Ormai grande

Essere arrivati più o meno indenni a 40 anni dà l’indubbia anche se piccola soddisfazione di poter non cedere piagnucolando in un telefono come avresti fatto a 25, e forse anche a 35. E dunque, vaffanculo, cobra.

Paura di volare / 2

Ci deve essere sicuramente un motivo per il quale ho l’impressione che odio viaggiare. 

Ci deve essere qualcosa dietro, o meglio dentro, a questo buco allo stomaco che mi prende quando comincio a fare la valigia, sia pure per un’occasione che dovrebbe essere piacevole, come una vacanza. 

Ci deve essere un perchè per il mio improvviso amore per la routine di tutti i giorni, e un perchè per il pensiero ossessivo che comincia a prendermi che è “l’ultima volta che”
– parcheggio sotto l’ufficio
– pranzo con i miei
– rientro a casa la sera 

perchè c’ho ‘sta caga? 
forse perchè devo prendere un aereo diretto negli Stati Uniti?  

mettendo momentaneamente da parte l’antipatia che alcuni di voi provano nei miei confronti, mi confortereste un pò? (si accettano consgili zen sulla respirazione atta a ridurre stati d’ansia)

no farmaci 

grazie

Piste ciclabili

Scena: pista ciclabile intorno ad un tranquillo laghetto artificiale di montagna, una domenica mattina di sole.

Personaggi ed interpreti: io, e tutti gli altri utenti della suddetta pista ciclabile, fra i quali, non dimentichiamoli, i temibili bambini e gli ancor più temibili genitori dei bambini.

Caso 1: l’incoscientino di cinque anni pedala a tutta velocità sulla sua biciclettina alla quale hanno appena tolto le rotelle. Fa tenerezza, vero? Un piccolo dettaglio: per vedere di quanto ha umiliato la sorellina su uguale biciclettina del cazzo, il frugoletto pedala a tutta velocità ma guardando dietro. E chi guarda dietro mica può vedere che succede davanti, no? Per esempio io che vorrei sopraggiungere tranquilla pedalando diritto e invece devo fare lo slalom tra i frugoletti di questa cippa

Caso 2: il finto professionista strafighissimo con tutina aderente in colori che fanno male agli occhi e bicicletta spaziale fosforescente, che pur procedendo più o meno alla stessa velocità di una moto di media cilindrata (cazzo, sono quasi professionista, io), guarda in basso per controllare se ha ingranato proprio quella marcia speciale che usa Armstrong per affrontare l’Isoard. Ovviamente contromano, cioè tenendo la sinistra.

Caso 3: la pista ciclabile, lo dice la parola stessa, è fatta per i cicli. Per mezzi con le ruote e i pedali. Se avessero voluto farla per i pedoni, l’avrebbero chiamata pista pedonabile. E passi per i joggers, obiettivamente la strada rotabile è pericolosa, già un paio sono morti spiaccicati. Però cazzo, tutta la santa famigliola col carrozzino dell’ultimo arrivato, le zie, i nonni, i frugoli che corrono avanti e indietro, tutto il benedetto parentame che occupa tutta la carreggiata della già ristretta pista ciclabile, e ti guardano pure storto quando tu arrivi urlando ATTENZIONE! PERMESSO! ATTENZIONE!  caso mai gli schiacci il piedino a uno dei satanassi che corrono e questo NO, cazzo!!

Estate ad Alcatraz

Ho capito che è il 31 luglio, ma essere l’unica occupante della mia stanza nell’unica stanza aperta del mio corridoio mi fa un pò specie.

La collega superstite del suo corridoio al piano di sopra ogni tanto mi chiama per essere certa di non essere rimasta sola. Anche lei mi sa che comincia ad intravedere il bambino sulla biciclettina che percorre i menzionati corridoi, e non è una bella visione.

In fondo, le guardie giurate sono armate, e ce n’è una per piano, quindi in totale sono in numero maggiore degli impiegati regolarmente presenti qui ad Alcatraz. Se decidessero di stuprarci in gruppo e poi sgozzarci nessuno sentirebbe le nostre grida di aiuto.

