Senza titolo

Non so manco che titolo dare a questo post, perchè mi rendo conto che su quello che lamenterò nelle prossime righe tanta, tantissima gente ci campa, alcuni male, altri dignitosamente, altri schifosamente si arricchiscono. E vi dico subito che non sono in grado di dire chi rientra in ciascuna delle tre categorie, ma la distinzione di sicuro c'è.

Il sottotitolo però lo so. E potrebbe essere: “osservazioni banali sul turismo in una domenica di quasi estate a Roma”.

Musei Vaticani. Sono insieme ad una scolaresca di ragazzini americani delle superiori, ed i loro insegnanti. Non chiedetemi perchè, non è importante. Importante è che abbiamo una prenotazione per una visita – con guida – ai Musei Vaticani. Tempo prenotato: 4 ore. Mi sembra un tempo immenso, onestamente, ma disciplinatamente mi accodo al gruppo ed entriamo. Va bene, è una domenica di quasi estate, finalmente è bel tempo, tutto vero. Però l'atrio dei Musei somiglia molto da vicino alla idea che mi sono fatta del vestibolo dell'inferno il giorno del giudizio universale. Una bolgia di voci in tutte le lingue, una folla vociante e rumorosa che ondeggia, centinaia di cappellini magliette macchine fotografiche zainetti. E sulla folla, i bastoncini coi fazzoletti – rossi, tricolori, a scacchi, a strisce – che servono alle guide (mandriane di greggi spesso indisciplinate) a radunare le pecorelle per il passaggio nella salaa successiva. L'aria condizionata, se c'è, non è sufficiente. E complice il caldo, la gente puzza. Non so come dirlo più gentilmente: nell'atrio c'è odore di stalla e umanità compressa.

La nostra guida si chiama Valentina ed è molto brava. E' solo grazie a lei che le 4 ore passano in modo relativamente indolore. Adesso per fortuna si usano le radio cuffie che consentono a lei di parlare anche mentre cammina, voltando le spalle al gruppo, e tutti possono ascoltarla. E quindi ho modo di osservare, mentre ascolto e cammino. La gente passa. Non si ferma quasi mai a guardare, passa e basta. Una fiumana in piena che passa nelle sale dei Musei per lo più senza capirci un cazzo, senza sapere perchè è lì. Scusate, sono orribilmente razzista, ma sono sicura che il gruppo rumeno o polacco o brasiliano o americano o russo che in 3 minuti attraversa il corridoio delle carte geografiche non vede l'ora di uscire di là, e non sarebbe in grado di dire qual è la differenza fra quella sala e le stanze di Raffaello, poco oltre. Sono lì solo perchè nella loro gita-a-Roma-tutto-compreso alla riga 4 c'è scritto “Visita ai Musei Vaticani”. E facciamoci 'sta visita. E del resto fermarsi è pericoloso, perchè sei subito incalzato alle spalle dalla fiumana che incombe, e rischi di essere travolto.

Nella Cappella Sistina non si possono fare nè foto nè video. E ne sono felice. E quindi tutto quello che io vorrei è potermi fermare del tempo (minuti? ore?) a guardare. Solo guardare, a testa in su, bearmi della magnificenza di quei corpi, di quei gesti, farmene riempire gli occhi e commuovermi di fronte a ciò che non si può capire fino in fondo, tanto è più grande di noi. E vorrei farlo in assoluto silenzio. E invece no. Nonostante 4 scoglionatissimi custodi che devono ripetere ogni 3 secondi per otto ore al giorno in tre lingue “Silenzio, per favore” e “Niente foto, niente video” la folla è tanta che non ci si può fermare, concentrare, raccogliere. E il silenzio è irraggiungibile utopia: con tanta gente, basta che ognuno dica all'altro “Guarda lì” e il brusio diventa insopportabile.

Intendiamoci, non credo sia prerogativa italiana: al Louvre mi è parso uguale. L'ultimo posto dove ricordo di aver potuto godere di un'opera d'arte come dico io è stato a Milano, Chiesa di S. Maria delle Grazie, sala del Cenacolo di Leonardo da Vinci. Ingressi contingentati, tempi contingentati. Però numeri piccoli, che garantivano silenzio e concentrazione.

