Archivio della Categoria 'Cambianeve'

Il posto fisso l’hanno spostato

giovedì 2 febbraio 2012

Adesso si scatenerà l’inferno, su questo blog.

Perchè sto per dire una cosa che tanti non vogliono sentire: io condivido quello che ha detto Monti sulla monotonia del lavoro fisso per tutta la vita. Non sono capace di spiegarlo bene, probabilmente, adesso affastello un po’ di pensieri poi vediamo che ne viene fuori.

1. siamo in un periodo socialmente ed economicamente diverso – in peggio – da tutti quelli che ci hanno preceduto, se si esclude forse l’immediato dopoguerra. Pretendere in un momento così diverso di trovare lavoro allo stesso modo, e lo stesso lavoro, di venti anni fa, è velleitario, e fuori dal mondo. E recriminare (di chi è stata la colpa, e da chi è partita la speculazione, e le banche, e bla bla) fa solo disperdere energie. Quindi per cominciare condivido il concetto “bisogna abituarsi a cambiare più volte lavoro nel corso della vita”. In altre parole, rassegnatevi: il “posto fisso” non esiste più.

2. ok, mi direte voi. Ma questo si può fare quando di lavoro ce n’è tanto, ed è facile uscire da una porta ed entrare in un’altra. Vero. Ma se lavoro ce n’è poco, occorre prendere quel poco che c’è, e se se ne hanno le capacità, inventarsene di nuovi. Che come tutti i lavori nuovi sono provvisori e possono morire così come sono nati. Abituarsi a ricominciare sempre daccapo potrebbe essere una buona palestra, per resistere.

3. la casa, il matrimonio, i figli: senza un lavoro fisso non si può fare nulla di tutto questo. Non si può fare se aspetti di avere tutto perfetto per cominciare. La casa: perchè è obbligatorio comprarla? Quando vivevamo in un paese ricco, si poteva fare: adesso non si può, e non si compra. Si vive in fitto. Se ce la lasciano mamma e papà, bene: se no, abituiamoci a vivere nomadi, a non affezionarci ai posti, ad avere poche cose, il minimo indispensabile, e a lasciare per strada il superfluo. Decresciamo felicemente. Il matrimonio: è obbligatoria la mega cerimonia? so di gente che si è indebitata fino al collo, pur di avere i tovagliati di broccato. E’ necessario? Sui figli non mi esprimo, non ne ho e quindi non so che dire.

4. io ne conosco alcuni, di quelli che vorrebbero a tutti i costi un posto fisso. Sarò sfortunata io, ma sono tutte persone che fanno poco e farebbero ancora meno, se avessero la certezza di uno stipendio sicuro a fine mese. Mentre tutti quelli che conosco che non ci pensano nemmeno, a volere un posto fisso, sono tutta gente scetata e che esce da dentro al fuoco, e non si farà mai fermare dalla difficoltà a trovare lavoro.

5. condivido in pieno il parere espresso da Luca Sofri su Twitter: “Monti ha fatto una battuta sul posto fisso, che è un tema culturale, e non c’entra col lavoro garantito, che è invece un tema sociale“. Sul primo è lecito dire che è morto, è monotono, e sarebbe bene dimenticarsi della sua esistenza. Sul secondo, parliamone.

Dediche e richieste

sabato 28 gennaio 2012

Al distributore di benzina di via Firenze, che con soli 30 minuti di coda mi ha consentito di fare un pieno che mi ha tolto dall’ansia. Un giorno dovrò rifletterci meglio, sulla natura postcommerciale della mia vita, che mi fa mettere in testa l’idea che sia iniziato il razionamento dei tempi di guerra se solo non ci sono 7 marche di fette biscottate sugli scaffali. Insomma, forse delle fette biscottate non mi sarebbe importato granchè, ma sapere di non poter fare benzina beh, lo ammetto, mi ha messo un tantino in ansia.

Alle impiegate dell’ufficio postale di via Messina, sfinite dopo mesi nei quali ogni santo giorno di lavoro c’è l’assalto ai forni di centinaia di utenti mediamente impazienti, per il combinato disposto di attivazione delle card carburante, di aperture di conti correnti rese obbligatorie dalla Finanziaria, degli usuali pagamenti di bollette / ritiri soldi dai libretti / spedizioni di raccomandate, lettere e pacchi. Sfinite ma ancora sorridenti, e capaci perfino di amaro umorismo quando la sottoscritta gli ha presentato due card da attivare, 5 bollette da pagare (col Bancomat!) e una di loro mi ha detto: “Nessuno avrá pietá di noi, oggi, giusto?”. Sfinite e sorridenti ma fino ad un certo punto, perchè quando l’ennesimo utente cerca di fare il furbetto ed entrare dopo l’orario di chiusura e alza pure la voce, la fila di signore si alza compatta ed abbaia all’unisono contro il giovanotto, che si spalma contro il vetro stile Gatto Silvestro nel tentativo di retrocedere

(naturalmente quando è stato il mio turno, dopo due ore e venticinque minuti di attesa, la procedura che fino a quel momento per tutti i circa 120 utenti che mi avevano preceduta era andata liscia come l’olio, è crashata: oltre alla breve ma violenta colluttazione verbale poc’anzi descritta, l’eliminacode è impazzito e ha cominciato ad andare avanti da solo, per cui si sono affollati intorno ad un solo sportello (il mio, ca va sans dire) cinque o sei numeri progressivi, i cui titolari erano tutti oltre la settantina, che ho dovuto sedare e ordinare manualmente)

E infine, agli amici un tempo complici, conviviali, perfino affettuosi, che fuori dall’ufficio postale oggi hanno finto di non vedermi perchè gli pesava il culo venire a salutarmi, auguro affettuosamente di trovarsi senza benzina nel cuore della notte in mezzo ad una nevicata fitta spersi in una stradina di campagna sconosciuta e che una tempesta solare abbia interferito con i satelliti per cui misteriosamente il solo telefono cellulare in assoluto che si possa chiamare in soccorso è il mio.

