1° Maggio

Non siamo più capaci – io non lo sono più, almeno, anche se faccio ragguardevoli sforzi – di assegnare un senso alle celebrazioni. Ormai i giorni di festa si caratterizzano solo per il fatto che non si va a lavorare (cosa nemmeno del tutto vero se come me siete sostanzialmente dei free lance e come me amate moltissimo il vostro lavoro), e l’unica palpabile differenza fra le feste nazionali è “feste da regali” vs. “feste senza regali”, o “feste che fa freddo” vs. “feste che fa caldo”.

Ho provato a ricostruire cosa è per me, lo spirito, il mio spirito, del 25 Aprile. Ci provo, con molta minor fortuna, per il 1° Maggio.
Affidandomi a Caparezza.

Scegliere – 25 Aprile

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

(Primo Levi, “Partigia”)

giuseppe-leone-fronte La mia adesione ai valori del comunismo non è stata genetica, nè acritica.
Ho dovuto rifletterci a lungo.
E per un buon motivo.

Il giovane soldato che vedete ritratto a sinistra, fiero, cipiglio maschio come si usava allora, è mio zio, il fratello di mio padre.
E’ morto a 24 anni. Era un repubblichino, ed è stato massacrato, probabilmente a mani nude, dopo giorni di torture, nella migliore delle ipotesi fucilato, da un gruppo di partigiani.
E questo non sarebbe strano, fa parte della insignificanza delle nostre minuscole vite rispetto al grande cammino della Storia.
Il problema è che la data di morte è il 1° Maggio 1945.
Una settimana dopo la, diciamo così, fine della guerra.

Il giovane soldato faceva parte di una brigata in trasferimento da Cuneo a non so dove. Nei pressi di Collegno, la colonna si è spezzata, e lui è rimasto indietro con altri. Il caso ha voluto che in quei paraggi, giorni prima, i tedeschi, o forse altri aderenti alla Repubblica di Salò, avessero fatto strage di civili. L’imboscata al piccolo gruppo di fascisti rimasto isolato da parte dei partigiani fu così l’ovvia – atrocemente banale – reazione.

Io non so quanto consapevole fosse l’adesione del giovane soldato alla Repubblica di Salò. Le cronache familiari rimandano notizia di un ragazzo non brillantissimo, già arruolato nell’esercito regolare durante la guerra, che semplicemente dopo l’8 Settembre, confuso e indeciso, probabilmente per pigrizia, non aveva saputo fare di meglio che rimanere in divisa.
O forse era un convinto violento fascista di merda, non lo saprò mai.
Dubito che la sua uccisione rientrasse in una faida personale o familiare, visto che lui era nato e vissuto a Cassano Murge, provincia di Bari, e non era mai stato nel Cuneese. Dubito possa aver fatto parte della squadra che giorni prima aveva ucciso e deportato civili. E quindi la sua uccisione suona come pura vendetta, a guerra ormai finita. Come colpire un pugile sul ring a round finiti. Ma anche questo, non lo saprò mai.
Quello che so per certo è che è stato ucciso in modo piuttosto violento, non immediato, e che il suo corpo non è mai stato restituito alla famiglia. Probabilmente non meritava di morire in modo così atroce, probabilmente la sua morte non è servita assolutamente a nulla.

Mettere la sua foto come avatar serve a me per ricordarmi sempre che la verità e la ragione non sono assolute e indefettibili, che non sono sempre e cristallinamente tutte da una parte, e che PERO’ alla fine per costruirsi un sistema di valori occorre maturare, riflettere, scartare ipotesi possibili e alla fine scegliere, a scapito, talvolta, delle radici e del sangue che ci scorre dentro.

Occorre ammettere – è stato il MIO percorso – che anche quei partigiani che hanno preso a calci e bastonate il giovane soldato finchè non è morto, nella astrazione dei grandi numeri che fa la Storia, avevano ragione, che i loro valori – quelli ideali, la lotta per la libertà, la patria, la democrazia, potersi liberamente esprimere, liberamente votare, aiutare i deboli e chi ha più bisogno, la cultura  che inizia a scuola e prosegue come stile di vita, studio, applicazione, amore per la storia e le radici – DOVEVANO essere anche i miei. Occorreva separare il grano degli ideali dalla pula delle applicazioni stupidamente violente che gli uomini – alcuni di essi – possono farne. Questi valori mi piacciono, e li difendo, anche se in nome di quei valori sangue del mio sangue è stato sparso inutilmente.

