Dotti medici e sapienti

Sempre nell’ottica di trovare il lato comico della vita, perchè pare faccia bene, sono qui a raccontarvi del conflitto a distanza che si è aperto fra il mio medico curante e la specialista che mi ha visitato qualche giorno fa.

ATTO I – il medico curante mi visita superficialmente nel luogo nel quale lamento i fastidi e constata l’esistenza di una infiammazione. Mi consiglia una visita specialistica, e nel frattempo mi prescrive analisi del sangue e delle urine che manco gli astronauti ne fanno di così complete. Costo: euro 0,00

ATTO II – faccio la pipì nel vasetto e vado a farmi succhiare il sangue. Nonostante la prescrizione medica, mi salasso anche il portafogli. Mando un pensiero affettuoso e riconoscente alla politica di tagli alla Sanità del Ministro Sirchia e a tutto il Nuovo Radioso Governo, come lo chiama un mio amico. Costo: euro 73,80

ATTO III – la specialista mi diagnostica una infezioncina curabile con antibiotici e me ne prescrive due, uno per bocca (prescrivibile), l’altro locale (non prescrivibile). Approva il fatto che mi siano state prescritte tutte quelle analisi, ma sostanzialmente se ne strafotte. Costo: euro 80,00

ATTO IV – torno dal medico curante a farmi prescrivere il prescrivibile. Lui sente la diagnosi della specialista e fa il perplesso. Lo fa così bene, mettendomi tanti di quei dubbi che alla fine mi faccio convincere a non prendere l’antibiotico per bocca (che infatti non mi prescrive) e ad aspettare l’esito degli esami, soprattutto quello delle urine. Chiamerà lui il laboratorio e chiederà in anteprima nazionale come è messa la mia pipì. Mi concede di cominciare ad usare l’antibiotico locale, che vado a comprare in farmacia. Medito di comprare l’antibiotico per bocca anche senza la ricetta, ma la farmacista mi confida che “è molto costoso: perchè non se lo fa prescrivere?”  Costo: euro 21,90

ATTO V – mi chiama il medico curante. Pare che i miei liquidi interni abbiano dichiarato che schiatto di salute, non c’è il minimo appiglio nè per diagnosticare un’infezione nè tantomeno per imbottirmi di antibiotici. Ergo, la specialista è una ciuccia matricolata. Mi consiglia di consultarne un altro, di specialista. Mi biascica un paio di nomi ma fra duemila reticenze, perchè un’altra caratteristica del mio medico curante, oltre alla bravura e alla scrupolosità certosina, è la paura fottuta che chicchessia possa accusarlo di qualunque cosa, in questi tempi di corruzioni sanitarie e peculati sulle aspirine. Chiamo il primo dei due nomi, scelto a caso per simpatia. L’appuntamento è per martedì 11 novembre. Costo preventivato: intorno ai 100 euro, temo.

Costo totale finora sostenuto: euro 275,70 (senza i medicinali che mi prescriverà il luminare dell’11 novembre)

Risoluzione del problema specifico: rimandato a dopo la nuova diagnosi e relativa prescrizione

Risoluzione del problema connesso, sensazioni di svenimenti e cazzi vari: da affidare a cure psicoterapeutiche, anche autoindotte, dopo aver scartato qualunque possibile origine organica (prima di questo tour emato-urinario c’erano stati elettrocardiogrammi, ecografie e un’infinita serie di palpazioni, auscultazioni e misurazioni di pressione. Tutte negative).

“Permettete una parola
io non sono mai andato a scuola
e tra gente importante io che non valgo niente
forse non dovrei neanche parlare
ma dopo quanto avete detto
io non posso più stare zitto
e perciò prima che mi possiate fermare
io lo devo avvisare
di alzarsi e scappare
anche se si sente male
VAI SCAPPA!! SCAPPA!!”