Che però io tengo spento, perchè dormo.

Ridategli la casa!

venerdì 13 gennaio 2012

In genere su questo blog si raccontano catsi e matsi squisitamente inerenti la sottoscritta. I motivi per i quali faccio una eccezione li spiego alla fine, e si riassumono in una serie di considerazioni che non valgono solo per questo caso specifico, ma anche da casi come questo originano.

Un mio amico (chiamiamolo A.) possiede un appartamento, che ha acquistato tramite una agenzia immobiliare. L’agenzia sa che l’appartamento è (momentanenamente) vuoto, e chiede ad A. se vuole affittarlo, per un periodo molto breve, ad una tizia (chiamiamola B.), amica della agente immobiliare (che chiameremo C.).
A. è perplesso, non vorrebbe affittare, ma C. prega implora insiste dando ampie rassicurazioni sulla affidabilità di B. tanto che alla fine A. cede. All’appuntamento fissato nell’agenzia A. si presenta con contratto e chiavi, B. non si presenta. C. insiste perchè A. lasci chiavi e contratto (già firmato da A.), assicurando che farà firmare B. appena riuscirà a vederla, e provvederà a registrarlo.

Vi risparmio tutto quello che ne è seguito, sappiate solo che al momento la situazione è la seguente:

  1. il contratto non è mai stato mai firmato da B., che però ha occupato tranquillamente la casa (ammobiliata);
    B. è morosa di un cospicuo numero di mensilità del fitto;
  2. B. nonostante i ripetuti solleciti si rifiuta di liberare l’appartamento, cosa che sarebbe dovuta accadere a Settembre scorso; nel frattempo, A. ha perso  la possibilità di fittarla ad altri, e anche di venderla, pur avendo trovato sia altri affittuari che possibili acquirenti;
  3. l’agenzia immobiliare si tira fuori dalla vicenda, sostenendo di non aver mai avuto mandato da A. ad affittare, e del resto non esiste un contratto firmato nè registrato all’Agenzia delle Entrate (C. è sparita, ufficialmente malata);
  4. dopo ripetuti solleciti, fax, raccomandate, appuntamenti saltati, promesse di saldo fitti e liberazione appartamento non mantenute, A. si rivolge alla legge: Carabinieri, Polizia, avvocati. Che finora non hanno – letteralmente – cavato un ragno dal buco;
  5. quando finalmente di sua spontanea volontà B. si decide a lasciare l’appartamento lo fa portandosi via parte dei mobili e delle suppellettili, di fatto RUBANDOLE (utilizzando addirittura un furgone) ad A., che la denuncia per furto;
  6. B. minaccia A. di denunciarlo alla Agenzia delle Entrate per la mancata registrazione del contratto, e lo minaccia di non restituire parte di mobili e suppellettili sottratte, se A. non ritira la denuncia, cosa che A. si rifiuta di fare (e vorrei vedere);
  7. attualmente B. è in galera per spaccio di sostanze stupefacenti. A., che lo ha appreso dai giornali, teme, giustamente, che il giudice le conceda gli arresti domiciliari, dopodichè io temo che la speranza di rientrare in possesso della casa vada definitivamente a farsi benedire.

Alcune considerazioni.

Ok, A. è stato ingenuo, sprovveduto, si è fidato di chi non doveva, tutto quello che volete voi. Fatta pulizia di questo, andiamo avanti.

La legge generalmente è fatta per tutelare la parte più debole. Giustissimo. L’idea però che il “padrone di casa” coincida con il bieco capitalista ricco e cattivo, mentre l’affittuario sia sempre il povero cristo in difficoltà, oggi, nel 2012, forse andrebbe rivisto. Perchè non è possibile, come mi scrive A., che

B. non paga -> non si può fare nulla
B. occupa abusivamente la casa -> non si può fare nulla
B. deruba -> non si può fare nulla
B. porta marijuana al marito in carcere -> viene arrestata
Socialmente é più rilevante che suo marito si faccia gli spinelli o che io e chi mi sta vicino sia ridotto alla disperazione?

Corollario: senza nemmeno pensarci troppo, mi vengono in mente almeno altri due casi simili: a. la tutela da parte della legge delle mogli rispetto ai mariti in caso di separazione (troppi ne ho visti di mariti spolpati vivi da mogli nullafacenti e nullatenenti che vivono alle spalle dell’ex marito mediante raggiri giuridici e ricatti morali di vario genere); b. la tutela dei lavoratori disonesti e sfaticati rispetto ai datori di lavoro onesti e rispettosi della legge (e se non ci credete, andate a leggervi questo libro, e poi ne riparliamo).

Quello che vorrei dire è che forse, nel 2012 appunto, sarebbe il caso di parlare di diritti e doveri nei rapporti regolati da contratti, senza più pre-concetti e pre-giudizi su quale parte sia più debole e più forte, perchè siamo più in un tempo nel quale non è più tanto facile dire quali sono gli oppressi e quali gli oppressori, dal momento che si da il caso che negli ultimi 80 anni anche gli oppressi abbiano imparato benissimo come le leggi a loro tutela (originariamente) possano essere usate per fargli fare il porco comodo che credono.

