Veline

Veline nel senso originario, l’unico che avrebbe compreso Montanelli, per capirci. Le veline di ieri erano:

1. le notizie di WikiLeaks sul premier sono state date da funzionari di quart’ordine che hanno malamente scopiazzato da giornali di sinistra, per esempio Repubblica [una testata a caso, N.d.R.]
2. le escort che rilasciano dichiarazioni ed interviste in tv sono state pagate da qualcuno (*)

E ecco che nel giro di 24 ore sento queste infallibili verità pronunciate, con le stesse identiche parole, da almeno 5 dei mastini sbavanti del Sire, in almeno 5 diverse comparsate televisive, rispondendo a 5 domande diverse. Ci mancava solo che lo dicessero imitando la voce del Signore e Padrone.
“Vergogna” è veramente un termine sopravvalutato, ormai.

(*) ma non perdetevi il seguito del ragionamento, miei affezionati topolini all’ascolto. Sorvoliamo sulla constatazione che “le escort sono state pagate” è tautologico, perchè finchè non spieghi da chi, verrebbe da rispondere: eccerto, “le escort, è il loro mestiere essere pagate per fare sesso” (finissima parafrasi di ispirazione manzoniana, dovreste pagare voi a me solo per questo). E pagate per pagate, meglio pagate per finire in tv che pagate per provare le molle del lettone di Putin con un vecchio bavoso con la moquette in testa.

Ma, come dicevo, sorvoliamo. Il seguito del ragionamento era: “perchè, ditemi voi, quale ragazza sana di mente andrebbe in televisione a dichiarare di essere una puttana, a rischio di non lavorare più, di non poter trovare più marito [noohhh mio Dio il richiamo a La lettera scarlatta, nooo, N.d.R.] se non fosse per un congruo compenso in denaro?”  Ed ecco, un raggio di sole lo circonfuse e dietro le sembianze del satiro anziano con la panza spuntò il pater familias, con un’aura di violetta, quello che si preoccupa del futuro delle zoccole che pure LUI HA SELEZIONATO PER QUELLO SCOPO, E INVITATO A CASA SUA, e remunerato per le più varie prestazioni con i  più vari compensi, dai 1.000 ai 7.000 euro e farfalline e tartarughine varie. Ovvero: puttana va benissimo, ma solo fino a che ti pago io, e solo finchè la fai con me (con Fede e Lele Mora, al massimo).

E non ti azzardare a mettere gli occhi su mio figlio, escort che non sei altro, che siamo una famiglia per bene.

Vissani? e chi è?

Pappone energetico della domenica sera. Per ritemprarsi dai 6,300 km corsi in mattinata e per poter affrontare una settimana non priva probabilmente di una certa dose di umiliazioni e occhi bassi.

Dunque, tirate fuori dal congelatore due tupperware che sapete contenere funghi già stufati. Togliete i coperchi e constatate che sono cardoncelli da una parte, champignons dall’altra. Come mischiare rum Zacapa 25 anni e rum Tio Pedro comprato al discount, ma non è il caso di fare gli schizzinosi, favoriamo le relazioni interraziali. Metteteli ambedue nel microoonde a scongelare. Intanto fate soffriggere un cucchiaio di olio e peperoncino: fa freddo, abbiamo bisogno di calore. Rovesciate il contenuto dei due tupperware semicongelati nella padella, per scoprire con genuino stupore che sotto i funghi cardoncelli era sepolta una salsiccia al forno. Aggiungete acqua per facilitare la fine dello scongelamento. Realizzate che forse ne avete aggiunta un po’ troppa e date – purtroppo – corso alla brillante idea che intanto vi è balenata davanti agli occhi: trasferita la salsiccia in un piatto, e mettete lo zuppone di funghi misti nel mixer. Frullate e rimettete il contenuto in padella. Aggiungete la salsiccia tagliata a fette, un pizzico di sale e abbondante tabasco. Resistete alla tentazione di aggiungere una sottiletta, fate bollire un paio di minuti e travasate l’immondo sbobbone color sottobosco in un piatto.

