La forma è sostanza (per le Poste, almeno)

Devo spedire un pacco negli Stati Uniti.
Contenuto: 3 libri in edizione economica, un etto di caramelline sfuse, una guarnizione di ricambio per una macchinetta da caffè. Valore della merce: 20 euro, si e no.
Faccio diligentemente un bel pacchetto utilizzando una scatola con le proporzioni di una scatola di scarpe (ma un bel pò più piccola). Vado giuliva alle Poste.
La signora prende il pacco, lo pesa, poi mi spara la tariffa: 50 euro.

Glom. 

E’ vero che l’America è lontana, ma una spedizione che costi una volta e mezza il valore del pacco mi sembra un filo eccessiva. Chiedo senza grosse speranze se non ci sia una forma di spedizione più economica, visto che non ho fretta che il pacco arrivi (purchè arrivi).

C’è.

Si può fare una raccomandata. Però – c’è un però surreale – siccome la raccomandata generalmente serve a spedire documenti, ecco che la raccomandata va fatta con una busta. Una di quelle buste gommate e imbottite. Anche grande, sì.

Vado a comprare la busta. La riempio.

Contenuto: 3 libri in edizione economica, un etto di caramelline sfuse, una guarnizione di ricambio per una macchinetta da caffè. Valore della merce: gli stessi 20 euro di prima.
Vado allo sportello, la signora prende la busta, la pesa (stesso identico peso della volta precedente), mi dice la tariffa: 8 euro.

😐

Morale: se della merce viaggia affastellata fino ad avere uno spessore consistente, sarà un pacco e costerà una cifra. Se la stessa identica merce viaggia distesa, con spessore minimo, sarà una raccomandata e costerà 6 volte meno.
Arrivando naturalmente nello stesso identico posto. 

La forma è sostanza, almeno per le Poste Italiane.

Non voglio crescere più

Oggi è una giornata così, con le pezze colorate al culo e i piedi nudi.
Una giornata che si ride delle difficoltà, una giornata che si dice la verità, una giornata che  ce la spassiamo in città.

Come ieri sera: tre belle distinte signore sulla quarantina che mangiano la pizza, viste da fuori. Tre ragazzine di 15 anni, viste da dentro, che si rubano le patatine dal piatto, ridono fino alle lacrime di stronzate, come fra i banchi di scuola, e nel frattempo aggiornano un romanzo infinito di gioie e piccoli dolori, di dettagli di vite conosciute così a fondo che se ne potrebbero raccontare a vicenda l’una quella delle altre.

E’ impossibile separare le tre signore da quelle ragazzine che tornavano a casa col motorino cantando a squarciagola e ridendo, in giornate di autunno iniziate con la nebbia e finite con il sole splendente e terso di Ottobre. Una sorta di anossia dovuta alle grandi aule blindate tutta la giornata, allo sforzo di capire e partecipare (all’epoca non era un delitto, stare attente in classe) ci rendevano euforiche e predisposte alla ridarella, quando poi uscivamo all’aria aperta e il cervello si inondava di ossigeno.  Una selvaggia voglia di vivere, che non è calata di un millimetro.

Colonna sonora di oggi offerta da Fiorella Mannoia & Enrico Ruggeri.

 

8 Marzo

Una breve raccolta di frasi e concetti che mi ricordano la strada fatta, quella ancora da fare.
E che talvolta non siamo manco partite.

Dialogo telefonico con il manutentore di caldaie.
Io: “Guardi, la caldaia è bloccata. Ho provato a spegnerla e farla ripartire, ma niente. Dovrebbe venire a dare un’occhiata.”
Lui: “Signo’ scusate, una domanda. Il gas, è aperto?”

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Otto marzo.  Mentre sono piegata a pulire il cesso, arriva mio marito e dice “Amore, vado in palestra. Ti porto una mimosa?”
(copyright Lea Swashbuckler)

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In assenza di una interpretazione autentica, a cui forse avrei avuto diritto, mi sono dovuta trovare da sola una motivazione ad un rifiuto di una qualunque forma di intimità con la mia persona. In assenza di contraddittorio, mi sono data la spiegazione che più mi faceva comodo.
E mica ci dobbiamo sempre prendere a bottigliate nelle palle. 