Mi chiedo tante cose. Mi chiedo se davvero non sia possibile restringere il numero di visitatori, invece di lasciare aperte le cataratte. Se davvero il danno economico sarebbe poi così grande, se davvero ne andrebbe della sopravvivenza stessa dei Musei vaticani (o del Louvre). Se la grandezza del luogo giustifica tutto questo, se davvero non si può pretendere più rispetto per luoghi così. Cosa penserebbero Raffaello e Michelangelo e Leonardo da Vinci se potessero vedere i giapponesi sgomitanti che passano uno sull'altro per fare una foto, peraltro identica a quella di migliaia di altri, e identica a quella che trovi ovunque su Internet e in miliardi di cataloghi stampati.

Piazza Navona. Se ti siedi ai tavolini di un bar sotto dei porticati in una delle principali strade di accesso a piazza Navona, questo è quello che vedi: la stessa fiumana di gente proveniente da ogni angolo del mondo che era dentro i Musei Vaticani, che arriva in piazza. Un flusso ininterrotto di gente che cammina. Sono vestiti tutti più o meno uguali, e tutti sono lì per un motivo: essere spennati alla grande. Cioè, quale sia il loro motivo interiore non lo so, spero sia “godere delle bellezze della città eterna” perchè è ovvio che piazza Navona in una domenica di sole è veramente bellissima. Però qualunque cosa si decida di fare, qualunque, costerò dei soldi, e molti, e darà luogo a delusioni. Se vorrai bere spremuta d'arancio e un caffè, pagherai 10 euro. Se vorrai comprare una veduta di Roma o uan caricatura, non so quanti soldi spenderai ma azzardo non meno di 50 euro. Se vorrai mangiare, ti rifileranno spaghetti al pomodoro o lasagna surgelata per un costo che a casa fai spaghetti al pomodoro – migliori – per 10 persone.

Lo so: è il business, bellezza, e tu non ci puoi fare assolutamente nulla. E so di aver detto cose banali e stupide. Però mi domando se davvero, in un mondo non dico perfetto ma appena un po' migliore di questo, le cose non possano andare diversamente.  Se le bellezze di un posto non possano essere fruite con meno ansia, meno fretta, imparando qualcosa che non sia dettata dalla buona volontà della guida. Se prima di portare le scolaresche, non sia meglio prepararle a quello che vedranno. So che molti luoghi nel mondo vorrebbero fortemente vedere arrivare quella fiumana, alzare i prezzi dei caffè, truffare i tedeschi con le caricature e i souvenir d'Italie ormai tutti cinesi, venduti a 3 euro, pagati 3 centesimi (forse).

Io, ad esempio per Matera, non me lo auguro. Non me lo augurerò mai.

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Sempre con me

Bruce Springsteen è sempre stato uno dei miei rocker preferiti. Lo era da quando a 17 anni uscì Born in the U.S.A. e rimasi folgorata prima da quel culo col cappellino appeso alla tasca e la bandiera america sullo sfondo, e poi da quelle tracce indimenticabili. A 17 anni il mondo è un posto meraviglioso pieno solo di belle sorprese, o almeno, per me era così, e mi pareva che Springsteen cantasse soprattutto questo: la strada che corre dritta davanti a noi, che puoi percorrere in tutta libertà, svoltando dove ti pare. O fermandoti, se vuoi. Una di quelle strade americane da film, una Route 66 calcinata dal sole da fare con una Harley Davidson dietro all'uomo della tua vita.

Nel corso degli anni Springsteen è stato sempre con me, prima in un walkman, poi in un lettore Mp3, mentre viaggiavo, studiavo, o correvo. Springsteen è perfetto per correre, ti pompa sangue nel cuore e aria nei polmoni anche quando ti pare di non averne proprio più e l'unica alternativa possibile sembra fermarsi.

Il 23 maggio scorso ero a Piazza Plebiscito insieme ad altre 20.000 persone, ad ascoltarlo per la prima volta dal vivo. Sono passati 30 anni da Born in the U.S.A., per me ma anche per lui. Sono passate canzoni, viaggi, corse, delusioni, paure, gioie e treni presi e persi.

Ed è successo l'imponderabile: mi sono innamorata.