(Edoardo Bennato, 1978)

Un serata di fine Ottobre

Una pizza con due amiche, di quelle che ti conoscono da talmente tanto tempo da non avere bisogno di niente per capirti, un nome, una battuta e le quindicenni che eravamo sono di nuovo lì a ridere come venti anni fa. C’è anche un uomo, un pò estraneo alle nostre chiacchiere di provincia, lui viene dalla capitale, ma mi sembra non si stia annoiando.

Fuori c’è il diluvio. La pizzeria è in campagna, andiamo via ridendo, due per macchina, attenti a non perderci di vista nel torrente che è diventata la strada.

Quando cominci a riconoscere di nuovo i luoghi, piove un pò meno. La strada è lucida, sparpagliata di foglie morte, schizzata della luce gialla dei lampioni. Vai piano, assaporando la sensazione di pienezza e serenità che questa serata ti ha dato. I pensieri fanno un loop ed ecco, così, all’improvviso, fra il muretto della strada e l’incrocio pericoloso, ti rendi conto che stasera nemmeno per mezzo secondo hai pensato ai tuoi malesseri, alle tue paure, non hai paura a tornare a casa, sguazzi tranquilla nelle pozzanghere alzando muri d’acqua con la Cinquecento e ridendo come una bambina.

Ridi pensando alla serata trascorsa, ridi pensando a lui che oggi pomeriggio ti ha fatto ridere fino a sentirti male, per motivi così futili che a spiegarli non riderebbe nessuno.

Ecco, questo dovrebbe essere parte della cura. Ridere, ridere molto, se ci riesce. Aiuta, credetemi.

Qualità totale / 3

La solerte banda di consulenti ha – dopo infinite discussioni e rifacimenti – messo nero su bianco un organigramma dell’azienda, che è in parte specchio dell’esistente, in parte rappresentazione dei sogni aziendali del Kapo. Oggi si trattava di mettere dei nomi nelle caselline, ovvero capire chi fa che cosa, chi sovrintende alla tale funzione, chi ne è – per usare una bruttissima parola che non è più di moda – il RESPONSABILE.

E qui sono iniziati i balletti.

Ad una prima stesura, è venuto fuori che il Kapo assomma in sè cinque o sei funzioni, in alcune è non solo responsabile di area ma anche di sotto area, e quindi riferisce a sè stesso.

Dopo le opportune correzioni, e ri-assegnazioni di ruoli incarichi etc. è venuto fuori che la fidanzata del figlio del capo dovrebbe essere la responsabile dell’Ufficio Gestione Qualità, mansione della quale non ha mai sentito parlare, e che non a caso le è stata assegnata in contumacia. Il figlio del capo, al pensiero che lui è il Rappresentante per la Direzione della Qualità e la sua – immagino – futura moglie è la responsabile dell’Ufficio Qualità, comincia ad eccitarsi.

Per chiudere, si tocca un argomento spinosissimo, già in passato foriero di accesissime discussioni approdanti al nulla più totale, come è giusto che sia: l’argomento “archiviazione della documentazione”. Doverosa premessa:

1. per “documentazione” nel mio ufficio si intende tutto ciò che è cartaceo e suoi derivati (cartoncino, plasticato, lucidi, carta chimica, e così via);

2. il 98% della nostra produzione è cartacea, con i suoi derivati;

3. la storia professionale della XY Spa è ormai lunga 25 anni;

4. ergo, l’ufficio scoppia di carta disseminata ovunque, ammonticchiata sulle sedie, a stento contenuta in faldoni obesi, inutilmente segregata in uno sgabuzzino dal quale deborda fin nel corridoio; gli scaffali, che coprono senza soluzione di continuità tutte le pareti dell’immobile, hanno due, tre, quattro file di cartelle, faldoni e portaprogetti accastati gli uni sugli altri come in una colossale orgia cristallizzata;