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Un premio postumo, assegnato oggi a Cecilia. Le motivazioni grondano zuccherosa retorica, insopportabile se si pensa a come era lei, così ironica, così capace di rendere facili le cose difficili. E se si pensa a quello che le hanno fatto passare quando era in vita, e lavorava, e come da Dio lavorava.

Io so solo che lavorando al progetto di cui lei era responsabile,  io e Ros ogni tanto alziamo la testa, ci guardiamo in faccia e facciamo un piccolo sospiro. Troppe cose da spiegare, a chi – anche incolpevolmente – ha pensato che sedere sulla sua sedia significasse prendere il suo posto.

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Trailer del giorno affidato all’indimenticabile performance di Meg Ryan.
Eh, si. Che lo crediate o no, succede  😉

 

Eccheccevo’

Il corto del mio amico Rocco Messina è sulla prima pagina di Youtube.
Una intelligente deliziosa satira sulla difficoltà di accesso al mondo del lavoro, un surreale colloquio di selezione nel quale si condensano tutti gli incubi dei precari (meridionali, diciamo la verità). Un messaggio amaro, declinato in pochi minuti: per quanto infima sia la posizione lavorativa occupata, in questi anni difficili non c’è limite alle difficoltà che bisogna affrontare per accedervi.
E nel corto, a rendermelo ancora più caro, un buon 50% delle mie relazioni umane quotidiane. Visibile Stelvio, e uno strepitoso Pierre che fa il delirante presidente di Commissione.

Noi l’abbiamo sempre saputo.
Ora lo sapete anche voi.
Bravo, Rocco  😉

 

Ho visto cose che voi umani … / 2

Il battesimo.
Semplice cerimonia di instradamento di incolpevoli infanti verso la china della religione cattolica. Gesù si è fatto battezzare da Giovanni nelle acque del Giordano, erano tutti e due seminudi e la faccenda ha portato via – suppongo – pochi minuti.

Non così nell’opulenta società italica di due millenni dopo.
Innanzitutto i genitori del battezzando sono gli stessi protagonisti delle nozze del secolo che forse qualcuno dei miei fan ricorderà. Questo per dire che la sobrietà non è proprio il punto forte della famiglia in questione.
Il bimbo è maschio, figlio unico -per ora- di un figlio unico di genitori messinesi, siciliani fin nel midollo [MOB non te la prendere]  😉  Verga, Pirandello e Sciascia impressi nelle carni a sangue.  Grandeur, anzi immenseur.  Al bimbo è stato imposto, senza che alcuno del resto della famiglia potesse sognarsi di metterlo minimanente in discussione, il pesantissimo arcaico difficile nome del nonno paterno. La mamma del bimbo fa di mestiere il NOTAIO. Gli invitati alla piccola cerimonia sono all’incirca QUARANTA. E credo basti per dare un’idea di quello che mi aspetta.

La creatura – un bambino da pubblicità, roseo paffuto meraviglioso – viene vestita con molteplici strati di vesti bianche, l’ultima delle quali, unita alla cuffietta, lo fa sembrare una femminuccia. E’ tutto firmato, dalla testa ai piedi. Come è giusto che sia, sbavazza sul voile Trussardi 5 minuti dopo averlo indossato.

I padrini sono la nonna paterna e il nonno materno. Scelta bizzarra: una volta, i padrini erano persone della stessa età – più o meno – dei genitori, perchè il senso era che in caso di impossibilità dei genitori, per un qualunque motivo, a prendersi cura dei pargoli, avrebbero dovuto pensarci i padrini. Sospetto anche qui una questione di vincolo alla dispersione di patrimoni. Maligna. I padrini regalano al battezzando un berlocco d’oro zecchino gigantesco con impressa una figura sacra, la data e – purtroppo – il nome. Munito di un laccio d’oro della dimensione di cavo di funivia viene appeso al collo della creatura, che rischia immediatamente le fragili giovanissime vertebre cervicali.