Innamorata: non saprei come diversamente chiamare l'emozione violenta che mi ha procurato il mio primo concerto di Bruce Springsteen, che mi ha scosso come se avessi infilato le dita nella presa fin da quando è comparso sul palco alle 18:30, da solo, con la chitarra in mano, per un fuori programma per noi, quelli che stavano già lì ad aspettare da due ore. Fra lo stupore dei presenti, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. In effetti, ho pianto quasi tutto il tempo, e quando non piangevo saltavo e cantavo.

Una emozione violenta, che non mi passa. Che mi ha spinto a cercare febbrilmente file di canzoni, wikipedia, playlist, foto, notizie di giornali. Che mi spinge a cercare in continuazione la compagnia anche solo virtuale delle amiche che erano con me, e che hanno sentito – ne sono certa – la stessa violenta emozione mia. Possedute, tutte. Ipnotizzate.

Non so se per quella inconfondibile staordinaria voce arrochita dagli anni. Se per quella magnetica presenza scenica, l'empatia col pubblico, l'incontenibile energia, il magnetismo sessuale – diciamolo pure – di quelle maniche di camicia arrotolate sui bicipiti e dello spruzzo di capelli grigi. Se per quella musica, flat, brutale e priva di qualunque sofisticazione – come piace a me, perchè flat, brutale e priva di sofisticazioni sono io –  so non essere per i tecnici niente di straordinario (le canzoni, alla fine, si somigliano un po' tutte).

Forse allora per quei testi, dove ci sono quasi sempre le parole home, road e land, per me evocative in ogni caso, perchè io sono un una quercia di montagna, un pino loricato, voglio le mie radici ben salde al terreno, voglio un posto dove tornare, un nido, possibilmente sempre lo stesso, uan rete protettiva di antiche amicizie e relazioni. Testi che raccontano l'opposto di quello che immaginavo nei miei 17 ignoranti anni: niente avventura, ma invece molte delusioni e disillusioni, tanta amarezza, nostalgia e forse – forse – un lumino di speranza.  Emozioni che ci sono familiari, a noi sfigatissima generazione anni '80, troppo giovani per il '68 e ormai troppo vecchi per inventarci qualcosa di nuovo.

Una emozione violenta, ma non dolorosa, che vorrei non mi passasse mai.

Si vede che ne avevo bisogno.

Colonna sonora: Pay me my money down (la più flat di tutte)

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Smart ma non troppo

Un giorno, quando sarò vecchia, racconterò la storia dei molti appuntamenti a cui ho partecipato, che avevano come tema il futuro, la tecnologia innovativa, gli opendata, la wikicrazia, le città smart, e tutte queste meravigliose cose raggruppabili sotto lo slogan “con la rete, tutto è possibile”, e però …

…. non c'era la rete.

Questo perchè in genere questi incontri vengono fatti in luoghi molto suggestivi, ad esempio ex cave di tufo, chiese del primo Medioevo sconsacrate, antichi teatri, cantine di Chianti, rifugi antiatomici, trincee, blind rooms della CIA. Tutti posti bellissimi, con un unico problema: non arriva nessun segnale wireless di nessun gestore telefonico. E al wifi nessuno ci pensa, perchè – nonostante il titolo del convegno sia “La Rete per un domani migliore”, nessuno pensa ad assicurare la Rete dentro al bunker.

L'ultimo della serie è stato l'appuntamento di ieri sera di PotenzaSmart (gli altri incontri stamattina, oggi pomeriggio e domani mattina). Un incontro durante il quale ascoltare da esperti il futuro delle città, come contenitori di innovazione, ma anche di un nuovo modo di intendere qualità della vita,  partecipazione attiva, in definitiva un nuovo modo di fare “politica” nel senso più antico del termine, quello di “discorso sul e con il luogo dove si vive e si opera”, la polis, il centro della nostra vita.

L'iniziativa è a cura (molto meritoria) dell'Amministrazione Comunale, che ha la fortuna di avere un Sindaco ricettivo e disponibile. C'era qualche dettaglio che non mi convinceva, ad esempio le “idee per la città” mandate via mail e moderate prima di essere pubblicate, e l'impossibilità di commentare le idee altrui. Non sono un'esperta, ma ho fatto altri tipi di esperienze, diverse e più aperte: va corso qualche rischio, se vuoi mobilitare l'intelligenza collettiva. Ma insomma ero ben disposta.

