mi stendo sul letto e mi guardo con sommo piacere Law & Order.
Lo sapevo. L’alcool fa galleggiare alla superficie la parrte migliore di me, quella che vuole vivere, ridere, entusiasmarsi, appassionarsi.
Pochi grammi di alcool e tutto va meglio.
Un bicchere di birra, e il mondo torna a sorridere.
Lo sapevo. Però non volevo saperlo.

Dotti medici e sapienti

Giovedì 30 Ottobre 2003

Sempre nell’ottica di trovare il lato comico della vita, perchè pare faccia bene, sono qui a raccontarvi del conflitto a distanza che si è aperto fra il mio medico curante e la specialista che mi ha visitato qualche giorno fa.

ATTO I - il medico curante mi visita superficialmente nel luogo nel quale lamento i fastidi e constata l’esistenza di una infiammazione. Mi consiglia una visita specialistica, e nel frattempo mi prescrive analisi del sangue e delle urine che manco gli astronauti ne fanno di così complete. Costo: euro 0,00

ATTO II - faccio la pipì nel vasetto e vado a farmi succhiare il sangue. Nonostante la prescrizione medica, mi salasso anche il portafogli. Mando un pensiero affettuoso e riconoscente alla politica di tagli alla Sanità del Ministro Sirchia e a tutto il Nuovo Radioso Governo, come lo chiama un mio amico. Costo: euro 73,80

ATTO III - la specialista mi diagnostica una infezioncina curabile con antibiotici e me ne prescrive due, uno per bocca (prescrivibile), l’altro locale (non prescrivibile). Approva il fatto che mi siano state prescritte tutte quelle analisi, ma sostanzialmente se ne strafotte. Costo: euro 80,00

ATTO IV - torno dal medico curante a farmi prescrivere il prescrivibile. Lui sente la diagnosi della specialista e fa il perplesso. Lo fa così bene, mettendomi tanti di quei dubbi che alla fine mi faccio convincere a non prendere l’antibiotico per bocca (che infatti non mi prescrive) e ad aspettare l’esito degli esami, soprattutto quello delle urine. Chiamerà lui il laboratorio e chiederà in anteprima nazionale come è messa la mia pipì. Mi concede di cominciare ad usare l’antibiotico locale, che vado a comprare in farmacia. Medito di comprare l’antibiotico per bocca anche senza la ricetta, ma la farmacista mi confida che “è molto costoso: perchè non se lo fa prescrivere?”  Costo: euro 21,90

ATTO V - mi chiama il medico curante. Pare che i miei liquidi interni abbiano dichiarato che schiatto di salute, non c’è il minimo appiglio nè per diagnosticare un’infezione nè tantomeno per imbottirmi di antibiotici. Ergo, la specialista è una ciuccia matricolata. Mi consiglia di consultarne un altro, di specialista. Mi biascica un paio di nomi ma fra duemila reticenze, perchè un’altra caratteristica del mio medico curante, oltre alla bravura e alla scrupolosità certosina, è la paura fottuta che chicchessia possa accusarlo di qualunque cosa, in questi tempi di corruzioni sanitarie e peculati sulle aspirine. Chiamo il primo dei due nomi, scelto a caso per simpatia. L’appuntamento è per martedì 11 novembre. Costo preventivato: intorno ai 100 euro, temo.

Costo totale finora sostenuto: euro 275,70 (senza i medicinali che mi prescriverà il luminare dell’11 novembre)

Risoluzione del problema specifico: rimandato a dopo la nuova diagnosi e relativa prescrizione

Risoluzione del problema connesso, sensazioni di svenimenti e cazzi vari: da affidare a cure psicoterapeutiche, anche autoindotte, dopo aver scartato qualunque possibile origine organica (prima di questo tour emato-urinario c’erano stati elettrocardiogrammi, ecografie e un’infinita serie di palpazioni, auscultazioni e misurazioni di pressione. Tutte negative).

“Permettete una parola
io non sono mai andato a scuola
e tra gente importante io che non valgo niente
forse non dovrei neanche parlare
ma dopo quanto avete detto
io non posso più stare zitto
e perciò prima che mi possiate fermare
io lo devo avvisare
di alzarsi e scappare
anche se si sente male
VAI SCAPPA!! SCAPPA!!”