Sarei contenta però di sentire altri pareri.

Libri che ho letto

giovedì 12 gennaio 2012

Divorato in una notte, è un libro che parla di disavventure sentimentali e di telefoni cellulari. Il motivo per il quale ho speso ore di sonno per leggere questo libro, dunque, si puo’ riassumere piu’ o meno così: Poppy (la protagonista) sono io.  Sono io, quella che  vive attaccata ad uno smartphone, che, come ho scritto altrove, talvolta fa più compagnia di un essere umano, e che si sentirebbe persa e sola al mondo se perdesse il proprio. Sono io, quella che non esiterebbe a rubare un telefonino altrui – in caso di emergenza, ovviamente – e a ficcare il naso in mail e sms che non sono i suoi, ricostruendo storie, e inventando quello che non riesce a ricostruire su basi oggettive. Sono sempre io, quella che affronta le cause perse (“Ma CERTO, che è importante!!” in effetti potrebbe tranquillamente essere il mio motto), quella che si sente sempre inadeguata, quella che vede il mondo attraverso lenti rosa salmone e che sicuramente manderebbe mail credendo di fare bene per trovarsi poi irrimediabilmente nei guai. Sono io, infine, quella che ha avuto (o avrebbe voluto avere, vabbè) solo uomini inaffidabili, egolatri e incapaci di assumere impegni.

Se siete donne più o meno così, leggete questo libro. Se non lo siete, o – peggio – siete uomini, leggetelo lo stesso, perchè come dimostra la sottoscritta donne così esistono, e sono di più che quello che si pensi. Io mi sono divertita molto, anche perchè l’autrice, come ci ha già ampiamente dimostrato, sa cosa vuol dire raccontare una storia con stile, uno stile brillante e coinvolgente ormai inconfondibile.

Sophie Kinsella – Ho il tuo numero - Ed. Mondadori (ebook) 

********************

Dio mio, che cupezza. Questo è stato il primo pensiero quando ho chiuso il libro. Io adoro, letteralmente adoro Stefano Benni. Ho letto tutto, e aspetto il libro successivo come il Sahara aspetta la pioggia. Stavolta poi le parole che già sapevo avrei amato erano racchiuse nella morbida tascabile adorabile brossura blu scuro di Sellerio, che per me è un piacere già da sola. Oddio, delusione totale. Dove è finita la satira, amara, ok, rabbiosa, ma con un sottofondo di speranza, cui Benni ci aveva abituati? Fra questa ultima fatica e Terra!! o Saltatempo c’è la stessa differenza che c’è fra un funerale di Stato in un film e un funerale vero, di una persona a cui volevamo bene. Terra!! finiva con un gigantesco buffet di personaggi improbabili, ma l’enigma era stato risolto e la nuova Terra – forse – trovata. Saltatempo, pervaso da una meravigliosa vena di nostalgia canaglia, finiva con il protagonista che decide di iscriversi all’Università, di andare avanti, di aprirsi una strada verso il domani. Speranza, futuro.

Stavolta – ripescate a fatica nella trama oscurissima – sono chiare solo due cose: che si parla di dipendenza da psicofarmaci e che si racconta un’esperienza di lungodegenza (un ospedale? una clinica per disintossicazioni? un manicomio?) dalla quale si esce più o meno come prima, ma più tristi, e privati di qualunque speranza, nostalgia, finestra sul futuro. Mi spiace se le esperienze sono state personali, ma no, davvero questo libro non mi è piaciuto. E dopo le semidelusioni di Achille Piè Veloce (non ne ricordo neppure la trama, perdonatemi) e di Pane e Tempesta (gradevole, ma scritto rimasticando personaggi e situazioni già note, un classico “scusate, ma mi scade la rata del mutuo” che però uno non si aspetta dal Lupo), questa discesa negli inferi della disperazione mi ha fatto paura, e messo tristezza. Rivoglio la Luisona, l’egoarca Mussolardi, gli indios guatabaya, Margherita Dolcevita, rivoglio quei meravigliosi giochi di parole e invenzioni di linguaggi che mi hanno cresciuto. Rivoglio Stefano Benni.

Stefano Benni – La traccia dell’angelo – Sellerio Editore

 

Io e l’iPad – Cronistoria di un amore

lunedì 9 gennaio 2012

Alla fine l’ho comprato.

Mi dispiace per i giovanotti dell’Apple Store del centro, ma l’ho preso in un punto vendita di una nota compagnia di telefonia cellulare, la mia, perchè l’offerta era piuttosto allettante. Praticamento lo pago a rate, inclusa la tariffa per la navigazione 3G a volume, ma è un volumone che io non userò mai, quindi per me è come se fosse flat. Tra l’altro, mi ri-dispiace per giovanotti dell’Apple Store del centro, ma il gentile commesso del punto vendita della nota compagnia di telefonia cellulare ne sapeva molto più di loro, sul prodotto e su quello che ci potevo o non potevo fare.

Va bene. Complice anche una strepitosa custodia rosso fuoco che mi ero procurata ancora prima di avere l’iPad, è stato amore  a prima vista. E come in tutti i colpi di fulmine, si tende ad esaltare gli aspetti positivi e a minimizzare gli aspetti negativi. Che sono veramente pochi, comunque, e non è detto dipendano dall’oggetto, magari sono io che non ho ancora capito bene come funziona. Però, per far vedere che non ho perso del tutto la lucidità, ve li elenco.