E quindi, anche io festeggio il 25 Aprile, pacificata.

La colonna sonora del 25 Aprile è offerta da YoYo Mundi.

 

Così lo sapevo fare pure io

Testo di una promozione su Facebook:

SEI GRASSA??

Nessuno ti vuole perchè sei grassa?
Odi l’estate e la prova costume?
Dimagrisci a soli 69 Euro con XXYY.
Testato scientificamente!

Un plauso al copy, brillante psicologo che ha tanto studiato marketing e tanto si è spremuto per pensare a questo fine e geniale testo, ai giochi di parole che contiene, al messaggio implicito che manda.

Videocommento (e ci sta tutto) offerto da Federico Fellini ed Anita Ekberg   😀

 

Varie dal cosiddetto mondo del lavoro

Uffici, interno pomeriggio.

Sala riunioni.

E’ sempre stupefacente constatare come intelligenze indubbiamente brillanti riescano a non vergognarsi dell’esercizio – così collaudato da essere ormai automatico – di ego ipertrofici, che cancellano qualunque forma anche innocua e superficiale di ascolto degli altri. Il potere glielo consente, e beati loro, ma questa è una lezione che non voglio imparare, forte dell’assioma stelviano per il quale “tutti, ogni tanto, diciamo puttanate“, e bisognerebbe ricordarselo.  Anche perchè poi aleggia  nella stanza, una volta che si è grattato un pò sotto la lucidissima scorza, l’eco inconfondibile del rumore di mura crepate e coi ferri di fuori, ben nascosto dalla musica esaltante (per chi la suona) della allegra denigrazione del lavoro altrui.

Cambiamo argomento.
Aggiornamenti sulle molteplici attività concorsuali in atto:

1. assistenza tecnica individuale FESR: nominata la Commissione. Se F. è entusiasta, vuol dire che sono persone che non hanno le nostre foto nella stanza per esercitarsi a freccette. Dita incrociate per i tempi, e pregare (quello aiuta sempre);

2. assistenza tecnica esternalizzata FSE: consegnata la proposta, ce ne sono altre sei. Possibile uno sfoltimento in sede di verifica della ammissibilità amministrativa, resta comunque un numero considerevolmente alto di competitors, come dicono quelli di “i-end-uai”, ovvero la multinazionale con la quale gareggiamo noi. La – sacrosanta, a questo punto – esclusione dal gruppo di lavoro di alcuni nostri sedicenti colleghi provoca reazioni scomposte: tremori, pallori, isterismi, nervose passeggiate davanti alla nostra porta, minacce verbali e fisiche,  cazzotti sulle porte con compromissione e sbucciamento di nocche. Ma chi cazzo me lo doveva dire, a me, che dovevo uscire dal Palazzo guardandomi alle spalle. Mha, come direbbe MOB.

3. il concorso! Ahahahahahaaaaa non ve l’avevo detto? è uscito il CONCORSONE PUBBLICO!!!! per assunzioni a tempo pieno ed indeterminato nella Pubblica Amministrazione nella quale indegnamente già lavoro. Una preselezione con quizzes, DUE prove scritte ed una prova orale, su materie che mi tocca andare a ristudiare, dopo 20 anni. Su 30 punti assegnati alle prove, ben TRE – e ho detto TRE, lo ripeto – vengono assegnati per la esperienza lavorativa già maturata in una Pubblica Amministrazione.  Ergo, il ragazzino neolaureato, fresco di studi, ha ben più possibilità di me di sfangarla. E comunque, siccome i biglietti della lotteria bisogna almeno comprarli, ho fatto il primo passo: iscrizione mediante fichissimo portale on line e pagamento di euro 5,00 + euro 1,10 di commissione alle Poste Italiane per “spese concorsuali”.

