La magia della notte

Talvolta, di notte non si dorme.
Talvolta per eccesso di ansie, talvolta

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per eccesso di pizza col salame piccante, talvolta per eccesso di felicità.
Talvolta per un incongruo mix delle tre cose, che si alternano nella testa (e nello stomaco), ciascuna tentando di prendere il sopravvento.

Molta acqua minerale risolve rapidamente il problema della pizza.

La consapevolezza della propria impotenza risolve – meno velocemente – il problema delle ansie: non c’è nulla che io possa fare per cambiare le cose, devo prendere serenamente atto di quello che accadrà e vivermela, con il consueto (??) coraggio. Vale per lo stato di salute materno, vale per il futuro lavorativo, vale per tutto.

Quello che non si risolve, è la felicità.
Perchè di notte tutto è più magico, tutto è più pacato e luminoso.
Tutto, alla fine, è possibile.

Inverno

E’ la quarta volta che metto le mani su questo post. Questo dà probabilmente un’idea dell’urticanza. Mò basta, però.

Nessuno si è sognato di nominare un dirigente al posto di Cecilia. I suoi figli professionali si aggirano per i corridoi sbandati e torvi, e per lo più fuggono altrove (un altrove professionale, naturalmente). Tra poco il 4° piano della Giunta sarà un deserto. Girano voci incontrollate ed incontrollabili sui candidati. Chiunque sarà, potrebbe dare una decisiva spinta al concorso per l’assistenza tecnica FESR, oppure fottersene ed affossarlo del tutto. O qualunque via intermedia. Poi bisogna sempre vedere come va, il concorso. Incertezza.

Da due mesi io e Stelvio teniamo un’asta quotidiana fra le multinazionali della consulenza per il bando assistenza tecnica FSE. Tutti i giorni cambiano le proposte, le compagini, le cordate, i vantaggi e gli svantaggi di aderire ad una invece che all’altra. Con ansie che crescono di giorno in giorno. E se sbagliamo cordata? E se.. ? E se .. ?
La scelta fra le diverse compagini di contendenti, peraltro, mi pone delicatissimi problemi di scelta fra lealtà e convenienze, fra coraggio e buon senso, fra affetto e brutti – anzi pessimi – ricordi. Poi bisogna sempre vedere come va, la gara. Incertezza, un filo di vergogna, e dispiacere, e ansia.

La salute di mia madre attraversa un momento un pò delicato. Niente di serio, almeno così pare, però deve affrontare l’ennesimo tour di analisi e cure. E io con lei. E finchè non si sarà del tutto ripresa, non respiro. Incertezza, ed ansia.

Dio è morto, e non perde occasione per specificare che MAI niente c’è stato, nè MAI niente ci può essere, nè MAI ci sarà. 
E va bene, ho capito. E’ inutile che me lo scrivi ogni volta.

E ho pure il coraggio di chiedere a me stessa come mai dormo male, di notte.

Per fortuna mi rimangono i fratelli, in spirito o in corpo, quando proprio non ce la faccio e ho bisogno di un abbraccio, vero, caldo, e di qualcuno che si prenda cura di me e mi porti a cena fuori per distrarmi e mi massaggi la schiena incordata dalla tensione e mi porti il sanguinaccio coi savoiardi e mi dica che comunque alla fine tutto andrà bene.
(MOB, non c’è bisogno che ti agiti  😉

La colonna sonora di stasera è gentilmente offerta da Fabrizio “Faber” De Andrè e Franco Battiato.

 

Il pane fatto in casa

Non c’è dubbio che il must del momento sia “il pane fatto in casa”.

Dovunque ti volti (radio, tv, giornali) puoi sentire storie di garrule signore che magnificano i vantaggi del pane fatto in casa, svelano misteri, trucchi, tipi di farina sconosciuti ai più.