(Edoardo Bennato, 1978) 

Il male oscuro / 2

Martedì 28 Ottobre 2003

Ha ragione mio fratello (come sempre). Posso recuparere tutto il mio élan vital e la mia gioia di vivere se riesco ad enumerare e vivisezionare con freddezza e precisione i molteplici strati ansiogeni, a farne una carta d’identità, foto, nome, cognome, causa, tempo di permanenza nella mia vita, separarli gli uni dagli altri - intrecci e fusioni sono all’ordine del giorno, e talvolta gli strati sono invecchiati e si sono incancreniti - e affrontarli uno per volta, tentando di mandarli affanculo a pedate.

Cominciamo dalle cose semplici: una visita specialistica mi ha assicurato che ho ancora lunghissima vita davanti, e 5 giorni di antibiotico locale e per bocca risolveranno brillantemente il problema. Quel menagramo del mio medico curante è scettico sulla diagnosi, ma in onore del mio nuovo corso emotivo ho deciso che non me ne strafotte niente. Domani vado a fare un check up generale, e poi vediamo.

Per oggi potrebbe bastare. Stasera ho gli esercizi di respirazione shiatzu, ieri sera mi sono addormentata come un infante davanti a Marco Paolini, per poi risvagliarmi sul finale del monologo, che non mi sarei persa per nulla al mondo.

Un pezzetto al giorno.

Un problema alla volta.

Il male oscuro / 1

Lunedì 27 Ottobre 2003

Quando ho letto questo meraviglioso libro avevo una quindicina d’anni, e ricordo distintamente che i malesseri di origine psicosomatica ma drammaticamente reali del protagonista mi sembravano banali e facilmente risolvibili. Come si fa a cadere in depressione per un male fisico che in realtà non c’è? Può la paura avere tutto questo potere? Ma no, dai. Un bel respiro e la vita sorride. Le persone che passano di questi guai devono essere già un pò squilibrate per i fatti loro. E comunque, come è scritto bene, Berto è bravissimo. Ecco, questi erano più o meno i pensieri con i quali liquidavo il problema.

Non la penso più così.

Ho scoperto sulla mia fragile pelle che la paura dell’ignoto può trasformare una cazzata in un serio problema, con il quale non si riesce più a convivere, perchè la paura e la depressione che ne consegue si installano dentro, si annidano un atomo alla volta negli angoli più nascosti del nostro io, e a lì cominciano a rosicare, come tarli.

E’ fuori tema, lo so, ma spero che scriverlo mi basti a mettere ordine nei pensieri, e liberarmi un poco dalla morsa dell’angoscia, anche se per farlo compiutamente devo dire cose che avrei preferito non dire. Vabbè, le accennerò soltanto, so io che cosa sto dicendo.

Ho un problema fisico recidivante, iniziato un paio di anni fa e che si ripresenta con diabolica costanza un paio di volte all’anno. Curato con prodotti locali, ogni volta si è ripresentato in una forma leggermente più seria della volta precedente, fino a richiedere cure antibiotiche. In questi giorni è tornato, e insieme a lui un effetto secondario che apparentemente non c’entra nulla, ma che invece deve entrarci per forza, perchè le due cose arrivano sempre insieme. Tutto ad un tratto sento una specie di grosso brivido, che mi prende tutta, e per un paio di secondi sento che sto per svenire. Subito dopo il cuore comincia ad andare all’impazzata. Dopo pochi minuti tutto torna normale.

Però.

Però non posso dirlo a nessuno, perchè non voglio spaventare i miei; l’ansia cresce, ho paura di stare in piedi perchè potrei sbattere a terra. Ho paura di mettermi a letto e ho paura di chiudere gli occhi e cercare di dormire perchè ho paura di non svegliarmi più. Si ingenera un circolo vizioso che contribuisce ad iniettare altra ansia, e sto sempre peggio.

Come faccio a dire che è un fatto psicosomatico? Per una serie di considerazioni empiriche:

1. la crisi mi viene SEMPRE quando sono a casa. E la “casa” e la “famiglia” sono per me foriere di ansie di ogni genere: ho paura che i miei possano ammalarsi, ho paura che ci possano portare via la casa per un problema di debiti, mi mette ansia l’atteggiamento lassista di mio padre nei confronti dei problemi - sempre rimandare, mai affrontare, finchè non è troppo tardi - mi mette ansia questa vita da figlia di famiglia dalla quale non so staccarmi per complicatissmi motivi consci e inconsci.

