Parigi, Charlie e io

je suis charlie

Gli attentatori, ancora prima di essere islamici, erano delinquenti. Non nel senso di quello che parcheggia sulle strisce o non paga le tasse o corrompe il funzionario pubblico, ma delinquenti nel senso di brutali assassini. Ovvero una categoria di cittadini che almeno finora mi pare abbastanza minoritaria, nel corpo di una città e di un Paese.

Gli attentatori, ancora prima di essere islamici, erano francesi. Cioè nati e cresciuti in Francia, cittadini francesi come tutti gli altri, con gli stessi diritti (fra cui uno spettacolare welfare, migliore perfino di quello italiano, che già è a alti livelli) e gli stessi doveri. E quindi è ridicola la campagna della “chiusura delle frontiere” che un Salvini tutto ringalluzzito va berciando da una settimana. Per fermare alle frontiere gli attentatori di Parigi, caro Salvini, dovevi fermare i nonni, negli anni ’70, quando tu forse non eri ancora nato.

E allora. Cosa trasforma cittadini francesi in brutali assassini?

Forse – forse: interpretazione parziale e tutta emotiva, me ne rendo conto – una qualche forma di discriminazione, sottile ed impalpabile, che comunque gli immigrati ancora patiscono nei Paesi che li ospitano. Magari sono stati umiliati da bambini per il loro accento, o per la loro provenienza. Magari hanno incontrato compagni di scuola, insegnanti, condomini che non hanno apprezzato la loro diversità, nè hanno saputo perseguire fino in fondo quella chimera inafferrabile che prende il nome di integrazione. Sembravano integrati, ma non lo erano. Forse non erano nemmeno troppo intelligenti, non così tanto da voler ricavare il meglio, da quello che un paese europeo – il LORO Paese – poteva offrire loro: scuola, diritti civili, cure sanitarie, libertà di pensiero, possibilità di fare una vita migliore di quei nonni degli anni ’70. Forse erano abbastanza stupidi da poter essere indottrinati come marionette. E la religione – il fanatismo religioso – ha dato loro solo una scusa, una motivazione accecante per vendicarsi, una volta per tutte, di quegli sfottò, di quelle incomprensioni, di quella integrazione storta e mai riuscita.

Che si fa, a questo punto? Se avessi ragione, c’è una sola cosa da fare. Si migliora l’accoglienza, si migliorano le pratiche di integrazione, si fa tesoro delle esperienze di quegli immigrati di seconda generazione o terza generazione che sono diventati insegnanti, poliziotti, sindacalisti, Sindaci. Perfettamente inseriti nella vita di un Paese, indistinguibili dai cittadini da sette generazioni. Migliorare le pratiche di integrazione NON è impedire ai bambini italiani di fare il presepe a scuola. E’ farlo, e spiegare ai bambini musulmani induisti e buddisti cosa è cosa significa. E poi festeggiare – nella stessa scuola – le ricorrenze sacre dei musulmani, degli induisti  e dei buddisti, spiegando ai bambini cattolici cosa sono e cosa significano. E invitando tutti a festeggiare tutti insieme. nel nome di una multiculturalità alla quale ormai è impossibile sfuggire, è antistorico, come sarebbe stato antistorico tentare di impedire ai meridionali di andare a lavorare nelle fabbriche di Torino negli anni ’50.

Altrimenti mi tocca tremare per la mia sorte, ogni giorno che parcheggio l’auto e scambio due parole con i miei amici “Mario” e Mohammed, uno marocchino e l’altro tunisino, che lottano per loro per i loro figli e per una vita un po’ migliore.

E infine: a me le vignette di Charlie Hebdo fanno schifo. Le trovo volgari, eccessive e stupide, e non mi fanno ridere. Se abitassi in Francia, non lo avrei mai comprato, quel giornale. Ma appunto, la mia libertà di cittadina europea civile e con 2.500 anni di storia sulle spalle è proprio questa: sono LIBERA di non comprare un giornale che non mi piace, e lascio LIBERO chiunque voglia acquistarlo di farlo. Così come lascerei libero il mio amico omosessuale di sposarsi, la mia amica incinta di abortire, mio nonno di morire come più ritiene opportuno.

Tutto il resto, è dittatura.

[La vignetta è di Angela Impagliazzo, pubblicata su Repubblica ed. Napoli]

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