Second Life

Una breve ma intensa esperienza.
Mi hanno insegnato a muovermi e mi hanno vestito.
Una roba che non mi succedeva da quando avevo 6 mesi.

Non si torna indietro

Hai avuto davanti spalancata la caverna dei 40 ladroni. Ci hai vissuto dentro per quasi sei anni, godendo della vista e del contatto con zaffiri, rubini, topazi, oro, perle, pietre preziose di ogni genere.

Adesso non solo non sai più qual è la parola giusta per entrare, ma l’hai fatta saltare col tritolo, la grotta. Non c’è rimasto più niente di tutto quello splendore, e questo ha la drammatica ineluttabilità delle cose andate via per sempre, sparite, che non torneranno mai più. Come una morte, come un’uccisione, come una grotta di pietre preziosa fatta esplodere e bruciare, non c’è assolutamente alcun

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modo di tornare indietro, nessuna possibile resurrezione, nessuna macchina del tempo che ti riporti indietro, a quando eri dentro la grotta e sembrava per sempre.

Avrei dovuto rassegnarmi a questo molto tempo fa. Non l’ho fatto, ed è stato peggio.

Un saluto agli amici di Augusta

Che in 189 – o 189 volte, non ho capito bene – sono arrivati su queste pagine, me lo dice il mio counter fichissimo.

Augusta, in Sicilia?

Io di

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Augusta conosco solo Fiorello, e non siamo amici, almeno non mi pare. Ho fatto una foto con Baldini, due anni fa, ma non credo sia sufficiente.

I misteri della rete.

Appalesati, amico di Augusta, non fare il timido.

Io e la vespa

Casa mia, cucina, sera (tardi).

Apro la finestra dopo cena per far cambiare l’aria e dalle profondità del giardino di fronte casa mia, puntandomi col teleobiettivo, entra una vespa kamikaze, che mi centra in piena spalla, mi punge e comincia a sbattere impazzita per la cucina.

Ho fatto un casino. Mi sono cadute le ciliege che avevo in mano, ho lanciato un urlo, sono uscita dalla cucina a precipizio richiudendo la porta e murando viva la vespona. La feritina mi brucia da pazzi e si gonfia, un pochino. Subito scene devastanti di shock anafilattico mi si parano davanti agli occhi, e infatti mi pare di avere le gambe deboli e che la vista mi si annebbi (sono solo un filo ipocondriaca, ma appena appena). Resisto 3 secondi (ho una soglia del dolore altissima, anche) e poi chiamo il 118. L’impiegato mi chiede se sono allergica (no), se ho difficoltà a respirare (no), se la ferita si è gonfiata molto (no), e fa moltissima fatica a non ridere mentre mi spiega che non mi manderanno un’ambulanza col defibrillatore, non c’è bisogno che mi misuri la pressione (anche perchè non saprei come fare), nè è necessario che mi mettano in contatto col centro antiveleni. Mi invita a sfregare la puntura con mezzo aglio (aglio? guarda che non è il morso di un vampiro, imbecille). Quando gli spiego che la soluzione aglio è fuori discussione perchè l’aglio è in cucina e lì dentro io non ci rientro se non con un lanciafiamme, mi dice che l’alternativa è mettere un pò di crema antibiotica e “dormirci su”. Lo odio per alcuni minuti.

La crema antibiotica non ce l’ho (lo so, è una contraddizione in termini che io abbia sempre paura di morire e poi abbia a casa giusto un’aspirina scaduta), quindi mi metto in macchina e cerco una farmacia di turno. Durante il tragitto tento di autoconvincermi che se stessi per morire difficilmente potrei guidare con tanta disinvoltura, ma in realtà sto solo aspettando di stare peggio, non fosse altro che per fargliela vedere, a quel cretino del 118. Mi vedo già i titoli sulla malasanità il giorno dopo.

Farmacia di turno. Tutto sbarrato. La mia attenzione viene attratta da un cartello che recita più o meno così: “Se non state proprio morendo, e non avete una ricetta che lo attesti, non vi azzardate a suonare, non vi aprirà nessuno”. Medito brevemente se sto effettivamente morendo o se tutto sommato mi reggo ancora sulle gambe. Mi reggo ancora sulle gambe.

Torno a casa e mi addormento con tutti i telefoni a portata di mano, hai visto mai, dopo aver chiuso tutte le porte, e ho incubi tutta la notte su come farò a liberarmi la mattina dopo dell’orrenda bestia,  che nella mia testa è sempre lì in agguato dietro la porta della cucina pronta ad aggredirmi col pungiglione spianato.

Stamattina. Mi armo con rivista FOR (quella dell’AIF, perfetta per uccidere animali volanti) e paletta per le mosche. Spalanco la porta della cucina con un calcio come un agente dell’FBI ed entro dentro, a  sprezzo di ogni pericolo.

Silenzio.

Dopo lunga ricerca, scopro la belva nell’acquaio.