Sì, fa un pò caldo, ma non è per questo che deliro. Almeno credo.

Traslochi

Quella del piano di sotto ha traslocato.
Il trasloco è durato dalle 7 del mattino alle 3 di notte, forse perchè i solerti traslocatori sono venuti con un’Apecar che portava mezzo comodino per volta, e ogni volta dovevano portarlo, suppongo, in un’altra Provincia. Quindi la scena, ripetutasi infinite volte nel corso della giornata, era: due robusti giovanotti si affacciano dal balcone della signora di sotto e appoggiano mezzo comodino sul montacarichi. Il montacarichi scende al ritmo di mezzo metro ogni 15 minuti. Due robusti giovanotti di sotto – diversi dai primi due, si badi bene – tolgono il mezzo comodino dal montacarichi e lo montano sul’Apecar, con uan quantità esagerata di cordami da marinaio. L’autista dell’Apecar – diverso dai quattro giovanotti già entrati in azione – mette in moto e va, verso l’infinito. I quattro giovanotti si siedono a bere una birra. Alle tre di notte c’era una tale quantità di bottiglie di birra vuote a terra che l’Apecar ha dovuto fare due viaggi per portarsele.

La signora del piano di sotto, nota per i suoi capelli di un biondo che non esiste in natura, per le tette in tutto e per tutto identiche a quelle di Venusia e per un tono di voce che facilmente trapanava i muri due isolati più in là, sovrintendeva alle operazioni spostando scatoli vuoti da lì a là e poi da là a lì.

Che il tendone del tarrazzo ti marcisca sull’Apecar, rimasto senza benzina in mezzo alla campagna molisana.

Caro amico ti scrivo

E’ vero, sono sparita. Mi pareva non ci fosse più niente da raccontare, o forse io non avevo più voglia. Mi pareva che l’azione terapeutica del blog avesse fatto il suo tempo. Però ero macerata dai sensi di colpa. E quindi beccatevi il riassunto della situazione ad oggi.

Qui nello Spielberg va tutto bene, se il rischio di disimpegno dei fondi comunitari per la prima volta nella storia della mia regione da quando esistono i fondi comunitari può essere classificato fra le “cose che vanno bene”. L’Uffico che coordina le nostre misere vite da precari della pubblica amministrazione ci ha informalmente comunicato che forse ci rinnovano il contratto per altri tre anni, passando così tutti di fatto nella simpatica schiera dei precari a vita, grazie Santo Biagi e che il Signore ti abbia in gloria.

Adesso che più o meno possiamo dire che i lupi se ne stanno andando via e che forse pallidamente all’orizzonte si profila una specie di tiepida primavera che finalmente mi consentirà di togliere i doposci.

La mia casa ha assunto forme di vera casa ormai da febbraio, e a sprezzo di qualunque pericolo ho perfino comprato gerani per il terrazzino e due poltroncine di finto ferro battuto sulle quali sedersi a prendere il fresco (oddio, considerato che fino a ieri qui c’erano 11 gradi centigradi di temperatura esterna e che ho acceso i riscaldamenti il 9 Giugno, forse questa mia preoccupazione terrazzesca era eccessiva).  La signora di sotto se ne va, in sdegnoso disaccordo con la padrona di casa, e ha tentato di rifilarmi gratis le sue fioriere di marmo in tutto e per tutto simili a fosse per il formaggio omonimo, però voleva 350 euro per cedermi il tendone del terrazzo. Ma vaffa, spero ti marcisca in deposito e tu debba buttarlo entro sei mesi.

Pare che al suo posto verrà un’altra donna, che palle, e così possiamo mettere un cartello sul portone tipo Villa delle Femmine o roba del genere, perchè siamo solo in tre, io, la nuova inquilina e la ginecologa che al primo piano ha messo lo studio, e immagino non ci saranno molti uomini che entreranno da quella porta.

Io ho chiuso con un bel pezzo del mio recente passato. Adesso vivo un clima di cordiale complicità che mi consente molte serate divertenti e sesso di notevole qualità e soddisfacente quantità. Ho perso in tutto ormai quasi 15 chili e da due mesi faccio tre km. di jogging al giorno, 5 giorni alla settimana, e vi assicuro che un paio di jeans a vita bassa taglia 44 e una magliettina M nuova fanno fare all’umore capriole interessanti e favoriscono il mio riposizionamento sul mercato.

