Ore 7:00, Appennino meridionale

Una spettacolare bufera di neve imperversa aggredendo le mie finestre. Il cielo è livido, viola scuro, la neve è così fitta che sembra nebbia, non si vede un accidenti di niente se non i fari delle poche auto che tentano di passare davanti casa mia. Invano, la strada è in salita e proprio dove la pendenza aumenta la strada si restringe. Il primo fesso senza catene che tenterà di passare di lì comincerà a slittare e bloccherà tutto il traffico a seguire per circa 1 Km. In senso inverso, in discesa, comincia la serie di microtamponamenti, basta toccare il freno e “Ooohhhhhh OOOOHHHHH SBAM!!” 
L’abete che ho davanti casa si contorce, i rami piegati fino a terra dal peso della neve, e sbuffa pulviscolo ghiacciato in faccia ai passanti sul ponte. Faccio un pò di foto con la macchina digitale e le spedisco in un posto di mare e a mia sorella negli States (a lei faranno poca impressione, ha visto le bufere dell’Illinois). Il mondo si annulla in un vorticare di fiocchi, i rumori si ovattano, restano solo sibili e qualunque odore del mondo viene coperto dall’odore freddo della neve, che sa di ossigeno, resina, acqua e roccia.
Mi riseppellisco sotto il piumone blu. Per oggi, niente jogging.

Imperdibili / 3

(segue)
Il sugo con i peperoni di L.G. – Sul tema, ho informazioni di primissima mano, perchè io e L.G. abbiamo vissuto nella stessa casa di studenti per un paio di anni, e il famigerato sugo era riproposto con implacabile puntualità ogni settimana. Il procedimento è il seguente: soffritto olio e cipolla, peperoni rossi a pezzetti, acqua e cottura prolungata, fino a che il tutto non si riduca ad informe poltiglia rossastra. Se la poltiglia non è abbastanza informe, si infierisce con un paio di giri di Minipimer, che schizzeranno peperoni fino al soffitto. E già questo basterebbe. Ma lei, non contenta, ci aggiunge il tocco da maestra: panna liquida a fiumi, lasciata bollire fino a seccarsi e trasformare il pastone in silicone rosa, sparso a badilate su incolpevoli farfalle Barilla. A strafare, parmigiano grattugiato. Alla fine delle laboriose operazioni, il peperone è scomparso terrorizzato dal gusto del piatto finale, però per magica alchimia si ripropone implacabile per tutto il pomeriggio e la sera, sconsigliando uscite e vita sociale in genere.

Imperdibili / 2

(segue)
Il panettone con gli amaretti di A. – Ha fatto la sua comparsa alcuni anni fa, e da allora non c’è stata occasione in cui A. non sia comparsa trascinandosi dietro questa sorta di ciambellone rotondo, secco, adatto ad essere inzuppato nel latte o mangiato con le mani, con l’aiuto di un fazzolettino di carta, durante cene in piedi e feste varie. Questo caso è, se possibile, più grave del precedente, perchè A. in realtà è una discreta cuoca, in particolare se la cava molto bene con i dolci: quindi perchè, perchè (è la domanda generale da ormai dieci anni) si ostina a propinarci sempre lo stesso implacabile panettone con gli amaretti? Avrà due tonnellate di amaretti in dispensa da dover smaltire? E’ l’amante di un dolciario di Saronno? Ha avuto un blocco della memoria di cui non vuole metterci a parte e ha dimenticato TUTTE le altre ricette? Ormai non chiediamo nemmeno più: quando lei arriva, e scartoccia il pacco, qualcuno che non sia del gruppo ingenuamente apre la bocca e domanda: “Ah, e che hai portato di buono?” E tutti gli altri, in coro: “IL PANETTONE CON GLI AMARETTI!!” “Cretini“, risponde lei, immancabilmente. Ma la volta dopo il panettone sarà di nuovo lì, con tutti i suoi amaretti.

