Archivio di aprile 2004

Un sorriso infantile

martedì 13 aprile 2004

La figlia (5 mesi) della mia più cara amica è in ospedale per complicazioni insorte a causa della varicella. Dove prende la varicella una bimba che vede solo i suoi genitori e pochi amici selezionati, fra cui la sottoscritta, che la varicella l’ha già avuta? La risposta a me è sembrata assurda ma a quanto pare è comprovabile: dal pediatra. Non da lui in persona, ma dalla sua sala di aspetto, gremita di bambini (malati, ovvio) e senza un sufficiente ricambio d’aria. Che ci si possa ammalare in un luogo dove si va per farsi curare, è un bel paradosso, ma non è questo il punto.

Il punto è che quando sono entrata nella stanza del reparto Pediatria, la mia figlioccia era nel suo lettino, con la sua panzetta, il suo pigiamino verde, sgambettamento regolare, ago della flebo infilato nel cuoio capelluto (pare che ai bambini sia difficile prendere le vene sul braccio, come agli adulti). Un pò gonfia, piena di crosticine della varicella che tentava disperatamente di grattarsi. Con lei c’era il padre, visibilmente provato, che ha approfittato della mia presenza per andare a prendersi un caffè.

Sono rimasta sola con il fagottino, che piagnucolava, si dibatteva, cercava di grattarsi. E io dovevo cercare di farla stare ferma, di non farla piangere, di tenerla buona ma senza farla dormire, che non era ancora ora e se poi dorme adesso non dorme di notte. E senza poterla prendere in braccio, per via della flebo. Dopo 13 minuti di coccolamenti di ogni genere, di bubbusettete, di canzoncine, di piripiri e puccipucci per la verità anche coronati da successo, visto che lei non piangeva e non si agitava, io ero sfinita. Mi sono resa conto che spiavo ogni singola contrazione della faccetta e che covavo il segreto terrore che si sentisse male, che si affogasse col ciuccio, che non respirasse più, che avesse male da qualche parte e io non capissi dove. Mi chiedevo come fa una mamma a non morire di crisi di ansia dovendo governare situazioni del genere – e anche molto peggiori – per tempi molto più lunghi.

Poi, all’ennesimo bubbusettete, le è caduto il ciuccio e mentre glielo raccoglievo, Franci mi ha sorriso. Dio del cielo, un sorriso vero, a piene gengive, nella faccia paffutella, sotto il tubicino della flebo. Un sorriso indirizzato proprio a me, senza ombra di dubbio, visto che nella stanza c’eravamo solo io e lei.

Ecco come fanno le mamme, ho pensato. Sono riuscita a inghiottire la commozione in tempo per il ritorno del papà.

Quel blog lì

giovedì 8 aprile 2004

Stasera girovagavo fra blog e forum. Cercavo qualcosa, anzi qualcuno.

E porca miseria, l’ho trovato.

Il qualcuno.

Solo che non mi sento sollevata. Ho letto quello che scrive e mi è venuto il magone. Non ci sarà mai la benchè minima possibilità di addivenire ad una tregua? Non mi sarà proprio mai data la possibilità di farmi toccare, al di là del vetro (e sorvoliamo su quello che ci può essere scritto, sul vetro)?

La tentazione di lasciare un messaggio è stata forte. Ma non ne ho avuto il coraggio.

Vigliacca.

Primavera in Basilicata

giovedì 8 aprile 2004

Il paesaggio rurale della mia selvaggia bellissima terra mi riserva anche quest’anno il miracolo della primavera.

E’ difficile da capire, se non l’avete mai visto, passando in pullman o in auto.

Il terreno agricolo, seminato a grano, foraggio, cereali vari, si ricopre in questi giorni di una peluria verde smeraldo, una moquette brillante del tutto inusuale che spicca fra il bruno della terra smossa, il grigio dell’argilla, gli alberi ancora rinsecchiti. Prima timidamente, poi con uno slancio vitale il verde tenero prende possesso del territorio, e in pochi giorni è tutto sfolgorante come se fosse stato dipinto da Van Gogh. Dura poco, perchè poi prende il sopravvento il verde scuro delle foraggere o il giallo di grano e altri cereali, e proprio perchè dura così poco è uno spettacolo da non perdere: per la sua bellezza cromatica selvaggia, e poi perchè ha un che di stonato, di forte, di fuori posto, un verde così squillante e chiassoso in una terra dominata dal senso arcaico della riservatezza propria dei contadini, dal silenzio, dal fuori dal mondo.

Come notava giustamente Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, anche lui – Levi – affascinato come me da questo spettacolo urlato e repentino, il verde brillante della primavera sui monti fa lo stesso effetto del rossetto sulle labbra e le facce cotte dal sole e dalle intemperie e dalla fatica delle contadine: un contrasto stridente, irriverente e forse perfino un pò patetico, che dura il tempo di una festa di paese.  

L’inauguraZZione

mercoledì 7 aprile 2004

Madre santa, finalmente ho finito. Non voglio più vedere le 4 operazioni per almeno un mese. Ho passato il fine settimana lontano dai rendiconti, nel tentativo di rilassarmi un pò, ma vi giuro che mi è capitato di svegliarmi di soprassalto nel terrore di avere conteggiato anche i contributi previdenziali e l’IRAP nel calcolo per determinare il costo orario dei dipendenti. Cose così, insomma.

Lunedì sera sono andata all’inaugurazione di un ristorante a Napoli, zona Astroni, dove Ferdinando di Borbone andava a caccia di cinghiali. Bel posticino, in alto, con terrazza panoramica. Vabbè, vista Tangenziale, mica si può avere tutto. Quando arriviamo, ci rendiamo conto che c’è una discreta folla e sono tutti fuori, perchè l’ingresso è sbarrato da parroco regolamentare con ostensorio per benedizioni. Ma lui non si accontenta, no: ci mette anche un bei 20 minuti di sermoncino sul valore del lavoro, paralleli fra mensa corporale e mensa spirituale, e altre amenità del genere. La temperatura esterna, complice il venticello promaverile, si sta rapidamente abbassando. Le signore, alcune francamente esagerate, in abito da sera tutte tempestate ti tiamanti, battono i denti, ma nulla riesce ad arginare la foga oratoria del prelato. Ci pensa il proprietario, che secondo me si è pentito di avere chiesto la benedizione divina, che dichiara chiusi i preliminari, sequestra il batacchio con acqua santa al parroco, taglia il nastro e tutti dentro.

Dopo 15 secondi è già ressa di stampo sovietico, ma con sgomitamenti molto italiani e camorrismi e parolacce molto napoletane. La bagarre è tale da travolgere bambini e camerieri, riuscire a prendere qualcosa non è niente, il problema è uscire dalla calca senza versarlo addosso alla signora ingioiellata e senza uccidere bambini a forchettate. Rinuncio dopo 30 secondi netti, propongo al mio compagno una pizza, possibilmente lontano dagli Astroni.

Ci fermiamo ad Agnano, alla Pizzeria del Fantino (eh, lo so), insieme a militari americani, stallieri albanesi e delinquentelli generici, e tentiamo per tutta la serata di convincere il proprietario che il mio amico non è Oreste Lionello. Quando chiediamo il conto, dichiarando che abbiamo un pò fretta, commenta: “Eh, ‘sta vita di teatro, eh? Mai un momento per fermarsi!” e sospira. Gli firmiamo il menù.