5. ognuno di noi ha un suo metodo di archiviazione, personale, originale, mai banale. C’è chi affastella tutto alla rinfusa, chi divide per tipo di progetto, chi divide per “lavori in corso” diversi da “lavori conclusi”, chi chiude tutto in armadi come viene viene perchè meno lo vede meglio è. Esiste un protocollo corrispondenza, ultima zattera del naufrago alla disperata ricerca di una lettera, ma è ben misera cosa rispetto alla mole di carta che ci affoga;

6. se il documento che si cerca non è recentissimo (ma talvolta anche in questo caso) ed è stato “archiviato”, trovarlo diventa un compito per Madre Teresa di Calcutta.

Anche oggi, dopo ore passate a discutere accanitamente di biblioteconomia, codici di archiviazione, registri Access e ordine mentale, sotto gli occhi allibiti della consulente che non osava intervenire, non si è concluso niente. Però si è arrivati alla determinazione che tutta quella carta in giro è pericolosa, e quindi il Responsabile della Sicurezza, che è sempre il figlio del capo, dovrà intervenire.

Lui, al pensiero di poter cumulare ai precedenti anche questo incarico, e di poter dire, per esempio, a me come devo organizzare i miei archivi, era prossimo all’orgasmo. L’ho lasciato con gli occhi vitrei che sistemava la scrivania. Un pò di ordine nelle carte, eccheccazzo.

Il male oscuro / 2

Ha ragione mio fratello (come sempre). Posso recuparere tutto il mio élan vital e la mia gioia di vivere se riesco ad enumerare e vivisezionare con freddezza e precisione i molteplici strati ansiogeni, a farne una carta d’identità, foto, nome, cognome, causa, tempo di permanenza nella mia vita, separarli gli uni dagli altri – intrecci e fusioni sono all’ordine del giorno, e talvolta gli strati sono invecchiati e si sono incancreniti – e affrontarli uno per volta, tentando di mandarli affanculo a pedate.

Cominciamo dalle cose semplici: una visita specialistica mi ha assicurato che ho ancora lunghissima vita davanti, e 5 giorni di antibiotico locale e per bocca risolveranno brillantemente il problema. Quel menagramo del mio medico curante è scettico sulla diagnosi, ma in onore del mio nuovo corso emotivo ho deciso che non me ne strafotte niente. Domani vado a fare un check up generale, e poi vediamo.

Per oggi potrebbe bastare. Stasera ho gli esercizi di respirazione shiatzu, ieri sera mi sono addormentata come un infante davanti a Marco Paolini, per poi risvagliarmi sul finale del monologo, che non mi sarei persa per nulla al mondo.

Un pezzetto al giorno.

Un problema alla volta.

Il male oscuro / 1

Quando ho letto questo meraviglioso libro avevo una quindicina d’anni, e ricordo distintamente che i malesseri di origine psicosomatica ma drammaticamente reali del protagonista mi sembravano banali e facilmente risolvibili. Come si fa a cadere in depressione per un male fisico che in realtà non c’è? Può la paura avere tutto questo potere? Ma no, dai. Un bel respiro e la vita sorride. Le persone che passano di questi guai devono essere già un pò squilibrate per i fatti loro. E comunque, come è scritto bene, Berto è bravissimo. Ecco, questi erano più o meno i pensieri con i quali liquidavo il problema.

Non la penso più così.

Ho scoperto sulla mia fragile pelle che la paura dell’ignoto può trasformare una cazzata in un serio problema, con il quale non si riesce più a convivere, perchè la paura e la depressione che ne consegue si installano dentro, si annidano un atomo alla volta negli angoli più nascosti del nostro io, e a lì cominciano a rosicare, come tarli.

E’ fuori tema, lo so, ma spero che scriverlo mi basti a mettere ordine nei pensieri, e liberarmi un poco dalla morsa dell’angoscia, anche se per farlo compiutamente devo dire cose che avrei preferito non dire. Vabbè, le accennerò soltanto, so io che cosa sto dicendo.

