5 cose che ho capito il 17 Ottobre 2014 alle 17:50

camminata

  1. Gli effetti di questa vittoria sono soprattutto immateriali, e credo che della loro effettiva portata ci renderemo conto fra alcuni anni. Uniremo i puntini, come ci dice di fare Steve Jobs, e ci renderemo conto che tutto stava insieme, che quello che accadrà fra 10 o 15 anni è iniziato quel giorno, con quella meravigliosa vittoria. Per esempio il recupero della dignità, dell’orgoglio, della identità di cittadini. La consapevolezza del potere immenso delle persone, quando si mettono insieme superando differenze e contrasti. La consapevolezza del potere immenso che viene dal basso, e opera senza aspettare la legge o il decreto o il cenno del potere formale. Senza sedersi davanti ad una porta chiusa con il cappello in mano.
  2.  In realtà anche se se mi guardo indietro adesso, vedo puntini che si possono unire. Vedo un progetto che si chiamava Visioni Urbane, che oltre a creare un primo embrione di una comunità di persone con lo stesso obiettivo, ha validato un metodo. Ha scardinato per sempre il modo di lavorare in una Pubblica Amministrazione, e il metodo è stato portato di peso dentro Matera 2019.
    E poi vedo Cecilia Salvia che si volta indietro durante un viaggio in macchina a Roma, nel 2006, e comincia a raccontarmi la sua idea di rapporto fra amministrazione pubblica e cultura, la sua idea di una regione più aperta e inclusiva, la sua idea di futuro. Non ho dimenticato una sillaba di quelle parole, e non ho dimenticato quel “non fatevi fregare” detto anche a me, quando le è stato chiaro che lei, quel futuro, non lo avrebbe visto. Mi piacerebbe poterle chiedere se è fiera di noi, e se siamo riusciti a non farci fregare nel modo che intendeva lei.
  3. Il mio contributo più forte alla fase finale della corsa è stata l’organizzazione della Camminata per Matera 2019. Una delle cose più straordinarie e commoventi a cui abbia mai lavorato. Perchè mi ha restituito intatto l’orgoglio per la mia lucanità, per il nostro modo ancora molto contadino di fare le cose: onestamente, lentamente, con sacrificio immane, senza il minimo clamore, “con i panni e le scarpe e le facce che avevamo” come dice Rocco Scotellaro. Per il nostro modo ancora molto contadino di ospitare un pellegrino: senza fargli domande, offrendogli subito da mangiare e da bere e un posto vicino al fuoco, uno stiavucco con pane e companatico per ripartire.
  4. Tutti hanno contribuito come hanno potuto, alla vittoria. Io ho fatto quello che sapevo fare meglio: metterci la mia faccia, e chiedere ai miei amici di fidarsi di me. Perchè ad un certo punto ho capito che serviva la collettività, quel pezzo di regione fuori da Matera che ero in grado di movimentare, e che alla fine conosco meglio. Sono stata fortunata: ho amici intelligenti, che mi hanno seguito. Beh, quasi tutti.
  5. Il lavoro – duro, durissimo, tre anni di ventre a terra con mezzo fegato sbrindellato dalle incomprensioni – paga. E paga quando c’è un obiettivo, ben definito, non troppo lontano nè troppo vicino, che riesca a coagulare l’intelligenza individuale e collettiva intorno ad un punto. Paga quando sai che quel mattoncino che stai mettendo, piccolo o grande che sia, lastrica una strada che va da qualche parte, e dove vada è chiaro a tutti. Una cosa di cui sentivo un disperato bisogno.
    Poi si poteva perdere, naturalmente.
    Però abbiamo vinto 🙂

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