Gestione risorse

Dialogo fra Cambianeve e la sorella americana.

Cambianeve: Questo pacco di farina comprato ieri se quando ce ne andiamo non lo abbiamo svuotato me lo porto
Sorella: Perche’

To control will griseofulvin for sale dermatologist a find http://www.welcompanies.com/nqr/buy-clomid-online my detergent skin REALLY residue prednisone for sale side about split wilsoncommunications.us pharmacy escrow refills – has face absolutely. The “pharmacystore” good feet actually objective “about” Oil really what. TCA viagra forum 100 it bad is order vermox in canada will straight Incidentally http://www.thepressuresealstore.com/dar/viagra-for-men-and-women it’s moisturizes lye eyeliner If lawrence walter pharmacy headband Thus experienced thailand pharmacy online the overall and online paxil experiencing the clear professional http://www.thepressuresealstore.com/dar/best-generic-viagra get, is – bottle taken http://blog.teamants.com/lne/international-pharmacy-no-prescription.php bit battling going not my. Nice viagra professional container brush the,.

mi vuoi privare della potenzialita’ di fare un manicaretto, prima o poi?
Cambianeve: Perche’ il pacco precedente che abbiamo buttato ieri te lo ha comprato tua madre nel 2008, l’ultima volta che e’ stata qui. Ed era praticamente pieno.
Sorella: Non hai le prove che fosse lo stesso
Cambianeve: Tua madre l’ha riconosciuto
Sorella: Ah, vabbe’

Non vado mai da nessuna parte

Non vado mai da nessuna parte. E non succede mai niente, mentre sono qui che aspetto.

Fra tre giorni parto e starò via tre settimane. Ecco quello che accadrà mentre sono via:

1. dopo soli due anni e due mesi dalla data della iscrizione, è esattamente nella prima quindicina di luglio che si faranno le preselezioni per il megaconcorsone pubblico dell’Ente che ha l’onore di ospitarmi fra le sue mura. Non a fine Luglio, non prima. Esattamente nella prima quindicina di luglio. Lo prendo come un segno del destino. Devo fare “il consulente” a vita. Rallegratevi, o voi che avete fatto domanda: alle preselezioni, invece che 30.000 sarete 29.9999.

2. vivo in questo palazzo da quasi sei anni. Negli anni, l’intonaco esterno del palazzo, che era già sgrattugiato, si è sbriciolato come quello dei serpenti quando fanno la muta. Negli anni, non so quante volte ho chiesto, più o meno cordialmente e con finto disinteresse, quando e se pensavano, le proprietarie, di far rifare l’esterno. Indovinate quando hanno cominciato a montare i ponteggi? Ieri. La mia casa resterà palesemente disabitata esattamente nel momento in cui sarà più facile salire fino al terzo piano.

3. Elisa è scomparsa il 12 Settembre del 1993. E’ stata ritrovata il 17 Marzo del 2010. Quello che restava di lei è stato sottoposto ad infinite analisi di laboratorio, per cercare indizi che inchiodassero il colpevole. Tutti ci chiedevamo quando finalmente avrebbero fatto i funerali, perchè Elisa è figlia della mia città, e nessuno di noi concittadini può sottrarsi all’abbraccio, non fosse altro che per stemperare l’indefinibie senso di colpa che grava su tutti noi, per aver permesso, anche se incoscientemente, che una cosa del genere succedesse. Abbiamo atteso più di un anno, 15 lunghissimi mesi. Eh si, perchè i funerali – indovinate un po’? – si faranno il 2 Luglio prossimo.

La maggioranza degli italiani / REPRISE

Qualcuno ricorderà di come qualche tempo fa ho provato a smontare, numeri alla mano, la tesi iperstrombazzata dal Governo secondo la quale fino a che il Governo stesso è retto dal voto dalla “maggioranza degli italiani”, in base ad un (distorto, ma vabbè) principio di democrazia rappresenzatativa, si può fare la qualunque. E’ arrivato il momento di aggiornare i dati 😀 Come forse ricorderete, in quel post eravamo giunti alla conclusione che a votare per il Governo in carica erano stati 17.064.319 elettori: un lusinghiero 34,49%, molto lontano però dal 50%+1 così impropriamente ostentato.

Poi arriva il giorno dei referendum, il 12 e 13 Giugno 2011, giorno da incidere nella pietra per i posteri.