  1. il sistema tende ad essere chiuso, ovvero funziona tutto in modo meravigliosamente semplice se oltre ad un iPad hai anche un Mac, un iPhone e un iPod. Se non ce li hai, come io non ce li ho, le procedure sono un pochino più macchinose, e prevedono giri tramite posta elettronica. Ma ci si riesce, comunque. Io finora sono riuscita ad importare in iBooks libri in formato pdf provenienti da fonti esterne, e a scaricare in Dropbox quasi qualunque cosa, in particolare files allegati alla posta elettronica. E per me è veramente più che sufficiente. Non sono riuscita a creare gli account di due indirizzi di posta elettronica provenienti da un server Aruba, ma posso accedervi tramite il sito web, quindi pace. Non ho ancora provato a spostare su un lettore di file mp3 “non iPod” la musica scaricata con iTunes, lo farò a breve e vi faccio sapere.
  2. dopo aver scaricato un album di foto natalizie, incredibilmente non sono riuscita a spedirle via email tutte insieme, o comunque a gruppi: ho potuto farlo solo una foto per volta. Indagherò meglio, non è possibile che non ci sia un accrocco che consenta di spedire tre foto insieme.
  3. l’iPad non dispone di una porta USB (ma perchè?). Ho un adattatore che sarebbe nato per scaricare le foto, appunto, e che di fatto si traduce in una porta USB: però ho provato a collegarci una pendrive, e non è successo nulla. E non avendo sull’iPad niente di simile ad una Gestione Risorse, come c’è in Windows, non so nemmeno come fare a capire se l’iPad “legge” o non legge la pendrive. Su questo punto sono graditi suggerimenti.
  4. iPad e videochiamate con Skype: no, non ci siamo proprio. Semplicemente, non funziona. Non si attiva il video e la voce è completamente assente, nonostante l’audiotest di Skype funzioni bene. In effetti ho letto commenti molto negativi sui forum, e posso immaginare dipenda dall’esistenza sull’iPad di un’app chiamata FaceTime, che però va bene per videochiamare solo altri utenti che hanno FaceTime (vedi punto 1.).
    E questo non va bene. 
    Dai, Steve (buonanima): non puoi ignorare che mezzo mondo (letteralmente) usa Skype per chiamare e videochiamare. La chat funziona, ma in modo basic, non ha emoticons per cui o ti ricordi il codice o ciccia. Dai, su su: abbandona il tuo integralismo e rendi Skype perfettamente utilizzabile anche da iPad.
  5. non tutte le app possono essere scaricate via connessione 3G: per alcune, quelle più pesanti, compreso un aggiornamento software, ho dovuto aspettare di essere in un’area wireless, oppure di sincronizzarmi con iTunes sul pc. Potrei un giorno essere in una situazione nella quale non è possibile nè l’una nè l’altra cosa, e mi pare un po’ limitante.

Per il resto, che vi posso dire?
Stupore primigenio e occhietti a cuoricino come si conviene ad un vero amore.

Integrazione totale fra posta, Dropbox, agenda appuntamenti, blocco appunti. l’iPad legge qualunque formato di documento arrivi per posta. Ho scaricato Pages e a dispetto dei commenti negativi trovo che funzioni benissimo, almeno per le cose basic che devo fare io. Ho creato un documento con dentro una foto, l’ho spedito, e al momento di spedirlo ho avuto la possibilità di salvarlo in pdf o in doc: che voglio di più dalla vita? Inoltre, la copia master rimane sull’iPad, si salva IN AUTOMATICO (finito l’incubo dell’oddio, ho chiuso senza salvare!!) e posso riaprirlo  e modificarlo e rispedirlo con tre tocchi.

Il lettore ebook è perfetto, con possibilità di ingrandire / rimpicciolire il testo, aumentare / diminuire luminosità, mettere un segnalibro, fare ricerca testuale. Nello Store i libri costano mediamente meno (talvolta molto meno) dei libri in libreria, e i grandi classici sono gratis (ho scaricato la Divina Commedia, così, per fare scena e far vedere che ho fatto il liceo classico – il prossimo passo sarà scaricare l’Odissea con testo greco a fronte -  e mi sono messa a cercare le quartine che mi ricordavo a memoria. Meraviglioso).

L’uso delle dita per aprire, chiudere, allargare, restringere, espandere, sparpagliare, riaccorpare, rimanda ad una manualità antica, riporta proprio all’homo faber, alla necessità del cervello di manipolare, di usare le mani per creare. Avevo un secco pre-giudizio contro il touch screen, che ho abbandonato in tre minuti netti.

(ho anche giocato per tutte le vacanze di Natale ad Angry Birds, accanendomi come una bambina di 11 anni, ma magari questo non raccontiamolo in giro)

Chicca: se vuoi scrivere una url in una pagina web, la tastiera virtuale NON fa comparire la barra spaziatrice, da momento che non serve, nelle url non possono esserci spazi vuoti. Raffinatezza estrema, che ci ho messo qualche minuto a comprendere.

Per il momento non mi viene in mente altro.
Ma aspettatevi aggiornamenti.