Prometto resoconti dettagliati di tutti i passi successivi, fino a dove riuscirò ad arrivare. Chissà se Internet e i blog esisteranno ancora, quando tutto sarà finito e il concorsone avrà sfornato gli eletti.

Colonna sonora di stasera (buttiamola in satira politica, che è meglio) offerta da Caparezza.

Innamoratevi!

La

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poesia, il valore del linguaggio, il piacere delle parole, l’amore che è felicità e sofferenza, la vita che è amore per sè stessi, la capacità di mischiare tutte queste cose assieme, e restituirle al mondo. Questo Benigni mi assomiglia così tanto da rasentare la sconvenienza.

Innamoratevi!

Memento

La tragedia de L’Aquila di domenica scorsa mi ha ricordato cose che credevo sepolte, buttate in un angolo polveroso di cose che è meglio dimenticare. Quelle facce impolverate e insanguinate, lo sguardo fisso nel vuoto, che cercano di seppellire l’orrore di quei secondi senza riuscirci, perchè il rumore e la sensazione di assoluta impotenza ti restano dentro, e scavano come un’unghia.

Il “nostro” terremoto, quello del 23 novembre 1980, è durato in tutto 90 secondi, articolato in due scosse principali, o almeno così me lo ricordo io.

Sembrano pochi, 90 secondi, un minuto e mezzo, un soffio di vita, un angolo infinitesimo di una giornata. Ma provate a contare lentamente fino a 90 ed immaginate che intanto la casa vi balla attorno, il pavimento ondeggia sotto i piedi, i quadri sbattono contro il muro e alla fine cadono, spaccando cornici. Gli armadi si aprono e vestiti, giacche, maglioni precipitano sul pavimento come vomitati, cadono i soprammobili e i libri dagli scaffali, il frigorifero saltella sui suoi piedini fino al centro della cucina, strappando la presa dal muro, i muri si inclinano così tanto che in bagno esce acqua dall’apertura superiore dello sciacquone.

Cadono i barattoli di marmellata dallo scaffale nel ripastiglio, colando a terra il loro contenuto. Quel bellissimo portasigarette a forma di pagoda, di smalto rosso, che bastava premere un bottoncino e si apriva, mostrando gli scomparti con le sigarette, mentre un carillon suonava il tema di Lara dal dottor Zivago: lo vedi cadere dall’ultimo piano della libreria e schiantarsi in mille pezzi, e note di carillon smembrate e stonate si sovrappongono per un attimo al rombo della terra, per poi tacere definitivamente.

Ti pare di sentire il gemito del ferro nei muri che si piega, e preghi che resista, perchè da quello dipende la tua vita. Dopo, vedrai le lacrime su 1.000 volti, le stesse che vedi oggi, e saprai che talvolta il ferro non ha retto, o forse non c’era. E ringrazi Dio che tuo padre, anche se non è stato un grande imprenditore, era almeno un uomo onesto, o forse erano tutti onesti 40 anni fa, chi lo sa, e di

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ferro in quei muri ce ne ha messo a quintali.

Un memento vecchio ma sempre valido: la registrazione, avvenuta per caso da un microfono di radio privata rimasto aperto, del rumore del terremoto. Sentitelo, e cominciate a contare fino a 90.

Premio De Agostini 2009

La notizia è precisa, dettagliata, si vede che il ragazzo si è documentato:

“ROMA – Il 7 aprile Francis Coppola, emigrato italiano in America di prima generazione, radici familiari tra Basilicata e Lucania, grande produttore di vini ma ancor prima maestro indiscusso del cinema a stelle e strisce, compie 70 anni. (etc.) .. “

Autore della perla, il mitico Giorgio Gosetti, a cui spetta di diritto una standing ovation, e il premio De Agostini 2009 per la stronzata geografica dell’anno. Già me lo vedo, il fico Gosetti, mentre scrive di getto la notizia, e compulsa enciclopedie del cinema per non sbagliare i titoli dei film, mentre non un dubbio lo sfiora sulle origini del grande regista. Prossime perle di Gosetti: confondere Potenza con Cosenza (un altro grande classico) e invitare tutti ad andare a Matera in treno (è già successo, autore stavolta nientedimeno che le Ferrovie dello Stato) o in aereo come gli archeologi dell’Amaro Averna.

