Cominciamo bene

Ok, non ci sono più scuse.

Domani anche i più riottosi vacanzieri saranno tornati, e si ricomincia, con gli stessi dubbi, gli stessi inguaribili trasporti umani di prima di andare in vacanza. Solo un filo più abbronzati, e rilassati, forse.

Se non sapete come ricominciare, eccovi una semplice guida che vi potrà essere d’aiuto nei momenti

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più difficili dell’immediato post vacanza.

Sabato, 30 agosto 2008

E’ ancora presto.
E’ sabato, non si lavora. Posso stare sdraiata sul letto con i piedi in aria a leggere un giallo italiano su cui non avrei scommesso due centesimi, l’avevo preso solo perchè era in edizione economica, e invece non vedo l’ora di sapere come va a finire, eppure (paradosso notissimo ai lettori accaniti) rallento la lettura e la fermo, addirittura, perchè non voglio che finisca. Anche se temo che il finale non sarà all’altezza delle premesse.
Ho fatto un’ottima colazione, marmellata di arance, la mia preferita.
Tutta la mia famiglia è a 10.000 km da me, stanno bene, non ho doveri particolari di cura. Per di più, le millemila piante di casa dei miei le ho innaffiate ieri sera, per oggi stanno a posto.
Ieri sera ho avuto finalmente il coraggio di aprire il mio conto

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corrente on line e mi sono resa conto che la situazione nonostante le folli spese del mese di Agosto non è poi così disperata come temevo. Anzi, un filo sul positivo, direi.
Ieri in un impeto di autolesionismo mi sono tagliata la frangetta con la trinciapolli e stamattina guardandomi allo specchio mi sono resa conto che in effetti non si vede , non sono azzannata come temevo.
C’ è un bellissimo sole fuori, in un cielo azzurro e fresco per la pioggia dei giorni scorsi. La mia stupenda bicicletta mi aspetta, oggi due ore di pedalate non gliele leva nessuno e lo sa. Mi sono affacciata alla finestra, prima, e non mi hanno rubato la macchina, nè il portabiciclette che c’è montato sopra.
Non ho ospiti, quelli verranno domani, ma per stamattina scelgo in totale assoluta libertà come spendere il mio tempo, quando uscire, cosa mangiare e quando.

La felicità è fatta di un insieme di cose veramente banali.

Game over

Vabbè, scherzavo. E’ che sono stanziale, il nomadismo non è nei miei geni, e le partenze mi mettono sempre un pò di agitazione. In realtà ho volato senza battere ciglio, riuscendo perfino a non urlare al decollo e al ritorno addirittura scegliendo un posto vicino al finestrino, usandolo, perfino, per guardare fuori. Tzè.

Al mio ex amico di vecchissima data dal cellulare del quale sono partiti ieri a freddo due o tre sms assurdi (non trovo altro termine più adatto, atto a rendere il mio sbalordimento) indirizzati alla mia persona, vorrei tanto poter dire che spero avesse bevuto, e molto, anche, che la sorpresa e la delusione sono immense, che a 42 anni forse – ma forse, eh – sarebbe anche arrivato il momento di crescere. O di sorvegliare meglio il cellulare, perchè quei messaggi sono stati così stonati con la sua persona, così diversi da come lo conosco, così diversi da quelli che ci eravamo scambiati negli ultimi anni, così diversi da come credevo di poter definire i suoi rapporti con me, che spero – ma debolmente – che sia stato un altro a scriverli. O un’altra.

Anche in questo caso, comunque, game over.

Ok, no panico

Mi appresto a prendere due aerei nel giro di 48 ore, con due amabili persone di 70 anni circa ognuna, due tonnellate di valigie di cui due partono, una si ferma a Milano, una torna con me, esattamente la sera dopo un mega disastro aereo nella civile Europa non nella lontana Papuasia, l’annullamento dei biglietti RyanAir, tempo incerto, cavallette, fiumi mutati in sangue, Sodoma e Gomorra.
Già mi vedo con la flebo di Lexotan al braccio e i capelli dritti che cerco di convincere il poliziotto al controllo bagagli che una pinzetta per i peli non può essere usata assolutamente come arma di offesa.