Imperdibili

Siamo un gruppo di vecchie amiche. Ci conosciamo da oltre vent’anni, con alcune anche da trenta. Abbiamo diviso tutto, in gioventù anche qualche uomo, capita, poi abbiamo fatto pace. Alcune di noi si sono sposate, altre sono in procinto di farlo, altre non ci pensano proprio, e sono più o meno felicemente single. Una di noi ha avuto due bambini, il primo dei quali ha già quattro anni, ci chiama zie e dal momento che è il nostro primo nipote è ipercoccolato da tutte noi (quando crescerà sarà anche ipersorvegliato, ma lui, povero piccolo, ancora non lo sa e ci corre incontro felice quando ci vede).
Ogni tanto organizziamo delle belle cene, quelle dove ognuna porta qualcosa. Abbiamo tutte un cavallo di battaglia, e portiamo sempre quello. Implacabilmente, immancabilmente. Alcune di noi non sanno fare altro che quello, e quindi è inutile tentare variazioni. Su questi cavalli di battaglia sono ormai fiorite saghe, leggende, frizzi e lazzi stratificati nei decenni.
L’insalata di tonno e patate di S. – piatto monumentale nella sua semplicità, deve la sua sistematica riproposizione alla banale circostanza che S. non sa fare altro. Ma veramente. Trattasi di patate bollite e schiacciate in purea, mescolate con tonno in scatola e maionese, il tutto freddato in frigorifero. Stop. Arricchita i primi tempi da sospetti di sedano, o indizi di sottaceti, si è negli ultimi tempi progressivamente ascetizzata, tra l’altro riducendo la percentuale di tonno a favore delle patate. Risultato: un catino pieno di una materia collosa e agglutinante, del tutto simile alla calce da muratore, con gli stessi effetti occludenti su esofago, piloro ed intero apparato digerente. Se ne consiglia assunzione in modica quantità, preceduta e seguita da un cucchiaio di olio di oliva per facilitare un passaggio rapido e privo di conseguenze verso orizzonti che le sono più propri.
(segue ..)

Il gioco dei fazzolettini

Fuorigrotta, Napoli, semaforo prima del tunnel (ma vale anche per quello dopo).

Una fiumana di macchine in quattro – cinque file si arresta svogliatamente al rosso. E qui scatta lo spettacolo. Due giovani senegalesi sui 20 anni, forse per combattere il freddo, forse la noia, forse perchè hanno partecipato ad un workshop di due giorni sul tema: “Making a joke and fighting against time: how to increase your money“, vi incantano con la seguente prodezza: cominciano a correre risalendo la fila di macchine ferme al rosso. Hanno in mano due metri cubi di fazzolettini di carta, e buttano con sistematica precisione, correndo, un pacco da 12 pezzi su ogni cofano. Ad un tempo calcolato, frutto suppongo di esperimenti, tornano indietro, riprendendosi i pacchetti ma nel contempo bussandovi sul vetro per chiedervi se volete comprare. Se sì, buttano il pacchetto attraverso i vetro e arraffano gli spiccoli; se no, la corsa prosegue. Quando arrivano a togliere l’ultimo pacco dall’ultimo cofano, scatta il verde. Gli resta giusto il tempo di saltare sul marciapiede prima di essere travolti dalla fiumana che si rimette in moto.

E’ uno sport nazionale del Senegal o l’aria di Napoli ha contagiato di follia anche i rigorosi africani?

 

La macchinetta del caffè

Il cosiddetto archivio è una stanzuccia ricavata da una svista del geometra che ha progettato l’edificio, e contiene, oltre a scaffali fino al soffitto in cui sono stipati multicolori armate di faldoni nei quali si trova sempre tutto, tranne quello che stai cercando, anche un piccolo frigorifero e l’ormai famigerata macchinetta del caffè. La quale, dopo essere stata acquisita con squilli di trombe ed entusiasmi generali, ha rivelato fin da subito tutte le sue umane manchevolezze.

 1. si frega i soldi (la macchina non dà resto, ma dovrebbe “conservare” il credito; a parte che questo ingenera una serie di debiti incrociati da cui Tanzi potrebbe aver tratto ispirazione per le sue acrobazie, ogni tanto, senza preavviso, la macchina si mangia il credito e statevi bene);
2. il caffè espresso è più spesso bruciato, il caffè lungo ricorda da vicino i liquami per il concime;
3. il tasto “latte”, quando richiesto, sputa fuori per i primi 2 secondi una materia biancastra collosa che non vi voglio dire, perchè sono una signora, cosa mi ricorda, e per i rimanenti 10 secondi, acqua calda. Risultato: acqua calda biancastra. 
3. richiede una manutenzione continua, in parte ordinaria (devono essere ricaricati i contenitori del caffè in grani, del cioccolato e del latte in polvere), 10% delle volte, in parte straordinaria, 90% delle volte. Il tecnico, che ormai è diventato parte integrante dell’arredamento dell’archivio, esegue di solito le seguenti operazioni:

a. apre la macchina sventrandola con apposita chiave e mettendone a nudo le trippe;
b. smanetta dieci minuti, con l’espressione sempre più preoccupata;
c. prende il cellulare e chiama la centrale, chiedendo istruzioni, e riferendo quello che vede (“ma sta luce s’avesse appiccià, o no?” “‘cca mi dice ‘SELFSHARE XY PROGRAMMATION DB’, c’aggia fà?” e così via). Ogni tanto qualcuno di noi passa da quelle parti e comunica al tecnico improbabili correzioni di gusto:

– “ma il caffè, non si potrebbe avere un pò più corto? è acqua!”
– “nel caffè macchiato c’è troppo latte, è una brodaglia!”
– “il caffè espresso non si potrebbe avere un pò più lungo? è troppo ristretto, fa male!”

e chiede notizie dell’amata macchina come se fosse un figlio in rianimazione (“come va? è grave?”). E’ rimasta negli annali, ed entrata di diritto a far parte del gergo aziendale, la mitica risposta, sempre uguale, del tecnico: “Dottorè, si è SHPROGRAMMATA, si deve riprogrammare”. Ahe.
d. richiude tutto, ci offre tre o quattro caffè per provare che tutto funziona e se ne va.

Per tornare dopo due giorni, e ricominciare daccapo.

 

Domeniche da ricordare

La giornata di ieri, paradigma di uno strazio che va avanti da fine Aprile 2003. Prendo la macchina, punto verso il centro. In Tangenziale piove a dirotto, avrei già una mezza intenzione di fare dietrofront ma proseguo imperterrita come un cane da tartufi. Via Partenope è chiusa al traffico, ci metto venti minuti per fare 200 metri, comunque dove devo andare io alla fine c’è poco casino e parcheggio tranquilla. Via dei Mille è umida, negozi sbarrati, triste, o forse sono io ad essere triste. Registro la presenza di diverse decine di altri esseri umani, a coppie, a famiglie, anche da soli ma con l’aria di stare andando da qualche parte. Io invece non lo so, dove sto andando. Le porte girevoli del gigantesco megastore Feltrinelli a piazza dei Martiri mi forniscono un abbozzo di risposta. Giro per gli scaffali, medito di comprare qualcosa di appena uscito, ma l’editoria è in crisi e pretende di rifarsi con me, le nuove uscite hanno prezzi non inferiori ai 25 euro. Al piano di sotto c’è la sezione Gialli e Polizieschi. Mi faccio tentare da Lucarelli, irresistibile quando ambienta le sue storie negli anni ’40, e da un autore fortemente promozionato da una persona che mi sta antipaticissima. Lo compro per avere modo di poterla stroncare.

Esco.

Fuori non è cambiato niente, è sempre tutto triste, per di più il passeggio tende ad esaurirsi, quindi il senso di vuoto e solitudine si accentua. Passo davanti all’imbocco della strada dove lui abita, mi ci fermo un minuto, mi fa tremare le mani l’impulso di farmi la salita di corsa e bussare al citofono urlando “TUTTI FUORI, STA CROLLANDO IL PALAZZO!!!” per poterlo stanare e rapirlo con un’azione da commando brigatista, nel quale potrebbero pure scapparci sette o otto raffiche di mitra, mirate.

Ho vissuto questa situazione – temporanea, temporanea, devo ricordamelo recitando la parola come un mantra – come un rifiuto. Mi sento rifiutata, da lui, dalla città, dai pochissimi passanti rimasti per strada. Mi identifico con la badante ucraina seduta da sola sulla panchina davanti al Liceo Umberto, fra le mani una busta di plastica spiegazzata, che guarda la scuola dove la figlia non potrà mai entrare, i palazzi dove non potrà mai abitare, le vie che la vedranno curva sotto il peso di lavori ingrati con vecchi miliardari biliosi e rincoglioniti, che i figli non hanno voglia di sopportare.

Entro nella pizzeria affianco al Liceo. Ci sono stata una volta con lui, l’ambiente è accogliente, i camerieri simpatici. Mi leggo mezzo Lucarelli mentre aspetto la pizza, che poi, complice l’influenza che sento incubare da due o tre giorni, mi resterà interamente sullo stomaco per le 24 ore successive. Quando esco, la desolazione è totale. Sento il rumore dei miei passi sul selciato mentre mi avvio verso la caffetteria in piazza, un barbone con tre cani al guinzaglio mi guarda comprensivo, forse intuisce quello che mi ribolle dentro, più di tanti altri. Il caffè è buono, la panna meno, è solo schiuma di latte. All’improvviso non mi tollero più, guardo l’orologio e penso che se faccio una corsa posso prendere il treno precedente al mio, è un Eurostar, potrò leggere in santa pace al caldo e forse mi sentirò un pò meno fuori posto. La corsa è proprio una corsa, la Matiz noleggiata sbanda sotto la pressione dei pistoni, ma ce la faccio. Quando il treno si muove, ecco, lo sapevo, che incoerenza totale, sento di nuovo quella pressione calda sotto lo sterno, umida, che qualche volta ho chiamato nostalgia, che mi fa rimpiangere il lasciare questa città magica, dove ho amato come mai in vita mia, dove c’è quella strada e quell’uomo, che forse – forse – tra qualche giorno potrebbe tornare ad appartenermi, potrebbe tornare nella nostra casa, tornare ad essere mio. Forse.