Ho un problema fisico recidivante, iniziato un paio di anni fa e che si ripresenta con diabolica costanza un paio di volte all’anno. Curato con prodotti locali, ogni volta si è ripresentato in una forma leggermente più seria della volta precedente, fino a richiedere cure antibiotiche. In questi giorni è tornato, e insieme a lui un effetto secondario che apparentemente non c’entra nulla, ma che invece deve entrarci per forza, perchè le due cose arrivano sempre insieme. Tutto ad un tratto sento una specie di grosso brivido, che mi prende tutta, e per un paio di secondi sento che sto per svenire. Subito dopo il cuore comincia ad andare all’impazzata. Dopo pochi minuti tutto torna normale.

Però.

Però non posso dirlo a nessuno, perchè non voglio spaventare i miei; l’ansia cresce, ho paura di stare in piedi perchè potrei sbattere a terra. Ho paura di mettermi a letto e ho paura di chiudere gli occhi e cercare di dormire perchè ho paura di non svegliarmi più. Si ingenera un circolo vizioso che contribuisce ad iniettare altra ansia, e sto sempre peggio.

Come faccio a dire che è un fatto psicosomatico? Per una serie di considerazioni empiriche:

1. la crisi mi viene SEMPRE quando sono a casa. E la “casa” e la “famiglia” sono per me foriere di ansie di ogni genere: ho paura che i miei possano ammalarsi, ho paura che ci possano portare via la casa per un problema di debiti, mi mette ansia l’atteggiamento lassista di mio padre nei confronti dei problemi – sempre rimandare, mai affrontare, finchè non è troppo tardi – mi mette ansia questa vita da figlia di famiglia dalla quale non so staccarmi per complicatissmi motivi consci e inconsci.

2. la crisi non mi viene MAI quando lavoro, quando esco con gli amici, quando ho ospiti a pranzo o a cena, quando sono fuori città il fine settimana, anche se in queste ultime occasioni sono sola anche di notte e quindi a rigore ci dovrebbero essere molti più motivi di preoccupazione per me stessa e per la mia salute.

3. sono quasi alla fine di un periodo nel quale si sono stratificate molte sofferenze e preoccupazioni, quelle già descritte, più altre personali, e come ho già detto anche in questo blog, fare il cuscinetto ammortizzatore, e fare l’olio lubrificante per fare in modo che tutti possano essere felici, mi sta ammazzando.  Nascondo segreti: cose mie che non posso dire ai miei genitori nè agli amici, se non a pochissimi, tristezze e ansie altrui che non posso socializzare, che mi devo tenere per me, facendomene carico, un colpo al cerchio e uno alla botte, mediare, mediare sempre, non rompere mai, fare in modo che altri possano non rompere fra loro.

Va bene, se lo sai, che è un fatto psicosomatico, metà del problema è risolto, giusto?

Non lo so.

Il brivido mi prende a tradimento, quando non me lo aspetto, e ogni volta non so quanto durerà. Come una scossa di terremoto: iniziano a vibrare i vetri, il lampadario oscilla, tu sai che è il terremoto e la cosa può finire lì, oppure aumentare, i vetri spaccarsi, i muri creparsi, la casa crollare in un rombo senza fine.

Come farò a guarire dal male oscuro? Appurato che il mio problema fisico è una stupidaggine, cambiato magari specialista e trovatone uno che mi risolva il problema di queste infezioni periodiche, passeranno anche le crisi di ansia? Ho bisogno di psicoterapia? di yoga? di cambiare vita? cambiare casa? abbandonare la mia famiglia al suo destino? fregarmene della felicità universale? e saprò farlo?

Ho paura a spegnere il pc e tornare a casa, stasera. E se chiamassi un’amica e andassi a bere una birra? Mi imbriaco, torno a casa e mi schiatto a letto con un salto, op. Ma posso fare questo tutte le sante sere? Ho bisogno di un diversivo per imbrogliare e confondere l’ansia, e tenerla relegata in un angolino, inoffensiva.