E’ bellissimo, farsi il pane in casa.
Svegliarsi alle 5 del mattino per impastare il lievito madre, perchè tutte, TUTTE le signore suddette vi guarderanno schifate se per caso chiederete “ma il lievito di birra, quello che si compra in comodi panetti al supermercato? non va bene?”. Farlo lievitare. 
E si son fatte le 7.
Poi si impasta il pane vero e proprio. Si impasta a lungo, se no non viene, con i gesti antichi e sapienti delle nostre bisnonne di campagna, ben rappresentate da Irene Papas nel “Cristo si è fermato a Eboli” di Rosi.
Si impasta molto a lungo, un paio d’ore, diciamo.
Si fanno le palatelle, si lasciano lievitare. 
E si è fatta ora di pranzo.
Mentre il pane lievita, quindi, si scende a comprare il pane, e un etto di crudo, se no non si mangia.
Si fanno le forme, oh! la magia di fare le forme con le proprie mani, come bambini che giocano sulla spiaggia! cinguettano estasiate le signore di cui sopra.
Si fa lievitare ancora, ma è l’ultima volta, eh.
Si inforna.
E’ solo a questo punto che ci si rende conto che il comune forno casalingo non potrà mai contenere le 12 panelle che abbiamo preparato, e quindi si dovranno infornare due per volta. Tempo di cottura di ogni infornata: un’ora circa. Tempo totale di cottura del garrulo meraviglioso pane fatto in casa: 6 ore.
Si è fatto buio.
Per fortuna il pane comprato a pranzo basta anche per la cena, friggiamo velocemente un hamburger e ce lo schiattiamo dentro, e via così. Un velo di maionese, magari. Ma sì.
Sforniamo orgogliose le nostre pagnottelle, lasciamo che si intiepidiscano, invadendo casa di un dimenticato odore di pane fresco, e le assaggiamo. E’ notte fonda.
E domani, si ricomincia!!!!

Fare il pane in casa, un must del momento. Si risparmia e si fa un prodotto che almeno sai che ci metti dentro.
Fare il pane in casa. Una cosa meravigliosa.

Per donne che non c’hanno veramente un cazzo da fare.

Libri che ho letto / L’animale morente

PHILIP ROTH – L’ANIMALE MORENTE, ed. Einaudi

Tutto il mondo grida al miracolo, con Roth, e quindi non sarò io – non prima di un seconda rilettura – a fare il bastian contrario. Ad una prima lettura, però, almeno questo libro non mi ha convinto.

David Kepesh è un professore universitario americano che ha deciso di vivere praticando fino alle estreme conseguenze i dettami della libertà totale esplosi negli anni ’60. La regola vale a maggior ragione per ciò che riguarda i legami sentimenali, la coppia, il sesso. Il protagonista sembra non riuscire mai a focalizzare l’idea che tra i due estremi (il sesso amorale e fine a sè stesso, puro sollazzo della carne, e la soffocante tetra prigione borghese della vita coniugale e di coppia in genere) ci possano essere infinite sfumature e variazioni. Per scegliere la prima via, David si è lasciato alle spalle un matrimonio e un figlio severo e rancoroso, destinato a ripetere gli errori paterni senza però il coraggio (omicida) di uscirne.

La nemesi arriva sotto le statuarie sembianze di Consuelo Castillo, giovane studentessa del suo corso, figlia di ricchi esuli cubani, per la quale il maturo professore perde la testa in un modo che non avrebbe mai immaginato e che fa piazza pulita di decenni di relazioni puramente carnali ed insignificanti. Con lei David sperimenta tutte le gioie ma anche tutte le ansie del desiderio di possesso totale ed esclusivo: la gelosia, anche retroattiva, la competizione, la misurazione della differenza di età, l’angoscia della perdita. Con la realistica misurazione della propria età, e dell’pavanzare della vecchiaia, david si rende conto che forse anche lui “non desidera più essere libero”. Sembra un abbozzo di innamoramento, eppure anche stavolta è il corpo, la fisicità, ad essere elemento centrale dell’attrazione: Consuelo non è particolarmente brillante, nè ha qualità degne di nota, se si eccettua un fisico perfetto, con una particolarità che per il protagonista diventa ossessione.

Ed è proprio quell’elemento fisico, alla fine, a segnare l’epilogo tragico della storia. E’ proprio la carnalità, il fisico, ad essere minato, a significare l’opposto della vitalità propria della pratica sessuale. Del resto, amore e morte si sono già incontrate, lungo la storia, al capezzale di un amico che moribondo tenta furiosamente un ultimo approccio fisico con quanti lo circondano, come per un ultimo sussulto vitale. Il sesso è l’unico modo possibile di intendere i rapporti con le donne: pure, andando verso un epilogo che non potrà che essere tragico, David, forse senza neppure rendersene conto, tende ad un riscatto di una vita così anaffettiva e amorale correndo, contro una voce interiore che lo sconsiglia, perchè così “non sarebbe più libero”, a prestare conforto a Consuelo spaventata e sola.