L’autore consigliato da quella che mi sta antipaticissima mi acchiappa totalmente, mi immergo nella lettura con autentica goduria, e l’impossibilità di stroncarlo come avrei voluto mi toglie l’ultima soddisfazione della giornata. Domani è lunedì, si ricomincia.

National Bank

Nel Luglio scorso, mia sorella chiuse un conto corrente italiano che non gli serviva più, purgandosi circa 100 euro di non meglio identificate spese di chiusura conto e di deposito cauzionale (?), con la promessa che fatti tutti i conti, il residuo le sarebbe stato restituito.
Infatti tre giorni fa arriva a casa nostra una bella busta con tanto di intestazione della banca, contenente un assegno circolare non traferibile del folle importo di euro 21 e 10 centesimi, intestato a lei. Lei però è ripartita per gli States. A parziale sconto di mostruosi debiti dalla germana contratti con la sottoscritta, mi scrive magnanimamente che posso incassarlo io (quando si dice la generosità :))

Per puro caso sono correntista di Banca Intesa, il simpatico covo di sbadati che ha prestato qualche euro al povero Calisto e in cambio gli ha chiesto di comprare una fabbrica di latte rancido pagandola come se producesse pepite d’oro. Investimentucci avventati, nulla di più. Entro in banca, mi avvicino allo sportello. Lo sportellista mi conosce da anni, la città è piccola e la via dello struscio domenicale è una sola. Gli spiego la situazione. Lui prende l’assegno, lo guarda controluce, lo gira, e constata la mancanza della firma di traenza, che, lo ammetto, ho dimenticato di falsificare. Mi guarda perplesso.
“Ehmmm … in effeti non posso… manca la firma …”.
Gli sto già riprendendo di mano l’assegno per falsificarla davanti a lui, ma mi blocca con una luce di terrore negli occhi, come se mi avesse colto nell’atto di tirare fuori la pistola.
“Vai dal Direttore”.
Non ho fretta, quindi anzichè mettergli davanti l’assegno e sibilare “Ma incassa st’assegno, demente, non lo vedi di quanto è?” vado dal Direttore. Che ripete la pantomima: davanti, dietro, controluce, poi si fa ripetere tutta la lacrimevole storia della giovane emigrante.
“Eh no mi spiace. Ci voleva almeno la firma” (che ci vuole? la metto adesso).  Ma il Direttore mi ha già praticamente messo alla porta, sottraendomi nel contempo il portapenne per paura che possa mettere mano ad un qualunque strumento scrittorio e fare l’orrenda falsificazione davanti ai suoi vergini occhi.
Ormai della sorella all’estero ho già raccontato a tutta la banca. Non posso uscire, e tornare dopo un secondo (il tempo di far richiudere i tornelli) sventolando trionfalmente l’assegno regolarmente girato. Non mi resta che chinare il capo ed accettare la sconfitta.

Ora.
Le regole sono regole, e siamo tutti d’accordo. Quei 21 euro potevano essere gli ultimi spiccioli che mia sorella aveva a disposizione per sopravvivere, e io potevo averlo rubato, quell’assegno. Però perchè ho la sensazione che non sempre gli istituti bancari siano così rigidi, nel rispetto delle regole formali? Quanto firme avranno falsificato Calisto & C., per arrivare a tanto? Quanti assegni circolari non trasferibili da 21 milioni, e non da 21 euro, saranno passati per Banca Intesa?
Consegno l’assegno a mio padre, con firma sororale da me genialmente vergata, e lui lo incassa nella sua banca.
Che bello, siamo tutti più ricchi.
 