Beijing 2008

Non è perchè non ne parlo che io mi stia disinteressando della manifestazione sportiva dell’anno. Una Olimpiade, al contrario, fa venire fuori la sportiva non tifosa che è in me: sono stata capace di massima attenzione anche durante le eliminatorie del kayak, o del tiro al piattello, penso una delle specialità meno televisive dell’universo, che può essere riassunta in tutta la sua interezza con la frase: “uomo / donna che spara e sbuffi rosa che compaiono / non compaiono sullo schermo, e non capire un cazzo di come sta andando la gara se non dalle facce – per lo più impenetrabili – degli/lle atleti/e”. Una roba da tagliarsi le vene, quanto a pathos, in qualunque altro momento dell’anno, ma durante le Olimpiadi non riesco a staccarmi dalla tv.

Riesco a digerire, in nome dello sport, perfino Ivana Vaccari e il pool di esperti che commenta le gare, e digerisco Galeazzi, del quale riconosco il rosico, inconfondibile: tu volevi stare là, e

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invece stai qua, costretto per di più a svegliarti alle 4 del mattino, e perciò sei così acizzo e rintronato, quando ti chiedono qualcosa da Pechino, e spari commenti a minchia.

E’ poi noto al mondo – almeno, a quello che mi conosce – che io sono incapace di trattenere la commozione quando sento l’Inno Nazionale e quando vedo gente gioire sullo schermo per un traguardo raggiunto. Se le due cose sono combinate insieme (un oro della Vezzali, per dire) posso arrivare a piagnucolare come una fontanella. Però me ne vergogno anche un pò e quindi cerco disperatamente di trattenermi, mediante acrobazie del respiro e del diaframma, di solito senza alcun successo. Dopo i primi imbarazzanti tentativi di soffiarmi il naso nelle tende del salotto, e preoccupata che potessi morire in apnea nel tentativo di trattenere il

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singhiozzino, mia mamma ha messo un rotolo di Scottex a portata di mano nel soggiorno.

Nuovi amori

Ci consoliamo con questi, chè gli altri tacciono, è vacanza per tutti. 
E’ o non è il più splendidissimo mezzo a due ruote che abbiate mai visto? 
L’ho ottenuto facendomi dissanguare da un rivenditore con una faccetta da bravo ragazzo e una laurea in psicologia, perchè il mio smodato ego non ha resistito alle frasi “Si vede che sei pratica di bici, c’è gente che non sa nemmeno come salirci”  e  “E’ bello vedere che la cultura della bicicletta si diffonde fra le donne” che prese separatamente ed in un momento di lucidità avrebbero dovuto provocarmi conati di vomito, e invece ho tirato fuori la carta di credito.

In allegato, ma non in omaggio, anche l’accrocco per montare la bici sulla macchina e via verso nuove avventure. Da tre giorni pedalo come una forsennata, lei è leggera, docile, silenziosa, ergonomica, uno stupore continuo, per me che ero abituata ai ferrivecchi a noleggio, cigolii, tremori, pezzi che si staccano, e Coppi e Bartali messi insieme per fare 20 metri di falsopiano.   

Senza contare la riscoperta della gioia infantile della “bicicletta nuova”. Avevo forse 8 anni, l’ultima volta che mi è stata comprata una bicicletta. Sono cose.

 

Soonooooo stata al maaareeee … / 3

E chiudo in bellezza (si fa per dire) parlandovi delle ragazze della reception del villaggio vacanze, il cui modello comunicativo di riferimento è il vigile urbano a cui Totò e Peppino chiedono informazioni a Milano.

Le facce sono impassibili – se vi va bene – ma più spesso sono scocciate o incazzate. Ho capito che avete 25 anni, è estate, il mare è a un passo e voi invece dovete stare tutto il giorno chiuse in una stanza a risolvere il problema della sciura che ha affittato il monolocale e non trova lo scolapasta che gli era stato promesso, però state lavorando, giusto? un lavoro front office, per di più, nel quale l’immagine se non tutto è molto: un sorriso, magari, che ne dite, eh? Un minimo di disponibilità? chiedere all’interlocutore “come posso aiutarla?”  come gorgheggiano negli States (ma mi sarei accontentata anche di un “si, che c’è?”), invece di aspettare che il cliente si stanchi di fissarvi negli occhi in silenzio e faccia la sua richiesta? 

In quei torridi giorni, sono stata da voi pochissime volte, per fortuna, ma ogni volta ho avuto l’impressione di parlare una lingua sconosciuta: qualunque richiesta (la più difficile delle quali era “dove si noleggiano le biciclette?”) ha avuto come risposta un paio di sopracciglia aggrottate, silenzio, smarrimento, ripetizione della domanda all’interlocuore, come a sincerarsi di aver capito bene, poi ripetizione della domanda fra sè, poi alla collega, faccia smarrita anche della collega, ricerca di qualche carta sotto al bancone, e poi finalmente una smozzicata risposta da interpretare, che comunque rimandava sempre a qualcun altro e ad un altro tempo che non fosse il qui ed ora (“faccia il 9 e le mandiamo l’assistenza”, “chieda al custode all’ingresso”, “”devo chiedere al responsabile, torni più tardi/nel pomeriggio/domani”).

