We are the world

Per almeno due motivi.

Perchè era l’inverno ’84/’85 e io e Ross lasciavamo il caldo sicuro rifugio della provincia e della famiglia e delle sicurezze  per tuffarci nella metropoli tentacolare, nella vita adulta, nelle prove da affrontare da sole, senza il paravento del liceo con il busto amico di Quinto Orazio Flacco, del banco, degli amici, della famiglia. Stare attente a non farsi scippare, a non arrivare tardi, a farsi bastare i (pochi) soldi, a studiare, a non farsi male. Alzarsi al buio il lunedì mattina, uscire nel gelo, prendere il pullmann, e all’arrivo il caffè da Mexico, borsoni in spalla, e via andare. E non può non rimanerti impresso, un inverno così.

Perchè era la prima volta che si faceva una cosa del genere, e restammo tutti incantati di fronte a voci così diverse e personalità artistiche così imponenti e multiformi che si fondevano con tanta eleganza. Poi c’era la beneficenza, l’Africa, ammazza ‘sti americani se sò forti.

E mi dispiace per la buonanima, ma a me continuano a rizzarsi i peli sulle braccia quando entrano Bruce Springsteen, o Cindi Lauper, o Bob Dylan o Ray Charles, e non quando entra lui. 

Rest in peace, Michael. Sono sempre i peggiori che se ne vanno per primi.

Thai forever

Un centro di massaggi thailandesi si apre a 20 mt. dal mio portone. Come resistere?
Acquisto un pacchetto di 5 massaggi “Regno di Thailandia” (sconto del 10%).

Oggi, il primo massaggio.

Il luogo è esattamente come te lo aspetteresti: luci basse, incensi, legno, divanetti di velluto, separée di finto bambù, cuscini ricamati, arazzi con ricami di scene di risaie, Buddha di finto avorio ed elefanti di finto ebano dovunque (uno, gigantesco ed un pò inquietante, all’ingresso). La massaggiatrice si presenta con un inchino a mani giunte, mi fa togliere le scarpe e le porta via su un vassoio, dandomi in cambio un paio di babbuccette morbide. Mi dice il suo nome: Chat, o Sciat. Mi porta in uno spogliatoio e mi spiega cosa devo mettermi addosso dopo essermi spogliata dei miei panni occidentali: una camicia di garza leggera e un enorme paio di braghe di cotone, da legare in vita e rivoltare sulla cinta. I miei vestiti e la mia borsa spariscono in un armadietto intarsiato, chiuso con chiavetta con nappina e con l’immancabile elefantino.

Dopo aver lottato un pò con le immense braghe (l’alternativa era uscire dallo spogliatoio reggendole con tutte e due le mani, roba da farmi ridere dietro fino a Bangkok) riesco più o meno a legarle ed esco. Sciat mi accompagna ad una saletta isolata da separé di bambù e mi indica di stendermi. Il luogo dei massaggi è un materassino ampio e duro, livello pavimento, con cuscini colorati. Sciat abbassa la voce fino ad un sussurro, si inginocchia, mi chiede “scusa se dovrò toccare suo corpo” (e come pensavi di farlo, il massaggio con la forza del pensiero?) e inizia.

Il massaggio thailandese non è tutto rose e fiori. Sciat incombe su di me e per massaggiarmi usa i piedi, i gomiti, le ginocchia. Praticamente mi cammina addosso. Quando preme coi gomiti in punti delicati ammetto di sentire dolore, anche se sopportabile. Lei sussurra: “Fa male?” Io stoicamente rispondo di no e lei sospira soddisfatta: “Brava, brava, siniora”. Usa olii profumati alla canfora, che danno una meravigliosa sensazione di fresco sulla schiena (anche se poi lo si paga con un insopportabile penetrante odore oleoso che si stampa sulla pelle e mi porto appresso per mezza giornata). Sciat si alza in piedi, tira braccia e gambe, le torce, le incrocia, le incrocia e le torce. La lascio fare, sempre più rilassata.

Sarebbe tutto perfetto, tutto molto orientale, se non fosse per l’insopportabile cicaleccio che proviene dalla attigua sala estetica: un interminabile insopprimibile gossip in puro put’nzes’ mediante il quale io e Sciat apprendiamo non pochi dettagli su un matrimonio riparatore (nome della sposa, nome dello sposo, famiglie identificate fino al terzo grado ascendente, discendente, collaterale e affine, abito della sposa, quantità e qualità delle portate del pranzo), se sia meglio il pranzo o la cena per un matrimonio, i consigli sui rapporti con i parenti del marito che la linguacciuta ha dispensato alla figlia, a quanto pare senza grosso successo, and so on.

Alla fine, mi rialzo in piedi, mi rimetto la camiciola, mi ricompongo (le braghe si sono scomposte durante il massaggio e torno allo spogliatoio, come era prevedibile, reggendole con le mani), mi rimetto i miei panni, esco dallo spogliatoio. Mi aspetta fumante tisana rossastra, non male, devo dire, da sorbire seduta su divanetto di velluto rosso, mentre Sciat in piedi mi guarda e sorride. “A che serve la tisana?” chiedo.