Accompagnate il fine esperimento gourmet con una Moretti Baffo d’Oro.

Il mondo vi sorriderà e sarete pronti per affrontare il lunedì mattina.

Non è l’errore in sè

Non è l’errore in sè: quello l’ho fatto, e me ne prendo la responsabilità. Potrei obiettare che mi riesce difficile guardare le cose dal punto di vista politico, invece che gestionale / amministrativo. Potrei  dire che sono stata colta alla sprovvista, e sapendo che eravamo in ritardo, ho cercato di velocizzare la procedura. Potrei dire che di quella elaborazione sapeva almeno un funzionario, e cazzo ne so io che poi non gira le carte ai livelli più alti. Ma sono foglie di fico. Dovevo pensarci, e basta. [tre foglie di fico, comunque, coprono già un bel po’, N.d.R.]

Quello che amareggia fino alla tentazione dello sfanculamento preventivo è che l’errore – con conseguenze molto limitate, sia ben chiaro – si porta sempre dietro veloce come un fulmine il giudizio di valore sulle tue capacità, e addirittura dubbi sulle scelte fatte. Si porta sempre dietro – diffidenze volpine – il dubbio sulla buona fede. Non c’è mai la presunzione di innocenza, in questo mondo difficile. E dietro tutto questo balena sempre, come è ovvio, il concetto di “come te movi te fuRRmino“, come diceva Cinzia Leone, o “io ti ho dato la luce, io te la spengo” se preferite il meno sofisticato Andrea Roncato. E che cazzo.

Cose che ho impararato da questo episodio:
1. mai dimenticare mai che sei appesa ad un filo, e le cesoie sono sempre lì in agguato;
2. non sono cazzi tuoi la mole di documenti che invii alla gerarchia di capi&affini: tu mandali, perchè nessuno domani ti deve poter dire che non ne sapeva niente. Tu gira tutto a tutti, e vaja con Dios;
3. non hai nessun grado di autonomia, nemmeno una stizza, nemmeno dopo quasi 7 anni: sei pazza? prendere decisioni e mandare avanti una procedura è un ruolo da funzionario, e tu sei [piega schifata della bocca] un’esterna. Tu devi limitarti ad elaborare, inviare, aspettare commenti, ri-elaborare, re-inviare, nei casi più gravi perdere di vista il documento, che nel frattempo acquista vita propria, e sperare di essere informata su che fine fa il frutto del tuo lavoro;
4. per un politico, la faccia è in assoluto la parte più importante del corpo [che scopertona, eh? N.d.R.]

Passerà, come ne sono passate tante. Ma la stanchezza di non capitalizzare mai, al netto delle solite attestazioni di stima, quella, rimane. 

Mi veniva la tentazione di mettere il video del Tenente Hartman in Full Metal Jacket. Ripiego su un più graffiante e sottile Alberto Sordi (ritengo “Signor Tenente! I tedeschi si sono alleati con gli americani!!” una delle battute più folgoranti ed esemplificative del momento di totale e assoluta confusione di quei giorni)

Il mistero dei calzini – Update

Ad un più attento esame, a riprova del mio inesorabile avvio sul viale del tramonto cerebrale, uno dei 4 calzini spaiati è risultato essere al rovescio. Una volta raddrizzato, si è dimostrato perfettamente identico ad uno degli altri tre cui si è romanticamente congiunto. Quindi il mistero dei calzini spaiati permane sempre, ma ridotto nella gravità.  Colgo il suggerimento di Andrea e dedico ad essi due calzini un brano che non conoscevo, ma che mi pare veramente perfetto e celebrativo dell’accaduto 😀

 

 