Facciamo il punto (sottotitolo: senza capo nè coda)

venerdì 16 dicembre 2011
  1. forse compro un iPad
  2. è un inverno assurdamente caldo, ha fatto caldo finora ma si guasterà farà freddo e verrà forse perfino la neve esattamente in concomitanza con l’arrivo di mia sorella. Così, giusto per farci stare un po’ con le palle in mano
  3. UDMV si ostina a ignorarmi e a non voler riconoscere che sono io la DDSV. Quando verrai da me piangendo a dirmelo implorandomi di darti un’altra possibilità, sarà troppo, troppo tardi. Sappilo
  4. ho speso un botto in sciarpe e foulard, quest’inverno: non ci posso fare niente, è una droga, è più forte di me, le adoro, ne ho di tutti i generi prezzi materiali colori fantasie
  5. ho finito gli acquisti di regali natalizi ben prima di Natale, riuscendo, come mi ero ripromessa, ad evitare le corse disperate dell’ultimo minuto e gli acquisti tanto per
  6. a Natale mi regalo un iPad. Se trovo risposte convincenti a tutte le domande e se riesco a bilanciare il parere degli entusiasti con quello dei detrattori (Jobs, come è noto, o lo si odia o si ama)
  7. tutti parlano della timeline di Facebook ma io ho ancora la vecchia versione. Dal che è evidente che Zuckerberg mi odia
  8. quando avrò l’iPad, mi servirà ancora un BlackBerry? domanda che mette in moto mozioni affettive e quindi non ci voglio pensare perchè va bene le novità, ma i vecchi amori non possono finire così. Mi ha fatto più compagnia lui negli ultimi tre anni di qualunque altro essere umano (no, non lo voglio un gatto, non mi piacciono gli animali)
  9. stasera c’è vento, tanto vento, una bufera di vento. Io odio il vento, mi innervosisce il rumore delle imposte che sbattono e delle serrande che gemono e delle cose che cadono e rotolano il fischio nelle finestre che non chiudono bene. Stanotte non dormirò e resterò a pensare all’iPad al maltempo a UDMV e al biglietto del Superenalotto che ho giocato e ancora non so se ho vinto (seeehh figuriamoci. Però fino a domani ci posso ancora sperare, e sperare è importante)
  10. ma mi servirà davvero un iPad?
  11. stasera ho usato i prodotti che ho comprato ieri – spendendo un altro mezzo botto – nella profumeria di una amica (una di quelle persone che conosci da sempre e poi ritrovi e riscopri così, senza sapere come è successo – grazie sempre facebook e social network vari). Saponi per detergere il viso, cremine idratanti. Ho una pelle da urlo,  stasera,  sembro Cenerentola la sera del ballo. Bibidibobidibù
  12. chi siamo? dove andiamo? quando arriviamo? perchè siamo partiti?
  13. buonanotte, vado a (non) dormire. E a sognare iPad che rotolano portati via dal vento.

Di Rifkin, di piccole incoscienze rivoluzionarie e di polli all’arancia

venerdì 2 dicembre 2011

E niente, sono qui dopo aver ascoltato Jeremy Rifkin, stamattina, che ci dice che siamo sull’orlo del baratro (anche lui!) e l’unica soluzione sono le energie alternative e la green economy. Partire dal piccolo, dall’ognuno per sè, poi diventare piccoli nodi di una minuscola rete, poi le reti possono collegarsi fra loro, e diventare città, e le città provincie e regioni, e nazioni.
E mondo.
Il mondo è nelle nostre mani.
Cosa stiamo aspettando? non occorre che ci pensi  il governo, o la politica (che difatti Rifkin ha ignorato, volgendo ostentatamente le spalle al tavolo delle istituzioni): se io domani decido di mettere celle solari al mio appartamento, ho dato  il mio piccolo contributo. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità.

Il momento più bello della mattinata (che ovviamente nessuna cronaca ufficiale riporterà) è stato quando, sollecitati a fare domande, dalla platea di universitari si è alzata una ragazzina minuscola che in un buon inglese ha detto

Mr. Rifkin, lei parla di green economy come dell’unica risorsa possibile per il futuro. Ma i nostri governanti, che sono alle sue spalle, sono ancora fortemente focalizzati suòla risorsa “petrolio”. Per favore, potrebbe dire loro qualcosa?“.

Boato.
Applausi scroscianti.
Il tavolo delle istituzioni con facce sul verdognolo.
Brava, ragazza.
Ma neppure Rifkin ha affondato, si è limitato a ripetere che la rivoluzione green è bottom up.
“People have the power”, come canta la sua quasi coetanea (come vola, il tempo) Patti Smith.

(alzate le casse, e e provate a dire che non vi viene voglia di ballare)

Sarà per Rifkin, sarà per non lasciare isolata quella voce giovane e incosciente eppure così forte della sua semplicità, così lampante e serena, domani viene da me un amico che si occupa di impianti ad energia solare per privati. Voglio vedere se si può mettere il solare per riscaldare e portare l’acqua calda in mansarda, e se il preventivo è umano o mi devo vendere un rene. E se magari l’ingegnere del terzo piano ha voglia di diventare il secondo nodo della nostra minuscola rete condominale.

L’entusiasmo è contagioso.
Galvanizzata da Rifkin e dalla piccola incosciente, stasera mi sono messa seriamente ai fornelli e ho sfornato un piccolo capolavoro: petto di pollo all’arancia. Venghino, siore e siori, che c’è la spiega.

Ingredienti per 1 persona
1 petto di pollo
1 arancio non trattato e fresco [grazie, Nicola! N.d.R.]
1 tocchetto di burro
1 cucchiaio di cipolla tritata
1 cucchiaio di miele
1 pizzico di peperoncino
sale q.b.