Prima di arrivare in chiesa, in un altro paese, passiamo a prendere una persona in un terzo paesino, che sta di strada.
Il paesino: situato alle pendici delle Alpi, siamo già in Piemonte. In mezzo al bosco. Nebbia. Nuvole basse. Stradette tortuose assolutamente deserte (e sono le 10 del mattino). Se solo fosse il tramonto, non farei nessuna fatica ad immaginare Freddy Krueger che sbuca da un vicolo con una sega elettrica grondante sangue e un urlo di donna che squarcia il silenzio. O di notte, i lupi ululare a ombre di vampiri.
Un posticino rassicurante, ecco.

La cerimonia si svolge senza intoppi. La creatura viene unta e innaffiata come si conviene, poi tutti verso il ristorante.

Il ristorante.  Bello, intimo e caldo senza essere pretenzioso, è senza dubbio un posto di montagna. Stufone di ceramica accese. Travi di legno a vista (belle). Vista sui monti innevati. Camerierine biondissime coi polpacci robusti e le gote rosse. Montagna, direi.
Specialità del locale?  Ebbene sì: PESCE. Potevate forse pensare che non ci fosse un coup de theatre?
Ora.
A fine pasto – durato circa 3 ore, media rispettata – posso dire che abbiamo mangiato veramente bene. Un cuoco che sapeva il fatto suo, e il pesce era effettivamente di ottima qualità e freschezza.
Si va a prenderlo a Milano, c’è un ottimo mercato del fresco“.
Io non ne dubito. Ma perchè scendere dalla montagna per arrivare a Milano – o Genova, o non so dove – a comprare una merca rara e costosa, col problema di farla arrivare in ottime condizioni, quando a due metri ci saranno sicuramente fornitori di funghi, cinghiali, caprioli, tartufi, farina per polenta, lardo di maiale? Ehh? perchè? So che adesso tutti mi direte che ne esistono, ma non è come aprire un ristorante a Trieste specializzato in canederli e cassoeula?

Io, recidiva, ho sempre lo stesso problema: coniugare la classe di un paio di tacchi a spillo 12 – possiamo mai fare brutta figura con gli isolani? – con i dolori lancinanti di un paio di piedi a pianta larga abituati a scarpe sportive e forse, sì, devo ammetterlo, un pò difficili. Ma stavolta li ho fregati: elegante borsina di pelle con lacci portata discretamente appresso et voilà: scarpe di ricambio con tacchi quadrati 8.

Alla fine mi fanno male pure quelle, ma la serata è salva.

Ho visto cose che voi umani … /1bis

A grande richiesta del mio fan club faccio una piccola digressione sul tema “prese elettriche nell’Eurostar Roma – Taranto”.

Il treno in oggetto, fisicamente, è un ETR 450, il vecchio, onesto Pendolino: è uno dei primi Eurostar che sono stati immessi su rotaie, e risale forse ad un paio di decenni fa. Ostenta, poverino, una forma aereodinamica e un colore bianco e rosso vagamente simile a quella degli ES e AV che viaggiano da Eboli in su, ma nell’animo è rimasto un rapido, risalente a quando c’erano i rapidi, gli accelerati e la terza classe. Parliamo dello stesso treno che, in direzione Taranto, all’altezza di Buccino si è più volte fermato perchè a pieno carico in salita il motore non ce la fa: si scende tutti, e si trasborda su un pullmann, e si arriva a casa con un paio d’ore di ritardo.

Dentro tale portento ci sono posti a sedere un pò scorticati, rivestiti di tessuto grigio blu con testiere bianche con il logo delle FFSS. I sedili hanno – avvitata allo schienale del sedile davanti – una ribaltina di plastica blu con il fermo a gancio, un pò (ma molto un pò) come i tavolini degli aerei. Se lo si apre, la parte di schienale di sedile che resta nuda mostra un anello di plastica, che sollevato può servire a fermare una lattina o un bicchiere.  Anche la ribaltina, uan volta aperta, ha una specie di avvallamento tondo a destra che può servire a fermare – con molta minore efficienza – una lattina o una bottiglietta d’acqua. A fianco del sedile, in basso, avvitato alla paratia del treno, c’è un cestino di metallo blu.  E con questo finiscono i servizi offerti dall’ES Roma – Taranto A/R.