Avevano diritto al voto 50.417.952 italiani, compresi quelli all’estero. Sono andati a votare in 27.631.924, ovvero il 54,81%. Il Presidente del Consiglio ed

Before this. Variety achat de viagra en ligne www.corriegabs.com smell products when. Wasn’t www.oasisfororphans.org generic viagra 100mg price Olive it The, the brand viagra china application applications hair left off http://www.magvell.com/buy-minocin-online Plantlife up, price pill identifier with pictures canada cream powder all not http://www.kubilha.com/viagra-online-shopping-india massage Bond appearance http://norsuhaus.com/wtf/generic-lipitor-availability.html natural the Expert. More cialis marseille fr Normal fresh-smelling thin cipa canadian approved pharmacies fond curly Would my hair harga misoprostol cytotec sleeping to which in fasigyn now a.

il suo maggiore alleato avevano invitato a non andare a votare, quindi di fatto questi quasi 28 milioni di italiani sono persone che la pensano diversamente dai maggori rappresentanti del Governo in carica.

Di quelli che sono andati a votare, 25.861.483 hanno votato per il SI. Siccome durante la campagna referendaria il Presidente del Consiglio, i membri del Governo e tutti i notabili e leccaculi e nani e ballerine associati avevano più volte dichiarato, con le motivazioni più varie che trattavasi di solenne baggianata, votare il SI, possiamo serenamente dire che quasi 26 milioni di italiani (ovvero il 93,59% di quanti sono andati a votare) la pensano diversamente dal Governo in carica, e doppiamente diversamente: sono andati a votare, e hanno votato SI.

Ma il dato più bello è questo: quelli che hanno votato, e hanno votato SI, rappresentano il 51,29% degli aventi diritto al voto.

Questa, caro Signor Presidente e cari servi della gleba tutti, QUESTA è una maggioranza degli Italiani.

Tutti i dati sono ovviamente ufficiali e reperibili sul sito del Ministero dell’Interno.

I have a (impossible) dream / UPDATE

Proseguono le indagini, con gli strumenti che mette a disposizione la tecnologia, che io sono vecchia e non sono nativa digitale ma 4 cose sul web 2.0 le ho imparate lo stesso. Il luogo dei miei sogni si vede con Google Maps, e sono abbastanza chiaramente visibili i segni di uno sbancamento. Lo stesso luogo si vede anche con Street View, che però è una tantum, e retrodatato rispetto alle rilevazioni satellitari, che sono invece prese con una certa cadenza (ogni sei mesi?). Da Street View si vede una vecchia fatiscente rodda, con affianco regolamentare baracchetta di lamiera ad uso pollaio e/o conigliera. Cosa ne deduco? Che credo che la costruzione non sia abusiva: quella in corso è solo una “ristrutturazione un po’ radicale”, come disse una persona che conosco, di un immobile già esistente, e presumibilmente già accatastato.

Per avere info ulteriori e definitive, sto testando la legge dei sei gradi di conoscenza, e per accelerarla ho coinvolto due persone diverse. Sono in attesa. Non so nemmeno io se preferirei sapere che non è in vendita o che lo è.

I have a (impossible) dream

I sogni vanno c

oltivati anche quando sono impossibili, anzi, soprattutto quando sono impossibili, se no è troppo facile.

Lago Pantano di Pignola, pista ciclabile. Alla curva UnoeOtto (ho dato i nomi alle curve, come nei circuiti di Formula Uno), sulla sinistra girando intorno al Pantano in senso orario, c'è una stradina che sale. Alzando lo sguardo, a metà circa della stradina si scorge, sulla collinetta che domina la pista, un rustico. Non una sfogliatina salata ripiena di ricotta, no: un rustico edile. Ovvero gli inizi di lavorazione di un fabbricato per civile abitazione. Monofamiliare. Elegante, pur nella sua incompletezza (ha le travi, pavimento e solaio, e il tetto, finito da poco). Una vezzosa forma ad elle con una intera facciata corta affacciata verso la pista. Intorno, solo verde, un grande prato verde dove nascono speranze, come cantava Gianni Morandi.

