Archivio della Categoria 'casamiacasamia'

Io e la vespa

Martedì 20 Maggio 2008

Casa mia, cucina, sera (tardi).

Apro la finestra dopo cena per far cambiare l’aria e dalle profondità del giardino di fronte casa mia, puntandomi col teleobiettivo, entra una vespa kamikaze, che mi centra in piena spalla, mi punge e comincia a sbattere impazzita per la cucina.

Ho fatto un casino. Mi sono cadute le ciliege che avevo in mano, ho lanciato un urlo, sono uscita dalla cucina a precipizio richiudendo la porta e murando viva la vespona. La feritina mi brucia da pazzi e si gonfia, un pochino. Subito scene devastanti di shock anafilattico mi si parano davanti agli occhi, e infatti mi pare di avere le gambe deboli e che la vista mi si annebbi (sono solo un filo ipocondriaca, ma appena appena). Resisto 3 secondi (ho una soglia del dolore altissima, anche) e poi chiamo il 118. L’impiegato mi chiede se sono allergica (no), se ho difficoltà a respirare (no), se la ferita si è gonfiata molto (no), e fa moltissima fatica a non ridere mentre mi spiega che non mi manderanno un’ambulanza col defibrillatore, non c’è bisogno che mi misuri la pressione (anche perchè non saprei come fare), nè è necessario che mi mettano in contatto col centro antiveleni. Mi invita a sfregare la puntura con mezzo aglio (aglio? guarda che non è il morso di un vampiro, imbecille). Quando gli spiego che la soluzione aglio è fuori discussione perchè l’aglio è in cucina e lì dentro io non ci rientro se non con un lanciafiamme, mi dice che l’alternativa è mettere un pò di crema antibiotica e “dormirci su”. Lo odio per alcuni minuti.

La crema antibiotica non ce l’ho (lo so, è una contraddizione in termini che io abbia sempre paura di morire e poi abbia a casa giusto un’aspirina scaduta), quindi mi metto in macchina e cerco una farmacia di turno. Durante il tragitto tento di autoconvincermi che se stessi per morire difficilmente potrei guidare con tanta disinvoltura, ma in realtà sto solo aspettando di stare peggio, non fosse altro che per fargliela vedere, a quel cretino del 118. Mi vedo già i titoli sulla malasanità il giorno dopo.

Farmacia di turno. Tutto sbarrato. La mia attenzione viene attratta da un cartello che recita più o meno così: “Se non state proprio morendo, e non avete una ricetta che lo attesti, non vi azzardate a suonare, non vi aprirà nessuno”. Medito brevemente se sto effettivamente morendo o se tutto sommato mi reggo ancora sulle gambe. Mi reggo ancora sulle gambe.

Torno a casa e mi addormento con tutti i telefoni a portata di mano, hai visto mai, dopo aver chiuso tutte le porte, e ho incubi tutta la notte su come farò a liberarmi la mattina dopo dell’orrenda bestia,  che nella mia testa è sempre lì in agguato dietro la porta della cucina pronta ad aggredirmi col pungiglione spianato.

Stamattina. Mi armo con rivista FOR (quella dell’AIF, perfetta per uccidere animali volanti) e paletta per le mosche. Spalanco la porta della cucina con un calcio come un agente dell’FBI ed entro dentro, a  sprezzo di ogni pericolo.

Silenzio.

Dopo lunga ricerca, scopro la belva nell’acquaio.

Decisamente morta, ma non si sa mai: con le pinze del barbecue la prelevo e la spingo nello scarico, e poi apro l’acqua. Vaja con Dios, bestiaccia.

Conclusione: so che molti di quelli che mi leggono non avevano dubbi, ma alla fine l’ho avvelenata io.

Monday blues

Lunedì 21 Aprile 2008

Esco di casa.
In mano ho: il cellulare, le chiavi di casa, le chiavi della macchina, la valigetta professionale, una busta con una vecchia teglia da buttare.
Mi avvicino al cassonetto, butto la busta dentro e la sento con soddisfazione fare un rumore di ferraglia, segno che il cassonetto è vuoto.
Mi bastano pochi secondi per realizzare che il peggiore dei miei incubi si è materializzato: insieme alla monnezza, ho buttato nel cassonetto anche le chiavi della macchina. Quello che segue è il resoconto della pantomima in due atti (o un atto con un prologo) necessari al - ve lo dico subito, ce l’ho fatta - recupero delle preziose chiavi, che come forse qualcuno ricorderà sono anche le uniche che ho, avendo smarrito irrimediabilmente l’altra copia circa un anno fa nei prati del Pantano. Quando si dice l’attenzione verso le proprie cose.

PROLOGO: esaminiamo con calma la situazione, ok? no panico. Apro il cassonetto con due mani e facendo partire la prima ernia. Il cassonetto è vuoto, questo già lo sapevo, e questo è un bene perchè le chiavi sono lì, ben visibili sul fondo, non devo mettermi a rimestare nella munnezza, almeno. E questo è pure un male, però, perchè il fondo del cassonetto è ben lontano dalla portata delle mie braccia. Forse se faccio un pi-cco-lissimo sfor….

CLANG!

Oltre all’ernia, ho rischiato solo di cadere dentro il cassonetto o in subordine di essere decapitata dal coperchio. Mi serve qualcosa che tenga alzato il coperchio. La fila di persone che, facendo finta di aspettare l’autobus, si sta godendo la scena, comincia a lusingarmi.

ATTO UNICO: fermo il coperchio con un bidone di vernice vuoto, per fortuna i dintorni del cassonetto sono disseminati di qualunque fetenzia vi venga in mente, perchè usare un cassonetto quando si può abbandonare tutto comodamente in giro? l’ernia, che prima era solo un accenno, diventa realtà.
Aiutandomi con un ombrello rotto dopo soli 20 minuti di pesca sportiva tipo luna park e uan bella fila di bestemmioni recupero le agognate chiavi. Al 10° minuto una ragazza si avvicina, mi chiede scusa e butta nel cassonetto a sua volta una busta di immondizia, dalla quale mi scanso appena in tempo. Mi sorride appena un pò imbarazzata e se ne va.
La scena di una gentile signorina bionda in tailleur che pesca in un cassonetto dell’immondizia, spenzolata dentro per metà, deve aver dato parecchio da pensare a lei e ai miei vicini di casa su quanto è dura la vita, e su quanto persone insospettabili siano costrette a frugare nell’immondizia per mangiare.

Alla fine sfanculo tutto e tutti, recupero borsa borsetta e ammennicoli e vado verso la macchina facendo la linguaccia a quelli della fermata dell’autobus che continuavano a guardare. Non è stato un grandioso inizio di settimana, no, direi di no.

Eppure è facile

Martedì 1 Aprile 2008

Dopo aver visto negli anni della mia gioventù centinaia di tetrapak sventrati da mio padre, e aver rilevato lo stesso identico genere di sventramento praticato da un ospite che si era gentilmente offerto di preparare la colazione, sono giunta ad una conclusione: gli uomini non sanno aprire le buste del latte.