Ok, siamo contenti, però poi basta

Per circa dieci minuti sono stata felice, ieri, a sentire la notizia, data da Pierre Cosso mentre io e Stelvio bestemmiavamo su un documento intricato e velenoso come uno scorpione da chiudere ieri sera, PER FORZA. All’undicesimo, aprendo siti di informazione on line, già mi ero scassata le balle a leggere sempre le stesse cose. Stamattina la melassa retorica e buonista dilaga insopportabile, mentre scrivo una voce che mi pare quella di Enza Sampò (ancora???) alla tv accesa di là sta blaterando qualcosa sulla capacità sotterranea delle donne di portare la pace, o una qualche stronzata di questo genere e ledonnearabechesonosceseinpiazza che porelle secondo me l’hanno fatto non perchè gli importasse una cippa delle due giovinotte ma perchè avevano il terrore che nessuno più sarebbe venuto a dare antibiotici e pane e latte ai loro bambini. I giornalisti stanno piantonati sotto casa per avere di prima mano la notizia se stamattina la prima Simona mangerà fette biscottate o Tegolino e se la seconda si laverà i denti con l’acqua fredda o calda.

Ok, erano belle, ieri sera, bello il vederle muoversi, bello il sorriso, bellissimi i vestiti, bello il tenersi per mano. Però mò basta, eh.

Terremoto / 2

Come dice mio fratello, vabbè che stai incazzata, ma far venire il terremoto due volte nel giro di 20 giorni mi sembra eccessivo. Stavolta però non mi sono svegliata neppure io. O meglio, ho aperto gli occhi ad un certo punto della notte con la sensazione che il letto si fosse mosso e il cuore che mi rimbombava fra le costole. Un sogno, ho pensato. E dopo 10 secondi netti dormivo di nuovo.

Ogni giorno, una lotta nuova, come Rambo nella giungla della periferia americana. Lottare per non soffrire. Ma, come è stato già detto, soffrire serve a capire che siamo ancora vivi. E cazzo se sono viva, io.

Ti voglio bene papà

Non sopporto che mio padre debba essere umiliato per il solo fatto di essere, o essere stato, un uomo debole e fragile. Non lo sopporto, però non posso farci niente, e proprio io oggi ho dovuto dargli l’ultima di una lunga serie di bastonate. Sono del tutto impotente di fronte all’umiliazione di mio padre. L’umiliazione di sapere di non essere in grado di poter provvedere alle esigenze della sua famiglia, di dover sempre chiedere, l’umiliazione di avere paura di non essere rispettato.

Te lo voglio dire adesso, perchè non lo so se sono mai riuscita a dirtelo a voce. Io ti adoro, papà. Non mi importa se non hai fatto fortuna, se non sei potente, se non hai mai saputo cavartela di fronte al mondo, se sei stato sistematicamente sconfitto. Sei l’uomo migliore del mondo, e sei l’unico papà che mai vorrei avere in una qualunque vita mi dovessi reincarnare.

A whiter shade of pale

We skipped the light Fandango
Turned cartwheels ‘cross the floor
I was feeling kind of seasick
But the crowd called out for more
The room was humming harder
As the ceiling flew away
When we called out for another drink
The waiter brought a tray

And so it was that later
As the Miller told his tale
That her face, at first just ghostly
Turned a whiter shade of pale

She said there is no reason
And the truth is plain to see
But I wandered through my playing cards
And would not let her be
One of sixteen vestal virgins
Who were leaving for the coast
And although my eyes were open
They might just as well’ve been closed

And so it was that later
As the Miller told his tale
That her face, at first just ghostly
Turned a whiter shade of pale

And so it was…

Procol Harum, A whiter shade of pale

 

Pure il Kapo lo sa

Il mio ex capo col quale collaboro ancora saltuariamente si è tenuto a debita distanza in queste ultime settimane. Ieri mi ha cercato sull’interno e dopo i convenevoli lavorativi di rito mi ha chiesto come stavo. Male, ho risposto io. Vedrai che ti passa, ha risposto lui. Mi è venuto da ridere e l’ho accusato di far prevalere l’imprenditore sul simil padre che è stato in questi ultimi 5 anni, e di essere ben felice che io non abbia più in progetto di andarmene. Lui mi ha giurato che non era così, e mi ha detto che se gli consegno in tempo un certo lavoro mi invita a cena per espormi la sua teoria su quanto è accaduto [l’evento avrebbe del miracoloso, visto che di solito fa finta di non avere spiccioli per non pagare il caffè, N.d.A.]. Gli ho risposto che andava bene, purchè mi promettesse che nel corso della serata avrebbe evitato accuratamente l’espressione “Te l’avevo detto io” e tutti i possibili sinonimi e succedanei. Ha promesso.