Mi è piaciuto abbastanza lo stile in cui il libro è scritto: in particolare, mi è piaciuto che il testo sembri registrare in presa diretta i pensieri del protagonista, i suoi dialoghi interiori, l’andirivieni delle opinioni discusse con sè stesso; e ho trovato interessante la ricostruzione del clima della liberazione sessuale negli ambienti universitari americani negli anni ’60. Per il resto, l’ho trovato un guazzabuglio deprimente e cupo, che non lascia spazio alla speranza e alla pulizia, e che non mi ha entusiasmato.

Respect

Non amo il jazz.
Anzi diciamo pure che lo detesto.
Sono convinta che ognuno di noi si porta dentro, scritta nel DNA, la sua melodia interiore, una successione di note, una musica, un ritmo, che sono suoi e basta. E ognuno di noi amerà quella successione di note, quella musica, quel ritmo che più ricalca la sua melodia interiore.
La mia melodia interiore non ha niente a che fare col jazz, mi spiace.
Lo trovo disarmonico e sgradevole,

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disordinato, ossessivo, irritante e snervante e non riesco nel modo più assoluto a distinguere un pezzo da un altro, e non riesco veramente a capire come si possa suonarli, mi sembrano tutti identici e tutti ugualmente impossibili da ricordare.

Però a sentire Marco and his band ci vado lo stesso.
Perchè il bene che gli voglio non ha niente, ma veramente niente a che fare con la musica che suona. Perchè il clima di complicità e fratellanza che accomuna tutti quelli che vanno a sentirlo, anche quelli come me senza orecchio, incapaci di seguire un ritmo, che trovano irritante la dissonanza, non si vende al mercato. Perchè Marco è vivo e lotta con noi, quando suona.

Play it again, Marcolino.
Un giorno ci capirò qualcosa, forse.

Libri che ho letto / Trilogia Millennium

STIEG LARRSON – LA “TRILOGIA MILLENNIUM”

Ok, l’ho letta tutta e mi tira un pò di considerazioni, forse slegate e confuse ma sono stanca, portate pazienza.

1. il più bello dei tre pezzi della trilogia è il secondo, a mio immodesto parere.  Il primo è ancora troppo concentrato su Mickael, personaggio non eccezionale, ed è a tratti lento e noioso; il terzo è un pò troppo arrivano i nostri su bianchi cavalli, tutti i pezzi vanno a posto troppo facilmente, troppi cattivi fanno una brutta fine, troppa gente si sveglia dopo 25 anni di vergognosi affossamenti e seppellimenti di coscienze e mortadelle sugli occhi;

2. trovo veramente degno di attenzione – anche se non so ancora dire se mi piace o no –  il modo analitico, perfino maniacale con il quale Larrsson si concentra sui dettagli, in particolare i dettagli alimentari. E’ veramente utile ai fini della storia sapere che Lisbeth scese a fare la spesa e comprò un litro di latte, pane nero e formaggio, pagandoli con la carta di credito? o che Mickael si preparò una caraffa di caffè e 4 tramezzini con salmone e cetrioli? descrizioni del genere sono ogni mezza pagina: che mangiano, che bevono, che hanno addosso, che comprano al supermercato tutti i molti personaggi della vicenda. I percorsi che fanno: ok, questi sono già più utili alla storia, ma svoltò in Sundagatan, attraversò il sottopassaggio, prese la metropolitana e scese alla seconda fermata, poi risalì a piedi lungo Olof Palme Strasse e avanti così per tre righi: e scrivere invece uscì di casa, e dopo un quarto d’ora era a Olof Palme Strasse? era tanto orribile? non so se mi affascina o mi irrita, tutto ciò: in ogni caso, fa venire voglia di visitare Stoccolma con una mappa coi cerchietti rossi, e di questo suppongo l’ufficio del turismo svedese sia ben contento;

3. Lisbeth Salander è un personaggio meraviglioso, uno dei più affascinanti che abbia mai incontrato in un libro. Non vi dico altro, scopritevela da soli. Mi sto andando a rileggere il primo volume della trilogia solo per il piacere di rileggere la sua entrata sulla scena.