Notizie del giorno

1.  In un impeto di casalinghitudine avvio una lavatrice di panni sporchi. Stendo i panni, ci sono 4 calzini sportivi. Quando ritiro i panni e mi metto diligentemente a piegarli per metterli diligentemente al loro posto, realizzo che i 4 calzini sono tutti diversi fra loro. Tutti. Quattro calzini, e non ce n’è uno uguale all’altro. Le domande che mi pongo sono molte, la prima fra tutte: ma come minchia ho fatto a spaiare 4 paia di calzini? e poi: dove saranno finiti i 4 (quattro!) compagni di questi? ricordo confusamente di aver fatto pulizia nei cassetti, nel triste periodo di disoccupazione, una decina di mesi fa: il fattaccio deve essere successo allora. E come mai me ne accorgo solo adesso? potrei andare avanti per ore, ad elucubrare sul mistero dei calzini scomparsi e più in generale sulla mia distrazione, ma preferisco fare finta di niente: li appallottolo e li metto in un angolo del cassetto, con l’ideale etichetta “emergenze”. Hai visto mai che venga la carestia, come pensa – e dice, anche, purtroppo – una mia zia non particolarmente ottimista.

2.  Lo spazio commenti del mio sitarello è preda da molti mesi di accaniti spammer che per fortuna voi non vedete, ché io – anzi, Giancarlo e io – abbiamo predisposto le cose in modo tale che i commenti debbano essere sempre approvati, e quindi io passo le giornate a cassare senza pietà decine di commenti-spam. Pubblicizzano di tutto, ma soprattutto medicinali (non solo Viagra, pivelli, ora anche anfetamine, calmanti, psicofarmaci di ogni genere, miracolose pillole dimagranti, anabolizzanti per sportivi e Dio solo sa che altro), vendita sottobanco di scarpe e vestiti griffati rubati, foto nude delle celebrità del momento, maschi femmine e così così. E a proposito di commenti, l’orda di commenti autonomi sul post del mio provino a L’Eredità si è un po’ placata, ma non spenta del tutto. E comunque (88 commenti) mi sono arresa all’evidenza che ormai quelli non sono più commenti ad un post, sono un forum spontaneo che ha preso vita propria.

 3. Fenomenologia delle farfalle (nello stomaco) morte: esse portano con sè insospettate libertà. Ad esempio, non c’è più bisogno di scervellarsi per pensare ad un tema che possa essere di suo interesse, pur di avere una scusa per scrivergli (una mail, un sms). Se viene, viene. Se no, love&peace.

Colonna sonora del giorno: Tiziano Ferro canta De Andrè. Adatto per serate piovose e fredde come l’odierna.

Correre – il giro della morte

E’ il simpatico ma realistico appellativo che la sottoscritta ha dato al giro completo del lago Pantano, in C.da Tora, Pignola (PZ). Il percorso è lungo esattamente 6 km. e quindi corrispondeva al mio obiettivo

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di ieri. E l’ho fatto, TUTTO!! Mi amo. Considerazioni sparse.

1. scherzi della stanchezza/2: se l’ultimo tratto è un lungo – ma lungo – rettilineo, non alzare lo sguardo, perchè più corri più la meta sembra allontanarsi, invece che avvicinarsi. Meglio concentrarsi sul tratto di asfalto più vicino ai piedi.

2. le salite sono meno pesanti se fatte a piedi che se fatte in bicicletta. Correndo, basta inserire la ridotta, cioè rallentare, fare passi più brevi e concentrarsi sul respiro, e la salita passa. Con meno dolore di quanto si ipotizzasse all’inizio.

