Anno nuovo, auto nuova

Menù del cenone di San Silvestro

Insalata di polpo
Barchette ai funghi
Risotto al salmone
Baccalà fritto e in umido
Rotolo di tacchino (ma solo per provarlo)
Polenta con le salsicce (ma proprio un assaggino)
Cotechino con le lenticchie (ma giusto per tradizione)
Frutta non so come
Dolci non so quali, a parte le cartellate che porto io
Champagne
Mandarinello

L’atarassia, lo sconforto e la rabbia verrano servite a parte.
Che lo stramaledetto 2004 se ne vada a cagare al più presto.
E’ l’ultimo dell’anno, promesso. Poi solo buone notizie.
Ah, per farvi vedere la buona volontà comincio subito: ho comprato la macchina nuova. Una Toyota Yaris Sol 1.000 Blue Ice. 5 porte, 4 airbag, aria condizionata, vernice metallizzata, autoradio con lettore CD. E il servosterzo, finalmente, che ho due muscoli alle braccia per fare le manovre con la vecchia Fiat 500 SX Hobby che i marinai della Vespucci me li invidierebbero.

Buon Anno

E come Dio ha voluto pure Natale è andato. Se mi concentro può darsi che riesca a farmi scivolare addosso anche Capodanno. La famiglia mi aiuta, devo dire, perchè quest’anno c’è stata una inusitata e provvidenziale diaspora, 1/3 al Nord dai figli con la scusa della bimba piccola che nonsiamaiddio farle affrontare Milano Malpensa – e magari c’hanno ragione – l’altro terzo per un terzo fresca maritata e quindi qualche serata dai suoceri tocca pure passarla, per un terzo fuggito con la fidanzata a Londra e per un altro terzo così incattivito da quello che secondo lui è un abbandono dei figli da non voler festeggiare Capodanno e non averci fatto capire fino all’ultimo se c’è o se ne parte pure lui con la sua donna. Mia sorella il 2 all’alba – la solita alba – riprende il volo, quindi prevedo un Capodanno a panini al prosciutto sull’autostrada.

Che non sarebbe male, almeno non ho l’obbligo di essere felice e brindare al nuovo anno meraviglioso che sicuramente sta per arrivare, che se mi sovviene di avere fatto lo stesso brindisi pure l’anno scorso mi prenderei a sputi da sola.

La diaspora ha però anche significato meno braccia in cucina, e quindi la sottoscritta oltre a tutto il resto si è anche smazzata 3 giorni non stop di sguatteraggio, perchè va bene tutto ma anche se siamo in pochi alla magnata non si rinuncia. Vabbè, almeno concentrarmi sulle tartine al salmone gli scialatielli imperiali l’orata al forno con le patate e via elaborando mi ha consentito di far passare le ore, la stramaledetta festa, la tigre in gabbia che sono diventata.

Buon Anno a tutti.

Jingle bell, Jingle bell

Come di consueto nel Dipartimento pubblico che mi ospita le cose più interessanti e valide devono essere pensate scritte validate vidimate e finanziate entro il 22 Dicembre. Peccato che si comincia a pensarle il 21. Gatto Silvestro è in pieno delirio programmatico, e schizza da una stanza ad un’altra imitando alla perfezione il cartone animato dal quale non a caso prende il nick. Io e Stelvio abbiamo la faccia incollata ad un pc da circa 48 ore e i cervelli che ci fumano per lo sforzo di non scrivere stronzate pur in un lasso di tempo così breve. Ringhio, la segretaria di Gatto Silvestro, è passata direttamente all’abbaio e oggi ha inseguito latrando per le scale uno che si era azzardato a dirle che stava bene vestita di rosso natalizio (non è vero, sembra Belfagor, però l’incauto voleva essere carino).

Io sono in pieno spleen natalizio, se non fosse che ancora una volta Alitalia mi ha miracolosamente scodellato a casa la mia adorata sorellina sarebbe veramente uno dei Natali più di merda della mia vita. Sono passati quattro mesi e ancora non mi rassegno, ancora il vuoto che mi è rimasto è lì intatto senza essere stato colmato di una virgola, ancora dopo quattro mesi il dolore è lo stesso se ripenso a un ieri vicinissimo eppure lontano anni luce, a fatti, facce, momenti, abbracci, calore umano, che non c’è più. Desidero con una intensità che mi spaventa poterlo abbracciare, magari una volta sola. Mi pare di essere fatta di vetro, dura fredda e pronta ad andare in frantumi se solo qualcuno urla troppo forte.