2. la crisi non mi viene MAI quando lavoro, quando esco con gli amici, quando ho ospiti a pranzo o a cena, quando sono fuori città il fine settimana, anche se in queste ultime occasioni sono sola anche di notte e quindi a rigore ci dovrebbero essere molti più motivi di preoccupazione per me stessa e per la mia salute.

3. sono quasi alla fine di un periodo nel quale si sono stratificate molte sofferenze e preoccupazioni, quelle già descritte, più altre personali, e come ho già detto anche in questo blog, fare il cuscinetto ammortizzatore, e fare l’olio lubrificante per fare in modo che tutti possano essere felici, mi sta ammazzando.  Nascondo segreti: cose mie che non posso dire ai miei genitori nè agli amici, se non a pochissimi, tristezze e ansie altrui che non posso socializzare, che mi devo tenere per me, facendomene carico, un colpo al cerchio e uno alla botte, mediare, mediare sempre, non rompere mai, fare in modo che altri possano non rompere fra loro.

Va bene, se lo sai, che è un fatto psicosomatico, metà del problema è risolto, giusto?

Non lo so.

Il brivido mi prende a tradimento, quando non me lo aspetto, e ogni volta non so quanto durerà. Come una scossa di terremoto: iniziano a vibrare i vetri, il lampadario oscilla, tu sai che è il terremoto e la cosa può finire lì, oppure aumentare, i vetri spaccarsi, i muri creparsi, la casa crollare in un rombo senza fine.

Come farò a guarire dal male oscuro? Appurato che il mio problema fisico è una stupidaggine, cambiato magari specialista e trovatone uno che mi risolva il problema di queste infezioni periodiche, passeranno anche le crisi di ansia? Ho bisogno di psicoterapia? di yoga? di cambiare vita? cambiare casa? abbandonare la mia famiglia al suo destino? fregarmene della felicità universale? e saprò farlo?

Ho paura a spegnere il pc e tornare a casa, stasera. E se chiamassi un’amica e andassi a bere una birra? Mi imbriaco, torno a casa e mi schiatto a letto con un salto, op. Ma posso fare questo tutte le sante sere? Ho bisogno di un diversivo per imbrogliare e confondere l’ansia, e tenerla relegata in un angolino, inoffensiva.

Aiuto.

Il mio black out

Lunedì 29 Settembre 2003

Mi sveglio con una sensazione strana che non so spiegare. Resto a rigirarmela un po’ nel cervello, intontita ancora dal sonno. Poi realizzo. Nella casa c’è il buio più nero e totale. E ora che ci penso bene, c’è anche il silenzio più irreale mai sentito. Niente ronzio del frigorifero, niente compressore della caldaia. Però neppure un latrato di cane, una macchina che parte, uno sportello che sbatte, niente. Va bene, penso, il fondo è l’alba di domenica mattina. Distinguo nel silenzio fondo un leggerissimo fruscio, la pioggia, penso. Nemmeno i pescatori si alzeranno, stamattina. Sono sola nel letto, come da troppo tempo. Senza quasi pensarci allungo la mano verso la lampada sul comodino.

Clic.

Buio.

Clic clic.

Ancora buio.

Ahh, ma è andata via la corrente. Prendo il cellulare, premo un tasto a caso. La stanza è rischiarata per pochi secondi dalla luce bluastra del visore. Constato che il cellulare è quasi scarico, e che sono le cinque del mattino. Resto lì a rimuginare su quel buio così totale, chiedendomi come mai alle cinque del mattino non si cominci già a vedere la luce del giorno. Sono un filo inquieta, anche se io non ho nessuna paura del buio, anzi, soprattutto per dormire, chiedo porte chiuse e tapparelle abbassate. In America dormire era un incubo, gli yankee ignorano la funzione isolante della tapparella italiana, hanno solo ridicole veneziane ed è come dormire con la finestra spalancata. A poco a poco però mi rilasso. Passa un’auto e i fari squarciano per un secondo il nero. Resto a pensare ai casi miei, in un piacevole stato di semi sospensione da acquario. A poco a poco nel soggiorno una pallidissima luminescenza azzurrognola si fa strada, non è luce, solo un nero un grado meno intenso. Nel pallore dell’alba che avanza, mi riaddormento.

