Una normale giornata
La riunione è fissata alla ore 10 del mattino; tu arrivi alle 10 e 20 minuti già con la paranoia del ritardo, con un ventaglio di possibili scuse valide che vanno dal traffico al problema informatico al trucco da rifare, e scopri che non c’è ancora NESSUNO. Ma non è finita qui. Quello che ha convocato la riunione - era qui, seduto affianco a me, me lo ricordo benissimo quando ha detto “CI vediamo domani mattina, vogliamo fare verso le dieci? ok, bene per le dieci” - è chiuso nella sua stanza impegnato in una lunga discussione con utenti con i quali aveva APPUNTAMENTO. Ti affacci bussando timorosa, gli dici “Noi siamo arrivati” e lui risponde con un mezzo giro del dito indice e un “Cominciate, arrivo”.
Con chi comincio, se non c’è nessuno? Mi tocca andare a ripescare ad uno ad uno i membri del cosiddetto Gruppo di Lavoro nelle stanze in cui sono infrattati. Quando siamo più o meno seduti intorno ad un tavolo, sono le 11 e un quarto. E comunque manca sempre qualcuno, che arriverà intorno a mezzogiorno e per il quale bisognerà fare un riassunto speed di quello che è stato detto fino a quel momento.
L’Architetto deve avere dormito col culo scoperto, perchè ricama una serie di questioni scassacazze e più gli astanti si sforzano di trovare risposte, più lui si infogna nel fraseggio polemico, alzando progressivamente il tono della voce e la velocità con la quale vengono sparate le obiezioni. Al solito, alla fine parliamo tutti insieme e non ci si capisce più una sega. Gli do un calcio sotto il tavolo e si placa come d’incanto.
La ciliegina sulla torta finale è il Convocatore (che è arrivato, finalmente) e che mi impone di cancellare il nome della nostra azienda (ma di lasciare la sua) dai lucidi in Power Point sui quali ho lavorato due giorni in splendida solitudine per presentare il Bando agli imprenditori agricoli. “Io non sono d’accordo” sibilo, lo sguardo ridotto a una fessura. “Sono accordi interni” pigola lui, senza guardarmi. L’Architetto mi dà un calcio sotto il tavolo. Cancello real time, come richiesto. “Puntate i piedi” mi dice Paoletta fuori dalla stanza. “Paolè, è un problema politico. Se il MIO capo - interpellato telefonicamente - mi dice che è una questione di opportunità , e non mi tutela, cazzo me la prendo a fare con te o con il Convocatore?” Mi chiedo però perchè i lavori da vietcong, dove bisogna farsi il mazzo senza poter neppure dire come ci si chiama, tocchino sempre a me e all’Architetto, mentre i lavori di rappresentanza e presenza scenica toccano alla figlia del Capo (che domanda idota, nevvero?).
Perdonate lo sfogo.
Anche questa riunione è finita. Sono le 13 e 25.