Tipi

Alla riunione cui ho partecipato oggi c’era il solito campionario umano assortito, e già mi stavo annoiando, quando ha fatto il suo ingresso una coppia che ha superato ogni mia più rosea previsione di distrazione: lui aveva capelli neri col ciuffo impomatato, jeans neri, stivali, una camicia nera con ricami bianchi sui due petti, un amuleto di legno al collo. Un incrocio fra Zorro e Little Tony. Lei pesava 240 chili o forse era incinta ma non si capiva bene e indossava una camicia di velo indiano rosa con gli sbuffi alle maniche, e sembrava l’ippopotamina col tutù di Fantasia di Walt Disney. Non hanno detto una sola parola per tutto il tempo, salvo porre una domanda sulla porta un attimo prima di uscire tutti, dalla quale domanda si capiva benissimo che di tutto il discorso teorico e strategico non gliene fregava una beneamata mazza, volevano solo sapere come regolare i fattacci loro.

Oggi a colazione ho mangiato limone con la buccia, abbiate pazienza.

Segretarie

Da qualche tempo frequento due assistenti di altrettanti specialisti, circostanza che mi dà lo spunto per analisi comparative che mi tengono impegnata mentre aspetto (anche se si ha appuntamento, un pò si aspetta sempre, tanto per far vedere che qui stiamo mica a pettinare le bambole, cara paziente).

Il fisico – l’assistente dello psicoterapeuta è una brunona vestita preferibilmente di arancione con un sacco di capelli gli zigomi sporgenti secca come un chiodo una bocca enorme che ride quasi sempre; l’assistente del dentista è più regolare, piccolina, in camice bianco, una piega professionalmente scoglionata sulla boccuccia, i capelli negligentemente arrotolati e infilzati con una canna di bambù.

L’atteggiamento professionale – l’assistente dello psicoterapeuta sa di avere a che fare con gente con una pletora di patologie che vanno dall’ansia alla schizofrenia pluriomicida. Quindi sta bene attenta a mantenere il livello di conversazione su livelli di assoluta superficialità, sorridendo sempre e offrendo caffè, qualunque cosa le si dica. In caso di silenzio, si sforza di non guardare che sta facendo il paziente, mantenendo l’occhio incollato ad un pc che palesemente non sa usare (scrive con un solo dito, per dire). L’esercizio è molto difficile, perchè fra la sua scrivania e la sedia d’attesa ci sono 25 centimetri. Se uno di noi decidesse di dare fondo alle sue ossessioni e volesse baciarla o sgozzarla, gli basterebbe allungarsi un pò. 
L’assistente del dentista è invece una tuttofare, segretaria, ferrista, radiologa, scrittrice di ricette, telefonista. Vortica fra il bancone segreteria, la sala radiografie, le due sale interventi, prendendo appuntamenti, aggiornando schede al computer, preparando fiale di anestetico, bicchierini con l’acqua, tovagliolini, tenendo fermi pazienti riottosi, infilando e sfilando con ritmi ossessivi guanti di lattice. Sempre con la stessa espressione “ma chi me l’ha fatto fare di alzarmi dal letto stamattina” stampata sulla faccia.

La richiesta dell’onorario – qui le differenze si assottigliano fino a sparire. Entrambe esalano la cifra con un sospiro, con ciò intendendo “e ringraziate che non vi vogliamo rovinare”, entrambe biascicano qualcosa su una fattura che forse un giorno verrà fatta ma mica vorrai chiederla adesso, così, su due piedi? Entrambe arraffano il contante e lo fanno sparire con la velocità di Silvan, entrambe poi sorridono, come a dire “e adesso te ne vai, sfigata?”

Anche il secondo molare è andato

A questo ero molto attaccata e il mio pur bravissimo dentista ha dovuto scrafugnare e sudare un bel pò con attrezzi da muratore per averne ragione. Adesso l’effetto dell’anestetico da cavallo che mi aveva fatto sta svanendo e un dolore sordo e profondo mi attanaglia l’osso della mascella, esattamente dove avevo il dente. In effetti, mi pare mi faccia ancora male il dente che non c’è più.