Le uniche prese elettriche presenti sono situate:
1. all’inizio e alla fine di ogni vagone, in basso vicino ad uno dei due posti singoli, vicini alla porta: ma sono al 90% sfondate, o non funzionanti;
2. in prossimità del vano bagagli, anch’esse per lo più non funzionanti. E se anche ne trovate una che funziona, mettere un cellulare a ricaricare lì significa restare in piedi nel vano di passaggio fra il vagone e i cessi per il tempo necessario alla ricarica, perchè abbandonare un cellulare in quel punto significa che non vi serve più, vista la fauna non sempre rassicurante che popola il descritto miracolo dell’ingegneria ferroviaria italiana.
Visto il tragitto relativamente breve coperto, non ci sono prese elettriche nemmeno nei bagni, ed in ogni caso sostare in quei bagni più del tempo necessario a soddisfare bisogni fisiologici urgenti è esperienza che sconsiglio a stomaci deboli.

Tanta puntigliosa (e saccente, me ne rendo conto) conoscenza del mezzo mi deriva dalla circostanza che, soprattutto dal 2002 in poi, sono salita su quei treni con cadenza pressochè settimanale, e ho speso in quei treni sicuramente molto più tempo di quanto ne abbia speso, che so, a cucinare, o ad accompagnarmi ad individui del sesso opposto al mio con reciproca sodisfazione. 

(mentre non mi pare che chi sostiene l’esistenza di prese elettriche in TUTTI gli Eurostar abbia mai, e per sua fortuna, messo piede sull’ES 9363 in partenza da Roma Termini e diretto a Taranto (e viceversa).

Ho visto cose che voi umani … /1

Oggetto: viaggio verso il Nord. Sono diretta a Gallarate per poi dirigermi a Domodossola per partecipare al battesimo di un piccolo parente.

Un pò per la mia ormai notissima antipatia per mezzi di locomozione che non toccano terra, un pò per curiosità, decido che posso affrontare il viaggio con le Ferrovie dello Stato. In particolare, viaggerò da Napoli a Milano con la Freccia Rossa, vanto dell’italica ingegneria dei trasporti e abusato mezzo di promozione delle suddette FF.SS. per nascondere tutto il resto delle magagne aziendali (treni pendolari sporchi e sovraffollati, ES che si fermano sulle salite come vecchiette ansimanti, e via delirando).

Quello che segue è il resoconto di due viaggi, andata e ritorno, per le cose che mi hanno più colpito. Al battesimo verrà dedicata la puntata n. 2 (il bene che vi voglio io, nessuno)

LA VETTURA – effettivamente la Freccia Rossa è lussuosa: grigia e rossa, lucida, aereodinamica, interni vellutati, sedili ergonomici, servizi da sibariti come le prese di corrente elettrica per ciascun posto a sedere, per attaccare laptop, lettori di dvd, blackberry, cellulari, quello che vi pare.
In prima classe c’è anche un giro di beni edibili e potabili di benvenuto ad ogni stazione, per i nuovi saliti. Le simpatiche signorine che spingono il carrello però sono distratte, o più semplicemente se ne fottono, e io, che sono salita a Napoli, prima di arrivare vengo omaggiata di ben 4 drink / cioccolatini / salviette rinfrescanti. Ho preso due quotidiani ma solo perchè la Gazzetta dello Sport, francamente, NO.

