Oggetto: viaggio verso il Nord. Sono diretta a Gallarate per poi dirigermi a Domodossola per partecipare al battesimo di un piccolo parente.
Un pò per la mia ormai notissima antipatia per mezzi di locomozione che non toccano terra, un pò per curiosità , decido che posso affrontare il viaggio con le Ferrovie dello Stato. In particolare, viaggerò da Napoli a Milano con la Freccia Rossa, vanto dell’italica ingegneria dei trasporti e abusato mezzo di promozione delle suddette FF.SS. per nascondere tutto il resto delle magagne aziendali (treni pendolari sporchi e sovraffollati, ES che si fermano sulle salite come vecchiette ansimanti, e via delirando).
Quello che segue è il resoconto di due viaggi, andata e ritorno, per le cose che mi hanno più colpito. Al battesimo verrà dedicata la puntata n. 2 (il bene che vi voglio io, nessuno)
LA VETTURA – effettivamente la Freccia Rossa è lussuosa: grigia e rossa, lucida, aereodinamica, interni vellutati, sedili ergonomici, servizi da sibariti come le prese di corrente elettrica per ciascun posto a sedere, per attaccare laptop, lettori di dvd, blackberry, cellulari, quello che vi pare.
In prima classe c’è anche un giro di beni edibili e potabili di benvenuto ad ogni stazione, per i nuovi saliti. Le simpatiche signorine che spingono il carrello però sono distratte, o più semplicemente se ne fottono, e io, che sono salita a Napoli, prima di arrivare vengo omaggiata di ben 4 drink / cioccolatini / salviette rinfrescanti. Ho preso due quotidiani ma solo perchè la Gazzetta dello Sport, francamente, NO.
LA CARROZZA RISTORANTE – ebbene sì, me la sono concessa. Con esiti diversissimi all’andata e al ritorno.
Andata: il treno è appena partito, sono le 13:30. E’ molto probabile che tutto il resto dei millemila passeggeri abbia preferito approfittare dell’untuoso McDonald della Stazione di Napoli, o di qualche altro paninaro / pizzaiolo / kebabbaro dei dintorni.
Insomma, sono SOLA.
C’è grossa grisi, penso, mentre ben tre addetti mi si affollano intorno, pronti a soddisfare ogni mio desiderio alimentare, o più probabilmente per fare in modo che mi levi dai coglioni quanto prima possibile, e loro possano tornare a pomiciare / dormire / giocare a tressette.Â
In effetti, il rapporto qualità / prezzo non è proprio da mensa della Caritas: due crepes con gli asparagi, un onesto piatto di salumi misti, una birra e un caffè, 38 euro; cifra con la quale da Mario ‘o ricchione a Baia si possono mangiare un antipasto misto comprendente un paio di palpitanti ostriche e linguine con astice vivo (fino a 10 minuti prima).
Ritorno: grossa grisi una ceppa. Avevo prenotato, e mi sono alzata per tempo, se no mi toccava sgomitare coi cumenda e i faccendieri della bassa padana che affollano la sala ristorante oggi. Però la mia splendida solitudine di tre giorni prima se ne va a farsi benedire: mi tocca sedere ad un tavolo a 4, nel quale sono l’unica donna. Per tutto il pranzo, non ci scambieremo NEPPURE UNA parola. I miei compagni di pranzo sono:
1.  un managgèr giovane, tutto palmare e cravatta, che prende solo un piatto di pasta e un caffè, palesemente perchè non vede l’ora di fuggire;
2. un managgèr anziano, tutto Financial Times e vestito di alta sartoria, che mi è seduto affianco e quindi non guardo a sufficienza, ma tanto non dice una parola, sicchè.
3. e poi, colpo di scena, l’indimenticabile RICETTATORE DI OROLOGI. Un fiorentino con puro accento benigniano che per l’intera durata del pranzo, a voce altissima, terrà una sola conversazione telefonica il cui contenuto mi appresto a riportare, così come me lo ricordo e sorretta dagli appunti che ho freneticamente preso sul BB mentre lui parlava.
” … no, guarda, le hose hon funzionano hosì. Te tu se non potevi venire avevi da ddirmelo. Erano hodesti gli accordi? Dovevamo vederci oggi alle diesci? Io ‘un volgio sapere nulla: tu vieni, e mi paghi, e te ne vai. Oppure se ‘un vieni mi chiami, e si fissa un altro appuntamento.
Io gli orologi te li ho dati, erano boni, tu ha da pagarmeli !!
(……)
…. guarda, io ‘un aspetto una sega: domani vo in banca e verso gli assegni, e ‘un me ne frega nulla di come finisce e delle denunce e tutto il troiaio. Io in questa faccenda ci ho messo 17.000 euro, e non intendo rimetterceli. Capisci icchè diho? Non intendo rimetterceli!
(….)
…. te li ho dati io gli orologi? Si Erano boni? Si. Li hai tu venduti? Si. E allora dov’è il problema? Sei stato te a chiamarmi per averne dell’altri? (…..)Â
ma uno, o trescento, ‘un fa differenza. Mi hai chiamato? Te li ho dati? Si. E allora paga.
(…..)
… basta, tu sai come fare: vieni domani co’ sordi alla mano e amici come prima. Altrimenti io verso gli assegni. Ciao.
I concetti riportati sono stati ripetuti in diverse forme, più o meno irose, per circa 22 minuti, il tempo, appunto, del pasto. Poi il nostro uomo d’affari ha chiuso il cellulare e ha ordinato il caffè, guardandosi attorno con un sorrisetto ignaro e tranquillo, quasi a voler significare “… ehh ‘sti ragazzi, se non li addrizzo io … finanzieri, mi vengono su!” Â
Mentre l’intero vagone ristorante, i camerieri, il personale viaggiante stava lì, con lo sguardo altrove ma le orecchie tese a capire come andava a a finire, forse a fare il tifo per il piagnucolante interlocutore dello squalo, o forse per gli ignari acquirenti di merce hosì preziosa.
Il viaggio, continua.