3. togliete i bambini di mezzo, cazzo!! (ma pure gli adulti). Le famigliuole a passeggio per far prendere aria al pupo non si sa mai in quale direzione vadano, e travolgerli non è un buon sistema: fa perdere tempo e spezza il fiato. I bambini sono particolarmente insidiosi: il concetto di “tenere la destra” è obiettivamente ostico per loro, e voltarsi indietro per guardare dove sono rimasti mamma / papà / fratellino è un gesto geneticamente inserito nelle loro belle testoline infantili. E se si guarda dietro, non si guarda avanti, e la biciclettina / moto a batteria tende a sbandare e/o a cambiare direzione. Per questo nel primo tratto preferisco in genere la rotabile, invece della pista per i pedoni. Ma a quel punto immagino che anche i ciclisti semiprofessionisti pensino di me quello che io penso dei bambini in biciclettina: ieri un gruppone di Pantani mi ha rasato i peli della parte sinistra del corpo, e ho chiaramente percepito con un exploit di lettura del pensiero la frase “ma perchè non vai sulla pista pedonale, bionda?“. L’unica differenza è che io ho una traiettoria prevedibile: vado sempre dritto. E sto tutta a destra. O tutta a sinistra.

4. giusto perchè siate tutti consci della mia grandezza, posto foto del tragitto. E’ quel sottile filo rosso che gira intorno al lago (bello, vero?). Let you rosik.

Dovrei viaggiare più spesso

Forse dovrei andare un po’ di più in giro. Quando viaggio, incontro umanità che nelle mie routine quotidiane non incontro mai.

Salgo sul FrecciArgento Salerno – Roma, ieri. Quando raggiungo il posto che il cervellone di Trenitalia mi ha assegnato, la scena che mi si para davanti agli occhi è questa. Il mio posto è vicino al finestrino, e fa parte di quelli a salottino, 4 posti messi a due a due di fronte, con tavolino in mezzo. Il controllore – giovane, pallido, serio – è in piedi vicino al tavolino, sfoglia carte che non promettono niente di buono. Il posto di fronte al mio è occupato da una signora anziana, il prototipo leviano della dignitosa e pulita contadina calabro lucana a me tanto cara: ossuta, alta, completamente vestita di nero, capelli bianchi tirati in una crocchia sulla nuca fermata con le forcine, occhiali con la montatura di metallo, piccoli orecchini antichi, rughe di sole e di espressione, viso pulito e pallido. Molto pallido. Ha gli occhi chiusi e tiene un braccio allungato sul tavolino. Il polso di quel braccio è saldamente nelle mani di una donna che le siede di fronte, e che quindi occupa il mio posto. Descrizione della donna: più vicina ai 50 che ai 40, miniabito nero molto scollato aderente con cinturone in vita, calze autoreggenti con balza in pizzo, stivaloni di camoscio nero tacco 12 di quelli da bucaniere, alti fin sopra il ginocchio e più alti davanti che dietro, neri capelli fluenti. Stando seduta, protesa verso la vecchietta, il miniabito si è alzato scoprendo la fascia di pizzo delle autoreggenti, e dall’alto, posizione mia ma anche del controllore, visto che siamo entrambe in piedi, la scollatura è ben più che generosa. Questi dettagli hanno infatti iponotizzato il solerte uomo delle FFSS, che non accenna a muoversi nè a fare alcunchè di costruttivo.

Faccio timidamente notare la mia presenza e con garbo notifico che il posto occupato dalla figlia sexy del Corsaro Nero sarebbe il mio. Il capotreno mi fulmina con lo sguardo, la vamp non mi guarda nemmeno, la vecchietta ha ancora gli occhi chiusi. “La signora si è sentita male – mi spiega l’uomo FFSS – e la dottoressa le sta sentendo il polso”.

I pensieri che mi rotolano in testa, a questo punto, posso riassumersi più o meno cosi:

ok, l’abito non fa il monaco, e ognuno di noi si veste come meglio gli aggrada, soprattutto fuori dal contesto lavorativo. Però poi succede che è il contesto lavorativo che ti viene addosso, sotto forma di una vecchietta calabra che si sente male e di un capotreno che chiede “c’è un medico a bordo?” e il giuramento di Ippocrate ti spinge ad intervenire, anche quando stavi andando in vacanza a Marbella o forse ad un meeting di cubiste over 40. E quindi finisce che ausculti la pressione ad una signora anziana scoprendo la balza di pizzo delle autoreggenti, forse destinate a diversi e più produttivi sguardi che non a quelli del capotreno (e di mezzo treno, in verità, che con la scusa di informarsi sulla salute della nonnetta viene in realtà a guardare la dottoressa dei suoi sogni, quando da adolescenti si giocava al dottore e all’ammalato con la vicina di casa).