Aiuto.

Personaggi e interpreti / 5

Si contendono quest’oggi gli onori della cronaca del mio blogghino due personaggi che spesso l’azienda ha avuto modo di ospitare: l’avvocato camorrista e la funzionaria artista incompresa.

L’AVVOCATO CAMORRISTA – non vorrei che la denominazione vi spaventasse: l’avvocato in questione ha capito fin troppo bene che il mondo dell’avvocatura è pieno di camorristi per così dire dal di dentro, senza necessità di arrivare agli assistiti, e si è adeguato. In realtà, è l’uomo più buono, generoso, e innocuo del mondo. Però si comporta come se Tano Badalamenti fosse suo compare d’anello. Quarantenne, grosso, anzi massiccio, di aspetto gradevolmente maschio, porta perenni Ray-Ban neri. Non sorride, ha una voce profonda baritonale con la quale interpella, con pesante accento campano, gli astanti: “Signori, buongiOrno”, con una O aperta come la bocca dello Squalo di Spielberg. Veste sportivo, non di rado in jeans, camicia fuori dai pantaloni, maglioncino e smanicato, sotto il quale si sospetta la fondina della pistola, e invece ha la Barbie che la figlia gli ha affidato, entrando all’asilo. Uomo pieno di certezze, apparentemente sempre assolutamente sicuro di sè, sempre apparentemente pieno di livore e disprezzo – o, al contrario, senza vie di mezzo, di lubrico rispetto meridionaleggiante – per chi si trova davanti, ha sempre una sentenza, nel senso di giudizio definitivo, per ogni situazione personale o professionale che gli capiti. Sembra un orco. Ma vi basterà soccorrerlo una volta che si troverà con l’auto in panne, per avere diritto alla sua stima eterna.

LA FUNZIONARIA ARTISTA INCOMPRESA – personaggio realmente esistente, anche se credo in unico esemplare (ed è capitato a me), fa la funzionaria pubblica, per di più in un servizio di tipo ispettivo, perchè bisogna pur campare: ma la sua vera natura era calcare le scene. Si interessa di arte, cultura, soprattutto teatro, ha fatto il critico per l’Eco di Bancone di Sopra, vanta corrispondenze da trionfali tournée di Paola Borbone, foto con dedica di immortali artisti del palcoscenico. Una così, non può girare in tailleur. In questo ufficio è entrata nell’ordine con: a. completo di pelle nera pantaloni e giacca, soprabitone di lana bianco a bottoncioni lungo fino ai piedi, basco rosa; b. pantaloni di velluto prugna, giacca di velluto bordeaux, boa di finto struzzo avvolto intorno al collo e mollemente cascante sul soprabito coccodrillato. Ovviamente è bionda, ovviamente NON somiglia a Claudia Schiffer,  ovviamente non è giovanissima e il tempo e la vita dissoluta (??) le hanno lasciato cospicui segni coperti a suon di stucco a presa rapida. Ovviamente non si è mai sposata. Ovviamente si sente del tutto incompresa e fuori posto nell’asfittico ambiente di provincia in cui le tocca vivere, e soffoca letteralmente nel ruolo di impiegata destinata a scartoffie e al pubblico servizio, che le danno da mangiare. Ha dimenticato più volte i nostri appuntamenti scusandosi poi con l’aria di Lia Zoppelli che dice “Oh CIELO! Mio marito!!” offrendo il profilo destro e portandosi il pugno alla fronte. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, quando poi è arrivata, la sua ispezione è stata tostissima, se pur intrammezzata da colpi di teatro e aneddoti di tournée, forse perchè non aveva precisa cognizione di quanto stava facendo e, nel dubbio, calcava la mano. Ci siamo scambiate i numeri di telefono, adesso ci diamo del tu e non è escluso che qualche volta andremo a teatro insieme. 