LA CARROZZA RISTORANTE – ebbene sì, me la sono concessa. Con esiti diversissimi all’andata e al ritorno.
Andata: il treno è appena partito, sono le 13:30. E’ molto probabile che tutto il resto dei millemila passeggeri abbia preferito approfittare dell’untuoso McDonald della Stazione di Napoli, o di qualche altro paninaro / pizzaiolo / kebabbaro dei dintorni.
Insomma, sono SOLA.
C’è grossa grisi, penso, mentre ben tre addetti mi si affollano intorno, pronti a soddisfare ogni mio desiderio alimentare, o più probabilmente per fare in modo che mi levi dai coglioni quanto prima possibile, e loro possano tornare a pomiciare / dormire / giocare a tressette.
In effetti, il rapporto qualità / prezzo non è proprio da mensa della Caritas: due crepes con gli asparagi, un onesto piatto di salumi misti, una birra e un caffè, 38 euro; cifra con la quale da Mario ‘o ricchione a Baia si possono mangiare un antipasto misto comprendente un paio di palpitanti ostriche e linguine con astice vivo (fino a 10 minuti prima).

Ritorno: grossa grisi una ceppa. Avevo prenotato, e mi sono alzata per tempo, se no mi toccava sgomitare coi cumenda e i faccendieri della bassa padana che affollano la sala ristorante oggi. Però la mia splendida solitudine di tre giorni prima se ne va a farsi benedire: mi tocca sedere ad un tavolo a 4, nel quale sono l’unica donna. Per tutto il pranzo, non ci scambieremo NEPPURE UNA parola. I miei compagni di pranzo sono:
1. un managgèr giovane, tutto palmare e cravatta, che prende solo un piatto di pasta e un caffè, palesemente perchè non vede l’ora di fuggire;
2. un managgèr anziano, tutto Financial Times e vestito di alta sartoria, che mi è seduto affianco e quindi non guardo a sufficienza, ma tanto non dice una parola, sicchè.
3. e poi, colpo di scena, l’indimenticabile RICETTATORE DI OROLOGI. Un fiorentino con puro accento benigniano che per l’intera durata del pranzo, a voce altissima, terrà una sola conversazione telefonica il cui contenuto mi appresto a riportare, così come me lo ricordo e sorretta dagli appunti che ho freneticamente preso sul BB mentre lui parlava.

” … no, guarda, le hose hon funzionano hosì. Te tu se non potevi venire avevi da ddirmelo. Erano hodesti gli accordi? Dovevamo vederci oggi alle diesci? Io ‘un volgio sapere nulla: tu vieni, e mi paghi, e te ne vai. Oppure se ‘un vieni mi chiami, e si fissa un altro appuntamento.
Io gli orologi te li ho

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dati, erano boni, tu ha da pagarmeli !!
(……)
…. guarda, io ‘un aspetto una sega: domani vo in banca e verso gli assegni, e ‘un me ne frega nulla di come finisce e delle denunce e tutto il troiaio. Io in questa faccenda ci ho messo 17.000 euro, e non intendo rimetterceli. Capisci icchè diho? Non intendo rimetterceli!
(….)
…. te li ho dati io gli orologi? Si Erano boni? Si. Li hai tu venduti? Si. E allora dov’è il problema? Sei stato te a chiamarmi per averne dell’altri? (…..)
ma uno, o trescento, ‘un fa differenza. Mi hai chiamato? Te li ho dati? Si. E allora paga.
(…..)
… basta, tu sai come fare: vieni domani co’ sordi alla mano e amici come prima. Altrimenti io verso gli assegni. Ciao.

I concetti riportati sono stati ripetuti in diverse forme, più o meno irose, per circa 22 minuti, il tempo, appunto, del pasto. Poi il nostro uomo d’affari ha chiuso il cellulare e ha ordinato il caffè, guardandosi attorno con un sorrisetto ignaro e tranquillo, quasi a voler significare “… ehh ‘sti ragazzi, se non li addrizzo io … finanzieri, mi vengono su!”
Mentre l’intero vagone ristorante, i camerieri, il personale viaggiante stava lì, con lo sguardo altrove ma le orecchie tese a capire come andava a a finire, forse a fare il tifo per il piagnucolante interlocutore dello squalo, o forse per gli ignari acquirenti di merce hosì preziosa.

Il viaggio, continua.