L'obiettivo degli obiettivi (friday blues)

Ecco, alla fine la meta più ambita, l'obiettivo degli obiettivi dovrebbe essere questo: che possano diventare così interessanti (intelligenti/acute/divertenti/competenti) le cose che uno dice o scrive, che nessuno faccia più caso al contenitore dal quale escono. L'azzeramento della vanità formale ed estetica a favore dell'innalzamento a mille della vanità contenutistica. Chi faceva caso al fatto che Alda Merini fosse vecchia e sfatta? O al fatto che la faccia di Miriam Mafai fosse un concentrato di rughe e avesse la bocca un po' storta? Tutti avrebbero giurato che erano bellissime, perchè folgorati dalle cose che queste donne meravigliose – due fra tante, tra quelle che adoro – dicevano, o scrivevano. Sarei tentata di aggiungere alla lista anche quella culona di Angela Merkel, ma lì l'azzeramento dell'importanza dell'estetica ha a che fare con l'esercizio del potere, che è una cosa diversa, e non c'entra con quello di cui sto parlando io.
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Che sarebbe poi l'esatto contrario dell'obiettivo della Ruby o della Minetti di turno, nelle quali l'estetica del contenitore è (deve essere) così abbagliante che nessuno fa più caso alle stronzate che escono da quelle boccucce (rifatte).

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Law and order

Manifestazione dei forestali davanti agli Uffici nei quali mi onoro di prestare la mia opera professionale. Ne sono attesi almeno 3.000, già dalla mattina hano sgombrato un piazzale per i pullman, bloccato le strade, fatto affluire forze dell'ordine variamente colorate. Pare sia necessario per legge, anche se a me sinceramente i manifestanti non fanno granchè paura, non sono quasi mai arrabbiati, piuttosto sono rassegnati, attuano politiche di pressione passiva, non attiva, insomma a me non pare quasi mai necessario tutto 'sto spiegamento di forze. Ma tant'è.

Gli Uffici sono sparsi in più palazzine, e quindi per accedere all'interno del sacro recinto ci sono almeno 5 accessi, fra automobilistici e pedonali. Per regolamento, in presenza di manifestazioni ad un certo punto tutto viene sbarrato. Per non consentire al forestale eventualmente esagitato di entrare e minacciare il Presidente con una roncola. Ora immaginate il contesto: forze dell'ordine sparse ovunque, dentro e fuori, con mezzi blindati neri, azzurri, grigi, a strisce; un ufficio pubblico funzionante a pieno regime, con i suoi 5.000 e passa impiegati e i loro mezzi di locomozione che devono entrare e uscire.

E su tutto, un ferale imprudente “ordine della Questura” che impone ai vigilantes di “non aprire a nessuno”.
Per molte delle menti diversamente brillanti che accolgono l'ordine, “Non aprire” vuol dire non aprire. Nè per entrare, nè per uscire. “A nessuno” vuol dire a nessuno. Neppure alle forze dell'ordine. Neppure ai colleghi che devono entrare al lavoro, o uscire per tornare a casa.

Ho modo quindi di assistere personalmente alla seguente scena.

La sottoscritta percorre la solita rampa per uscire, chiusa in fondo con un robusto cancello. Casualmente, intorno a lei, incamminati nella stessa direzione, ci sono 5 Carabinieri in assetto antisommossa: giubbotti antiproiettile, armi, stivali, caschi.
Glom.
Chiedo con un filo di voce (le divise mi mettono sempre soggezione, mi sento istantaneamente colpevole quando le ho intorno) se mi apriranno il cancello per uscire. Quello che sembra il capo con voce profonda e accento del sud della Puglia mi dice di non preoccuparmi, di andare con loro. Sicuro, autorevole. Antisommossa. Abituato a trattare coi blackbloc.

Mentre ci avviciniamo al cancello, dall'altro lato, in entrata, si ferma una macchina della Polizia.
Non gli viene aperto.
I poliziotti scendono e si avvicinano dubbiose al cancello, scoprendo che c'è un videocitofono. Bussano.

La foto del momento quindi è: 5 carabininieri agguerriti da una parte (e io), 4 poliziotti dall'altra. In mezzo, un robusto cancello di metallo. Chiuso. Il poliziotto al citofono, quando dall'interno del Palazzo gli viene risposto, scandisce “DIGOS”, sicuro che basti. E dall'altra parte, incredibilmente, giunge la risposta:

“Mi spiace, non posso aprire a nessuno” e chiudono la comunicazione.

A me viene istantaneamente da ridere: 9 marcantoni in divisa, messi lì apposta per tutelare la nostra sicurezza, e quelli che sono dentro non possono uscire, e quelli che sono fuori non possono entrare. Vengo fulminata con lo sguardo dal capo degli antisommossa, mentre tutti gli altri si guardano le scarpe, o si tolgono inesistenti pelucchi dalla divisa. La “Digos” fa un altro tentativo, e stavolta non rispondono neppure. Per toglierli dall'imbarazzo, dico loro che non importa, conosco un altro varco, che forse è presidiato da un umano, e me ne vado lasciandoli lì a guardarsi attraverso il cancello. Non so come sia finita.