Quesito stocastico

Camminando su un marciapiede ricoperto di sampietrini 7×7 non perfettamente raccordati indossando leggiadri stivali con tacchi a spillo, quante sono le possibilità che uno dei due leggiadri tacchi si infili in uno delle migliaia di raccordi anzichè poggiarsi nel solido centro di uno delle migliaia di sampietrini, provocando la seguente serie di conseguenze: 1. il tacco si pianta come un chiodo nel selciato provocando un effetto inchiodamento dell’intero stivale e quindi del piede in esso contenuto; 2. il passo che stavate dando ne risulta fortemente sbilanciato e la caduta rovinosa è evitata solo dalla vostra smagliante forma fisica; 3. il tacco incriminato, sottoposto a torsione e trazione contemporanee, si schianta ?

Ve lo dico io: 1 possibilità su 2

Il pino della piazzetta

L’avviso era appeso al tronco già da tre giorni, quindi non posso dire che non lo sapevo.
Il gigantesco pino che sorge al centro della piazzetta di casa mia deve essere abbattuto, è secco da parecchi anni ed è pericoloso.
Stamattina arrivo di corsa nella piazzetta, in tuta e guanti, per fare il solito giro intorno al pino, è una specie di rito propiziatorio della giornata, i condomini che per caso sono affacciati alla finestra penseranno che sono pazza, e del resto forse lo sono, quindi che problema c’è?
Mi devo bloccare di colpo, le nuvolette di vapore che mi escono a sbuffi regolari dal naso.

Nella piazzetta ci sono i pompieri, e si stanno già arrampicando con scale e montascale su per i 30 metri e passa, armati di seghe e saracchi.

Resto a lungo a guardare l’enorme chioma scheletrita e annerita, che si staglia nel cielo azzurrissimo come se fosse dipinto. Tento di fotografarlo con gli occhi, poi da casa lo farò anche con la digitale, anche se dal balcone si vede solo la cima e la fotografia che ho fatto con gli occhi è più bella. Quando mi sono trasferita alla casa nuova, in un caldo luglio di 28 anni fa, quell’immenso gigante fronzuto e verde mi sembrò un buon auspicio contro la tristezza di aver lasciato un quartiere, amici, abitudini, negozianti che mi conoscevano da neonata. E raccogliere la tonnellata quotidiana di pinoli che produceva furono il mio primo passatempo di quei giorni, forse una delle ultime cose da bambina che ho fatto. A settembre di quello stesso anno un pirata della strada investì mia nonna mentre attraversava la strada, e lei morì sul colpo, sotto i miei occhi. Credo che quel giorno l’infanzia sia finita.

Addio, pino della piazzetta. Ho archiviato la foto, tranquillo. E da domani farò un giro intorno alla radice, in tua memoria.

Resistenza alla cura

La mia vita è un casino. Non c’è una fetente di cosa che quadri con tutto il resto e/o che sia regolare come lo era prima. Il corpo mi si rivolta contro più che mai, adesso siamo ai ritardi strategici nei cicli, strategici nel senso che non ho idea a che cosa siano dovuti, e quindi sospetto la psicosomaticità, che avrebbe in questo caso trovato un modo particolarmente subdolo per farmi capire che non apprezza il mio lavoro terapeutico, un pò come Linda Blair che faceva tremare i muri di fronte alle spruzzate d’acqua santa ne L’Esorcista.

Ma prima di arrivare a questa ardita conclusione, ovviamente, dovrò fare un altro tour medico-ospedaliero.

Che cuglia, come si dice dalle mie parti.

Concorso pubblico

La notizia è giunta, come sempre, circondata da un alone di particolari contradditori e sospetti: stamattina stessa c’è stata selezione in infermeria; la percentuale è stata del sette per cento del totale, del trenta, del cinquanta per cento dei malati. A Birkenau il camino del Crematorio fuma da dieci giorni. Deve essere fatto posto per un enorme trasporto in arrivo dal ghetto di Posen. I giovani dicono ai giovani che saranno scelti tutti i vecchi. I sani dicono ai sani che saranno scelti solo i malati. Saranno esclusi gli specialisti. Saranno esclusi gli ebrei tedeschi. saranno esclusi i Piccoli Numeri. Sarai scelto tu. Sarò escluso io.
(da Primo Levi, “Se questo è un uomo”)

Lo scenario è infinitamente meno drammatico, ma non so perchè mi sono tornate in mente queste parole, ieri, mentre su un gigantesco piazzale insieme ad altri 1.100 candidati circa, aspettavo di entrare a fare le selezioni per un concorso pubblico. Ascoltavo i loro discorsi e le infinite piccole certezze che ogni canddiato aveva di essere escluso o di essere ammesso sulla base di considerazioni poco più che cabalistiche. Mi guardavo intorno e vedevo tutto il campionario del caso: trentenni con la faccia seria gli occhiali e le dispense che ripassavano freneticamente le ultime nozioni, ragazze della provincia infagottate e immusonite, quaranta-cinquantenni in cerca solo di una collocazione diversa oppure con in faccia la disperazione di una vita da precari. Una tristezza, insomma.

Poi siamo entrati e come al solito la lente dissacrante e ironica che mi porto sul naso ha preso il sopravvento.