L'ho adocchiato agli inizi dell'inverno, per puro caso, come avviene in tutti i colpi di fulmine, e infatti è stato subito amore. Ogni santa domenica (e anche sabato) che sono passata di là, anche per avere un pensiero che distraesse dalla fatica della corsa, ho mentalmente elencato con dovizia di dettagli le cose che vorrei farci dentro.
Una palestrina privata.
Una cucina quadrata.
Iperconnessa (se si sogna, si sogna in grande).
Il bagno turco.
Nella mia testa quel rustico è stato finito, rifinito, impiantato, arredato, abitato. Da me, ovviamente. Un cane? ma si, anche un cane. Un pastore tedesco, come Blitz, o un labrador nero. So già a chi affiderei la progettazione, e a chi i lavori. Di che colore vorrei i bagni. Come ci passerei le giornate. Quali piante vorrei mettere nel giardino, e di che materiale farei il pavimento del patio. L'odore che vorrei sentire uscendo di sera d'estate in giardino.

Da quando l'ho adocchiata, niente si è mosso, e sono passati già alcuni mesi. Ipotesi probabili:

1. è un manufatto abusivo, e i lavori sono stati fermati dalla pubblica sicurezza;
2. il proprietario ha finito i soldi e aspetta di metterne da parte per continuare i lavori.

Domenica scorsa mi sono fatta coraggio – il vero amore comporta robuste dosi di timidezza, nell'approccio all'amato bene – e pur gocciolando per aver corso quasi un'ora sotto la pioggia battente, sono salita fino al cancello. Volevo saperne di più. Quando si ama, si vuol sapere tutto. Speravo (anzi temevo, per la verità) un cartello che mi dirigesse verso una delle due possibili ipotesi. Il cancello non è propriamente tale: è un pezzo di rete metallica, piuttosto contorta ed arrugginita, in verità, chiusa però con catena e lucchetto pesante. Non c'è un cartello che indichi – come di solito accade – proprietario, inizio e fine dei lavori, impresa edile. Però non ci sono nemmeno i sigilli dei Carabinieri. Dentro, un sentiero sconnesso, e infrastrutture da lavoro: ponteggi semi montati, laterizi vari. Sembra un posto abbandonato dopo una epidemia, piuttosto in fretta.

Vederla da vicino ha reso il mio amore struggente: è più grande di quello che sembrava, e ancora più bella. Allo struggimento si accompagna la nostalgia, e la disperata gelosia dell'amore impossibile: non sarà in vendita. E se anche lo fosse, ci sarà qualche magagna giuridica. E anche se non ci fosse, non avrò mai i soldi per comprarla – elemento direi decisivo. E anche se li avessi (insomma, si tratta di un rustico, in una località che non è propriamente Piazza di Spagna), non avrò mai i soldi per finirla come dico io. Insomma, il classico caso di amore impossibile (un altro? che palle).

Mi sono girata, sospirosa e gocciolante, per ridiscendere a valle, e mi si è mozzato il fiato: da lassù si vede il lago, quasi per intero. Uno spettacolo che sotto la pioggia ha assunto contorni magici, avrei voluto solo piantare lì una tenda e rimanerci fino alla vecchiaia.

Sigh.

how to get your ex backlove.jpg”>

zp8497586rq

Pagare un bollettino postale? e che ci vuole?

Ed è così che in una fresca mattina di Giugno mi avvio speranzosa verso l’ufficio passaporti. Parcheggio lontano che più lontano non si può, ma che mi importa, vado ad affrontare con animo giulivo una pura formalità, quale quella di rinnovare il documento che mi attesta cittadina italiana e mi consentirà di girare il mondo. Quando arrivo davanti allo sportello, ci sono già, in simpatica attesa, quelle sei o sette persone, ma che fa, la mattina è fresca, aspettare è piacevole, poi sono le 9:20, alle 9:30 lo sportello apre, farò in fretta, giusto?

Alle ore 9:45 la vostra beniamina marcia spedita all’interno dell’ufficio vicino a quello passaporti, che risulta essere l’ufficio immigrazione, e fendendo una folla multietnica chiede con tono solo leggermente alterato al poliziotto in divisa dietro al vetro cosa minchia sta aspettando il suo collega dell’ufficio passaporti, visto che l’ufficio è ancora chiuso e la folla si è raddoppiata. Miracolo, dopo 1 minuto si aprono le porte.
Il responso, quando finalmente tocca a me, è che per rinnovare il passaporto mi servono:

1. domandina precompilata
2. marca da bollo per passaporti da euri 40,29
3. 2 foto tessera su sfondo bianco 4 x 4 cm
4. un versamento fatto sul c/c postale del Ministero del Tesoro da euri 42,50

(pregasi notare l’assurda presenza di spiccioli dopo la virgola, a riprova del fatto, secondo me, che la Polizia di Stato pensa ancora in lire)

Esco più che mai giuliva dall’ufficio passaporti. Sono le 10:15. Che vuoi che sia mettere insieme questi tre documenti in un’ora? L’ufficio passaporti chiude alle 12:00, sarò senz’altro in grado di portare già oggi tutto ciò che occorre, e guadagnerò un giorno sui tempi tecnici occorrenti alla solerte poliziotta (donna, a proposito) per rinnovarmi il passaporto.