Segue la solita trafila che già conosco: il capotreno che chiede all’anziana signora se vuole che venga chiamato il 118, la signora che dice di no e si rifiuta di scendere dal treno, il capotreno che compila e fa firmare a nonnetta e dottoressa una serie infinita di fogli, con esibizione di documenti vari, tutti tesi ad esonerarlo da qualunque anche minima reponsabilità. Intravedo – senza volerlo, giuro – la carta di identità della dottoressa e scopro che ha un nome di battesimo assurdo, tipo Artabana o qualcosa del genere. Un nome, un destino di originalità. Mi siedo affianco alla scosciata, appena il capotreno se ne va, e mi rendo conto che a dispetto dell’abbigliamento, la dottoressa è molto brava: ha capito che il problema della nonnetta è soprattutto psicologico, e continuando a tenerle il polso la costringe a parlare, le fa prendere delle medicine, si fa raccontare tutto il quadro clinico, la fa bere, le fa raccontare in breve la sua vita e quella della sua famiglia. La nonnetta sta andando al nord – estremo nord – per andare a trovare il figlio, viaggia da sola, deve fermarsi 4 ore a Roma prima della coincidenza – marò – è in ansia e depressa per le sorti della sua famiglia sparsa ovunque sul territorio nazionale. In breve la situazione è sotto controllo, la signora anziana riacquista colore e calore e si appisola, dietro consiglio della dottoressa. Arrivati a Roma rifiuta con energia di essere aiutata per scendere, rifiuta

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qualunque offerta di compagnia, limitandosi a ringraziare con solenni benedizioni la vicine di posto (me compresa, che l’ho tenuta d’occhio per il resto del viaggio), il capotreno e soprattutto la dottoressa, vero angelo custode, ancorchè in abiti da Ruby. Spero che sia arrivata, sana e salva, e che il figlio si prenda cura di lei.

Il resto della giornata scorrerebbe più o meno come nelle previsioni. Scorrerebbe, perchè senza alcun preavviso l’ultimo tratto del mio apparato urinario decide di non avere sufficienti risorse immunitarie per combattere un banale assalto batterico, e si risveglia – dolorosamente – con tutti i sintomi di una violenta cistite. L’apice viene raggiunto quando sono sul treno del ritorno, l’ormai caro e casalingo ETR9360 Roma – Taranto. Considerando che io mi farei fare l’anestesia totale pure per tagliarmi le unghie, se ne può dedurre quanto sia alta la mia soglia di resistenza al dolore. Intercetto l’omino che spinge il carrello delle bibite, compro due bottiglie di acqua (so che bisogna bere molto in questi casi, per diluire la carica batterica) e facendo gli occhi di Bambi chiedo se per caso può procurarmi un antidolorofico, un antinfiammatorio, un Aulin, un’aspirina, o anche una mazza da baseball per farmi perdere conoscenza (flap, flap). L’occhione languido fa ancora il suo porco effetto: l’omino pianta il carrello in mezzo al vagone e corre a prendermi un antidolorifico dalla sua scorta personale. Lo prendo, e va meglio. Mi assopisco.

Vengo svegliata di soprassalto dalla sensazione che il treno stia deragliando e stia cadendo in una discarica dove vengono vuotati solo portacenere. Affianco a me, con un tonfo che ha fatto sussultare tutto il vagone, si è seduto un altro passeggero, e mi basta un’occhiata di traverso per capire che Dan Brown non si è inventato niente.