E non è mica uno qualunque, il nostro eroe: basta farsi un giretto sualla prima pagina di Google per scoprire che è professore associato alla Facoltà di Scienze della Comunicazione a Verona, che ha scritto varie pubblicazioni sul cinema, che è stato nientemeno che il co-direttore del Festival del Cinema di Roma, (Walter!! ne avessi azzeccata una!!) e anche del meno prestigioso ma pur sempre fico Courmayeur Noir Festival (guardatelo mentre si fa intervistare

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tutto contento dalla figona di turno e non ne sbaglia una).

Condividete e sputtanate, o amici del social network! Che la notizia arrivi fino ai capoccioni del Gosetti, che gli prendano il patentino e ne facciano coriandoli! Perchè la fonte è ANSA.IT, cari miei, mica il giornalino della parrocchia di Bernalda.

Devo dirlo ai miei amici di Visioni Urbane, ad uno in particolare 😀

Fotoricetta 3: BACCALA’ A ZUPPA

Ricetta tipica della ridente cittadina nella quale sono nata e vivo. Ricetta molto semplice, tipico piatto povero, di quando il baccalà era una roba da sottoproletariato urbano, e non da raffinati gourmet che lo sparano coi sifoni e ne fanno spuma.  Ricetta molto invernale (questa infatti è stata fatta a Natale, su specifica richiesta della sorella americana) ma qui la primavera tarda ad arrivare, forse c’è ancora tempo per farla.

Ingredienti:
– filetto di baccalà già dissalato e spinato
– cipolla bianca (abbondante)
– olio extravergine di oliva
– salsa di pomodoro
– peperoncino piccante (facoltativo)

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Procedimento:
In una capace casseruola dai bordi alti mettete a soffriggere lentamente in abbondante olio la cipolla bianca tritata. Io ne metto tantissima, perchè un altro nome della ricetta è “baccalà con le cipolle”, ma sono gusti. Aggiungete il pizzico di peperoncino.

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Quando la cipolla è ben cotta, quasi disfatta (se necessario aiutatevi con pochissima acqua) aggiungete la salsa di pomodoro e fate insaporire per qualche minuto.

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Infine, aggiungete i filetti di baccalà, una tazza di brodo o acqua, coprite e fate cuocere a fuoco molto basso per 30-40 minuti, mescolando con molta cautela di tanto in tanto.
Servite bollente con crostini di pane casareccio abbrustolito e cosparso con un filo d’olio.
Il pericolo per il punto vita non è dato tanto dal baccalà in sè, nè dai grassi contenuti nella ricetta, quanto dalla tonnellata di pane, appunto, con il quale raccoglierete il sugo. Cautela, e usate un cucchiaio.

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P.S. Per Ilaria: sì, si può usare la pentola a pressione 😀

C’è grossa grisi

La voce che Stelvio ed io abbiamo costituito un gruppo di lavoro che parteciperà al prossimo bando per l’assistenza tecnica al FSE 07-13 (lavoro e stipendio assicurati per tre -quattro anni) si è sparsa.

E’ arrivata distorta, naturalmente, e i più pensano che il lavoro dipenda direttamente da noi, sopravvalutando il nostro ruolo, sottovalutando le incognite di un bando,  e attribuendoci un potere che non abbiamo, o che non abbiamo più. In ogni caso, costituiamo una possibilità.

Da tre giorni bussano con regolarità alla nostra porta non già solo i precari del Dipartimento, per  lo più timidi, uno o due addirittura minacciosi, ma i colleghi. Quelli “incardinati”. Quelli che pensavi più fortunati di te perchè hanno un contratto a tempo indeterminato.
E infatti non vengono per sè, ovviamente, ma per i figli.

Non so dirvi la tenerezza e l’annodamento allo stomaco che mi provocano queste visite. Uomini e donne che frequento in tutt’altra veste, con i quali magari talvolta ho avuto interlocuzioni severe, che bussano ed entrano, resi improvvisamente timidi probabilmente dalla vergogna, e vengono a spendersi un residuo di dignità per una via al lavoro per ragazzi che hanno quasi tutti intorno ai 30 anni.