Rifletto stesa a letto col portatile sulla pancia su questa curiosa analogia tra la situazione della mia bocca e quella della mia vita. Anche lui continua a farmi male anche se non c’è più, come un dente tirato, come un arto amputato. Fa un male cane, ancora, dopo un mese esatto.

Oggi ci sono tutti

Il quasineopadre di due gemelli, il famigerato Frà che da quando ha fatto quella sparata sui casi miei mi guarda di sottecchi e tenta approcci amichevoli. Non me ne sono accorta, ma si vede che quel giorno l’ho guardato con appena un pizzico di odio. Finge di lavorare e inanella telefonate per invitare ad un incontro con una società di consulenti sulla cui inutilità potrei giocarmi la mia infelicità attuale.

Il neopadre di una vitellina di 4 chili, noto nell’ufficio per il suo gradevole aspetto fisico come il Pierre Cosso dei poveri, che per tutta una vita ha lavorato nell’equo e solidale volontariato terzomondismo et similia e adesso si trova di fronte all’angosciante dilemma fra l’affamare la sua creatura, visto che la di lui consorte pare non avere manco una goccia di latte suo, e il comprare in farmacia latte artificiale che guarda un pò è prodotto dalla Nestlè. Sta studiando la possibilità di costituire un gruppo d’acquisto con Frà e un altro collega due stanze più in là anche lui neopadre per comprare a Santo Domingo latte di cocco addizionato con estratti di placenta di squalo e salvare così la sua anima equa e solidale senza ammazzare sua figlia.

L’esperta di internazionalizzazione, che ha fatto un Master con una delle due Simone rapite in Iraq e piange e deperisce da quel giorno, lavora 5 minuti su 60 e i rimanenti 55 naviga in Internet cercando impossibili notizie in anteprima; non parla ma se interrogata con un filo di voce infila nel discorso almeno un “Al Zarkhawi” e almeno due declinazioni del concetto di pessimismo, angosciandoci tutti.

La sottoscritta, che per non pensare all’allucinante fine settimana di tristezze assortite si è buttata a corpo morto nella risoluzione di un problema procedurale fra due diversi Dipartimenti dell’Ente e una struttura di assistenza tecnica che chiede 100.000,00 euro circa per non aver fatto un cazzo, e in totale assenza di qualsivoglia documento formale che lo autorizzi a farlo. Solo per capire il carteggio intercorso fra i protagonisti, mi ci è voluto un navigatore satellitare.

Buona settimana.

Non ce la faccio, non ce la faccio

La parte morbida, come la chiama il mio psicoterapeuta, è quella che non c’è più.

Se mi viene da piangere nel sottopasso dei garage perchè mi sono vista sfatta e bruttissima e perchè non riesco a vestirmi e mia mamma non enorme sensibilità mi dice che sto malissimo vestita così e perchè questo poi si trascina tutto appresso e mi sento una idiota fallita totale in un mondo di perfetti e sprofondo nelle sabbie mobili e mantenermi a galla mi succhia tutte le energie e non riesco a fare altro e se ormai le lacrime sono un fiume, se i singhiozzi mi impediscono di mettere in moto e quando esco finalmente riesco a uscire dal garage l’impresario delle pompe funebri sotto casa mia mi guarda stupito e quasi commosso e io vorrei poter scendere dalla macchina a farmi abbracciare perfino da lui perchè è dura da sola, nessuno lo capisce tutti sanno solo dirmi quanto è stato stronzo e bugiardo e che devo non pensarci più e tutti a dargli addosso pensando di farmi cosa gradita e farmi stare meglio e io invece vorrei qualcuno che mi dicesse non smettere di pensarci vedrai che ti richiama e ci sarà ancora una possibilità e sarà stato tutto solo un brutto sogno, se tutto questo accade, dicevo, è perchè la mia parte morbida era lui e io senza non so vivere, mi sembra di essere fatta di plastica, rigida, fredda, ma basta poco a spaccarmi e sciogliermi, e oggi mi sono sciolta e sono arrivata in ufficio con due occhi che pareva che mi avessero buttato acido muriatico in faccia e tutti hanno fatto finta di niente, e adesso mi soffio il naso e comincio a lavorare, chè Stelvio almeno mi rilassa, e al resto ci penso domani, come Rossella O’Hara.