Mi sveglio alle otto, e ci vuole poco a capire che la corrente non è tornata. Mi chiama lui sul cellulare e mi dice che anche a casa sua, una trentina di km. in linea d’aria, non c’è luce. Curioso, penso. Un black out che travolge un’intera città di due milioni di abitanti, e tutto l’hinterland, deve essere una cosa seria. Faccio colazione in penombra, piove a dirotto e la città è più che mai grigia e triste. Solo alle nove del mattino, chiamando i miei, verrò messa al corrente delle dimensioni epocali del problema. Leggo Asimov, mettendomi di traverso sul letto per sfruttare la luce della finestra, fino alle dieci. Fortunatamente non manca l’acqua, né l’acqua calda. Mi faccio la doccia e mi dispongo ad uscire, vado a pranzo a casa di un parente, a cui ho raccontato una balla per spiegare la mia solitudine domenicale. Nella Micra a noleggio accendo la radio e ascolto i bollettini dal fronte black out. Piove, piove sempre, sempre di più. Sulla Tangenziale non c’è nessuno, o quasi, uno scenario irreale per una strada rovente di automobili a tutte le ore del giorno e spesso anche della notte.

Alle due del pomeriggio a casa del parente la luce torna, mentre stiamo mettendoci a tavola. Il cellulare comincia a dare segni di cedimento, vuole energia e io non posso dargliela perché non ho portato con me il caricabatteria. Io dovrei partire con un Eurostar alle cinque del pomeriggio. Chiamo il call center delle Ferrovie dello Stato e una sconsolata Daniela di turno mi suggerisce di “non fare affidamento sui mezzi a rotaia”. Decido di partire con la Micra, a come restituirla penserò domani, come Rossella O’Hara. Ma al bivio fra l’imbocco dell’autostrada e quello della Tangenziale che mi riporta nella mia casetta napoletana improvvisamente mi manca il coraggio. Dovrei giustificare perché ho un’auto a noleggio, e poi come farà domani lui a venirla a riprendere, sono senza cellulare ormai morto del tutto, piove  forte, se la macchina si ferma o succede un intoppo qualunque sull’autostrada, come me la cavo?  Comincia a salire l’ansia, cerco di dominarla elencando le priorità. Primo, trovare il modo di rimettere in funzione il cellulare e non rimanere isolata. Lui può mandarmi solo messaggi, il pensiero di non poterli leggere, né rispondere, mi stringe il cuore in una morsa fredda. Girovago sulla Tangenziale, esco a Fuorigrotta e mi dirigo verso un enorme centro commerciale sperando sia aperto anche di domenica, a prescindere dal black out.

Chiuso, ovvio.

Mi reimmetto sulla Tangenziale e mi viene un lampo di genio.

L’Aereoporto.

Lì c’è un negozio di telefonia, sono sicura, e sarà di sicuro aperto. Tangenziale, parcheggio, porte scorrevoli, scale mobili. C’è caldo, rumore, voci, confusione, luce. Urto gente con i trolley, il pensiero che “è in partenza il volo AZ515 per Berlino imbarco immediato uscita 5″ mi scatena complessi sentimenti misti di tensione e invidia, non amo l’aereo e gli aereoporti mi mettono tristezza, però mi piacerebbe vedere Berlino. Il giovane commesso cerca, prima incuriosito poi quasi furioso, si vede che gli ho trasmesso l’ansia. Il caricabatterie originale non ce l’ha, mi offre quello non originale, ma non trova neppure quello, e non ha neppure quello da auto. L’ansia cresce, è quasi panico. Mi guardo in giro e vedo una vetrina di offerte speciali. Ci sono cellulari in vendita a 75 euro. Ne compro uno, col fiato mozzo. Appena fuori dal negozio scopro che le batterie sono già un po’ cariche per i fatti loro, e cerco di mandare un messaggio a lui, per dirgli che non parto più. Dall’altra parte non si è compreso bene il mio stato d’animo, che comincia a tendere al panico puro, e si scherza sulla incomprensibilità dei miei messaggi. E ci credo, cazzo, ’sto cellulare ce l’ho in mano da tre minuti, se sono riuscita a capire come si invia un messaggio meriterei un premio Nobel. Tento di scrivere “vaffanculo” ma la composizione automatica non riconosce la parola, troppo difficile, mi arrendo. Chiamo i miei e li rassicuro sulla mia sorte. Torno a casa, sotto una pioggia ancora un po’ più insistente.