Soffriggete nel burro la cipolla e la scorza dell’arancio grattugiata. Aggiungete il petto di pollo a tocchetti e fate rosolare mescolando spesso. Facoltativa una puntina di fecola o mezzo cucchiaino di farina. Quando il pollo è ben rosolato, aggiungete il succo dell’arancio e dopo 1 minuto il cucchiaino di miele e il peperoncino. Ancora un minuto per sciogliere il miele, e potete servire, ben bollente. Con purè di patate, se volete strafare, o insalatina di campo mista condita con olio e limone.

Lo so, Rifkin è vegetariano.
Vabbè, una cosa per volta.

Pensare pensieri propri, ovvero la condivisione su Facebook

mercoledì 30 novembre 2011

Abbiamo una testa, giusto? E dentro c’è un cervello. Non sempre denso di materia grigia, ok, ma comunque tutti formuliamo pensieri, più o meno profondi, più o meno sensati, più o meno coerenti.

Più o meno originali.

Non so voi, ma io sono molto fiera dei miei pensieri, anche quando non sono granchè. In ogni caso, per quanto ogni tanto non vada fiera dei miei pensieri, non vorrei mai barattarli coi pensieri di un’altra persona. E quindi non capisco due cose, e tutte e due appartengono al dorato mondo del social network che tutti amiamo (Facebook, lo specifico perchè da oggi la risposta non è poi così scontata, essendo giusto oggi il giorno che tutti hanno realizzato che forse agli italiani piace di più Twitter).

1. le citazioni. Detesto le citazioni su Facebook. Una ogni mese può succedere, muore Steve Jobs ed è ovvio che tutti prendano una frase del mito e la facciano propria. Ma conosco gente che si è iscritta a Facebook e da quel giorno ha solo postato citazioni. Due al giorno, come le pillole. Perlopiù roba dozzinale e banale, perchè non è che il regno delle citazioni sia infinito, e quando hai saccheggiato Oscar Wilde e Hemingway e Seneca scava scava poi cominciano a rimanerti solo Peppino Gagliardi e il fratello di Parascandolo. Ma è possibile che a queste persone non venga mai uno sprazzo, un guizzo, uno scatto di dignità dei neuroni per cui abbiano una cosa, una sola, anche piccola, da dire al mondo, ma che sia stata pensata da loro e non da altri?  Perchè nascondersi dietro Pablo Neruda per dire una banalità?  E dilla tu, e assumitene la responsabilità! Ecco, io credo sia una questione di a) gigantesca pigrizia; b) desiderio di non assumersi la benchè minima responsabilità. Perchè se la citazione la citi, evidentemente è perchè la condividi nella sua essenza. Se però è una stronzata, un pensiero banale o scemo, e qualcuno lo fa notare, si può sempre dire “Ah, ma non l’ho detto mica io. L’ha detto Ionesco!”  Io non li sopporto, quelli che non si assumono responsabilità, e trovo irritantissimi quelli che si nascondono dietro citazioni a raffica. Ne ho cancellati non pochi.

2. le condivisioni del pensiero del giorno. Esistono pagine Facebook che sfornano ogni giorno quei sei o sette jpg con la spiritosaggine – appunto – del giorno. Talvolta è satira, talvolta espressione di rabbia popolare, talvolta sono appelli personali o per cause sociali. Spesso la materia sconfina nello spam, con appelli per falsi virus o improbabili bug di Facebook che danno istruzioni dettagliate (due pagine) per evitarli. Io li ho sempre ignorati, che Zuckerberg faccia di me quello che vuole. Non ho foto di cui mi debba vergognare e il mio capo c’è già, su FB, e legge già tutto quello che scrivo. Ma torniamo al jpg da condividere o taggare con la spiritosaggine o l’appello del giorno. Oggi per esempio c’era un riquadro giallo, con scritta nera e rossa, che diceva

PAGO VOLENTIERI LA TASSA SUGLI ANIMALI CHE MANTENGO A CASA
SE MI TOGLI LA TASSA PER I MAIALI CHE MANTENGO A ROMA

Ah, ah. Ok, carina, simpatica  [anche se la prima parte si basava su un assunto del tutto falso, ma vabbè, questa è un'altra storia]. Però ben pensata, forse in bagno, da qualcuno che si faceva la barba o la doccia. Un lampo, non una genialata però godibile.
La prima volta che l’ho letta.
Alla 114° condivisione mi bastava vedere un’ombra gialla sulla home page perchè mi venisse la nausea e la frase che al mattino mi era parsa così simpatica mi sembrasse una idiozia qualunquista e intollerabile come mutande di carta vetrata.

Ecco, anche in questo caso, perchè la gente condivide? C’è stato uno che ha avuto l’illuminazione, va bene. Perchè non provate ad averla voi, un’altra illuminazione? e se non vi viene niente, non è meglio continuare a leggere, anzichè volere per forza scrivere (roba di un altro, anche qui?). Insomma, non condividete frasi, vi prego. Anche perchè è anche così che le masse vengono appecoronate, cambia solo il mezzo. Dal ripetere tutti le cose che uno solo ha pensato la mattina al Grande Fratello (quello di Orwell, eh, non la boiata tv) il passo è breve.
Se condividete la rabbia o il dolore o l’allarme o lo spirito, ditelo a parole vostre.
Oppure non dite niente, io vi voglio bene lo stesso.

