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Family ties

Giovedì 21 Febbraio 2008

Un pomeriggio piovoso, e umido.
Sentimenti difficili da raccontare, così stratificati che non è più possibile capire dove finiscono e dove iniziano, sai solo che quello dominante è la tenerezza, e l’istinto di protezione.

Abbiamo lottato, mamma, ancora una volta tutti insieme.
Abbiamo vinto, forse, papà. Ci basta un pò di fortuna, e avremo vinto.
 
Io sono rimasta qui, e mi prendo tutto il bello e anche tutto il brutto di essere qui, le angosce trattenute, le preoccupazioni strette fra i denti, le difficoltà a costruirmi un futuro, va tutto bene ma anche no, la stanchezza che mi prende quando taglio un qualunque traguardo, e il sollievo nel pensare - oggi per la prima volta - che per vivere meglio, alla fine, basta non fare sogni troppo più grandi di me.
 
L’immagine che mi rimane di questo difficile pomeriggio sono due vecchietti un pò curvi, coi capelli bianchi che si allontanano nella penombra a braccetto, ancora una volta insieme contro il mondo, scendendo per la milionesima volta le stesse scale, come nella poesia di Umberto Saba, ancora uniti, ancora insieme contro il mondo, come da quasi 50 anni a questa parte.
Io riesco solo a pregare che campino ancora 200 anni, e bene, più di me, più di tutte i dolori le rinunce le umiliazioni le sofferenze.

E a fine di questa giornata, pure bestemmiare perchè non riesco a inserire nel fottuto blog le strafottute slides è un modo di rilassarsi. Alla fine ci sono riuscita, grazie Giancarlo, anche se non nel modo perfetto che avrei voluto, maledetta me e le mia sete di misurazione con asticelle sempre troppo alte, ma ci sono riuscita.
Ci vuole tanta pazienza, per vincere, vero, papà?

Non può essere una cura

Mercoledì 5 Novembre 2003

Sapevo che prima o poi ne avrei avuta la certezza.
Lo sapevo ma non volevo saperlo.
Ieri sera, serataccia con attacchi di panico ripetuti, con le solite modalità svenereccie, per almeno un’ora. Poi mi sono stesa, mi sono messa a guardare la TV, dopo un pò mi è venuto sonno. Ho dormito benissimo, profondamente, per tutta la notte.
Oggi, una giornata di lavoro pieno nostante fosse sabato. Nel pomeriggio, in giro con la mamma per mostre e incontri culturali. Poi ancora lavoro, pieno, soddisfacente, con rapporti umani di stima e di affetto.
Sto benissimo.
Torno a casa, e mi metto a scaricare la posta. E mentre sono lì, inizia di nuovo a strisciare in sordina un malessere serpeggiante.
Sono disperata.
Non ce la farò a superare una serata così lunga.
Vado a cena, mi trascino controvoglia, tesa, lottando con tutte le mie forze per non cedere ai brividi, al senso di morte imminente.
Mamma ha fatto la pizza. La pizza di mamma è diversa da tutte le altre. Pensa, ha comprato anche la birra.
Guardo la lattina. La stappo e mi verso un bicchiere gelato che appanna il vetro.
Bevo. Mangio. La pizza è buonissima, come sempre. La birra ci azzecca alla perfezione.
Bevo ancora.
E come per magia, piano piano, il malessere decresce, regredisce, mi sprofonda nelle viscere, si nasconde, rimpicciolisce.
Alla fine della cena sono passabilmente allegra, e mi resta solo un leggero senso di peso alla bocca dello stomaco, ma quello può essere anche dovuto alla pizza, fatta in casa è un pò più pesante.
Riempio la lavastoviglie, mi stendo sul letto e mi guardo con sommo piacere Law & Order.
Lo sapevo. L’alcool fa galleggiare alla superficie la parrte migliore di me, quella che vuole vivere, ridere, entusiasmarsi, appassionarsi.
Pochi grammi di alcool e tutto va meglio.
Un bicchere di birra, e il mondo torna a sorridere.
Lo sapevo. Però non volevo saperlo.

Off Topic

Venerdì 17 Ottobre 2003

Apro la posta di stamattina, e la giornata si tinge subito di grigio. Mi trascino per tutta la mattinata questo nodo alla bocca dello stomaco, fatto di amore ansia e rabbia, scrivo una mail di risposta alquanto incazzata, poi penso a lei al di là dell’oceano che la legge e si mette a piangere, con lo stesso nodo nello stesso punto della bocca dello stomaco e mi sento un verme. Cerco con tutti i mezzi a mia disposizione di risolvere il problema ma posso fare ben poco. Nel pomeriggio provo a scrivere un mail consolatoria allegrotta, che suona falsa come un biglietto da 12 euro.

Quanto si può volere bene ad una sorella?

Quanto si può essere il punto di riferimento, quella-che-risolve-i-problemi, non solo per lei ma per tutta una vasta compagine familiare, senza avere poi sempre la sensazione di stare per crollare? Per quanto tempo si può stare in perenne movimento per tenere sempre tutti allegri, non far pensare ai guai, assorbire i problemi, dare sempre i giusti contributi per risolverli? Per quanto ancora si può essere ago della bilancia, il Prozac delle depressioni altrui, il cuscinetto ammortizzatori di tutti gli attriti? Per quanto tempo si può non dormire la notte per pensare alle soluzioni dei problemi degli altri, sacrificando sempre la soluzione dei problemi propri? Senza poter mai raccontare un cazzo a nessuno, perchè ognuno ha le sue paturnie personali e familiari, e chi ha voglia di sentire quelli degli altri? E poi, a che servirebbe?

Tutta la vita, dite? Se il fisico regge, dico io.

E oggi, sono proprio stanca.