Nel pomeriggio apprendo che c'è stato più di un surreale dialogo attraverso il videocitofono come il seguente:

“Driin”
“Ciao, Maria”
“Ciao, Pietro. Mi apri?”
“Mi spiace, non posso far entrare nessuno. Ordini della Questura”
“Pietro, mai ti sei rincoglionito? Sono Maria, ci vediamo tutti i giorni, lavoro nella stanza affianco alla tua guardiola!”
“Non posso. Ordini della Questura”

(e così via, fino a che la Maria di turno non si incazza, fa il giro da un'altra parte, dove trova un vigilante un po' più sveglio, entra e piomba su Pietro facendogli cadere i capelli a forza di urla).

E' bello, sapere che queste ferree razionali organizzazioni e questi eroi garantiscono la nostra sicurezza.

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La voliera infernale

Lavoro molte – forse troppe – ore al giorno in una stanza che dà su un corridoio sul quale danno molte altre stanze. Insomma, ho stanze di colleghi a portata di voce. E di orecchio, purtroppo, aggiungerei (il senso di questa desolata aggiunta sarà chiaro fra qualche rigo). Ciascuna di questa stanze è dotata di uno, talvolta due, talvolta addirittura tre telefoni fissi, da scrivania. Le scarse risorse a disposizione nell'Ente pubblico proprietario di stanze, scrivanie e telefoni ha fatto sì che nel tempo fiorissero sulle suddette scrivanie modelli e tipologie di telefoni fra i più disparati: si va dal vecchio Sirio Sip bianco e azzurro a cordless rosa con le farfalline a cordless normali a telefoni da ufficio grigi dati in dotazione da Telecom nel 1995 e mai più sostituiti di cui restano pochi sparuti esemplari per lo più nelle stanze dei dirigenti, a mostri ipertecnologici pieni di bottoncini che servono a molte cose tranne che a chiamare qualcuno.

Tutti essi telefoni sono però accomunati da una caratteristica: si può cambiare la suoneria.

Vorrei rifletteste per un attimo sull'abisso di perversione che si può aprire nella mente di un impiegato pubblico a cui è data libertà di scegliersi la suoneria del telefono. Abbiamo trilli, trilli acuti, trilli a singhiozzo, trilli bitonali, musichette semplici, musichette complesse, colonne sonore di film, arie d'opera. E il tutto sarebbe ancora passabilmente sopportabile se non venisse accoppiato ad un'altra perversione, di cui sono preda gli utenti, i cosiddetti cittadini, e in misura minore gli stessi impiegati pubblici di cui sopra, quando devono chiamare un collega: la cosiddetta “sindrome della perseveranza”, nota anche come la sindrome del “se lo chiamo abbastanza a lungo, prima o poi risponderà” o anche del  “potrebbe essere nelle vicinanze, meglio insistere“, e che si declina nel seguente modo:

  1. sono un cittadino, chiamo al telefono un impiegato pubblico
  2. non risponde al primo squillo, e nemmeno al secondo
  3. faccio squillare: tre, quattro, sette, dieci, duecento volte, o fino a che non cade la linea
  4. non risponde, riattacco
  5. richiamo dopo dieci minuti
  6. ripeto dal punto 2.

MA CHE MINCHIA FAI SQUILLARE??????  ma ci sei stato centordici volte, in questi uffici! LO SAI che fra il braccio dell'impiegato e la cornetta del telefono ci sono 20 centimetri, per cui se E' SEDUTO AL SUO POSTO, ti risponde in due secondi!! E SE NON RISPONDE, NON E' SEDUTO AL SUO POSTO!! e non c'è squillo prolungato (immaginate lo stia dicendo con singhiozzo disperato da consumata Eleonora Duse)  che possa farlo tornare al suo posto.

Ci sono quindi orrendi momenti caldi della giornata nei quali torme di utenti chiamano colleghi, che per motivi fra i più vari sono impossibilitati a rispondere. Gli utenti, preda della sindrome di cui sopra, fanno squillare, squillare, squillare. E quindi suonerie polifoniche galline sgozzate ouverture del Guglielmo Tell monotone bitonali o tritonali si mischiano fra loro dietro porte aperte o chiuse, magari a chiave, in modo che non si possa manco andare lì e staccare tutto a morsi.

Se a tutto questo aggiungete i cellulari talvolta lasciati sulle scrivanie, alle galline sgozzate di cui sopra aggiungete Nokia tune, pezzi di disco dance anni '80, canzoni di Sanremo, sigle di cartoni animati e di trasmissioni televisive e radiofoniche, e avrete un quadro chiaro della infernale voliera in cui si prova talvolta a produrre qualcosa di buono per la collettività.

Se sembro esaurita, lo sono.
Colonna sonora offerta da Blondie (che uno dei colleghi ha sul telefonino, che ve lo dico a fare)

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