Per consolarli – ben magra consolazione – dico loro che anche io, passati i 40, ho un futuro incerto, almeno in questa Pubblica Amministrazione. Abbiamo detto di sì a tutti, con le dovute cautele, anche se i posti nel gruppo sono ormai occupati da tempo. Questo è un altro dei motivi per il quale avremmo dovuto condurla diversamente, la trattativa con le cordate: adesso avremmo una rete di contatti alle quale provare a cedere curricula, espressione atroce  se penso che si tratta di giovani per lo più qualificati, talvolta brillanti, e siamo costretti a trattarli come merce, millantando, per far sentire meglio i padri e le madri, un potere che non possediamo.

Credo che quando ci ripenserò la crisi per me si condenserà in questo: colleghi diventati all’improvviso padri e madri, costretti a chiedere, e per di più a chi non ha veramente che minime possibilità di dare.

L’elastico spezzato

Facebook, come ha detto qualcuno, molla l’elastico teso delle nostre vite, e le fa tornare bruscamente indietro, riavvolgendo il tempo, chiudendo cerchi. Talvolta con esiti rattristanti.

F. lo conosco da quando avevamo 14 anni, abitavamo a 100 mt. di distanza, facevamo parte dello stesso gruppo di adolescenti del parco, in cerca di mattoni per costruirci quello che sarebbe venuto dopo. Alto e snello, fico, una bella faccia, un incisivo accavallato che aggiungeva fascino al sorriso. Una montagna di ragazzine ai suoi piedi, me compresa, ovviamente. Solo che a quei tempi ero molto meno spudorata, e credo lui non l’abbia saputo mai. Mi giocavo la carta dell’amicizia, eravamo spessissimo insieme.
Spianare la terra battuta di un ex cantiere dietro casa per ricavarne un campo da pallavolo in mezzo a putrelle di gru abbandonate. Gare di bob rossi nella neve, a coppie, lui davanti, tutto il peso a valle, io dietro che spingevo i concorrenti per farli deragliare o cappottare (la correttezza olimpica non era proprio fondamentale, a 15 anni). Andare a tornare insieme da scuola in autobus, in motorino, talvolta a piedi. La gita scolastica a Venezia. Scrutare insieme i nuvoloni compatti, d’inverno, intravedere il colore rossastro del cielo a neve e sognare che 5 metri compatti potessero cadere tutti insieme, di colpo, sploff, e tutto sparisce, e domani usciamo di casa dai balconi.

Intorno ai 18 anni ci siamo persi di vista, era fisiologico. L’Università fuori sede, amori adulti che cancellano le infatuazioni da ragazzini, un fiume che scorre e trascina via.

Lo ritrovo qualche mese fa. E – shock violento – non è più lui. Non somiglia manco un pò al ragazzo che era, a cominciare dalla foto. Non è solo questione di invecchiare, è scavato dentro, mostra al mondo una facciata di solitudine amara e cattiva e tristissima, che non riconosco. Si difende da qualcosa, la paura, forse, ma in modo patetico ed isterico, con armi spuntate. Praticante ai limiti del beghinaggio. Apparentemente estremista di destra, offensivo quando si parla di politica, ma in modo infantile e superficiale, come fanno i bambini. Ora leggo che è

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sulla via del ripensamento, in nome di un’etica individuale che non riesce nemmeno bene a chiarire, in omaggio a principi interiori che sicuramente hanno a che fare con le cose che gli sono piovute addosso, alcune anche devastanti, che giustificano – per carità – molto del suo atteggiamento.

E infatti il punto non è che non lo riconosco, che non scorgo più neppure un barlume del mio amico F. delle corse in bob. Il punto è avere sotto gli occhi il modo violento con il quale il tempo e le esperienze negative possono deragliare e schiantare vite, senza che il mondo intorno se ne accorga. Percepire con la chiarezza di un teorema matematico che se lasci qualcuno al punto A quando vai a riprenderlo al punto B dopo 25 anni di silenzio puoi trovare un altro. Con un’altra faccia, un altro modo di pensare, che ti è del tutto estraneo.

Un altro.
Solo con lo stesso nome.

Colonna sonora gentilmente offerta da Zucchero ed Eric Clapton.