Sciat si porta le mani giunte al petto, fa un lieve inchino e sussurra: “A fale pipì”.

Ovvio.

Colonna sonora ovvia (anche se imprecisa) offerta da un fascinosissimo David “Duke” Bowie.

 

Freedom!

Andare in bici a Giugno nell’area ciclabile del Pantano è un’esperienza psichedelica. L’aria è satura di odori e colori che stordiscono. L’odore marcio dei fiori dell’edera, l’acuto dolciastro del caprifoglio, il pungente leggero del finocchietto, e il mio preferito, il fresco stordente delle ginestre.

Tutto è blu di un blu intenso, o giallo carico. Il lago spicca in mezzo agli alberi come se fosse dipinto, e la tentazione di fare finta di non avere visto cartelli e divieti ed andarsi a stendere sul molo, come facevamo da ragazzi, per prendere

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il sole o pescare, è fortissima.

Già, i divieti. Come è possibile che “protetto” significho “vietato”? non c’è un controsenso, in tutto questo? 25 anni fa non esistevano barriere di cemento, al lago Pantano: si arrivava

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con i motorini fino sulla riva, in quelle mattine di festa regalata che erano gli “scioperi”, di cui nessuno conosceva il perchè. Si mettevano i piedi nell’acqua, si giocava, si rideva, si mangiava, si faceva l’amore e non ricordo che quando andavamo via il lago fosse più sporco, o meno “protetto” di quanto sia ora.

Faccio bikeschool con un amico semi professionista, e realizzo che sbagliavo tutto coi rapporti del cambio. Forte di rinnovato vigore quadricipite, mi lancio in corsa e quando prendo una discesa, quando posso rilassare la pedalata e alzarmi sul sellino, mi sento padrona del mondo, con il vento che mi fischia addosso senza potermi fermare.

Provavo la stessa sensazione a 15 anni, quando andavo a sciare: dopo l’infame scaletta dei principianti, dopo l’emozionante skilift della prima pista, quella dei semi principianti, il terrorizzante skilift della seconda pista, quella dei quasi professionisti, potevi concederti un minuto di discesa semilibera su una pista larga affiancata dal bosco (le misure di sicurezza sarebbero venute dopo, molto dopo). Il vento in faccia, il cielo azzurrissimo, gli sci che correvano, l’odore di neve e resina di pino, insomma la libertà.

Totale ed incondizionata.

Tesserini rubati all’agricoltura

Il notista politico

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oggi.
Parliamone.

Marco Frittella, Bruno Luverà, quella bionda con caschetto a funghetto, quell’altra con le labbra tumefatte che si mette di 3/4 davanti alle telecamere, al grido di “ma chi cazzo è Lilli Gruber rispetto a me”, e tanti altri.

La giornata tipo del notista politico.

Ore 10:00 – inizia un’altra durissima giornata di lavoro. Entrare al Parlamento esibendo il tesserino RAI e passeggiare nei corridoi spingendosi fino alla bouvette, fino a che non spuntano Cota, o Di Pietro, o la Sereni, o Anna Finocchiaro, o Gasparri, o Schifani, o Bonaiuti e dicono qualcosa, che il notista politico annota politicamente. Capezzone non c’è bisogno che spunti, è sempre lì, dorme sulla moquette e quando vede le telecamere salta in pedi e dice qualcosa, qualunque cosa, con quella sua faccia da chierichetto sodomizzato.
Il vero notista politico starà bene attento non solo a non fare la benchè minima domanda, meno che mai una domanda intelligente, ma baderà anche che nel riportare il pensiero altrui non ci sia nemmeno la più piccola sbavatura di pensiero proprio. Un registratore umano, praticamente, con giacca e cravatta / tailleur rosa, e bloc notes d’ordinanza.

Ore 13:00 – fare il conto delle dichiarazioni ottenute e scoprire che per coprire i 5 minuti di collegamento ne mancano un altro paio. Partire alla caccia dei commentatori di seconda fascia, i leghisti di primo pelo, le piddielline brutte (rare come la volpe albina), la Santanchè. In casi estremi, uscire fuori dal palazzo e braccare i sottosegretari di passaggio mentre vanno a pranzo. In casi disperati, ripresentarsi davanti a Capezzone sperando dica una cosa anche solo leggermente diversa da quella della mattina. Purchè dicano qualcosa, cazzo. Tanto io trascrivo e stop.

Ore 19:00 – riciclare le stesse dichiarazioni della mattina per il TG della sera, cambiando l’ordine degli interventi e anche delle parole dentro gli interventi, tanto i concetti sono di plastica e non ne risentiranno.

Ore 20:30 – distrutti, andare a dormire.

Ne valeva davvero la pena, eh, Bruno?
Era proprio così, che te l’immaginavi, la professione del giornalista?