Cercando di non bagnarmi, apro il lucchetto del paletto del parcheggio, parcheggio, lo richiudo. Mi sento un cane scappato dal canile. Al primo cancelletto mi si chiude lo stomaco in una morsa, ormai sono le otto di sera e sta facendo buio, e io realizzo che non riesco a vedere bene la toppa, segno che sul pianerottolo la luce non c’è.

Entro a casa e ne ho la conferma. A questo punto le residue difese crollano, mi metto a piangere al buio sul divano. La prospettiva di tutta un’altra notte al buio totale, con il cellulare che si spegnerà, prima o poi, dopo tutta la fatica fatta per non rimanere isolata, mi terrorizza. Mando un messaggio di autentica disperazione a lui, che si tormenta in cinque risposte mortificate, ma non può fare niente.

Respiro a fondo, mi impongo di calmarmi.

Mi affaccio alla finestra. Le case sono buie, non c’è dubbio, però i lampioni sono accesi. Mi viene in mente che venendo ho visto parecchi locali con le insegne illuminate. In fondo devo pur cenare, no? Esco di nuovo, dopo aver brancolato a tastoni per tutta la casa per cercare le chiavi che non ricordo più dove ho poggiato. Ritolgo il paletto, esco dal parcheggio, rimetto paletto. La pioggia è diventata bufera. Mi dirigo verso la zona delle birrerie, mi perdo un paio di volte, poi parcheggio davanti all’Osteria del Porto, che conosco bene. Entro semi zuppa, ed elemosino corrente elettrica ad un impassibile barista. Quando infila il caricabatteria nella presa mi sento già un po’ meglio. Mi siedo ad un tavolino nell’ombra davanto alla TV e bevo birra e mangio crocchette di pollo seguendo il Gran Premio di F1. Dopo circa un’ora, la cameriera si sporge dal bancone per avvertirmi che il mio cellulare sta squillando. Ovviamente quando arrivo a prenderlo ha smesso di squillare. Ci sono almeno 3 chiamate perse e un numero indefinito di messaggi di lui, fra il preoccupato e l’incazzato. Salta il collegamento con Indianapolis, decido che la cena è finita, pago ed esco.

Fuori piove così forte che solo per dare la mancia al parcheggiatore mi inzuppo tutto il braccio sinistro. Lo chiamo, sia dove sia, ho bisogno di sentire la sua voce. E quando finalmente la sento, la tensione accumulata rompe gli argini e racconto in cinque minuti di singhiozzi, guidando sotto la bufera, tutto il fottuto pomeriggio passato a cavarmela da sola. Sbaglio per l’ennesima volta strada, faccio un’inversione selvaggia e urto il marciapiede con un rumore secco. Ragazza calmati, se scassi la macchina la noleggio è un casino. Guido a venti all’ora fino a casa, sarei propensa a lasciare l’auto fuori dal parcheggio pur di non dover rifare la trafila palettica. Con la coda dell’occhio vedo però il portone illuminato a giorno, e mi sembra di rinascere. Mi impongo un ultimo sforzo. Lucchetto, palo, parcheggio, palo, lucchetto. Entro a casa illuminata più io di lei, ho lasciato tutti gli interruttori su on e sembra che ci sia una festa. Pianto lo stramaledetto cellulare nella presa di corrente, mi asciugo i capelli col phon, mi metto in pigiama, e passo il resto della serata a guardare la TV e a leggere il libretto di istruzioni del cellulare nuovo.

Prima di andare a dormire riesco a mandare e a ricevere sette o otto messaggi pacificatori.

Poi, il sonno mi rapisce, benevolo.

La luce è tornata.

