E prima ancora

Cominciamo dalla fine? La fine è stato tornare nello stesso albergo, in una rovente domenica di luglio, a fare niente cercando di inghiottire il magone. E’ stato bruttissimo perchè ogni movimento mi ricordava che la vacanza era finita, e invece fino a poche ore prima non lo era ancora. Ho provato ad uscire, ma la domenica d’estate a Roma i romani se ne vanno, e la città sembra un luogo abbandonato dopo un disastro nucleare e rioccupato da alieni: cingalesi, indiani, greci, africani del mediterraneo, cinesi e poi schiere di giapponesi dietro a una giapponese con un ombrellino, americani (a tonnellate), francesi, tedeschi, slavi. Tutte le etnie del mondo, tranne gli italiani. E forse è meglio così.

Prima c’era stato l’aeroporto, il luogo che odio di più al mondo. Code per controlli sempre temuti e sempre inutili, code per passare valigie sotto un metal detector. A quel punto bisogna separarsi, il metal detector è il punto di confine fra il nodo e il suo taglio, fra chi vola verso Ovest e chi scende in treno verso sud. Il punto della massima sofferenza, poi piano piano passa. Si esibisce la sofferenza agli occhi vuoti di baristi e hostess e personale di terra con le tute arancioni che guarda, sempre più stupita che partecipe, le lacrime che non si riescono a fermare.

Prima ancora c’era stato il viaggio che dal mare porta verso la montagna passando per altre montagne, coperte di boschi, dove si indovinano i sentieri lungo i quali si arrampicarono i trecento di Carlo Pisacane, prima di morire per mano di oppressi che non volevano essere liberati. A farla in senso inverso, quella strada, sembra impossibile che porti verso il mare, tanto la montagna è erta e il bosco è fitto: eppure ad un certo punto la montagna si apre e in fondo, nell’ultimo spicchio di bosco, si vede l’azzurro. Il mare, la vacanza.

Mi ha preso una sorta di nostalgia infantile, bellissima a ritrovarsi: la gioia primordiale del primo piede messo sulla sabbia, l’odore di Coppertone e di gomma delle ciambelle e del canotto, le grida di bambini, la radio, le chiacchiere della signora dell’ombrellone affianco.  Dopo le dodici il pubblico dei bagnanti, composto in grande maggioranza da famiglie giovani con bambini piccoli e piccolissimi e da persone anziane o decrepite, risaliva verso la pineta, il fresco delle stanze, il pranzo. La spiaggia restava nostra, e la si poteva guardare dalla terrazza: il sole che fa luccicare l’azzurro, il rumore della stoffa dell’ombrellone tesa dal vento, che fa cigolare le corde con le quali l’ombrellone è legato al parapetto. Un rumore marino, se si chiudono gli occhi si può pensare di essere sulla tolda di una barca a vela, davanti solo il mare, il legno caldo sotto i piedi nudi.

L’acqua era verde o blu, a seconda delle ore del giorno, ferma come una tavola, trasparente sempre. Così trasparente che si vedeva chiaramente il fondo, alcune decine di metri sotto, così chiaramente che  evitavo di guardare di sotto per non farmi venire le vertigini, mi pareva di stare sospesa sul precipizio. Per rito e quasi scaramanzia arrivavavamo ogni giorno a nuoto alla boa che segna il confine al di qua del quale le barche a motore non possono arrivare. Ci siamo divertite a doppiarla, battendoci sopra con le nocche per farla suonare, per provare che eravamo arrivate fin là. Ci siamo arrostite al sole, e nutrite quasi esclusivamente di pesce, frutta, granite, gelati e mojito.  Vacanza, insomma.

Prima ancora c’era stata la gioia pura dell’attesa dell’arrivo, dell’avvento, che è sempre meglio dell’arrivo vero e proprio, come aveva già astutamente intuito quel gobbo secchione di Giacomo Leopardi.

E’ stato bello, comunque. Abbiamo riso moltissimo. Stasera il post mi è uscito un pò intimista e malinconico, ma le cose che ci hanno fatto ridere me le ricordo tutte. Le racconto un’altra volta, in un’altra puntata.