Decisamente morta, ma non si sa mai: con le pinze del barbecue la prelevo e la spingo nello scarico, e poi apro l’acqua. Vaja con Dios, bestiaccia.

Conclusione: so che molti di quelli che mi leggono non avevano dubbi, ma alla fine l’ho avvelenata io.

C.V.D.

Ne ero certa.
Una volta sfrondato il discorso da tutti i viaggi in Africa, da D’Alema, dalle ridondanti “marchesegrillità”, una volta eliminati tutti gli “io” inutili,  quello che rimane è la competenza autentica, la lucidità, la passione, l’entusiasmo, la voglia di chiacchierare per ore del proprio lavoro senza annoiare nessuno, poco importa se l’uditorio è fatto di due o di ventidue, se si è in una saletta (più o meno) attrezzata o ai tavolini di un bar.

Possiamo ancora lavorare un pò sull’ascoltare la domanda fino in fondo prima di cominciare a rispondere, ma direi che abbiamo fatto passi da gigante  😀

E quindi la misera scusa “sono fatto così, non si può piacere a tutti” crolla miseramente 😉

Per il resto, Matera riesce ad incantarmi di più ogni volta che la vedo. Non ricordavo che l’alba sui Sassi potesse essere così magica, c’era ancora qualcuna delle luci notturne accese, disegnavano un profilo sul fianco della montagna, e l’altro profilo era disegnato dal cielo, blu notte ancora da una parte, celeste tenue dall’altra, in mezzo tufo e finestre, una sull’altra, l’eterno presepe fuori stagione.

O forse era la compagnia, chi lo sa.
Bisognerebbe riflettere su quanto due giorni di quasi vacanza in posto magicamente in pace con il resto del mondo, silenzioso e antico, possano far ricordare cose che credevo seppellite per sempre. Per esempio come stavamo bene, io e te, come eravamo uno invece che due, come ridevamo per le stesse cose, come eravamo capaci di vedere la stessa alba con gli stessi occhi.

Maledizione.

Ministeriali

Roma, sede di struttura tecnica di supporto alle Regioni, interno (non posso aggiungere “giorno” perchè la sala riunioni è in una cripta gotica, nella quale viene insufflato ossigeno con le bombole, e non si percepisce nulla di ciò che accade nel mondo esterno).

E’ presente tutta la consueta carne da Ministero: tailleurini pastello, occhiali, fili di perle, cravatte regimental. Più qualche personaggio extra.

Dirigente con accento tosco – laziale, perennemente seccata da qualcosa, seccatasi come un chiodo con il passare degli anni, capelli bianchi striati di biondo raccolti in una crocchia stile nonna Papera che la fa sembrare decrepita, mentre invece è solo matura.

Dirigente regionale altissima magrissima con caschetto corto finto sbarazzino, un serio problema ormonale, in tutto e per tutto somigliante a Martina Navratilova, e infatti gira voce che sia lesbica. Ogni tanto mi sorride, e mi preoccupo un pò.

Consulente precaria junior. Ha un cognome uguale a quello di un professore universitario che conosco, magari è la figlia, nella mia consueta biancanevaggine le chiedo conferma, e lei fa una faccia tra lo schifato e il perplesso, mormorando: “Preferisco che non mi si colleghi a lui, altrimenti tutti pensano che io sia raccomandata“.
E infatti è raccomandata (excusatio non petita, accusatio manifesta).

Dirigente ministeriale bionda con metodo Stanislavkji incorporato, ogni frase è recitata come se fosse Marta Abba, ivi compresi roteamento occhi, mano portata alla fronte, voce che sale e scende di semitoni dall’urlo al sussurro a seconda del momento. Ovviamente, appena si siede, lei e quella con la crocchia di nonna Papera si saltano alla gola come lupi abruzzesi per il possesso del territorio, dando vita ad un appassionante gallinaio di 10 minuti al quale il resto del tavolo (20 persone circa) assiste impietrito.

L’anti-club

E poi scopri che ci sono persone che avrebbero tutti i motivi per tirarsela alla grande, perchè sono celebrità internazionali, perchè hanno avuto coraggio a fare cose difficili, perchè si sono viste piovere addosso l’occasione della vita a 27 anni e non hanno avuto paura, e invece di guardarti come si guarderebbe una caccola ti danno del tu, sorridono sempre, sono disponibilissimi, si scusano loro con il tecnico irritantemente scazzato – invece del contrario – perchè gli sembra di creare difficoltà a volere un impianto audio, si accontentano di soluzioni caserecce, ti ringraziano

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per averli invitati (loro! a te!), ti trattano alla pari, apprezzano il cibo da autogrill, ti dicono “sono stato proprio bene qui”.

Un club di anti-marchesi del grillo, insomma. Credo sia giunto il momento di cominciare a prendere questo, come discrimine per selezionare la gente di cui voglio circondarmi.