And the winner is …

Venerdì 19 Settembre 2003

Odio l’incensamento in generale e l’autoincensamento in particolare, ma GIURO questo risultato ha stupito anche me. Ho fatto la prova di selezione per accedere al Diploma di Laurea Breve in Scienza della Comunicazione. Sessanta domande a risposta chiusa, fatte insieme a circa altri 230 ragazzini il cui anno di nascita è inchiodato su 1984  (c’era qualche 1979, o 1972, anche un 1961, ma insomma pochissima roba). Le domande, giuro, non erano facilissime, non tutte almeno, e mentre rispondevo mi chiedevo come potevano, ragazzi appena usciti dalla scuola superiore, sapere certe cose. Domande di geopolitica, di storia, di educazione civica, di letteratura, di grammatica e sintassi, di inglese, di logica. Mi sono calata nel personaggio “concorrente a telequiz a premi” e ho cercato di ragionare sulle risposte che proprio non sapevo.

Un punto per ogni risposta esatta, zero punti per ogni risposta non data o sbagliata.

Insomma, oggi sono usciti i risultati.

Sapete a che posto sono in graduatoria?

Ahemmm ….

Sono la prima …  

Sono subentrati sentimenti vari, abbastanza inaspettati. Gli scrupoli (ho rubato il posto ad un ragazzino per il quale questa laurea poteva essere il futuro). I sensi di colpa (io una laurea ce l’ho già, come mi è venuto in testa?). Le incertezze (ne varrà la pena? riuscirò a conciliare con il lavoro? sarà uno sforzo inutile? mi costerà una barca di soldi e non concluderò niente?  chi me lo fa fare? sarò ridicola in mezzo alle matricole?). La sottovalutazione del risultato (vabbuò, era un test tarato per ragazzini di 18 anni, se manco arrivavo  nei primi dieci mi dovevo solo sparare - però quello del 1961 è arrivato  120°). Insomma niente che assomigli nemmeno da lontano ad un legittimo sacrosanto ORGOGLIO di aver superato brillantemente una prova e di poter cominciare a fare una cosa che mi piace, orgoglio rimasto sullo sfondo lontano lontano sotto forma di occhio più brillante del solito.

Ma perchè??

Fine dei giochi

Venerdì 12 Settembre 2003

Siamo tornati al lavoro da una settimana circa, non posso più continuare a menarla con le vacanze. Poi mi pare di avere raccontato tutto quello che c’era da raccontare. Resterebbe la descrizione di un paio di posti, per esempio Piazza del Soccorso a Forio, bianca, vuota, affacciata per tre lati sul sul mare, spazzata dal vento, indimenticabile. Culmina in una chiesa a strapiombo sui flutti, sicuramente visibile dai pescatori anche durante le tempeste (da qui il nome, suppongo); la mia immaginazione ha visto anche tre o quattro donne vestite di nero, gli scialli che sbattono nel vento, aspettare un ritorno sul sagrato guardando l’orizzonte e pregando. Oppure i profili di Procida e della terraferma (Monte di Procida, la costa puteolana, il Vesuvio) che si accavallano in sfumature diverse di celeste, sempre più sbiadito fino a confondersi col cielo, in un tramonto con la tramontana (perdonate l’allitterazione).

Il ritorno mi ha fatto malissimo, sono nervosa come un gatto durante un tornado, non riesco a concentrarmi e ho ricominciato ad accusare malesseri e dolori psicosomatici. Oggi per esempio ho la nausea, matefora neppure troppo oscura di quello che il mio inconscio pensa della mia attuale situazione lavorativa e personale.

Mi resta da trascrivere un’ultima puntata del diario di guerra, e poi ricominceremo con le storie da lavoratrice atipica. Sono tornati tutti, tranne la buddista che ha problemi di salute più seri dei miei ed è convalescente da un intervento chirurgico. Sono venuti anche i due questuanti da ufficio, col napoletano sono riuscita ad essere più o meno civile ma la vecchietta rompiballe oggi l’ho quasi buttata fuori di peso. Mi sarei meritata che in un lampo turchino e uno sbuffo di fumo fosse scomparsa per ricomparire come principessa degli Elfi che mi avesse detto che per punzione della mia malvagità sarei andata errando raminga per tutti gli uffici della Terra a vendere matite senza punta.

Insomma, raga, un duro ritorno.