Arrivo nel Teatro Stabile, mi siedo, in seconda fila perchè sono miope e voglio vedere bene relatori e schermo. Parla Giuseppe Granieri, maestro di cerimonie della serata, poi il Sindaco, poi l'Assessore alle Attività produttive (i finanziamenti per le Smart City passano per il suo Dipartimento). Sono lì per diffondere la serata al mondo, e quindi apro l'iPad e mi dispongo a twittare. Non c'è campo, per la wireless Vodafone. Sto santiando quando vedo la magica finestrella: esiste un wifi “Potenza Smart”. Beh, ovvio.

Peccato che il wifi non funzioni.
Mi sposto di sedia, qualche fila più dietro, disturbando chiunque.
Niente.

Ve la faccio breve: ho peregrinato per tutto il teatro (ultime file, destra, sinistra, palchi sotto, sopra, di fianco), fino a che mi sono resa conto che se volevo rendere conto al mondo della serata l'unica era escludere il wifi, e twittare in piedi nell'andito che separa il palco dal foyer, e per di più dando le spalle al relatore, perchè se mi giravo immediatamente perdevo tre tacche.

Il risultato è stato un braccio sinistro (quello che reggeva il tablet) formicolante, mal di schiena, autostima a zero (le signorine del servizio sala, ne sono certa, mi hanno presa per pazza: una signora nel semibuio di spalle alla sala che scrive furiosamente su un tablet con una mano sola, masticando imprecazioni), e soprattutto  l'attenzione al relatore ridotta. Ovvero, mi sono persa molti passaggi di Luca De Biase, e anche il senso complessivo del discorso, di cui posso riassumere solo alcuni punti: che dovrebbe esistere una ecologia del linguaggio, come esiste dell'ambiente; che la situazione oggi in Italia é che le posizioni di pochi bloccano lo sviluppo innovativo di molti; che una Smart City ha un  impatto forte sulle nostre vite, perchè modellare la città vuol dire modellare i suoi abitanti; che manca una visione del futuro a lungo termine, in Italia; che nonostante genio e creatività il nosto Paese non esplode perchè manca una prospettiva condivisa, ed è su quella che dobbiamo puntare.

Oggi c'è il secondo appuntamento.
Però scusate, ma io tengo un'età: vengo, ma mi siedo e non racconto niente a nessuno via Twitter. Ergo, faccio come facevo 10 anni fa, quando la rete non esisteva in forme così accessibili, e così smart. Cioè non faccio la cosa più smart di tutte: raccontare le cose mentre si svolgono, confrontando il mio pensiero con quello degli altri presenti MENTRE LE COSE ACCADONO, non dopo. In altre parole, non si partecipa, se si escludono i pochi fortunati che sono riusciti ad agganciare la rete wifi (evidentemente troppo debole) o che hanno un gestore telefonico diverso dal mio. E un evento nel quale è impedito a metà dei presenti di partecipare attraverso la rete, mi spiace, ma tutto è tranne che smart.

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Open data: una botta di ottimismo (forse)

Ieri ho partecipato via audio Skype ad un incontro che si teneva a Matera, nel quale si parlava di Open Data (o dati aperti, se siete irrimediabili italofoni). Ne parlavano esperti italiani: Ernesto Belisario, Morena Ragone, Matteo Brunati, Vincenzo Patruno.

Il movimento per la liberazione dei dati è un movimento mondiale, e il gruppo di persone che se ne occupa in Italia lo ha giustamente ribattezzato, in onore alla bandiera nazionale, e forse anche a Totò ed Alberto Sordi, Spaghetti Open Data (#SOD se ne volete parlare su Twitter, @spaghetti_folks se – sempre su Twitter – volete capire che stanno combinando). Qualche settimana fa a Bologna si è tenuto il primo raduno nazionale di “spaghettari”. L'ho seguito via Twitter per quel che potevo e pare sia andata molto bene. Uno dei frutti più carini venuti fuori dal raduno è stato Twitantonio (#twitantonio, questa volta sicuramente in omaggio a Totò) una banca dati aperta (e poteva essere diversamente?) al contributo di tutti, per inserire gli account twitter di TUTTI i candidati alle prossime elezioni politiche 2013. Modestamente, ho dato il mio minuscolo contributo, inserendo gli account twitter dei candidati PD della mia Regione (quelli che sono su Twitter, ovviamente).