E’ il turismo, bambine! Se non lo volete fare, restate a casa a fare le orecchiette! 

Sooooono stata al mareeee …. / 2

Nell’estate 2008 il must dell’abbigliamento da spiaggia sono le Crocs, vere o pezzottate, gli orribili ciabattoni di gomma che riescono a trasformare le gambe di qualunque Nina Moric in quelle di Siusy Blady, all’istante. Figuriamoci se si parte già dallo status Siusy Blady, come nel caso della sottoscritta. Ne ho visti di tutti i colori, ma anche zebrati, a fiorelloni, a pois, e – horresco referens – ai piedi di uomini e donne di tutte le età, settantenni comprese. Un voto di sufficienza, per incoraggiamento, solo a quelle minuscole, per bimbi al di sotto dei 5 anni, riciclabili come portachiavi (le ciabatte, non i bimbi).

Due cents di riflessione sociologica dell’acqua calda del giorno 5 Agosto: il sovrappeso sembra essere sempre di più un portato del sottosviluppo culturale, al contrario di quanto avveniva negli anni dell’immediato dopoguerra. Le donne che scendono in spiaggia sono di tutte le taglie, dall’anoressico spinto al semirotolino al rotolone all’armadio a due ante, ma c’è una netta prevalenza del troppo, rispetto al troppo poco. Tra l’altro, il sovrappeso è indipendente dall’età: generalmente le ragazze giovani sono più magre, ma la regola soffre di numerosissime eccezioni.  Quasi sempre le più grasse non si esprimono in un italiano intelleggibile, ma solo nell’idioma del luogo ove sono nate (la periferia di Napoli, quella di Bari). E’ un caso?  Inoltre, essere bene in carne non trattiene – ma questo l’avevo già notato a Ischia, anni fa – dal seguire la difficile moda del 2008: e quindi vai con i pareo allacciati sotto ombelichi della dimensione di ravioli, vai con i bikini a striscia pericolosamente sul punto di cedere, vai con i gonnellini con le paillettes, con inevitabile effetto circo. Vai, soprattutto, con le zeppe altissime, unica alternativa alle Crocs di cui sopra, con serissima messa a rischio di caviglie e menischi, sulle instabili lastre di cemento della viuzza che conduce al mare.

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Vado a comprare il giornale. Il giornalaio mi confessa che il giorno prima aveva preso 70 copie, 40 gli sono rimaste come reso. In un villaggio composto da 82 camere d’albergo e circa 150 appartamenti, tutti pieni, solo 30 persone hanno comprato il giornale. In compenso, le due giovani signore mie vicine di ombrellone, che non si conoscevano,  in 10 minuti si sono raccontate tutta la loro vita, e siccome non l’hanno fatto a voce bassa, l’hanno raccontata anche a me. Il potere dell’oralità rispetto a quella della stampa.

Soooono stata al mareeee ….

.. e mi sono dedicata al mio sport preferito: la sociologia occulta, ovvero osservare la fauna umana che mi circonda e cercare di capire che gli passa per la testa e come evolve o involve l’uomo in situazioni estreme (e la vita di un villaggio turistico E’ una situazione estrema).

Appunti sparsi.

Prima di partire.
Mia sorella: “Attenta a non scottarti, che lì il sole picchia forte
Mia mamma: “Hai comprato l’Autan? Ci saranno un milione di zanzare, laggiù
Mio padre: “Ho sentito che il mare da quelle parti è pieno di meduse“.
E vabbè. Mi volete predire pure la grandine, le cavallette, le piaghe del bestiame e la tramutazione dell’acqua in sangue?

**********

Forse per via dell’Armageddon previsto dai miei familiari, devo avere davvero uno sguardo truce se perfino gli animatori, incoscienti ventenni caricati a Duracell, rotti a relazioni umane con qualunque tipologia di vacanziero, mi si tengono a debita distanza. E parliamo di gente capace di cantare e ballare – con acconcia coreografia – almeno otto volte al giorno, sotto qualunque condizione atmosferica (sole a picco, notte fonda) e su qualunque superfice (sabbia, cemento), una “sigletta” composta dal seguente testo:

Io amo l’estate
I love summer
I giochi i sorrisi coi tuoi animatori
mi ricordano te
Io amo la notte
I love night
Sarà il tomentone di questa avventura
vissuta con te
Peperere-rere-rere
Peperere-rere-rere

Ho le prove.

