Ma non c’è il mare, lì da voi?

Stesso scenario del post precedente.

I funzionari ministeriali devono dare la pagella alla Regione, e dire in sostanza se ha speso bene o meno bene i fondi comunitari. Uno dei funzionari non ha profferito parola. Quando sembra che tutti abbiano parlato e si sta per passare alle votazioni, alza la mano e chiede spiegazioni sulla rimodulazione (= azzeramento) dello SFOP. Per chi non lo sapesse, lo SFOP è il fondo comunitario per lo sviluppo della pesca costiera.

Il dirigente dell’autorità di gestione regionale domina il riso che gli fa tremare il labbro superiore e con voce soave e serissima spiega che le richieste finora messe insieme nel settore pesca ammontano a 3.500,00 euro, pari al costo di un gommone con fuoribordo. Che, fatto 100 il totale dei lavoratori regionali, quelli impegnati nel settore della pesca sono lo 0,005%. Che questa percentuale corrisponde esattamente ai proprietari delle 20 cianciole per la pesca del polipo, da vendere ai ristoranti nei mesi estivi, attraccate nel porto di M. Che sì, certo, nella nostra regione c’è qualche chilometro di costa, ma in un’ottica di cooperazione comunitaria preferiamo lasciare rinunciare alla nostra quota di fondi SFOP per incrementare la pesca del polpo e cederla alla Norvegia.

I colori della faccia dell’incauto funzionario ministeriale passano dal bianco al bordeaux al porpora. Come se stesse affogando a mare.

La donna giusta al posto giusto

Scenario: riunione del Comitato di Sorveglianza sui fondi strutturali della Regione. Fra gli altri componenti, c’è anche la Responsabile Regionale per le PARI OPPORTUNITA’, il cui ruolo istituzionale a questo tavolo mi sfugge, ma tant’è. Bella signora bionda che si occupa di problematiche del ruolo femminile nelle istituzioni e nel mondo del lavoro da forse vent’anni. Un’esperta, diciamolo pure.

Nella pausa pranzo, si avvicina al tavolino del bar dove io e Stelvio e altri colleghi ci stiamo prendendo il caffè. Guarda me, poi guarda lui, e gli chiede, con un bel sorriso: “Ma lei è tua moglie?”

“No” risponde con lo stesso sorriso Stelvio.

“Ah”. Perplessità. “E allora di chi sei moglie?”

Sipario.

 

C’è qualcosa che non va

Ecco, oggi ho qualcosa da scrivere.

Sono reduce da una discussione con mia madre e non vi annoio con i dettagli, quello che mi resta dentro sono due stati d’animo che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro, però inquietano (nel senso che sono inquietanti) entrambi:

1. la mia non è una mamma complice, e meno che mai una mamma rifugio. Quando ho un problema personale devo stare bene attenta a tenerlo nascosto, perchè lei non si sognerebbe mai di aiutarmi a risolverlo, o di consolarmi, ma si torturerebbe soltanto, trovando sempre un modo per fare ricadere su di me la colpa del mio problema, e aggiungendo al problema un problema minore, cioè tirare su lei di morale. Quindi, non ho potuto raccontarle nulla dei difficilissimi dieci mesi passati ad aspettare che finisse un ricatto, non posso raccontarle nulla dei miei dubbi attuali sulla mia situazione e personale e di coppia.

2. ovviamente, mia mamma ha ragione. Anche se non le dico nulla, lei percepisce in maniera quasi paranormale (se no che mamma sarebbe) quello che mi tormenta e me lo spiattella crudamente davanti, costringendomi, per via del punto 1., a negare decisamente pure l’evidenza. E intorcinandomi gli intestini, perchè il subconscio non è fesso e sa perfettamente che quello che ho negato è esattamente quello che penso anche io.

E quello che mi tormenta è che da un pò ci siamo fermati, io e lui, intendo. Non c’è più costruzione, non c’è più guardare avanti, non c’è più progettazione. Solo un insieme di abitudini e frasi ripetute delle quali comincio a stancarmi, oltretutto sto diventando ossessiva, mi sembra di dire sempre le stesse cose ad un muro di gomma che mi rimanda sempre ad un dopo difficilmente quantificabile. Ormai guadagno abbastanza da poter fare alcune delle cose che ho in testa da sola, però che delusione, ragazzi. E poi ci sono altre cose che non posso fare da sola, e lui non vuole fare, non so perchè.

Mi ritrovo a sospettare che lui voglia vivere per sempre così, un piede in due scarpe, nulla di definito e di definitivo. Che voglia rimanere a questo stadio superficiale – che dura da anni, ormai – fatto solo di regali costosi, cenare fuori, fine settimana stratosferici, l’ebbrezza della trasgressione. Mi tornano in mente alcuni dettagli della nostra storia, e sono costretta ad ammettere che se non ci fossero stati un paio di eventi traumatici, per lo più riconducibili all’essere stati scoperti insieme, non saremmo nemmeno a questo punto al quale siamo ora.