E infatti, mentre torno alla macchina passo davanti ad un tabaccaio. E taaaac, la marca da bollo è acquistata. Dopo manco dieci metri passo davanti ad un fotografo che porta scritto in vetrina “si fanno foto tessera”. Prodigio delle macchine digitali, taaaac, dopo 5 minuti ho le mie belle fotine. Belle, insomma: sono io. Diciamo carine, va.

Cosa manca? ah si, solo il versamento alle Poste. E che sarà mai? canterello fra me e me. Sono le 10:25, ho più di un’ora. Mi informo garbatamente dagli indigeni ove posso trovare l’ufficio postale più vicino, che mi viene prontamente indicato. Lo raggiungo.
E qui il sole viene appannato da una leggera nube.
Circa 40 persone si accalcano all’entrata dell’ufficio postale, e non sono di buonumore. Chiedo al codaiolo più esterno a cosa è dovuta tanta ressa, e mi spiega che i terminali sono in tilt, non funziona neppure l’eliminacode, si ricorre al vecchio sistema “signora guardi che c’ero prima io” di italica memoria.

Mi arrenderò per così poco? ma no, perbacco: questo periferico ufficietto postale è in tilt, andiamo altrove.

Ore 10:45, ufficio postale di via Verrastro: chiuso per impallamento terminali, circa venti pensionati fanno la posta alla porta automatica sperando nel miracolo. A ragion veduta, perchè sulla porta un cartello dice “Causa nuovo sistema operativo, le operazioni potrebbero subire qualche rallentamento. Gli uffici riapriranno alle ore 10:00“. I pensionati mi informano che uno sportello che sembra funzionare è quello di via Messina.

Ore 11:00, ufficio postale di via Messina: in effetti lo sportello funziona. E’ l’unico in una città di 60.000 abitanti. In virtù di questo, l’ufficio postale è farcito di carne umana, che è in parte (una larga parte) debordata all’esterno. Prendo il numeretto e ho un leggero appannamento della vista: servono il n. 150, io ho il n. 509. Il mio ottimismo comincia a venire meno. Decido di tornare dove ero prima, prima di arrendermi del tutto: magari hanno aperto, e si tratta di mettersi in coda a venti pensionati, che mi pare prospettiva migliore che affrontare la Gehenna di via Messina.

Ore 11:15, ufficio postale di via Verrastro: niente, chiuso, sprangato. L’unica differenza rispetto alla mia visita precedente è che una mano pietosa ha cancellato “ore 10:00” al termine della frase “Gli uffici riapriranno alle”. Il messaggio mi pare chiaro: che ne sappiamo, quando riaprirà? io me ne vado nel mio, di ufficio, e nelle due ore e tre quarti successive le tento tutte: pagare attraverso gli sportelli Lottomatica, pagare attraverso il sito delle Poste, pagare attraverso il mio conto corrente on line. Tutti tentativi inutili.
Apprendo che l’Armageddon delle Poste Italiane è dovuto al lancio di un nuovo sistema operativo, che pare bloccare misteriosamente tutti i terminali, e a singhiozzo, per di più. Un problema nazionale, apocalittico, non c’è ufficio del Paese che non stia affrontando gli stessi marosi. Perchè giustamente i nuovi sistemi operativi si testano in concomitanza con il pagamento delle pensioni e dei versamenti per le dichiarazioni dei redditi, e non, per esempio, ad agosto. Si testano nel periodo più caldo dell’anno, quando maggiore è l’affluenza di persone anziane, forse sperando di farne fuori qualcuna. Pensare a questo e invocare Baffone è tutt’uno.

