La realtà aumentata (in tutti i sensi)

Roma, Piazza S. Giovanni – oggi, 20 Marzo 2010 (per il TG1 c’è un milione di persone)

Roma, Piazza S. Giovanni – 1° Maggio 2009 (per la

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Questura ci sono 200.000 persone)

Uno dei due, come si suol dire, mente.

Credits: sig. Edoardo, Roma

E’ ancora inverno

Hanno trovato Elisa.

In un sottotetto della stessa Chiesa dove era stata vista l’ultima volta da viva, il 12 settembre del 1993. Un secolo fa.

L’hanno trovata lì dove tutti hanno pensato prima o poi che potesse essere, lì dove nessuno però l’ha cercata, o dove  l’hanno cercata, ma evidentemente molto male. Nessuno riesce capacitarsi di quanto ci siamo passati vicino tutti, a quel sottotetto, di quante volte siamo entrati in quella chiesa, di quante volte amici e parenti, proprio lì, in quella chiesa, hanno pregato per lei.

Alla scomparsa di Elisa, per una serie di  giri impietosi che fa il caso, devo un pezzettino di un altro incubo, che mi ha riguardato molto da vicino, un incubo al quale ho rischiato di soccombere. Come se una volontà che non voglio pensare divina avesse deciso che la sofferenza di una sola famiglia non era abbastanza, era necessario attaccarci un’appendice di dolore.

E adesso che l’hanno trovata, non riesco a non provare un sottile disagio, che si materializza in un indefinito senso di colpa.  Colpa, sì.  Come se non avessi fatto abbastanza per cercarla, per trovarla, per partecipare, per spingere, per sostenere. Mi sento colpevole di aver vissuto la mia vita dal 1993 ad oggi, mentre lei ammuffiva in un sottottetto umido e sporco, proprio sopra le nostre teste.

Dedico questo post a Elisa, morta lottando – credo, spero che sia così – a soli 16 anni, ai suoi fratelli, con i quali ho condiviso un pezzo di sofferenza, alla mamma, che non ha mai smesso di lottare e adesso può piangere in pace, o arrendersi, lasciarsi andare e provare a morire anche lei, di fuori, visto che di dentro è già morta da tanto. Dal 12 settembre del 1993.

Ho freddo, è ancora inverno.

La colonna sonora di stasera è offerta da Franco Battiato e Fabrizio De Andrè

Ma poi alla fine

E così con grande spreco di carta inchiostro e parole abbiamo firmato un nuovo contratto, il 1° Marzo, in modo da far sembrare il mio post precedente l’inutile lamento della piccola fiammiferaia.

Ho cambiato piano, stanza, colleghi, visuale dalla finestra, mansioni, stipendio. Sono rimasti uguali il palazzo, il pc, la stampante. Dopo 5 anni e 8 mesi non sono più in stanza con Stelvio, interrotto il sodalizio fraterno,

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lui ha preso casa due stanze più in là. Io sono – al momento – in splendida solitudine, lui ha un silenzioso torreggiante compagno che non mi somiglia per niente. Come amanti separati dagli eventi, continuiamo a vederci di nascosto per prendere il caffè e scambiarci informazioni ed impressioni, ci parliamo via Skype e manca solo che comunichiamo via bigliettini lasciati nel bagno, come facevamo da ragazzini.

Nuovi personaggi ed interpreti si affacceranno su queste pagine. Adesso lasciatemi lavorare.

Di quello che dovrei aver imparato in questi mesi (ma invece non imparerò mai)

Ho imparato che perdere il lavoro non è un raro evento cosmico, come la quadratura di Saturno: può succedere, e da un momento all’altro, ed è possibile non sapere con precisione quando ricomincerai a lavorare. 

Io non ero preparata. E’ dal 1999 che lavoro con la certezza di uno stipendio a fine mese: prima quasi simbolico, poi via via sempre più alto. Trovarmi di colpo privata di questa certezza, privata di un accredito a fine mese, di una scrivania, di un pc, di un posto dove andare la mattina è stato durissimo, una durezza tanto più dolorosa quanto più sorprendente, come un cazzotto a freddo dato da uno sconosciuto che ti passa vicino in strada.

Non me ne sono accorta subito; per un pò sono andata in ufficio lo stesso, con la scusa di sistemare cose rimaste appese: ma la la consapevolezza che lo stavo facendo gratis, e che comunque non avrei dovuto stare lì, e lo sguardo fra il compassionevole e lo stupito che mi rivolgevano (alcuni) colleghi piano piano hanno rosicchiato le residue sicurezze. E’ arrivato il giorno che non ce l’ho fatta più, e in ufficio non ci sono andata.

Improvvisamente ho avuto un sacco di tempo libero, nessuna idea su come utilizzarlo, e pochi soldi.
Un sacco di tempo libero per uscire di casa e spostare la macchina per evitare che qualcuno passando la vedesse lì e capisse che non ero andata a lavorare, in effetti; un sacco di tempo libero per andare a fare la spesa in orari in cui non l’avevo fatta mai, prima ero sempre di corsa, adesso ho potuto scegliere con calma i prezzi, le qualità, confrontarle, soppesare. Ma è una cosa che mi ha messo addosso una tristezza senza precedenti.

Piano piano la vita ha rallentato.

E’ venuto il giorno che non sono voluta più nemmeno uscire di casa, e dopo poco quello in cui non volevo più alzarmi dal letto.
Una debàcle molto stupida, certo.
Ma anche del tutto imprevista e spiazzante, come reazione, perfino per me stessa.

Mi sono sentita inverosimilmente idiota, isolata, spazzata via in un angolino come la polvere sul parquet. Mi tenevo – con grande fatica –  in contatto con persone che avrebbero dovuto essere nella mia stessa situazione, ma mi pareva che nessuno fosse veramente tagliato fuori come me: mi è parso che tutti ci avessero pensato per tempo, tutti avessero altro da fare, nell’attesa di, e tutti riuscissero benissimo a resistere. Tutti, tranne me. Un senso di esclusione paralizzante.

Per fortuna mi sono piovute addosso due o tre cose da fare, tutte più o meno futili e inutili, ma che mi hanno consentito di non perdere completamente il contatto con la realtà. E anche tirarmi fuori dal letto a forza di litigate con me stessa per andare a mettere la testa sotto l’acqua fredda, poi mettermi al pc obbligata a scrivere una sola stupida mail, era meglio che niente.

Ci sono delle persone che vorrei ringraziare, a questo proposito. Alcune più o meno consapevolmente, altre molto molto meno, mi hanno costretto a rimettermi in piedi, o meglio a non stendermi del tutto. Ma sono timida. Un giorno, forse, glielo dirò di persona.

E a proposito: dovrei, anzi vorrei veramente aver imparato che darsi con signorile splendida generosità alle persone lavorando gratis fa sentire padreterni però non paga, MAI. Non solo non paga in moneta sonante, che fin qua ci potrebbe anche stare: non paga nemmeno in rispetto e attenzione. E questo è un fatto ben più doloroso, molto noto all’universo mondo, ma per me sempre nuovo e urticante, perchè, appunto, non imparo mai.

Ma stavolta, forse, chissà.