Mi rendo conto che c’è una sorta di pudore da parte sua nell’affrontare determinati argomenti con persone che fanno parte di un’altra vita, nella quale io non sono riuscita finora nemmeno a spiare dal buco dal buco della serratura. Io non esisto, per quell’altra vita. Però anche per me non è stato facile fare accettare la situazione ai miei genitori, che saranno le persone più aperte del mondo ma speravano come tutti i genitori che io mi fidanzassi con  Alberto di Monaco o un suo succedaneo, coetaneo e libero. Mi rendo conto anche che con ogni probabilità entrare in quell’altra vita sarà per me fonte di nuove e dolorose e cocenti umiliazioni, o comunque dispiaceri, ma questo fa parte del gioco e penso di poterlo affrontare.

Rimanere nel limbo, no.

Il crampo dello scrittore

All’improvviso mi si è seccata la vena scrittoria.

Mi sforzo da molti giorni di pensare a quello che mi è succeso durante la giornata e mi sembrano sempre cose banali, non divertenti, non degne di essere raccontate all’attento pubblico di occhi che immeritatamente mi segue.

Pure l’ultimo post, insomma, l’ho riletto e forse l’ho scritto troppo in fretta, non mi piace.

Sabato prossimo compio un anno di blog. Sarà per questo?

Una piccola settimana perfetta

Sabato – Un viaggio in macchina fino a Napoli, niente traffico, niente tensione, solo la dolce lustrale pioggia di primavera.

Domenica – Le porte del terminal arrivi di Capodichino che si aprono e la lasciano passare, non la vedo dal 3 gennaio. E’ un pò dimagrita, estranea, ma ridiventa mia sorella in 13 secondi, appena mi abbraccia e mi saluta chiamandomi col nomignolo che conosce solo lei. Un aperitivo a piazzetta Bellini, finalmente il sole, il caldo, un pò di vacanza.

Lunedì – la cuginetta a cui ho dato il biberon e suonato le ninnenanne con il flauto dolce, che ho tenuto stretta quando le è morta la mamma, con la quale ho diviso la stanza quando facevo l’università, vestita da sposa. La più radiosa splendente sposa che io abbia mai visto (se non ci credete, guardate qui. L’emozione di vederla entrare in chiesa, l’emozione di vedere il suo fidanzato prossimo alle lacrime, l’emozione di vederla sorridere serena.

Martedì – in giro per il Vomero a fare shopping, una pizza a Mergellina, ancora sole, caldo, blu, risate e chiacchiere. Poi si torna a casa.

Mercoledì – fare finta che tutto sia ancora come 15 anni fa, in 4 a tavola, in 4 a vedere la TV, lunghe appassionate discussioni, vita, politica, storie cittadine, storie familiari. Il telefono squilla e non chiedono di me. Allungo un piede nel letto e non sono sola. Quando faccio colazione devo stare attenta a lasciare un pò di caffè. Il cielo è sereno, anche oggi.

Giovedì – la via male illuminata dove abbiamo passato tutta la nostra adolescenza. Citofonare in una casa dove si è citofonato 3.500 volte. Aspettare chiacchierando sedute su un muretto tiepido di sole nel profumo di gelsomini, e la certezza di avere ancora 15 anni. Uscire a cena con le amiche di sempre, raccontarsi cosa si è fatto negli ultimi mesi, spettegolare un pò, bere forse un pizzico di troppo, dividersi il conto e ridere senza motivo tornando a casa.

Venerdì – un gelato, una passeggiata in macchina, uscire dal lavoro e viene a prenderti lei anzichè fare tutto da sola. La valigia è già pronta, ma non siamo tristi, sappiamo di essere ancora lì, saldamente ancorate al nostro passato, al nostro specialissimo modo di essere parenti e mancarci e ritrovarci anche a distanza di 6, 12, 15 mesi. Fa caldo, è Giugno.

Sabato – si torna verso la capitale borbonica, il sole ci segue benevolo, alto nel cielo blu. Chiacchieriamo così fitto che il viaggio di solito snervante ci passa in un lampo. Io vorrei che non finisse mai.

Domenica – Un taxi nell’alba grigio perla è la conclusione ormai consolidata della storia. Torno a letto e riesco a non piangere prima di riaddormentarmi. Quando mi sveglio, lei è già quasi a Londra e sta ormai volando sull’oceano, mentre io faccio l’amore.

Oggi, piove.

Bush e Barbablù

Quando si dice la coerenza.

Bush va in visita ufficiale dal Papa e gli porta la Croce della Libertà, massima onorificenza americana che, a detta del commentatore del TG2, “viene assegnata alle personalità che più si sono distinte in opere di pace”. Ora, che la si assegni al Papa mi va benissimo. Che ad assegnarla sia Bush, mi fa invece molto ridere. E’ come se Barbablù assegnasse le onorificenze per l’amore coniugale. 