Ci sono un mucchio di cose che non vanno benissimo, nella mia vita. ma perchè parlarne oggi? c’è il sole, e e tra poco esco dall’ufficio e affronto il mio week end.

Poi si cresce

Alla fine non lo so perchè scrivo, se per me o per gli altri. Per me, forse, anche se poi mi fa piacere quando il counterino sale, leggere commenti, avviare corrispondenze via mail e così via. Mi è capitato di rileggere cose che ho scritto uno o due anni fa e che naturalmente non mi ricordavo più. Quello che ho letto mi ha molto commosso ed intenerito. Ho letto quanto seriamente stavo male e della lotta per venirne fuori, di cui non mi sono resa assolutamente conto. Non mi rendo conto di quanto sto bene adesso rispetto ad allora, di quello che mi preoccupava e che ho dimenticato.

Non mi sono resa conto del percorso, della salita, delle cadute, del rialzarsi. Non mi sono resa conto di quanto mi abbia aiutato il guru, che ho abbandonato di colpo a metà Agosto – non ve l’avevo detto, vero? – cancellando un appuntamento e non prendendone più. “Non puoi scappare per sempre” mi ha mandato a dire. Caro il mio Guru, ti assicuro, non scappo. Semplicemente mi pareva che non avessimo niente più da dirci, e che quello che potevi fare per me l’hai fatto. Mi restano un pò di cose da approfondire, ma non sono certa di averne bisogno. E comunque la dietologa costa molto meno, e dà risultati all’umore anche più palpabili. E se ho trovato la forza di andare da una dietologa e fare una dieta seria lo devo a te, quindi non mi rimproverare.

Il mese prossimo faccio 40 anni. Sto organizzando un mega festone con cena balli musica dal vivo champagne tortona con le candelone, ricchi premi e cotillons, inviti scritti e vestito ad hoc taglia 44, che non è cosa da poco. In pratica una sublimazione della festa di nozze che non ho più potuto fare, e vaffanculo. Anzi meglio perchè potrò essere la sola ed assoluta protagonista della serata. Mi riconoscerete perchè avrò molti scalpi alla cintura.

Yogurt e altri accidenti

Solo questo mi mancava.
Stelvio mi ha regalato mezza tazza di fermenti lattici per fare lo yogurt in casa. E quindi da una settimana circa trangugio yogurt fatto in casa come se fosse acqua. Sono partita sparata con un barattolone di vetro che ho riempito con zelo di latte fresco intero e pluf, con tutti i fermenti.
In capo a tre giorni avevo circa 1 litro di buonissimo yogurt fatto in casa e mezzo chilo di fermenti che cominciavano ad avanzare pretese sindacali. Per smaltire lo yogurt ho dovuto scassare le balle a tutta la famiglia e a mezzo ufficio.

Ne ho buttati metà, di fermenti, e ho ridimensionato il barattolo. Dopo vari imbarazzanti tentativi mi sono ridotta a un cucchiaio di fermenti, più che sufficienti a fare il mio barattolino di yogurt fatto in casa quotidiano. Andava tutto bene, la mattina filtravo, sciacquavo, affettavo frutta e mangiavo, felicissima del mio yogurt fatto in casa.  Poi mi ha telefonato mia sorella e le ho raccontato tutto. E lei dall’altro capo dell’oceano ha sbadigliato e mi ha detto: “Ma non fai prima a comprarlo al supermercato?”

Sto meditando di strangolarli uno per uno oppure di farli orribilmente morire ustionati nel forno a microonde. Nel frattempo, produco yogurt a manetta.

Per il resto tutto bene, il Grande Puffo mi fa incazzare tutti i giorni, io e Stelvio resistiamo in trincea e siamo riusciti finora, almeno così ci pare, a NON prendere movenze e abitudini da impiegati pubblici. Per esempio, andiamo a prendere il caffè al bar invece di accettare gli inviiti delle colleghe che in un angolo della stanza della fotocopiatrice fanno un orribile beverone con la macchinetta Faema. Il Grande Puffo ha cercato invano di stroncare l’usanza, che si ripete uguale ad ognuno dei 4 piani dell’edificio, in angoli diversi, generando un persistente odore di caffè nei corridoi che non fa molto immagine, per l’utenza che ci viene a trovare.