Descrizione del mio compagno di viaggio: 2 metri di altezza per 150 chili di peso. Un bestione, con delle enormi manone. ALBINO. Con i capelli bianchi lunghi raccolti in un codino. Deve aver fumato 10 nazionali senza filtro prima di salire sul treno, ha un odore di ciminiera che mi viene da vomitare. Per fortuna pure lui è insoddisfatto della collocazione, e visto che il treno è mezzo vuoto si alza e si colloca altrove, passando il resto del tempo a guardare un film su un lettore DVD portatile. Ne vedo il riflesso sul vetro, e così a occhio non mi pare Biancaneve e i sette nani.

Per fortuna prosegue oltre la mia fermata.

Correre, ed altro

Problemi da runner, che mai mi sarei immaginata di avere prima di cominciare.

1. il sudore. E non tanto quello che scorre, che fa solo bene (anche se negli occhi brucia, se proprio ne scorre tanto), quanto quello che inonda magliette, calzoncini, biancheria intima, asciugamani, felpe. Forse perchè è il prodotto della fatica, è peggio della candeggina: impregna i capi e non esiste lavaggio a 50° nè detersivo nè ammorbidente che faccia svanire la traccia odorosa della mia meravigliosa ossessione. E i lavaggi a temperature aggressive sciupano i capi, comunque. Non ho una soluzione: ad un certo punto i capi andranno buttati, e stop. Quelli che uso giorno per giorno dopo l’allenamento li stendo fuori, sperando che aria e sole (e pioggia) li rendano almeno avvicinabili  😀

2. il movimento della corsa, passati i primi 30 minuti, tende ad irritare i capezzoli, che – mi sono documentata – possono arrivare a sanguinare. Io porto una brassiere con le putrelle d’acciaio per sostenere il peso – uffa – che già attutisce lo strofinamento, ma ho risolto definitivamente mettendo in loco cerchietti di ovatta cosparsi di crema idratante. Vedremo dopo i 40 minuti che succede.

3. la stanchezza può fare strani scherzi: per esempio, farti percepire lo stesso tratto di strada come “strada in salita” in entrambe le direzioni.

E’ un periodo strano, questo. Tanta fatica fisica, una discreta fatica mentale, ma per contro assenza di emozioni.

Sono molto contenta di aver rischiato, mesi fa, cambiando sede di lavoro: non ho subito contraccolpi di nessun genere, il lavoro mi piace, e molto, le persone sono gradevoli e stimolanti al punto giusto. Dopo le amministrative e con l’andata in pensione di un paio di colleghi (maschi), questo Dipartimento si caratterizza per una gestione fortemente matriarcale e women oriented: donna l’Assessore, donna il Direttore Generale, donne tutti i responsabili di Ufficio e molti dei quadri. Non voglio fare la femminista dell’ultima ora, ma a me piace. E’ vero che le donne possono essere micidiali nelle invidie e gelosie, e nel tessere conseguenti trame velenose e trappole, ma finora non mi pare stia succedendo: sento piuttosto un’aura di sotterranea solidarietà su orari, figli, genitori, assistenze, sui dolori quotidiani piccoli e grandi; una più generale tolleranza sui bisogni individuali, che sono secondo me una caratteristica propria delle donne (se intelligenti, ovviamente, e se non accecate dalla corsa al potere con qualunque mezzo). Ci sono molte ragazze giovani, l’aria è generalmente allegra, capita spesso di sentir ridere nelle stanze. E anche questo mi piace.

Però le farfalle non le sento piu’. E come dice Elisa, mi illudo (o temo?) che stiano dormendo, ma so che sono morte. Potrebbe essere per questo, che il ritmo di scrittura si è allentato: la vena letteraria è generata dalla sofferenza, possibilmente d’amore. E’ una regola che mi sono inventata in questo momento. Anche perchè a scrivere di innocui e asettici tecnicismi non mi diverto. Mi diverto quando posso raccontare quello che mi succede attorno, e dentro, possibilmente senza illudermi di espolorare (ed aver capito) i macromeccanismi. Adesso per esempio, non so come chiudere questa banale lamentazione sui cazzi miei.

Lascio la scena al grande Roberto Benigni, per un pezzo di cui adoro le parole ma soprattutto la musica. A futura memoria.