4. come forse saprete, Larsson è schiattato giovane e quindi la trilogia non avrà seguito. Si favoleggia di bozze per un quarto volume nel suo pc, ma niente di certo, ed in ogni caso una quarta puntata mi parrebbe operazione veramente molto tristemente commerciale, dal sottotitolo: sono l’erede di Larsson, e mi scade la rata del mutuo. Oltretutto mi pare che pure se fosse vissuto il Nostro stava già un pò raschiando il fondo del barile, troppi agenti segreti deviati, troppe complicazioni, alla fine forse pure troppi personaggi (io i poliziotti e i magistrati li ho tutti un pò confusi fra loro, alla fine). A meno che non fossero buttati tutti lì per essere poi sviluppati nei volumi successivi. Come se avesse scritto un libro, il primo, e poi si fosse fatto prendere un bel pò la mano, con arguzia nel secondo volume, con ansia ed esasperazione nel terzo. Magari mi sono fatta suggestionare, ma mi pare che partendo dalla prima pagina del primo volume e andando verso l’ultima del terzo il ritmo incalzi, diventi vorticoso e ansiogeno, si affastellino fatti e persone e avvenimenti, come se l’autore si fosse reso conto che il tempo stringeva;

5. ad ogni modo, la catarsi c’è, e fa sentire bene, leggere come i cattivi più cattivi vengono puniti. Perfino con crudele creatività (uccidere un uomo inchiodandogli i piedi al terreno con una sparapunti industriale è veramente un gran colpo di genio horror, chapeau);

6. infine, particolare non trascurabile, i tre volumi sono mattonazzi che fanno salire il rapporto quantità / prezzo: perfetti per lunghi noiosi viaggi in treno, serate di pioggia, notti insonni. Se pensate che più o meno allo stesso prezzo potete ottenere immense cagate adolescenziali di 100 pagine, le 800 e passa di ciascun volume di una trilogia gialla ambientata in Svezia e molto ben scritta vi parranno un buon acquisto.

Un assaggino del clima, con il trailer del film in uscita in Svezia tratto dal primo volume (me lo vedrò, quando arriva, ma speriamo bene).

 

Dare e avere

Ed è così che

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ben due dei miei scrittori preferiti in assoluto mi accettano come amica su FB. E uno dei due addirittura intavola con me una conversazione privata su uno dei suoi libri. Mi sembra il giustissimo contrappeso al secondo funerale cui domani parteciperò, nel giro di 4 giorni, e alla quarta pessima notizia che ricevo, nello stesso lasso di tempo.

Scusate, vado a sistemare il TIR di corni che ho comprato su Ebay.

1999, 11 gennaio

“Ognuno può aggiungere – non sottrarre – eventuali regole che gli sembrino necessarie. Io per esempio, considerando le canzoni di Fabrizio De Andrè alla stregua di un sentimento, non le inserisco nell’elenco.”

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Quando la radio ha dato la notizia, ero in macchina. Facevo in funambolico incrocio a doppio otto vicino casa dei miei. Anime Salve era uscito circa due anni prima. Io ero andata nemmeno due mesi prima alla Questura a mettere in piazza tutte le mie vergogne e a denunciare il mio persecutore. Da circa due mesi, avevo ricominciato con una certa cautela a respirare. Non avevo più un lavoro, ero oggetto della affettuosa devastante commiserazione familiare e degli amici. Negli ultimi due anni, Anime Salve mi aveva tenuto compagnia di giorno e di notte, nei minuti che il mio persecutore mi lasciava liberi per fare altro che non

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fosse occuparsi dei fossi che stava scavando nella mia vita e dentro di me, in generale. E ora uno sconosciuto speaker mi diceva che Fabrizio De Andrè non c’era più. Non ci sarebbe mai più stato un altro cd, altra musica che in qualche modo festeggiasse la mia vittoria, la mia liberazione, come Princesa e Dolcenera avevano sottolineato la mia prigionia. Ero libera, e lui non l’avrebbe saputo, nè festeggiato.

Fermai la macchina, e mi misi a piangere.

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Non riesco a smettere di guardare Dori Ghezzi e la sua faccia paralizzata dal botox. Si ha la sensazione che se ride un pò più forte si strappa. A Fabrizio sarebbe piaciuto, Dori?

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Tutti hanno la loro canzone di Fabrizio De Andrè. Io ho questa, che mi ricorda una estate del 1982 o forse 1983, sentimenti dolcissimi e spietati, carezze furtive e proibite in una casa piena di sole. E una copertina di LP con sopra dipinto un indiano impressionista, che è ancora attaccata al muro nella mia stanza da adolescente.

The fighter still remains

In the clearing stands a boxer
And a fighter by his trade
And he carries the reminders
Of ev’ry glove that layed him down
Or cut him till he cried out
In

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his anger and his shame
“I am leaving, I am leaving”
But the fighter still remains