Sempre con me

Bruce Springsteen è sempre stato uno dei miei rocker preferiti. Lo era da quando a 17 anni uscì Born in the U.S.A. e rimasi folgorata prima da quel culo col cappellino appeso alla tasca e la bandiera america sullo sfondo, e poi da quelle tracce indimenticabili. A 17 anni il mondo è un posto meraviglioso pieno solo di belle sorprese, o almeno, per me era così, e mi pareva che Springsteen cantasse soprattutto questo: la strada che corre dritta davanti a noi, che puoi percorrere in tutta libertà, svoltando dove ti pare. O fermandoti, se vuoi. Una di quelle strade americane da film, una Route 66 calcinata dal sole da fare con una Harley Davidson dietro all'uomo della tua vita.

Nel corso degli anni Springsteen è stato sempre con me, prima in un walkman, poi in un lettore Mp3, mentre viaggiavo, studiavo, o correvo. Springsteen è perfetto per correre, ti pompa sangue nel cuore e aria nei polmoni anche quando ti pare di non averne proprio più e l'unica alternativa possibile sembra fermarsi.

Il 23 maggio scorso ero a Piazza Plebiscito insieme ad altre 20.000 persone, ad ascoltarlo per la prima volta dal vivo. Sono passati 30 anni da Born in the U.S.A., per me ma anche per lui. Sono passate canzoni, viaggi, corse, delusioni, paure, gioie e treni presi e persi.

Ed è successo l'imponderabile: mi sono innamorata.

Innamorata: non saprei come diversamente chiamare l'emozione violenta che mi ha procurato il mio primo concerto di Bruce Springsteen, che mi ha scosso come se avessi infilato le dita nella presa fin da quando è comparso sul palco alle 18:30, da solo, con la chitarra in mano, per un fuori programma per noi, quelli che stavano già lì ad aspettare da due ore. Fra lo stupore dei presenti, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. In effetti, ho pianto quasi tutto il tempo, e quando non piangevo saltavo e cantavo.

Una emozione violenta, che non mi passa. Che mi ha spinto a cercare febbrilmente file di canzoni, wikipedia, playlist, foto, notizie di giornali. Che mi spinge a cercare in continuazione la compagnia anche solo virtuale delle amiche che erano con me, e che hanno sentito – ne sono certa – la stessa violenta emozione mia. Possedute, tutte. Ipnotizzate.

Non so se per quella inconfondibile staordinaria voce arrochita dagli anni. Se per quella magnetica presenza scenica, l'empatia col pubblico, l'incontenibile energia, il magnetismo sessuale – diciamolo pure – di quelle maniche di camicia arrotolate sui bicipiti e dello spruzzo di capelli grigi. Se per quella musica, flat, brutale e priva di qualunque sofisticazione – come piace a me, perchè flat, brutale e priva di sofisticazioni sono io –  so non essere per i tecnici niente di straordinario (le canzoni, alla fine, si somigliano un po' tutte).

Forse allora per quei testi, dove ci sono quasi sempre le parole home, road e land, per me evocative in ogni caso, perchè io sono un una quercia di montagna, un pino loricato, voglio le mie radici ben salde al terreno, voglio un posto dove tornare, un nido, possibilmente sempre lo stesso, uan rete protettiva di antiche amicizie e relazioni. Testi che raccontano l'opposto di quello che immaginavo nei miei 17 ignoranti anni: niente avventura, ma invece molte delusioni e disillusioni, tanta amarezza, nostalgia e forse – forse – un lumino di speranza.  Emozioni che ci sono familiari, a noi sfigatissima generazione anni '80, troppo giovani per il '68 e ormai troppo vecchi per inventarci qualcosa di nuovo.

Una emozione violenta, ma non dolorosa, che vorrei non mi passasse mai.

Si vede che ne avevo bisogno.

Colonna sonora: Pay me my money down (la più flat di tutte)

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