Perchè se ne parlava a Matera? perchè Matera, candidata a Capitale Europea della Cultura per il 2019, vorrebbe diventare una delle (poche) città wiki italiane, ovvero una delle città nelle quali si utilizzano procedure decisionali e si scelgono policy pubbliche con il fattivo contributo dei cittadini. Cittadini attivi, che scelgono deliberatamente di partecipare a processi decisionali che li riguardano, nella consapevolezza che l'intelligenza collettiva è quasi sempre vincente rispetto a quella individuale, per quanto aperta e illuminata possa essere quest'ultima. Anche qui esiste un movimento nazionale, che si chiama WikItalia, e che ha in Riccardo Luna il suo ideatore e motore primo.

Cosa ho sentito, ieri? Tutte cose troppo belle per essere vere (questa ve la spiego fra un attimo), ad esempio:

  1. i dati sono tutti i numeri che la Pubblica Amministrazione ha in tutti i suoi cassetti, perchè fanno parte integrante del suo lavoro, e che nei cassetti restano, mentre invece sarebbe tanto utile “aprirli”, ovvero pubblicarli in un formato aperto (ad esempio un foglio Excel non criptato) perchè possano essere riutilizzati (“riutilizzo” è parola chiave: dati pubblicati senza che nessuno se ne serva … non servono – per restare nelle metafore decurtisiane). Esempi? Dati di rilevazione delle centraline antinquinamento. Dati sui furti in appartamento negli ultimi due anni. Dati sui percettori di indennità di mobilità. Dati sul numero di turisti arrivati e su quelli ripartiti, e dopo quanto tempo. Dati sui progetti avviati e portati a termine con fondi di coesione. Bilanci pubblici. Risorse stanziate per la ricostruzione di aree terremotate, come e a chi assegnate, quanto spese. E così via.
  2. adobe cs6 download

  3. a che servono i dati aperti? Possono servire a creare ad esempio app che migliorano la nostra qualità della vita (compratela voi, una casa in un quartiere dove c'è il tasso più di alto di scippi per strada o di furti negli appartamenti). Possono servire a capire se i nostri soldi sono stati ben spesi, e alla lunga servono a smascherare bugie ed intrallazzi politici, contribuendo a ripulire la scena da corruttori e corrotti. Servono a cambiare rotta su politiche pubbliche che non hanno sortito gli effetti sperati, quindi servono a migliorarare, in un circolo virtuoso continuo, i cittadini e i loro governanti. Servono a rendere concrete parole come “trasparenza”, “apertura”, “partecipazione”.

Perchè troppo belle per essere vere? perchè io nella PA ci lavoro. E so che sarà necessario un lavoro durissimo, di martello pneumatico, non di fioretto, per:

  • far passare una norma che OBBLIGHI le PA a pubblicare i dati posseduti. Non è un caso che un entusiasmante progetto di legge, nella mia Regione, presentato in pompa magna e squillo di trombe, giaccia in un cassetto (ammesso che qualcuno si ricordi in quale cassetto) da più di un anno
  • anche quando sarà obbligatorio, convincere i funzionari a FARLO veramente. Il possesso della informazione è potere: su questo assioma si reggono intere costruzioni di carriere pubbliche. “Devi passare di qua, se vuoi sapere che succede” è il non detto su cui si fonda quasi ogni policy delle PA che ho conosciuto. Perfino in uno stesso edificio, a due porte di distanza, la mano destra non sa cosa fa la sinistra. La “filosofia del tirettuccio”, la chiamava un mio amico. Il tirettuccio è il cassetto, ove tutto scompare e nessuno – se non chi sovrintende – ne sa più nulla. Forse l'ho fatto anche io, qualche volta, perchè diffondere notizie e dati quando nessuno ti ha chiesto di farlo può essere addirittura pericoloso e farti saltare la sedia sotto al culo.

Voglio darmi una speranza di un futuro migliore, ed essere ottimista, credere che prima o poi “raw data now” diventi realtà.
Ma non lo so.

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