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Al tavolo della sala di pranzo di fronte a me ci sono due persone. Un uomo più o meno della mia età, e una ragazzina di 13-14 anni. Palesemente padre e figlia, si somigliano, hanno la stessa forma degli occhi, lo stesso modo di camminare. Probabilmente lui è separato dalla mamma di lei, e questa settimana al mare è una delle poche occasioni che hanno di passare un pò di tempo insieme. I rapporti però non devono essere idilliaci, perchè per 7 giorni, 21 pasti, i due si siederanno a tavola, si serviranno al buffet, mangeranno, berranno, si alzeranno per andarsene senza mai rivolgersi la parola, senza mai sorridere, senza mai guardarsi in faccia. Angosciante. Stare seduti di fronte a qualcuno riuscendo a guardare dappertutto tranne che – appunto – di fronte richiede allenamento, e una fermissima volontà di evitare qualunque contatto umano con il proprio interlocutore. Forse la ragazzina odia il padre, per aver fatto soffire la madre? Forse l’alternativa a questa noiosissima vacanza con papà era andare in un posto dove c’era il fidanzato, o gli amici? Negli occhi di entrambi colgo un fondo di sofferenza, lei la maschera da strafottenza – che palle, tutti ‘sti bambini, i balletti, i giochi, io non sono più una bambina, vorrei essere dovunque tranne che qui – lui non riesce a mascherarla troppo bene. Io che li guardo preferirei che si prendessero a ceffoni ribaltando i tavoli, invece di stare così, muti, gli angoli della bocca in giù, le sopracciglia aggrottate, guardando altrove. E invece lui fosse vedovo? Se l’astio sprezzante che ogni tanto traspare negli occhi di lei, affossando l’indifferenza, fosse contro la vita, e non contro il padre? Perchè siamo qui, a cercare di divertirci, e lei invece non c’è più? E se fosse la prima estate che passano senza di lei?

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Le mamme, i bambini. Devo dare ragione a mia sorella che dice che lo stile della mamma italiana è inconfondibile, e diversissimo dallo stile, ad es. della mamma statunitense, che spesso rasenta l’incoscienza. I bambini italiani sono seguiti, assillati, torturati, tenuti da una invisibile briglia cortissima a base di dove vai? fermati! non ti allontanare! stai qui! dai la mano a mamma/papà/nonno! e soffocati da cure parentali probabilmente non necessarie, come sciacquare il bambino in continuazione perchè non si sporchi di sabbia (al mare??), portarlo in braccio se no si scotta i piedi (al mare??), aiutarlo – di più: fare in modo che non ci pensi neppure, a farlo da solo – a togliersi e mettersi magliettine, ciabattine, cappellini, calzoncini, anche se hanno più di 5 anni. Risultato: il bambino dell’ombrellone davanti al mio, che forse ha anche qualche problema in più della media, ha PAURA di girarsi di schiena sul lettino, di mettere i piedi nella sabbia, di fare il bagno a mare, di togliersi il costume. E paura significa che piagnucola terrorizzato finchè la mamma non lo prende in braccio e lo costringe. Prevedo un futuro da nevrotico, o forse da omosessuale.

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Il bambino di 6 anni si è tolto il costume – anzi, glielo ha tolto la mamma, ovviamente – per cambiarselo, e si avvia trionfante col pisellino di fuori alle docce. La bambina dell’ombrellone affianco, 5 anni, che rideva e giocava fino ad un attimo prima, ad un tratto tace, lo sguardo calamitato da questa del tutto inattesa e probabilmente traumatica scoperta. Fissa gli occhi dilatati dallo stupore sul pisellino, serissima, lo segue con lo sguardo per tutto il tragitto fino alle docce e ritorno, e

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si tocca il davanti del costumino, furtivamente, quasi ad assicurarsi che lei quella strana proboscidina non ce l’ha. Forse l’invidia del pene – ammesso che zio Sigmund ci abbia preso – comincia così.

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Le scoperte di quest’estate: l’immmenso silenzioso lungomare di N. la mattina presto, la granita di ananas corretta al rhum (modestamente, invenzione della sottoscritta), l’amore incondizionato che comincio a provare per l’attrezzo a due ruote e pedali, il piacere insostituibile di una compagnia di un certo tipo.