Ingorghi (su Twitter?)

martedì 22 novembre 2011

Si, ecco, sarebbe il caso di scrivere qualcosa di nuovo.

Ma non è stata una settimana travolgente. E’ evidente che non ho lo stesso segno zodiacale del prof. Monti, per dire: per lui sì, che è stata la settimana che ti cambia la vita. La cosa più eccitante che mi è capitata è stata sturare il lavandino del bagno con la soda caustica. Cioè, non lo so se è soda caustica: è un barattolino di pietruzze grige che si compra al discount e risponde al poco originale nome di STUR. Si versano le pietruzze nel buco del lavandino e sopra ci si buttano due litri di acqua bollente, avendo cura di tenere lontana la faccia. Qualche secondo di orribili rumori digestivi da film dell’orrore, qualche rigurgito nei casi più gravi, et voilà, si può far scorrere acqua tiepida nella certezza che scivolerà via senza più intoppi.

Per analogia (o forse no, ma vabbè), rifletto ancora su Twitter.

Come sanno ormai anche le pietruzze di STUR, non mi reputo esperta. Però frequento il web da molti anni, ho fatto i miei errori e con gli anni mi sono fermamente convinta che un massiccio utilizzo del buon senso e di tutta la materia grigia che ci portiamo dentro (poca o molta, quella è, basta farla funzionare al massimo delle sue possibilità) è più che sufficiente per viverci dentro con seremità, nel web, traendone tutto il buono possibile, che è tanto.

[l'ho già detto che il web, essendo uno strumento, come tutti gli strumenti non è nè buono, nè cattivo, buono o cattivo è l'uso che se ne fa? sì, vero? e se non l'ho detto io, l'ha detto di sicuro qualcun altro, e io sottoscrivo]

Prendiamo due questioni molto dibattute in questi giorni: la storia di @palazzochigi e il massiccio arrivo di persone di spettacolo su Twitter (l’onnipresente Fiorello su tutti). Non sto a fare disamine tecniche, le fanno altri molto meglio di me (su @palazzochigi ad es. ne ho letta una  ben fatta e convincente (via Catepol). Dico però che ad utenti con un minimo di esperienza, come la sottoscritta, o semplicemente dotati di un po’ di senso comune, bastavano poche letture per capire che si trattava di un fake – se in buona o in mala fede, se con intenti puramente ironici o addirittura satirici, questo si capiva meno, in ogni caso addirittura chiuderlo mi è parsa misura esagerata, a meno che non l’abbia chiesto il prof. Monti in persona.

Come pure basta poco per capire se il VIP che ha aperto l’account Twitter lo usa in modo proprio o improprio o inutile o addirittura dannoso; se sanno che strumento di comunicazione hanno in mano, o non lo sanno (@BFiorello, ad esempio, secondo me non ci ha capito nulla, ancora, si muove confuso, ovviamente si annoia o si è spaventato e tra poco molla). In genere, io sono abbastanza poco interessata a chi si iscrive solo ed esclusivamente per pubblicizzare iniziative proprie in corso (Fiorello continuerà a mitragliare post anche dopo che il suo spettacolo su RaiUno sarò finito?), come detesto i politici che usano account(s) Facebook o Twitter solo durante la campagna elettorale, e poi spariscono in un buco nero dell’etere. Il che, a ben vedere, è esattamente il contrario delle politiche wikicratiche, la più interessante delle discussioni che imho c’è al momento in rete, insieme a quella degli opendata, con la quale va del resto a braccetto. 

Io del VIP o presunto tale voglio sapere che pensa del mondo che lo circonda, in che mondo vive, che vita fa, che problemi incontra nella giornata media, possibilmente quando NON è sotto i riflettori: ovvero, più o meno le cose che scrivo io (riflettori esclusi).  Dal politico voglio sapere cosa fa tutti i giorni, come si costruisce giorno dopo giorno la sua azione politica, che decisioni prende e perchè. Poi vorrei anche che mi rispondesse, se gli faccio una domanda, invece di limitarsi a sentenziare, però mi rendo conto che questo presuppone un mondo perfetto e ideale del quale al momento non abbiamo tracce.

Sia all’uomo di spettacolo che per al politico, io non chiedo di essere sempre impeccabili, nè di essere tuttologi, come non lo è nessuno di noi. Si possono avere piccole ignoranze, cedimenti, momenti di debolezza, incertezze, si può non avere una opinione su qualcosa (ma promettere di informarsi per farsela). Si può confessare di non resistere alla cioccolata fondente, e di preferire le camicie alle polo. Si può condurre una campagna contro la vivisezione, e restare tiepidi di fronte alla legge sull’editoria che taglia la possibilità di fare sconti nei negozi di libri on line. Una immagine più vera di uomini normali che il caso o la volontà hanno posto sotto una luce diversa da quella sotto la quale siamo tutti noi. Meno immagini leccate, insomma, meno falsità. Ecco cosa mi piacerebbe leggere su Twitter.

Va bene, la smetto.
Ma non ho finito, eh.

Twitter, le cose che ho capito

lunedì 31 ottobre 2011

Consapevole del fatto che le mie riflessioni sono datatissime e sono state già fatte eoni fa da tutti i geek del pianeta, procedo a testa bassa: come per tutti gli Arieti megalomani di questa terra, conta solo quello che capisco io, e quando lo capisco (tardi, in genere). In altre parole: scopro l’acqua calda. Lo so, non c’è bisogno di infierire. Stop.