La società che ha vinto l’appalto per gestire il mega-concorsone pubblico ha assoldato una quarantina di giovani interinali per la sorveglianza e per la bassa manovalanza. C’è il naziskin, nerissimo di carnagione, rapato a zero, porta 5 anelli all’orecchio destro in bella evidenza e quando indirizza i candidati verso i banchi abbaia con evidente piacere come se stesse indirizzando gli ebrei alle camere a gas. Ci sono tre o quattro signorine che con tutta evidenza aspirano a fare le veline, jeans aderenti a vita bassa, pancino scoperto, capello lungo che ad ogni scuotimento di testa copre maliziosamente metà faccia, trucco abbondante, e hai visto mai che fra i mille candidati c’è un agente in incognito o un miliardario matto, quando devono attraversare la sala per andare a fare rifornimento di matite copiative mettono i piedi uno davanti all’altro scuotendo tutto lo scuotibile, come in passerella. Ci sono quelli che indossano il cartellino di riconoscimento con la stessa fierezza di un pass della stampa alle Olimpiadi, attaccato al collo, quelli più fighetti alla cintura dei pantaloni. Ci sono quelli che parlano nel walkie talkie facendo finta di essere il commissario Pettenella. C’è quello con la faccia da studente universitario che palesemente vorrebbe essere dovunque tranne che qui, e sbuffa con regolarità. Ci sono le due signore sulla cinquantina – queste però mi sa che non sono interinali, devono essere impiegate dell’ente pubblico che bandisce il concorso, punite da un sorteggio sfigato ad essere qui – che si siedono in un angolo e si raccontano per tutto il tempo i cazzi loro, i mariti, i figli, la pensione e così via.

Ci sono i Carabinieri, numerosi armati ed in tenuta antisommossa, hai visto mai qualche nucleo di precari combattenti volesse fare un blitz armato di matite copiative.

Poi la selezione parte, e finisce in tempo rapidi, gli interinali sono ben addestrati e nessuno cerca di copiare, siamo troppo vecchi e troppo depressi.
Non sono entrata in graduatoria utile, sono appena sotto.

Contenti, invidiosi?

Sindrome PreMestruale

Oggi sono in piena SPM.

Per i maschietti all’ascolto, la SPM è una sindrome che colpisce le donne in età fertile circa 48 ore al mese, e si presenta con la seguente sintomatologia:

1. ci si sveglia e appena si mettono i piedi fuori dal letto semba di pesare una tonnellata. Ci si trascina in bagno ci si guarda allo specchio e si passano 3 minuti a cercare di capire chi è l’alieno che ci sta guardando. Non posso essere io, quella, ci sono almeno 4 chili che ieri non c’erano, e almeno 3 nuove rughe scolpite col bulino sotto gli occhi dove – sono sicurissima – ieri sera c’era una palpebra liscia che pareva quella della Pietà di Michelangelo.

2. già di pessimo umore, iniza a questo punto una serie di piccoli incidenti, domestici e non, che limano la già instabile nervatura. Niente di grave, cazzatelle, ma fastidiose come unghie sulla lavagna. Non c’è caffè, bisogna farlo. La gonna che pensavate da ieri sera di mettervi oggi è macchiata. Dopo che vi siete già vestite (slip, body, collant, gonna – un’altra, che odiate ma non c’è tempo per pensare a nuove mise – maglioncino, stivali (perchè non si abbottonano più? avrò sognato di essere Cassano e mi sono allenata per il derby nel sonno?) e pronte per uscire, rigorosamente in ritardo, mammina vi insegue trillando gioiosa: “Hai le calze sfilate!”.  E’ vero, porca puttana, e non c’è modo di nasconderlo. Rispogliati tutta la parte inferiore, cerca un paio di calze a tinta possibilmente sane e rivestiti. I ritardo ormai è galattico.

3. fuori fa un caldo boia, ma come cazzo è possibile che faccia un caldo umido così porco il 2 dicembre in una località a 900 metri sul mare?

4. tanto ormai ho fatto tardi, chiamo in ufficio inventando un improbabile traffico e passo in banca, ho un bel rosso su uno dei miei conti correnti – non vi gasate, ho due conti correnti perchè le banche sono ladre, ve la racconto un altro giorno – e mi tocca coprirlo. In banca non c’è nessuno in coda, TRANNE la temibile vecchietta che deve riscuotere la pensione, sbaglia sei volte a compilare il modulo senza che quella stronza della cassiera di anni 22 si senta in dovere di aiutarla, e quando finalmente si passa alla fase informatica il computere di blocca “non c’è la linea” cantilena la stronzetta e altri 15 preziosi minuti se ne vanno così;

5. il caffè al bar sotto l’ufficio ha un piacevole retrogusto di impepata di cozze, che sentite solo voi, care sindromate.

Buongiorno!