Il corpo e l’anima

Provo a riassumere, anche se non mi verrà mai bello come quello andato perso.

Il mio corpo non mi ha mai dato grandi soddisfazioni. A parte alcuni dettagli, non è di quelli che fanno voltare la gente per strada. Ho cercato di non dare peso a questa verità, ma da adolescente ho sofferto abbastanza, e non sono state poche le notti nelle quali mi sono addormentata sognando di svegliarmi con 15 cm. in più (tutti nelle gambe, magari) e 10 Kg. in meno. Non mi sparate addosso: so che mi conosce adesso si precipiterà a dire che esagero, però il come ci si vede allo specchio è molto soggettivo, e io mi sono spesso vista brutta, anzi più che brutta goffa e sgraziata, un anatroccolo in mezzo ai cigni.

Per soffrire meno, mi sono concentrata sull’altra parte di me che per grazia di Dio e forse per compensazione mi dava invece grandi soddisfazioni: la testa. Letture forsennate, curiosità, quasi avidità intellettuale, una bella memoria. E quindi ecco la circense brava anzi bravissima a scuola, e studiando pochissimo, ecco la circense brillantemente laureata in una materia che non mi piaceva PER NIENTE a 24 anni con 110 (la mancanza di lode è stata solo una questione di pigrizia). Scopro che il contenuto della testa si può facilmente riversare nelle parole e nello sguardo, diventare conversazione ironica e brillante, e divertire ammaliare e affascinare come e più di un corpo, ed ecco la circense circondata da begli uomini sempre al di sopra delle sue possibilità    circostanza che riscatta un pò le sofferenze adolescenziali. Non sempre riesco a tenermeli, questi uomini, hanno sotto ai trent’anni e ancora scappano dietro alle minigonne, ma spesso mi prendo il lusso di essere io, a mollare uomini belli ma stupidi o ignoranti o superficiali. Anzi, mi accorgo che per starmi dietro gli uomini devono correre, e che non mi accontento, voglio di più e talvolta lo cerco nella maturità.

Il lavoro che ho cominciato a fare mi piace, scopro che riesco a farlo bene, che mi piace applicarmi, studiare, migliorare, sperimentare. Mi galvanizza più della cocaina la stima professionale che sento crescere intorno a me. Cambio ambiente di lavoro, ma passo dal piccolissimo al piccolo, sempre privato, e quindi il passaggio è privo di traumi, anzi è esaltante. La perfezione non esiste, ma è bello cercarla, sbagliando ogni tanto, prendendosi cazziatoni, e però continuando a migliorare.

Poi arriva il passaggio dal piccolo privato al gigantesco pubblico.

E qui qualcosa cede. Non conosco nessuno, nessuno mi conosce, i colleghi sembrano sapere migliaia di cose che io non so, e invece dovrei sapere, perchè sono un’esperta, almeno è per questo che mi pagano. Non ho un posto fisico dove stare, almeno all’inizio, sembro dare fastidio, non conosco i tempi, faccio in fretta cose che invece possono aspettare ma nessuno me lo dice, e non faccio cose attese da tempo, perchè non capisco le priorità. Insomma per dirla tutta per molti giorni mi sento UNA PERFETTA IDIOTA. E’ normale, ma evidentemente inconsciamente non l’accetto, e questa delusione terribile si somma a tensioni dell’ultimo anno che ora sono finite e esplodono a scoppio ritardato.

E quindi crollo, psicologicamente. Non ho un bel corpo da esibire agli stupiti astanti, anzi negli ultimi tempi sinceramente l’ho trascurato più del solito, e adesso non ho nemmeno più da esibire la mia brillante intelligenza e preparazione. Privata – momentaneamente, lo so, quanta fretta, eh?? – della mia testa, vado in tilt e comincio ad accusare dolori da infartuata, difficoltà a respirare, giramenti di testa e via sulla giostra, soprattutto di sera, quando cade tutta la tensione di capire, inserirmi, fare qualcosa per bene.

Questa è la spiegazione che mi sono data, dopo che il medico di base mi ha rispedito a casa con un calcio nel sedere e qualche prescrizione cautelativa di digestivi, esami tiroidei ed ECG che giacciono nella mia borsa da circa dieci giorni e cominciano a ciancicarsi.

Perchè ora va meglio. Credo.

Comincio ad avere qualche barlume di intuizione, mi inserisco in qualche discussione tecnica, mi becco qualche velato complimento dal mio collega. Produco qualche documento che non viene apprezzato, però nemmeno cestinato. Pospongo qualche lavoro che poteva essere posposto.

E la sera qualche volta mi metto a letto e mi addormento senza contare i battiti del cuore, temendo che stia per fermarsi.

Ma che minc…

Avevo scritto un post bellissimo ieri sera, lunghissimo, nel quale prendevo coraggio e mi mettevo a nudo (metaforicamente). Un tasto sbagliato e oplà, tutto finito nel paradiso delle sovrascritture. Un segno del destino?