La smania spostereccia

Ogni tanto – diciamo all’incirca ogni sei mesi – mi prende. Devo cambiare qualcosa nella disposizione dei mobili, se no non riesco a lavorare. Oggi è quel giorno. Il problema è che lo spazio a disposizione è limitato, e soprattutto ci sono dei vincoli oggettivi dovuti alla disposizione – assurda – delle prese di corrente e dei pin della rete. Ma credetemi, non c’è niente che mi soddisfa di più che smontare tutta la postazione, già che ci sono dare una pulita, che ci sono angoli di cui la signora delle pulizie non sospetta neppure l’esistenza, rimontarla in modo anche solo leggermente diverso, verificare che la cosa sia possibile rispettando i vincoli suddetti, riaccendere tutto e scoprire che tutto funziona. Riprendo a lavorare conl massimo dell’entusiasmo.

Oggi è stato più difficile del solito anche perchè, come nel kamasutra, c’è un limite alle posizioni che si possono provare senza rischiare di rimanere storpi. Il pc prima era al centro della scrivania. Ora è tutto a sinistra, e la colonna, che prima era sul tavolo, ora è sotto il tavolo. Così ho molto più spazio a disposizione sulla destra, per studiare – roba di ufficio o roba di scienze della comunicazione.

Però ho dovuto spostare la cassettiera, che era a sinistra, e ora è è tutta a destra; in questo modo il cassetto dell’attrezzatura – spillatrice, levapunti, gomme, matite, pinza, trincetto, cacciavite – non è più  a portata di mano. Vabbè,  ma la sedia ha le rotelle, un colpetto di piede e sono lì. Stesso discorso per il telefono. Ma quello ha anche il filo estensibile, quindi no prob. Ora il ficus benjamin, amorevolmente curato da circa tre anni  a botte di acqua, potature periodiche con forbici da ufficio, chiacchieratine amorevoli e drogamento con fondi di caffè e concime appositamente acquistato, ce l’ho propro dietro le spalle, e mi sembra di essere all’ombra di un albero, bellissima sensazione bucolica, però devo stare attenta quando mi alzo a non spingermi troppo indietro con la sedia rotellata, se no lo abbatto e addio cure amorevoli.

Sono più lontana pure dalla collega buddista, il che potrebbe essere un problema perchè spesso essa collega, quando parla con me, non so se per via della filosofia buddista o per una innata ristrosìa, tende a mormorare, e non di rado devo chiederle di ripeterle perchè non ho sentito.

Mi sa che passerò la giornata a fare dest-sinist con la sedia rotellata. Facciamo così: sperimentiamo per un paio di giorni.

Se non mi abituo, rimetto tutto come era prima.

Oppure, potrei spostare la postazione pc tutta sulla destra, però a questo punto bisognerebbe togliere il mobiletto a due ante perchè se no non ho spazio, e metterlo all’ingresso della stanza, sostituendolo con la cassettiera marrone, che non mi serve più ….

(e così via)

E infatti …

.. non è durata manco ventiquattr’ore. Troppe difficoltà dovute al fatto che sono destra – come ha argutamente rilevato la buddista – e quindi devo avere il mouse a destra. Quindi, i documenti da consultare mentre lavoro devono stare a sinistra. Adesso ho spostato la postazione pc tutta a destra. Ho potuto quindi rimettere dove stavano prima molte delle mie attrezzature vitali: la cassettiera (a sinistra) il telefono (a destra). Ho sloggiato una vecchia stampante guasta – basterebbe chiamare il tecnico, ma non l’ha fatto nessuno finora e a me non serve – e ho recuperato posto per telefono, guida telefonica, carta riciclata per disegnare fiorellini o cazzucci nei momenti di stanca della creatività.