Mentre su Facebook sono possibili solo due modalità di interazione (amico / non amico), su Twitter le modalità di interazione possibili sono quattro:

  • non ti seguo e tu non mi segui, ergo non ci conosciamo, non ci caghiamo e ci stiamo forse anche un po’ sui maroni. Ci ignoriamo felicemente, insomma;
  • io ti seguo ma tu non segui me: posizione detta anche del “piccolo fan”. Tu mi piaci, io leggo quello che scrivi perchè mi interessa, mi piace, mi diverte, però tu non ritieni di fare altrettanto. Probabilmente sei un personaggio famoso o semifamoso, mi guardi dall’alto in basso, non te ne frega una beneamata ceppa di sapere cosa scrivo io, ti basta sapere sapere che faccio parte del codazzo di millemila umani che leggono le tue esternazioni.
    E vabbè.
  • tu mi segui ma io non seguo te: io non sono un personaggio famoso o semifamoso. Se non ti seguo è perchè cerco di applicare una regola che mi ero posta per Facebook (e che su Twitter è del tutto vana, poi spiego perchè), ovvero che NON ti seguo se non ti conosco personalmente anche nella vita reale, oppure - corollario Twitter indispensabile – NON ti seguo se non sei una persona famosa o semifamosa  della quale mi interessa conoscere il parere, anche se non ti conosco di persona. Ma il fatto che il numero di seguiti e seguenti sulla mia bacheca sia pressochè uguale, significa che non sono poi così rigida, nella gestione di chi seguo.
    Corollario 1: su Twitter non puoi impedire di essere seguita da gente che non conosci, che ti sta antipatica, che non stimi o non apprezzi. Cioè, potresti, però è veramente antipatico e sgradevole cassare qualcuno, a meno che non ti abbia molestato o insultato in modo inequivocabile. Non ne ho la certezza, ma credo che se cancelli qualcuno dai tuoi followers lui lo venga a sapere, a differenza di quanto accade su Facebook, dove le cancellazioni degli amici sono stragi silenziose delle quali l’interessato si accorge forse dopo mesi, potendo pensare che il fatto che non legge più nulla di tuo dipende dal fatto che tu non stai scrivendo, perchè hai altro da fare. E un follower cancellato ci resta male e/o serba rancore, e non è bene. Insomma la regola su Twitter è “fare buon viso a cattivo gioco” con chi ti segue;
    Corollario 2: su Twitter occorre stare molto ma molto attenti a quello che si scrive. E questo per via di un altro diabolico gadget di Twitter, che è il retwit. Un mio follower può essere così colpito dalla stronzata che scrivo, da volerla diffondere al mondo. La retwitta, cioè la rende leggibile anche ai SUOI followers. Che io ovviamente ignoro chi siano, e che possono essere centinaia. Siccome il processo può essere ripetuto potenzialmente all’infinito, in teoria la mia cazzatina può essere letta da Barack Obama, o da un cinese che vive in Australia. O, molto più pericolosamente, dal mio collega del palazzo affianco che non ho fra i miei follower, e del quale ho appena scritto che puzza.  [N.B. l'esempio è fatto a caso, NON HO COLLEGHI CHE PUZZANO]. Quindi attenzione a non fare battute velenose su amici, su politici, a non divulgare questioni personali, notizie di lavoro riservate, giudizi su performances sessuali, insomma scrivete solo cose anonime, notizie di lavoro non riservate, cose che vedete voi ma vedono anche (molte, se possibile) altre persone, tipo commenti su una manifestazione in piazza o su un concerto pubblico.
  • tu mi segui e io seguo te: va tutto bene, ci vogliamo bene, ci stimiamo, ci commentiamo, ci seguiamo con affetto, talvolta discutiamo ma questo non mette in forse la nostra amicizia. Il passo successivo è il bacio in bocca.

Inoltre: a giudicare dai personaggi che sono su Twitter ma non su Facebook, mi sono fatta l’idea che Twitter sia considerato (anche) un mezzo di lavoro, serio, importante, dove si rilasciano dichiarazioni abbastanza serie ed importanti, mentre FB è considerato più un mezzo di puro cazzeggio, per ragazzini che vogliono mettere la foto a torso nudo. Un mezzo più megalomane, che consente di dire molte più cose su di sè con un linguaggio non esclusivamente scritto [le note biografiche, i gusti, le foto, i filmati] e quindi relativamente più facile. Un po’ la stessa differenza che c’è [adesso scateno una battaglia, lo so] fra il Blackberry e l’I-Phone. Col primo soprattutto si lavora, imho, col secondo soprattutto si cazzeggia.  :p

Infine, Facebook non ha limiti alle battute dei post, Twitter sì, e per dire cose degne di attenzione, o semplicemente per raccontare un fatto in 140 caratteri bisogna avere un grande dono della sintesi, e una conoscenza impeccabile, ricca e flessibile della lingua italiana. Bisogna spesso saper essere folgoranti, in altre parole, e non perdere tempo in premesse. Dettaglio che io amo, di Twitter, ça va sans dire.

**************************

Pubblicità Progresso - la Basilicata vista con gli occhi di un cineasta irlandese di 25 anni, dopo 7 giorni passati in giro a filmare. Ci sono altri 6 video in giro, perchè i cineasti, tutti giovanissimi, provenienti da tutto il mondo, erano appunto 7. Lodevolissima iniziativa dell’APT di Basilicata.
Guardate in che posto meraviglioso vivo io, e rosicate. 

Â