Estate ad Alcatraz

Ho capito che è il 31 luglio, ma essere l’unica occupante della mia stanza nell’unica stanza aperta del mio corridoio mi fa un pò specie.

La collega superstite del suo corridoio al piano di sopra ogni tanto mi chiama per essere certa di non essere rimasta sola. Anche lei mi sa che comincia ad intravedere il bambino sulla biciclettina che percorre i menzionati corridoi, e non è una bella visione.

In fondo, le guardie giurate sono armate, e ce n’è una per piano, quindi in totale sono in numero maggiore degli impiegati regolarmente presenti qui ad Alcatraz. Se decidessero di stuprarci in gruppo e poi sgozzarci nessuno sentirebbe le nostre grida di aiuto.

Sì, fa un pò caldo, ma non è per questo che deliro. Almeno credo.

Traslochi

Quella del piano di sotto ha traslocato.
Il trasloco è durato dalle 7 del mattino alle 3 di notte, forse perchè i solerti traslocatori sono venuti con un’Apecar che portava mezzo comodino per volta, e ogni volta dovevano portarlo, suppongo, in un’altra Provincia. Quindi la scena, ripetutasi infinite volte nel corso della giornata, era: due robusti giovanotti si affacciano dal balcone della signora di sotto e appoggiano mezzo comodino sul montacarichi. Il montacarichi scende al ritmo di mezzo metro ogni 15 minuti. Due robusti giovanotti di sotto – diversi dai primi due, si badi bene – tolgono il mezzo comodino dal montacarichi e lo montano sul’Apecar, con uan quantità esagerata di cordami da marinaio. L’autista dell’Apecar – diverso dai quattro giovanotti già entrati in azione – mette in moto e va, verso l’infinito. I quattro giovanotti si siedono a bere una birra. Alle tre di notte c’era una tale quantità di bottiglie di birra vuote a terra che l’Apecar ha dovuto fare due viaggi per portarsele.

La signora del piano di sotto, nota per i suoi capelli di un biondo che non esiste in natura, per le tette in tutto e per tutto identiche a quelle di Venusia e per un tono di voce che facilmente trapanava i muri due isolati più in là, sovrintendeva alle operazioni spostando scatoli vuoti da lì a là e poi da là a lì.

Che il tendone del tarrazzo ti marcisca sull’Apecar, rimasto senza benzina in mezzo alla campagna molisana.