Aggiornamenti

1. Squilla il telefono, la mia collega risponde, si allunga per prendere un documento e l’apparecchio telefonico si suicida spettacolarmente (suicidio istigato, per la verità). Succede ogni giorno, ma oggi deve avere battuto la testa (l’apparecchio, non la collega) perchè entra in coma vigile e non funziona più. I tentativi di aggiustarlo trasformano le nostre scrivanie in banchi della Scuola Radio Elettra. Alla fine, con una tecnica di intervento tipicamente femminile (ne abbiamo smontato un altro funzionante e abbiamo visto in che ordine stavano i pezzetti colorati) il nostro apparecchio si riprende. Mi pare funzioni meglio di prima 🙂

2. il G.C. ha sbollito l’arrabbiatura, anche grazie ad un paio di buone notizie giunte nel frattempo, e si è reso conto della vergognosa crisi isterica da cui si è fatto prendere il giorno 7 Gennaio. Ora striscia circospetto nei corridoi in cerca di sguardi amichevoli, ha preso la prima della valanga di carte posate sulla sua scrivania, in ottemepranza ai suoi ordini, e ha potuto appena mormorare “Non so se questa possiamo spedirla, mi sembra un attacco diretto al Direttore Didattico del Master…” prima di finire sepolto da un provvidenziale cedimento strutturale della suddetta pila di carte. Lo faremo cuocere nel suo brodo ancora un pò, prima di perdonarlo.  “Mai sottovalutare la capacità delle donne di farti schiattare in corpo” diceva memorabilmente una mia amica ..

3. ho ricominciato a studiare, avevo due appelli (anzi tre) fra il 7 e l’8 Gennaio ma voleva dire studiare nelle vacanze di Natale e ci mancava solo questa. Ho incontrato una matricola attempata come la sottoscritta a lezione di Inglese – ci riconosciamo e facciamo gruppo, come i fuorisede calabresi a Roma – che mi ha chiesto se avevo dato l’esame X.
No, ho risposto.
E l’esame Y?
Nemmeno, ho continuato.
Ehi, ma insomma! Ti stai un pò lasciando andare!! 
Come diceva Luciana Littizetto, “Trenitalia informa i signori passeggeri che a Courmayer funziona una seggiovia che porta direttamente aff*****”

Verbale di riunione

Il giorno 7 del mese di Gennaio dell’anno 2004 alle ore 10:30 si apre la riunione periodica del personale della XY Spa. Sono presenti i signori: Grande Capo, Figlia del Grande Capo, Architetto, Buddista, Segretaria e Lavoratrice (a)tipica. Punto unico all’o.d.g.: cazziatone periodico che il Grande Capo deve fare, con grande spreco di voce e di coronarie, ai suoi aff.mi dipendenti se no non stanno abbastanza sulla corda. Apre la riunione per l’appunto il G.C., che inizia chiedendo con voce flautata a ciascuno dei presenti se sono stati elaborati un centinaio di documenti, il 98% dei quali assolutamente inutili. Alle risposte negative – corredate di debite ancorchè superflue spiegazioni – di tutti i presenti, il G.C. alza la voce di un’ottava e comincia una lunga filippica che si può riassumere come segue:
1. sono stufo di lavorare per mantenervi
2. siete dei mangiapane a tradimento che pensano solo ai fatti propri
3. se questo progetto non pensiamo noi a gestirlo non ci penserà nessuno, quindi è inutile dire “lo sta facendo l’altro partner”
4. siete solo capaci di inventarvi scuse per non lavorare
5. NON SONO STATO IO a dire di non fare questo, di non scrivere quello, di lasciar perdere quell’altro
6. sono stufo di lavorare per mantenervi

(così il cerchio si chiude)
Qualunque tentativo di interruzione per giustificarsi, controbattere, argomentare, negare, ha come unico effetto l’innalzamento di voce di ottave successive, fino a che anche il parrucchiere che lavora sullo stesso piano del nostro ufficio si affaccia per vedere che succede. Ormai il G.C. è paonazzo, l’ossigeno non arriva più al cervello e quindi partono le più efferate minacce, compresa quella di licenziamento in tronco senza liquidazione e quella di citazione per danni.
La riunione – diciamo così – prosegue in un imbarazzato silenzio, nella consapevolezza della inutilità di infierire su un arteriosclerotico, silenzio rotto solo dall’ansimare del G.C. che tenta di ridarsi un tono, e dalle controdeduzioni isteriche – con annesso tremito nella voce – della Figlia del Capo, l’unica nei confronti della quale tutte le accuse e le minacce sono giustificate, visto che è presente in ufficio il 40% delle ore dedotte in contratto, adducendo motivazioni le più fantasiose, tutte legate ad un incolpevole infante che starebbe benissimo anche senza senza la mamma, però è pagata per il 100%, e anche in quel 40% non fa un cazzo.
Non essendovi altro da discutere, la riunione si chiude alle ore 13:40.