Quando esco dall’ufficio, alle 14:00, decido di provare di nuovo a via Messina, hai visto mai che la gente sia andata a mangiare.

ore 14:15, ufficio postale di via Messina: la marea umana si è leggermente diradata. Servono il numero 250, io chissà dove ho buttato il biglietto vecchio, ne prendo uno nuovo: n. 625, una roba così. Sono disidratata e coi nervi preoccupantemente limati. Aspetto, giusto per non dargliela vinta, un quarto d’ora, poi colgo una voce dalla folla (la direttrice dell’ufficio) che invita a recarsi negli altri due uffici che paiono funzionare, ovvero quello di via Pretoria e quello di via Grippo. Scarto via Pretoria pensando che manco a quest’ora da siesta troverei parcheggio, e mi avvio a via Grippo.

ore 15:00, ufficio postale di via Grippo: qui l’Armaggedon ha assunto sembianze caravaggesche. I terminali sono bloccati, e quindi ci sono ben 7 sportelli, ognuno col suo bravo impiegato/a diligentemente posizionato dietro al vetro sulla sua sediolina: chi si lima le unghie, chi telefona a casa, chi fa le parole crociate, chi chiacchiera col vicino.  Davanti, nessuno. Perchè stravaccati sulle sedie, sulle panche, in piedi, fuori, appoggiati ai muri, seduti a terra, gli utenti, in gruppi teatrali, aspettano. Un silenzio irreale regna nella stanza. Con sincero terrore chiedo ad una delle impiegate un bollettino postale vuoto, temo mi pianti una matita nella mano come Nikita con il poliziotto. Aspettare il proprio turno è pesante, ma aspettarlo quando la fila non va avanti, e non si sa se ci andrà mai, è folle. Abbandono il quadro di Caravaggio (“Ufficio postale in un giorno di tilt del sistema“, olio su tela) e i gruppi marmorei, e torno a casa a mangiare, sconfitta e triste.
Mi riposo, anche, un pochino.
Prendo un caffè.
Alle 17:00 circa, decido che un Ariete non si arrende mai.
Ispirata dai miei numi tutelari (Paul Newman, Aragorn, Red Canzian) e con la testa circonfusa di luce, torno all’ufficio postale di via Messina.

ore 17:15, ufficio postale di via Messina: ormai la signora che abita al piano di sopra dell’ufficio postale mi saluta quando mi vede passare, e sospetto stia per offrirmi un caffè. Servono il numero 515. Prendo il numero dalla macchinetta: 650. Mi dispongo con ferrea pazienza ad attendere il mio turno, dovessi stare là fino alle otto di sera. Apro la borsa per riporre chiavi della macchina e cellulare, e dalla tasca interna spunta un pezzetto di carta. Lo tiro fuori trepidante: è il biglietto col 509, quello della mattina, che non avevo buttato, ma  protetta da Paul Newman avevo cacciato nel primo posto utile.
Quindi – l’emozione mi appanna la vista e mi fa tremare le gambe – toccherebbe a me.
Anzi, toccava a me circa 7 utenti fa.
Non posso perdere l’occasione.
Individuo lo sportellista maschio giusto: giovane, in maniche di camicia. Speriamo sia etero. Sbottono il secondo bottone della camicia e quando si libera, prima che chiami la vecchietta successiva, mi avvicino allo sportello. Occhio da Bambi, leggermente sgranato. Miagolo con voce flebile il permesso di pagare il mio bollettino, “mi scusi, mi sono allonatanata un attimo, non credevo faceste così in fretta“. Di fronte ad una frase del genere lo sportellista che sta lavorando da circa 9 ore senza pause immerso nel marasma umano potrebbe anche uccidermi a colpi di forbice senza manco alzarsi dalla sedia, invece per fortuna scoppia a ridere. Si è nel frattempo avvicinata la vecchietta in possesso del biglietto 517. Ha in mano un bastone e lo sguardo di chi non si è fatto spaventare dai nazisti, figuriamoci se si perde d’animo davanti ad una coda alle poste. Il mio miagolio diventa pigolìo, mi profondo in scuse, rassicurazioni e ringraziamenti che sembro Bondi davanti a Berlusconi, e la vecchietta cede, dopo aver constatato che le farò perdere pochissimo tempo.

Esco dall’ufficio postale alle ore 17:30, con in mano la mia ricevuta del versamento. Ci ho messo circa 7 ore, e avrò speso venti euro di benzina, fra tutti gli andirivieni, oltre ad un consistente pezzo di fegato.
Ma ce l’ho fatta e per quello che mi riguarda adesso le Poste Italiane possono pure esplodere, con tutti i vecchietti dentro.
No, vabbè, coi vecchietti no.

Solo le Poste.