La chiudo qui, mi sono fatta due palle così da sola e quindi immagino anche i miei affezionati lettori 

Off Topic

Apro la posta di stamattina, e la giornata si tinge subito di grigio. Mi trascino per tutta la mattinata questo nodo alla bocca dello stomaco, fatto di amore ansia e rabbia, scrivo una mail di risposta alquanto incazzata, poi penso a lei al di là dell’oceano che la legge e si mette a piangere, con lo stesso nodo nello stesso punto della bocca dello stomaco e mi sento un verme. Cerco con tutti i mezzi a mia disposizione di risolvere il problema ma posso fare ben poco. Nel pomeriggio provo a scrivere un mail consolatoria allegrotta, che suona falsa come un biglietto da 12 euro.

Quanto si può volere bene ad una sorella?

Quanto si può essere il punto di riferimento, quella-che-risolve-i-problemi, non solo per lei ma per tutta una vasta compagine familiare, senza avere poi sempre la sensazione di stare per crollare? Per quanto tempo si può stare in perenne movimento per tenere sempre tutti allegri, non far pensare ai guai, assorbire i problemi, dare sempre i giusti contributi per risolverli? Per quanto ancora si può essere ago della bilancia, il Prozac delle depressioni altrui, il cuscinetto ammortizzatori di tutti gli attriti? Per quanto tempo si può non dormire la notte per pensare alle soluzioni dei problemi degli altri, sacrificando sempre la soluzione dei problemi propri? Senza poter mai raccontare un cazzo a nessuno, perchè ognuno ha le sue paturnie personali e familiari, e chi ha voglia di sentire quelli degli altri? E poi, a che servirebbe?

Tutta la vita, dite? Se il fisico regge, dico io.

E oggi, sono proprio stanca.

Le decisioni veramente importanti

Dopo settimane di angosciosa meditazione, la Segretaria ha preso una decisione: si cambia la macchinetta del caffè. Il mutamento epocale viene annunciato, commentato, si richiedono informazioni tecniche, rilasciate con il contagocce. La macchina comincia ad assumere connotati misteriosi.

L’arrivo della nuova macchina è atteso da un giorno all’altro da ormai un paio di settimane. I continui rimandi, del tutto sproporzionati all’importanza dello strumento che stiamo aspettando, hanno provocato due curiose conseguenze:
 
1. le dimensioni e le prestazioni attese della MACCHINA NUOVA PER IL CAFFE’ si sono accresciute di giorno in giorno in maniera geometrica, arricchendosi di dettagli dettati solo dalla fantasia surreale che regna in questo ufficio, senza alcuna rispondenza con dati oggettivi. A tutt’oggi, a quanto pare aspettiamo un Moloch di venti metri cubi in grado di distribuire caffè, tè russo, tè inglese, cioccolato svizzero, cappuccino, mokkaccino, gelato, merendine, crackers, ciambelline, tarallini, acqua minerale liscia e gassata, in bicchierini di carta, cartoncino, cristallo Swarowsky, ceramica di Capodimonte, con aggiunta di zucchero da barbabietola, zucchero di canna, zucchero di Marte, dolcificante naturale, dolcificante sintetico, miele di ape monaca, sputo di panda (all’eucalipto), scintillante, luccicante, al neon, semovente, autocaricante, parlante, ragionante (almeno lui), che accetta euro, dollari, yen, patache di Macao e pizze di fango del Camerun.

2. la vecchia distribuzione di caffè con umili cialdine si è arrestata, per non rimanere con cialdine inutilizzate quando LA MACCHINA NUOVA PER IL CAFFE’ arriverà e si porteranno via quella vecchia, piccola, metodica, simpatica. Si è dunque creato un mercato nero di cialdine, con aste private, offerte pubbliche di acquisto, pronti contro termine, furti amichevoli e spaccio illegale negli angoli bui verso il bagno. I più onesti disdegnano tutto ciò e vanno a prendere l’espressino al bar di fronte.