Correre

Prima di tutto, il rito.

Spogliarsi degli orpelli della civiltà per indossare la divisa selvaggia della passione. I calzoncini sono tecnici, e anche le scarpe, se no ci si fa male. Ma la maglietta è stinta e sbiadita, e porta il segno di innumerevoli sudate e lavaggi a 40 gradi, e una traccia di odore umano che nessun ammorbidente riesce più a cancellare. La felpa, se fa un po’ più freddo, è quella che ho comprato nel mio primo viaggio negli States, nel 1990. E’ bucata e stinta, sbridellata in più punti, ma nessuna come lei è adatta al rito selvaggio dell’amplesso col proprio corpo che si ottiene in una corsa. 

La musica. Da qualche giorno mi pare di poterne fare a meno. Mi concentro di più sul mio corpo, sul ritmo del respiro, sul lavoro sincrono e miracoloso di muscoli, ossa, legamenti, giunture. Sul rumore delle scarpe che battono il terreno, con un ritmo uguale e che riconosco come mio. E poi non sono riuscita ancora a trovare cuffiette che mi stiano perfettamente ferme sulle orecchie, senza farsi smuovere dal passo, senza scivolare via quando inizia a scorrere il sudore.

I primi 10-12 minuti sono i peggiori, con un picco di sofferenza verso il 10° minuto. E’ il momento nel quale una parte di te ti sussurra alll’orecchio “ma chi cavolo te lo fa fare?” e anche “puoi fermarti, se vuoi, sai?”. Se ascolti questa voce, è la fine, ti fermerai e dopo non riuscirai più a ripartire, perchè ripartire è orribile, e il picco di sofferenza ti aspetta al varco dopo due minuti. Se invece riesci a non fermarti, concentrandoti sul ritmo del respiro (“dentrodentro-fuorifuori-dentrodentro-fuorifuori”), forzando gli addominali a buttarla tutta fuori, l’aria, prima di prenderne altra, dopo ancora un paio di minuti va meglio. Il cuore ed il respiro si sincronizzano, e respirare diventa di secondo in secondo più facile. Il battito rallenta, anche, un poco, e le forze sembrano tornare. A quel punto è solo un problema muscolare: sforzarsi di non essere rigidi, di dare scioltezza al passo, per non stancarsi. Non forzarlo, il passo, che tanto a me non importa quanto tempo ci metto a fare il mio percorso, mi importa solo farlo 100, 200, 300 metri più lungo della volta precedente. Quando avrò raggiunto l’obiettivo mi preoccuperò di cominciare a correrlo in meno tempo. Forse, o forse no. E comunque è un problema di domani, e invece correre è tutto un qui e adesso. So quando inizia il momento in cui la sofferenza inizia a scemare perchè il cervello diventa capace di pensare ad altro. Ecco, se stai pensando ad altro, se sei capace di pensare a quello che ti ha detto un amico ieri, a quello  che hai sentito alla radio stamattina, vuol dire che hai passato il picco della sofferenza. Prima di quel momento, il cervello è concentrato sul dolore, sul respiro difficile, sui muscoli che sembrano cedere. E’ concentrato su quella vocina che ti dice di fermarti.

I metri corrono sotto i piedi, e la meta del giorno si avvicina. E’ il momento più bello. Quando i piedi passano sul segno che rappresenta la meta, sento, sento distintamente che potevo correre ancora, e ancora, ed è solo la razionalità di fare le cose con calma che mi ha fatto fermare. Anzi no, non fermarmi del tutto, che è dannoso: camminare a passo svelto, respirando a fondo. Il momento di grazia, di esaltazione pura, si stempera in una soddisfazione profonda, intensa, un’ondata di endorfine che inonda il petto, la testa, le gambe, lo stomaco. Il cuore in pochi minuti si placa, come un tamburo che piano ricomincia a battere in sordina invece che a grancassa, gradualmente.

Mi asciugo il sudore con la parte davanti della maglietta, lasciando una chiazza umida che è la prova di aver ancora, anche per oggi, superato un ostacolo, fatto quello che dovevo. A quel punto non mi interessa più di nulla, di quello che mi ha ferito o preoccupato o stancato il giorno prima.

Non mi importa.
Io sono Dio, e voi non siete un cazzo.

Colonna sonora ovvia offerta da The Boss.