La mia casa ha ormai assunto un aspetto di vera casa, compreso il normale disordine di una casa e compresi i guasti di una casa, per esempo la caldaia che soffre di solitudine e si rifiuta di partire quando scatta il timer, ma solo quando io non ci sono. Se sono a casa, parte con una regolarità che ha del sovrumano.

La mia dieta prosegue, tra alti e bassi, tra virtuose insalatine e spigole bollite e imbarazzanti cadute su zeppole di S. Giuseppe e pizza con i cicoli(*). La carne è carne, e il cicolo è cicolo.

(*) per i non residenti, cicoli = parte solida della sugna di maiale, non fate quella faccia schifata, sono buonissimi

General Hospital

E giusto per farvi schiattare un pò di invidia, soprattutto se siete affezionate lettrici femmine di questo blog, vi comunico che sono a quota -12 (chili persi) e quindi il mio finora ristretto fan club si sta allargando a vista d’occhio. Non che sia necessariamente un bene, visto che coprende anche alcuni bavosi colleghi del piano di sopra, ma insomma.

E a proposito di vista d’occhio, il sinistro mi brucia e lacrima e ad un esame più approfondito mi pare esserci una specie di graffietto nella parte colorata. Ci manca solo questo, il panico di rimanere cieca. E lunedì prossimo ho il Pap Test e insomma un qualche motivo di essere un pò preoccupata riesco sempre a trovarlo. Un mese fa ho messo gli occhiali perchè ho guidato di notte sull’autostrada e mi sono resa conto che i fari di posizione delle macchine davanti erano sfuocati pallini rossi dei quali non sempre riuscivo a calcolare la distanza. Fanno molto intellettuale ma anche molta tristezza, pur essendo essi occhiali dotati di firma fescion.

Mi spiace per la depressione ansiogena che vi ho comunicato, comunicandovi un bollettino medico del quale giustamente non ve ne strefrega una menga, ma non avevo altro da dire e non voglio che questo blog muoia, anche se la voglia di scrivere è poca.

Mi piaceva, la neve

C’era una volta una bimba coi codini biondi vagamente somigliante a Buffy di Tre nipoti ed un maggiordomo, che adorava la neve. La adorava in modo selvaggio e totale. Quando vedeva i primi fiocchi provava un tipo di gioia assoluta e inalterabile che avrebbe ricordato poi molto a lungo negli anni a venire, perchè sarebbe stato sempre più difficile provarla, quel tipo di felicità lì.
A quei tempi quando nevicava la neve cadeva abbondantissima e durava in terra settimane, gli adulti scavavano con la pala dei sentieri per arrivare dal salumiere, e quei sentieri li percorreva anche lei, toccando con le mani quei muri di neve più alti di lei. Si andava con lo slittino tirato da papà, si costruivano pupazzi giganteschi, e papà metteva le catene alla macchina, con manovre complicatissime mentre la neve gli imbiancava i capelli già un pò bianchi, anche se aveva solo 35 anni, allora. e siccome la bimba aveva 6 anni era consentito non aiutare, anzi rimanere in macchina e ridere di gioia e della neve sui capelli di papà.

E’ possibile che quella bambina sia la stessa persona che stamattina, alzando la serranda con gli occhi ancora ammaccati dal sonno e scoprendo il davanzale imbiancato, abbia sbuffato:

“Maronna, che palle, ‘sta neve, ma quando finisce?”

e che al pensiero delle duemila difficoltà che la neve comporta (si scivola sui marciapiedi perchè nessuno li spala, non c’è parcheggio perchè gli spazzaneve alzano cumuli ai lati delle strade e idem non li spala nessuno, fa un freddo becco, ricordati di alzare il riscaldamento) si sia sentita con grande convinzione mandare affanculo neve, inverno, ghiaccio e freddo?